Pegno D’Ammore – Pegno D’Ammore (Liburia Records 2026)

Pegno D’Ammore nasce da un’intenzione chiara: lavorare sulla tradizione musicale del Sud Italia senza trattarla come un oggetto da conservare intatto. Il disco prova a spostarla nel presente, a metterla in contatto con altri linguaggi, a sottrarla sia al folklore di maniera sia a una riproposizione puramente didascalica. È un intento serio, e si avverte lungo tutto il lavoro di Pino Ruffo (voce), Giacomo Pedicini (basso, chitarre e arrangiamenti) e Francesco Paolo Manna (percussioni), con gli ospiti Luigi Scialdone (mandola e mandolino), Daniele Sepe (sax tenore) e Francesco di Cristofaro (fisarmonica e flauto). In alcuni brani questa visione emerge con una certa precisione. “Cilentana”, il brano di chiusura, per esempio, lavora bene sullo scarto tra immaginario evocato e luogo reale della sua costruzione. Non cerca di simulare un altrove rurale in modo illustrativo; piuttosto, porta quel mondo sonoro dentro una sensibilità urbana, come se il ricordo di un paesaggio avesse cambiato ambiente senza perdere la propria voce. È uno dei momenti in cui il disco mostra con maggiore chiarezza la sua idea di fondo. Anche l’iniziale “Madonna Assunta”, brano che prende una figura centrale nella memoria popolare di Pozzuoli e la inserisce dentro un quadro più ampio, è centrato sull’intento dell’album. La festa del 15 agosto non viene usata come semplice riferimento simbolico, ma come scena sonora e affettiva risultando in un pezzo che restituisce efficacemente il legame tra spiritualità popolare e vita vissuta, senza irrigidirlo in un gesto meramente celebrativo. Interessante anche il modo in cui il disco pensa la tammurriata. L’idea di leggerne la forza in chiave quasi tribale, dionisiaca, e di avvicinarla a un’energia più rock, non è affatto arbitraria. C’è una parentela possibile tra la tensione fisica di certe forme popolari e una certa urgenza espressiva del rock, e il disco fa bene a non ignorarla. Sulla stessa onda di interculturalitá viaggia “Vulesse Addeventare”, momento estremamente riuscito del disco. Il brano ha un impasto sonoro affascinante e ben controllato, capace di trasportare chi ascolta in terre lontane che sembrano comunque familiari. Le sonorità tradizionali e quelle orientali convivono con naturalezza, e proprio questa misura ne determina l’efficacia. Nulla appare decorativo o sovraccarico, la contaminazione funziona perché non viene esibita fine a sé stessa ma prende forma dentro il brano e ne sostiene l’atmosfera senza snaturarlo. Più in generale, è condivisibile la domanda che il progetto si pone: come far vivere oggi questi materiali senza musealizzarli? Il limite dell’album sta nel fatto che non sempre riesce a tradurre questa consapevolezza in una forma davvero incisiva. Pegno d’Ammore è ricco di idee, ma nel momento in cui dovrebbe farle pesare fino in fondo, non si impone con quella decisione necessaria a trasformare un buon disco in un lavoro davvero riconoscibile. Più volte si ha la sensazione che il progetto si fermi un passo prima di esporsi davvero. Questo problema emerge soprattutto in brani in cui il disco tenta una contaminazione più esplicita. “Lu ruciu te lu mare”, per esempio, offre un’apertura jazz che finisce per apparire poco felice, non tanto per la scelta in sé quanto per il modo in cui viene gestita. L’innesto è cauto, trattenuto, e non produce una vera trasformazione del brano. Si avverte l’intenzione, ma non la necessità, lasciando il pezzo a languire in una sorta terra di mezzo. Anche “Leva le’” - rilettura di un canto di pesca del tonno raccolto da Lomax in Calabria – lascia un po’ perplessi. Il sax sembra entrare senza una funzione davvero interna allo sviluppo del brano, mentre la chitarra con inflessioni vagamente reggae richiama un immaginario già molto riconoscibile, più vicino agli Almamegretta di vent’anni fa che a una rielaborazione personale. Non è una questione di citazione o influenza, ma del fatto che qui il riferimento non viene davvero riassorbito. Rimane in superficie e finisce per indebolire l’identità del pezzo invece di rafforzarla. La “Serenata” di Amerigo Ciervo è un altro episodio che lascia intravedere possibilità maggiori rispetto a quelle che riesce poi a realizzare: il brano é di per sé struggente, ma l’arrangiamento, poco centrato, lo rende a lungo andare ripetitivo. In un altro ormai classico folk “Oi Riturnella”, invece, colpisce soprattutto lo scarto tra la forza del materiale armonico e la forma scelta per incanalarlo. Il giro armonico è poco convenzionale, drammatico, capace di restare addosso e lavorare in profondità; proprio per questo la scelta di vestirlo come una ballad rock appare riduttiva, perché rinuncia a esplorare quelle armonie e polifonie che ne avrebbero potuto far emergere con più intensità la malinconia. La componente rock resta comunque troppo timida per imprimere davvero un carattere ulteriore al brano: più che integrarsi, i due piani sembrano restare giustapposti. Meno riuscito anche “O rre ’rre”, dove l’impasto musicale non trova un equilibrio convincente e l’andamento complessivo appare un po’ troppo lento per essere incisivo nell’ascolto. La voce di Pino Ruffo è senza dubbio il centro timbrico dell’album. Ha un colore evocativo, una presenza forte, e regge gran parte dell’impianto espressivo del disco. È il tratto che più di tutti conferisce personalità ai brani. Tuttavia non basta, da sola, a dare all’insieme una fisionomia sonora compiuta. Nel complesso, Pegno d’Ammore è un disco spesso coinvolgente. Ferma restando la serietà del progetto, così come la qualità dell’intenzione e il rapporto vivo con la materia musicale affrontata, è un album che purtroppo mostra alcuni limiti proprio nel momento in cui prova a definire fino in fondo la propria fisionomia. Proprio perché é un disco capace di aprire immagini, atmosfere e riflessioni viene naturale chiedergli qualcosa in più: non tanto una maggiore fedeltà alla tradizione, quanto una maggiore decisione nel trattarla, un passo ulteriore verso una forma più personale e riconoscibile. liburiarecordsworld.bandcamp.com/album/pegno-dammore 


Jacopo Dentice

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