Fluide ibridazioni e collisioni soniche sono il marchio di fabbrica della label svizzera Les Disques Bongo Joe, fondata undici anni fa a Ginevra, una delle realtà indipendenti più visionarie, multidirezionali e attive in Europa. A questo alveo che se ne infischia degli steccati sono riconducibili gli Yalla Miku, emanazione dell’underground ginevrino, oggi alla loro seconda incisione. Sfrontati e vitali, spiazzanti e provocatori, a cominciare dal nome che sposa l’espressione araba, “Yalla” (Andiamo, Dai, Sbrigati), con “Miku”, software di sintetizzazione vocale sviluppato da Yamaha.
La lineup è variata rispetto al disco d’esordio eponimo del 2023 con l’uscita del guembrista Anouar Baouna e del percussionista Ali Bouchaki, portatori del peso specifico maghrebino, della polistrumentista, cantante e compositrice Simone Aubert e di Vincent Bertholet, contrabbassista jazz contemporaneo dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp). In ingresso, in quello che ora si profila come quintetto, sono l’irriducibile sound designer Emma Souharce (elettronica, synth e voce) e l’affermata jazzista losannese Louise Knobil (basso elettrico e voce) subito trovatesi a loro agio accanto a Samuel Ades Tesfagergsh (voce e krar) di origine eritrea, Cyril Yeterian, nativo di Beirut, di famiglia turco-anatolica, fondatore della label (chitarra elettrica, ufo banjo e voce), e Cyril Bondi (batteria, percussioni e voce); questi ultimi due suonano in coppia fissa come Cyril Cyril.
Pur non avvertendosi scossoni sismici rispetto all’irresistibile sentiero sonico tracciato dal primo disco in settetto, “2” esprime una dinamica più pressante e una più ampia palette compositiva: i membri di questa band mutante e sempre in divenire parlano di una “seconda storia” piuttosto che del consolidato seguito del primo album. Sono dieci composizioni collettive in cui si avviluppano con naturale immediatezza post-punk, afrofunk, house, dub, krautrock ed elementi maghrebini ed est-africani.
La traccia d’apertura, “Al Sayf”, cantata in arabo libanese da Yeterian (la sua prima volta, visto che nel primo album cantava solo in francese anche per la presenza dei due musicisti maghrebini), affronta il tema della religione come strumento di potere; è un brano dalle sfumature scure, dal tratto nervoso, sostenuto dalla notevole performance alla batteria di Bondi che assume connotazioni afrobeat, con gli incisi dissonanti dell’organo. La successiva “Alemuye” si muove tra richiami new wave e inflessioni tigrine: il vibrato della voce di Tesfagergsh si accompagna alla lira krar, che è in combutta con le tastiere e con le pulsazioni del basso. Ritmi martellanti prendono il sopravvento in “Maximum Self-Care”, composta da Emma che canta in francese, in cui si parla dell’egoistico benessere personale. Sulla stessa linea di tempi serrati, prende forma “Le Palais de Bachar”, mélange tra lingua tigrina e francese dove si commenta la caduta di Bashar al-Assad in Siria. Invece “Embeyto”, ispirato alla cittadina eritrea dove è nato Samuel, avanza con atmosfera noise e percussioni funk industrial, alternando sequenze solenni di spoken word in francese ai refrain melismatici in tigrino per riflettere criticamente sulla tradizione dei matrimoni combinati. Con “Il fait trop cuit” prevale di nuovo un’ambientazione mediorientale, che si afferma in maniera più incisiva nel call & response in odore di chaabi, surf rock e psichedelia retrò di “Scarlett Chien”. Invece “Post-aventures” cresce alimentata dal mood garage rock. Inquieti fraseggi vocali, passaggi melismatici, distorsioni elettroniche e riff taglienti emergono nella sorprendente “Al 3Mal”. La conclusiva “La Tour Eiffel”, cantata da Samuel, subito ci riporta dalle parti del Corno d’Africa, per poi evolvere in un post-punk intricato segnato pure da un bel flauto a tinte psichedeliche. Qui il musicista di origine eritrea racconta la sua storia di rifugiato che, ora con lo status acquisito, ha la possibilità di attraversare i confini e vuole andare a Parigi a vedere il monumento simbolo della capitale francese.
In un disco di attraversamenti che si propone come sguardo militante sul mondo plurale, quella di Yalla Miku non è world music – se vogliamo ancora chiamarla così – educata e accomodante, né tantomeno levigata o compiaciuta: siete avvertiti!
Ciro De Rosa
