Un confronto tra Andrea Carlino e Berardino Palumbo, antropologo dell'Università di Messina. Al centro del dialogo, i temi portanti della ricerca di Palumbo: dall'antropologia politica e delle istituzioni ai processi di patrimonializzazione.
Negli ultimi decenni, le musiche tradizionali e il patrimonio immateriale hanno smesso di essere semplici pratiche quotidiane per trasformarsi in potenti strumenti di aggregazione, identità e, inevitabilmente, mercificazione. Ma cosa accade quando la cultura smette di essere vissuta e diventa una "cosa" da etichettare, vendere o candidare a patrimonio dell'umanità? Ne abbiamo discusso con l'antropologo Berardino Palumbo in questa lunga e densa conversazione condotta da Andrea Carlino. Partendo dai meccanismi di "patrimonializzazione" osservati sul campo a Militello in Sicilia, l'intervista allarga progressivamente lo sguardo fino ad arrivare alle contraddizioni del Salento, prendendo in esame le candidature concorrenziali e paradossali di Galatina e Melpignano per il riconoscimento istituzionale della pizzica e del tarantismo. Un dialogo a tutto tondo che scardina la retorica del "borgo autentico" per esplorare la costruzione dell'illusione identitaria, le dinamiche di mercato dietro l'etichetta della World Music e i rischi di una "postura anti-illuministica" che trasforma l'appartenenza in uno strumento di divisione politica. Un'analisi molecolare e senza sconti, fondamentale per chiunque voglia comprendere le logiche profonde che muovono oggi il mondo delle tradizioni popolari.
La questione principale che volevo discutere con te è il rapporto tra cultura – in particolare cultura immateriale – trasformazione del patrimonio, ma anche abuso del patrimonio, sostanzialmente, e usi politici del patrimonio, del patrimonio culturale in particolare. Quello che mi viene in mente è che, quando ci siamo conosciuti, quando sono venuto a Militello e abbiamo passato quei due o tre giorni insieme nei quali mi hai fatto vedere come funziona quella cittadina che tu avevi studiato, ho capito che le processioni non sono soltanto processioni, riti devozionali, ma esse sono tante altre cose che accadono e che sono in gioco: tanti altri fatti esse rivelano. Diciamo che tu hai studiato una situazione estrema, ma in realtà quella non è una situazione estrema: è soltanto un’esemplificazione di una serie di dinamiche che si possono ravvisare anche in tante altre situazioni e contesti. Tant’è vero che ci siamo poi trovati, in qualche modo, ad avere a che fare con utilizzazioni del patrimonio immateriale in Salento, in particolare, e a discutere di usi e abusi di questo patrimonio immateriale in chiave politica, clientelare e, in qualche misura, verrebbe da dire mafiosa o quantomeno con modalità che potremmo definire mafiose come generalizzazione. Per cui vorrei un po’ riprendere il filo da qui.
Il caso siciliano di Militello non è un caso nemmeno tanto eccezionale, nel senso che è capitato che io mi trovassi lì ad analizzare dei processi, dei rapporti, dei meccanismi che esistono al di sotto della logica rituale locale, e a capire questa logica del conflitto attraverso il rito a partire da categorie che fossero sensate per gli attori locali, per le persone con cui lavoravo. Io stavo indagando i rapporti tra concezione del tempo, concezione dello spazio, modi in cui venivano letti oggetti che, in un ambito più formale, erano considerati oggetti d’arte, beni culturali: elementi del patrimonio architettonico, le chiese, gli archivi, i tesori.
Io ricordo la visita ai tesori delle chiese.
Esattamente. Tutti questi oggetti, che dal punto di vista esterno, dal punto di vista di un osservatore colto, potevano rientrare nell’ambito di quelli che all’epoca chiamavamo soprattutto beni culturali, andavano invece capiti per come erano considerati e letti dalle persone del posto, all’interno di una dinamica sociale, politica e rituale fondata sul conflitto. Mentre studiavo questo, è capitato che il luogo che stavo studiando -in realtà tutta l’area - entrasse in un processo di inserimento, insieme ad altri sette comuni, nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO. E quindi il problema che mi sono dovuto porre è stato: che rapporto c’era tra la logica patrimoniale UNESCO e le logiche locali, e i modi in cui gli attori locali guardavano quegli stessi oggetti? Cioè, una carta d’archivio, un pezzo di chiesa, o una chiesa intera, entravano in un sistema di classificazione che era quello UNESCO. Pertanto mi sono posto inevitabilmente il problema dei rapporti tra logiche classificatorie istituzionali e procedurali dell’UNESCO e quei modi di fare e di agire attraverso gli oggetti che invece stavo vedendo, comprese le concezioni del tempo e della storia. Ho dovuto indagare quali fossero le concezioni del tempo e della storia implicite in una logica del monumento, o del luogo di memoria, per usare categorie storiografiche francesi, e che tipo di rapporto ci fosse tra questo modo di intendere quegli oggetti e i modi in cui invece erano intesi e praticati dagli attori locali. Ti faccio un esempio: tu ti ricordi che abbiamo visto due musei parrocchiali.
Esatto.
Quando fecero il primo museo, realizzato dalla comunità dei fedeli della chiesa, raccontano gli architetti che, una volta terminata la struttura interna – non l’allestimento, ma la parte architettonica – misero delle porte in ferro blindato e due degli operatori, dei fedeli che avevano contribuito alla costruzione del museo, dissero: “Bene, un museo l’abbiamo fatto, ma adesso come facciamo a far entrare il museo là dentro?”. Il concetto è proprio quello: come facciamo a fare entrare le categorie locali e i modi locali di usare delle carte d’archivio, di usare una statua lignea del Seicento, dentro la classificazione istituzionale e la pratica patrimonializzante di un’istituzione come l’UNESCO? Questo è stato il punto di partenza.

