Lino Rufo rappresenta una delle memorie storiche più vivide della scena cantautorale italiana, un artista che ha attraversato cinquant'anni di musica respirando le stagioni del blues, del prog e del folk. In questa conversazione, ripercorriamo minuziosamente ogni tappa del suo viaggio: dalla scoperta provvidenziale di Micocci fino all'intensa amicizia con Vasco Rossi e Rino Gaetano, per arrivare al nuovo album “Molise my home” dedicato alle liriche di Giose Rimanelli.
Partiamo da lontano. Quali sono stati i primi passi nel mondo della musica ?
A nove anni ho avuto in regalo una chitarra da uno zampognaro del mio paese, Castelnuovo al Volturno, in Molise. Era una chitarra ammaccata e mancavano le chiavette, tanto che si doveva accordare con una pinza. Un amico mi ha insegnato il RE, da lì ho ricavato gli altri accordi e un giorno, ispirato da "Fire and Rain" di James Taylor, ho scritto la mia prima canzone. Parlava di amore sociale e universale, riflettendo la crisi di un'epoca di grandi rivolgimenti sociali. La musica mi ha salvato la vita, aiutandomi a superare le insicurezze giovanili e a sbarcare il lunario. Mentre frequentavo Medicina a Roma, portavo la chitarra ovunque. Una sera a cena un signore bolognese, (il poeta della canzone Gianfranco Baldazzi) mi sentì suonare e il giorno dopo mi presentò a Vincenzo Micocci, il più grande talent scout italiano. Mi fece suonare e dopo venti secondi chiamò la segretaria per il contratto: era il 19 maggio 1975, l'inizio della mia carriera discografica con la IT e la RCA.
iniziai i tour e incontrai produttori e giornalisti che volevano realizzare un disco importante a Napoli allo Splash, il nuovo studio di Peppino Di Capri dotato di apparecchiature all'avanguardia appena arrivate da New York. Partimmo in un momento in cui il movimento del Naples Power si era disperso, ma intorno a noi si riunirono tutti: i fratelli Bennato, Ernesto Vitolo, Tony Esposito e Patrizia Lopez. La sezione fiati era formata da James Senese e da un giovane e sconosciuto Enzo Avitabile, che inizialmente aveva il terrore di suonare con James. "Notte Chiara" è ancora oggi citato nei siti di rock progressivo come un album fondamentale. In quel periodo aiutammo anche Pino Daniele a trovare la sua strada, presentandogli un manager e facendolo suonare in apertura ai miei concerti negli stadi.
Dopo quell'esperienza il prosieguo della tua carriera è stato per così dire movimentato…
Dopo un tour trionfale con i Pooh, dove il pubblico rispondeva con un calore incredibile alle mie esibizioni acustiche, rifiutai il tour invernale successivo perché ero stanco e non mi sentivo affine a quel genere. Poco dopo mi proposero il “Primo Concerto”, un tour con nuovi artisti: Vasco Rossi, Alberto Fortis e Marco Ferradini. Tonino Ruscitto della Rai mi chiese di tenere d'occhio Vasco, dicendomi che credeva molto in lui. Diventammo grandissimi amici, condividendo serate indimenticabili allo Snoopy di Modena. Ancora oggi, nei suoi libri, Vasco cita per intero i testi delle mie canzoni di quel periodo e questo mi fa molto piacere. Dopo quel tour, la tragica morte del mio amico fraterno Rino Gaetano mi sconvolse.
Scrissi una lettera durissima contro i discografici, mi trasferii a Venezia per sei mesi e decisi di dedicarmi anima e corpo alla dimensione live, fondando gli Hard Rock Café con cui ho fatto circa 250 serate all'anno per un decennio.
Negli anni Novanta sei poi tornato in studio di registrazione.
Tornai ai dischi per l'album “All'improvviso” con Federico Troiani, un personaggio chiave del prog italiano. Lavorai con la mia band consolidata, formata da musicisti eccezionali e collaudati come Fabiola Torresi, Fabiano Lelli, Gianni Aquilino e Kim Petersen.
Come si è evoluto in questi anni il tuo songwriting ?
Inizialmente la mia scrittura era influenzata dalle direttive della discografia, ma dagli anni Ottanta è diventata molto più libera, pensata per trainare la dimensione dal vivo e non per vendere dischi. Scrivo in modo istintivo: credo che se non butti fuori i pensieri come in una seduta psicoanalitica, non possa emergere la tua verità profonda. Il pensiero vero è il "flash" che si cattura all'istante. Sono un battitore libero e ho la fortuna di poter scrivere e suonare esattamente ciò che mi piace.
In che modo il linguaggio della canzone d'autore si è fuso con generi come il blues e il folk ?
Partiamo dal fatto che la canzone d'autore è folk. Bob Dylan, Cat Stevens, lo stesso De Gregori sono folk. Il blues è l'essenza originaria della canzone d'autore: i testi di Robert Johnson descrivevano la Grande Depressione americana con una poesia assoluta. In Europa c'era Aristide Bruant, che improvvisava sbeffeggiando i borghesi a fine Ottocento nei locali parigini, un'attitudine ripresa poi da Georges Brassens e Fabrizio De André. La canzone d'autore si presta alla contaminazione, ma la parola resta fondamentale: testo e musica devono sempre compenetrarsi.
Arriviamo al nuovo disco, “Molise Is My Home”. Come hai deciso di omaggiare lo scrittore Giose Rimanelli ?
L'ex sindaco di Termoli mi consegnò un manoscritto inedito di ballate del 1984, donatogli dallo scrittore italo-americano Giose Rimanelli, chiedendomi di musicarne qualcuna. Ne ho scelte undici e ne è nato un
progetto culturale ampio, sostenuto anche da istituzioni d'oltreoceano. Ho presentato l'album dal vivo in anteprima in Canada, a Toronto e Montreal, in occasione del centenario della nascita di Rimanelli. L'accoglienza è stata straordinaria: a Montreal tutto il teatro ha cantato all'unisono i cori del brano “Ué Termoli”, creando un'apoteosi indimenticabile.
Il disco si è arricchito di sonorità world. Come hai lavorato agli arrangiamenti con Stefano Saletti ?
Lino Rufo: I testi di Rimanelli hanno uno spirito profondamente popolare; perciò, volevo utilizzare strumenti tradizionali ma dal respiro globale per rispecchiare la sua poliedricità internazionale. Insieme a Stefano Saletti abbiamo inserito il loutar marocchino, il bouzouki greco, il kamancheh mediorientale suonato da Pejman Tadayon e il violoncello classico di Giovanna Famulari. In un solo brano abbiamo usato anche la zampogna molisana. È tutto rigorosamente suonato dal vivo, perché la contaminazione tra classico, etnico e rock funziona e fa crescere il suono solo se è genuina.
Quale aspetto della poetica di Rimanelli ti ha ispirato maggiormente ?
Mi ha colpito profondamente il suo sincretismo, la capacità di creare un ponte tra il Nord America, il Molise, l'Africa e l'Asia in un discorso universale, utilizzando sempre la lingua delle proprie origini. È una visione che condivido pienamente. Le culture e le religioni convergono tutte verso l'universale, ma per essere autentici nel mondo bisogna partire inevitabilmente dalle proprie radici.
È la prima volta che canti e incidi un intero lavoro in dialetto molisano. Che sensazione hai provato ?
Bellissima. Mi sono sentito me stesso e totalmente libero. Cantare in dialetto è estremamente musicale; le parole tronche conferiscono un ritmo naturale, quasi come quando si canta in americano. L'italiano a volte risulta più rigido e costringe a piegare la parola alla musica, mentre con il dialetto il testo e il suono fluiscono in perfetta armonia.
Per Rimanelli, pur avendo costruito una solida vita in Nord America, la vera casa rimaneva il Molise, tanto da chiedere espressamente di esservi riportato dopo la morte. Per me il concetto è simile: se porti le tue radici ben salde nel cuore, ovunque tu sia nel mondo sarai sempre a casa tua. Le vere rivoluzioni avvengono sempre all'interno di se stessi.
C'è un brano di questo lavoro a cui sei particolarmente legato ?
Senza dubbio “Torna da me”. Lo sento molto spirituale, quasi un ritorno alla fede. L'ho cantato di recente a San Giovanni Rotondo dedicandolo a Padre Pio, per i continui riferimenti intensi alle “piaghe” e alla “croce”. È un brano dalla bellezza struggente, con un tema musicale semplicissimo ma emozionante, impreziosito dal ney iraniano e dal violoncello. Ogni volta che lo canto faccio fatica a trattenere la commozione.
Come porterai questo disco dal vivo nel prossimo futuro ?
Lino Rufo: Nelle situazioni più intime e raccolte suono da solo su delle basi, ma nelle occasioni importanti mi esibisco in formazione completa con Stefano Saletti, Pejman Tadayon, Ernest Carracillo e una solida sezione ritmica formata da Pierpaolo Ranieri al basso e Matteo Di Francesco alla batteria.
Lino Rufo – Molise my Home - Lino Rufo canta Giose Rimanelli (Nota, 2025)
Il percorso artistico di Lino Rufo giunge a un crocevia di profonda maturità con “Molise my Home”, un album che lo vede cimentarsi per la prima volta con il dialetto della sua terra. Questo progetto nasce dall'incontro ideale e poetico con le parole di Giose Rimanelli, eminente intellettuale e scrittore nativo di Casacalenda, emigrato negli Stati Uniti dove ha trascorso sessant'anni di vita insegnando nelle università e scrivendo romanzi e saggi, ma mantenendo sempre un legame viscerale e inossidabile con le proprie radici. L'album prende letteralmente vita da un manoscritto inedito del 1984 contenente undici poesie, di cui sette in lingua dialettale e quattro in lingua italiana , che Rufo ha saputo plasmare in materia sonora, restituendo voce e respiro all'anima di un autore che, come ricorda il titolo stesso dell'opera, considerava il Molise una vera e propria “Home” incardinata per sempre nel cuore e nella mente, ovunque ci si trovi. Ad affiancare Rufo in questo coraggioso e intimo viaggio in cui “riporta tutto a casa” c'è la sapiente ed esperta regia musicale di Stefano Saletti, che firma gli arrangiamenti e tesse trame sonore ricercate suonando loutar, bouzouki, basso e chitarra battente, conferendo all'intero lavoro un respiro squisitamente world. Il suono del disco si allontana intelligentemente da schemi rigidamente tradizionali o puramente filologici per abbracciare un'estetica acustica molto raffinata e stratificata, dove le corde e la vocalità calda di Rufo dialogano costantemente con influenze mediorientali, pulsazioni percussive terrene e sfumature della grande canzone d'autore. Le ispirazioni musicali pescano a piene mani dal cantautorato folk e dalle venature blues, impreziosite da un parterre di musicisti di altissimo livello che colorano ogni traccia con timbri specifici ed evocativi, dal violoncello al ney, dalla zampogna alle chitarre resofoniche. L'apertura del disco è affidata a "Mister Frank", un brano ritmico e vibrante che ci proietta immediatamente nella dura realtà dell'emigrazione in Arkansas, dove il protagonista lavora incessantemente mescolando il dialetto a un inglese di pura sussistenza per interfacciarsi con il mondo, sostenuto da un arrangiamento in cui spiccano il loutar e le percussioni che sottolineano la fatica e la lontananza. A seguire, la "Ballata di Joe Sèlimo" cambia sapientemente registro linguistico passando all'italiano per consegnarci una ballata notturna, introspettiva ed esistenziale, in cui il canto si adagia su un tappeto acustico guidato dai suoni del kamancheh di Pejman Tadayon e dalla batteria di Matteo Di Francesco, raccontando il tormento di un'anima che ha girato a fondo il mondo per poi dichiarare, rassegnata: “ho sposato l'emozione”. Si torna di nuovo al molisano con la swingante title track "Molise my Home", indiscusso fulcro emotivo dell'opera, dove il bouzouki di Saletti e il contrabbasso di Pierpaolo Ranieri cullano il desiderio insopprimibile di ritornare nelle vecchie strade di campagna, sfuggendo a un tempo implacabile che "non è quadro, non è tondo", ma che acchiappa per le budella ricordando a chiunque da dove proviene. Il clima si rasserena e si apre dolcemente con “Buon Giorno, Amore....”, una serenata in italiano di rara luminosità melodica, arricchita dalla delicatezza e dall'eleganza della musette di Ernest Carracillo e dall'udu di Arnaldo Vacca, che accompagna un risveglio mattutino colmo di pura devozione romantica. La dimensione più descrittiva ed evocativa della vita rurale di paese esplode invece nei ritmi in levare di “Moliseide”, un affresco sonoro impreziosito dalle radici profonde della zampogna di Luca Casbarro e dall'organetto, che dipingono con maestria le mattine lente della piazza di paese e i giorni bruciati dal sole che giocherella nelle stoppie. Subito dopo, le atmosfere si fanno improvvisamente ruvide e ipnotiche con “Me so' addermute”, un episodio dalle marcate venature blues e folk americano, dove la slide guitar di Saletti e la chitarra resofonica “National” di Marco Manusso creano un reticolo sonoro affascinante per ospitare una dichiarazione d'amore dialettale febbrile, disperata e totalizzante. In “Torna da Me”, il violoncello struggente di Giovanna Famulari e il soffio antico del ney disegnano un paesaggio sonoro intimo e malinconico per un brano in italiano che implora il ritorno fisico e spirituale dell'essere amato, unica cura per guarire definitivamente le ferite dell'anima. Una scossa di inaspettata e pura energia rock-folk arriva con la “Bèllàte de Rita”, dove la chitarra elettrica di Yuki Rufo e una sezione ritmica incalzante raccontano, quasi come fosse una "sciabolata in mezzo agli occhi", il ritorno improvviso di una donna in grado di risvegliare i sensi assopiti e riaccendere la febbre della passione in tutto il corpo. Il disco regala poi un vero e proprio gioiello di teatro-canzone popolare con la "Bèllàte du mèhàre", un ritratto quasi picaresco, sciamanico e magico del "Principe del Colle del Brigante", arricchito in modo formidabile dall'interpretazione di Nando Citarella, in un vortice ritmico sostenuto dai tamburi a cornice che elenca una vera e propria cornucopia di natura, fauna e tradizioni culinarie del Molise. Avvicinandosi all'epilogo, “Fragile” offre un momento di profonda intimità e riflessione sulla precarietà e sulla vulnerabilità umana, in cui l'italiano di Rimanelli, esaltato dai cori eterei di Barbara Eramo, svela il bisogno primordiale di un amore salvifico e gentile che possa calmare le sbandate del destino. A chiudere questo viaggio che intreccia musica e poesia è “Ué, Termoli!”, un omaggio policromo e affettuoso alla città costiera che mescola con grande disinvoltura il dialetto a improvvise incursioni in lingua inglese (“How do you do?”), ritraendo un luogo che passa dall'esuberanza diurna, rossa e gialla come la primavera, all'ansietà dolce e arcigna che emerge inevitabilmente quando si fa sera, suggellando con estrema classe un disco che rappresenta, a tutti gli effetti, un atto d'amore colto, stratificato e viscerale verso la propria terra d'origine.
Salvatore Esposito





