Hamraaz – Abar Kuh (AudioMaze, 2026)

“Abar Kuh” è un originale lavoro delle Hamraaz, parola che in farsi significa “custode del segreto”. Si legge nelle note che è “un’evocativa esplorazione dell’intersezione tra natura e antiche tradizioni modali”. Pur provenendo da contesti culturali e diversi, l’iraniana Khorshid Dadbeh (tar e tanbour) e la francese Lucie Rosann Lelaurain (flauti e duduk) trovano un terreno comune nei maqām e nei sistemi modali persiani e armeni. Il paesaggio sonoro è ipnotico e suggestivo, utilizza strumenti tradizionali come il duduk, il flauto traverso, il tar e il tanbour per creare una trance meditativa. Pur affondando nei linguaggi di tradizione, l’album è caratterizzato da composizioni originali e da uno spirito contemporaneo di improvvisazione, colmando il divario tra antico e moderno. Due cordofoni, il tar e il tanbour, e due aerofoni, il duduk e il flauto, si intrecciano e si confondono diventando metafora della vicinanza tra Occidente e Oriente. Infatti, i musicisti sono provenienti da diverse comfort zone musicali, ma si incontrano nella intersezione tra maqām e modalità, trovando intesa e integrazione. La prima traccia è eseguita dal solo tar, lo strumento esacordale a plettro simile al liuto, il cui nome è la traduzione dal persiano “corda”; il suo incedere introduce nel clima della grande spiritualità che contrassegna il resto del pregevole lavoro. Nella seconda composizione, la title-track, entrano in scena il flauto e il duduk, l’aerofono ad ancia doppia appartenente alla famiglia dei legni, tradizionale del folk armeno. Ascoltiamo ancora questi strumenti in “Chupan”, dove basta una nota del duduk per spostare il brano verso un nuovo maqām, vicino al nostro modo maggiore e con un impulso ritmico in uno e più veloce. Protagonista di “Cheshmeh” è il suono suadente e sensuale del duduk, che emerge da una sorta di accompagnamento rasgueado del tanbour su accordi aperti. Il brano è caratterizzato da una melodia annunciata dal cordofono e poi ripresa in modo struggente dallo strumento ad ancia, si fa poi più veloce, modulare e invariante grazie al ripieno ritmico del tanbour. “Dashti” è introdotto in modo deciso con una cellula del tar che viene ripresa dagli altri strumenti, tra cui l’oud della greca Eirini Zogali, creando sfumature dinamiche di grande effetto. Segue “Oud solo” in cui è solista il liuto di Zogali, che è autrice del brano: esso dispiega una profonda intimità, mantenendosi sempre nel registro grave, attraverso un modo nello stile più tradizionale. In “Zurni Trngi” il duduk prepara il canto femminile solista libero, sostenuto da un suono grave e continuo appena percepibile che funge da bordone modale. Il carattere di questo tradizionale armeno è manifestamente religioso. Nella seconda parte intervengono le percussioni (Zilan Hasret Yildiz) e gli altri strumenti con un metro misurato. L’accoppiata tar-flauto ritorna in “Parandeh”, composizione intensa e meditativa firmata Dadbeh e Lelaurain. L'inizio è fatto di pochi suoni e lunghi silenzi espressivi. Successivamente, il tremolo del cordofono si fa strada per sostenere il flauto in una parte melodica, sfociando in crescendo che a tratti richiamano la musica classica occidentale. Il successivo “Oros” è costituito da una spola modale dei cordofoni (tanbour e oud) su cui si innestano successivamente i due aerofoni e le percussioni creando una catartica atmosfera. “Bar Faraze Kooh”, la traccia finale, ha un inizio ritmico brillante del tanbour, subito dopo assecondato dalle percussioni e dal suono vellutato del duduk e da questa affascinante spola frigia si sfocia in un meraviglioso interplay. Un lavoro di grande equilibrio, sospeso tra spinte motorie e pause meditative. La nitidezza e l'energia dei suoni strutturano un ascolto magnetico, capace di svelare nuovi dettagli a ogni successiva ripetizione. Un album bellissimo, dai suoni ben calibrati, dove la componente meditativa convive con il limpido dinamismo, offrendo un ascolto magnetico che non sbiadisce a ogni successivo passaggio. 


Francesco Stumpo

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