Stelios Petrakis – Lyric (Buda Musique, 2026)

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Nuovo album del maestro (e costruttore) della lira cretese e del lauto, Stelios Petrakis. Del sestetto che aveva dato vita al ricco “Spondi”, ritroviamo le percussioni di Bijan Chemirani e, in tre brani, il mandolino di Michalis Kontaxakis, affiancato o sostituito da Efrén Lopez in altri quattro brani (in cui suona anche cuatro e davul). Completano la formazione base il contrabbasso di Pavlos Spyropoulos e, in quattro brani, l’arpa di Maëlle Duchemin e i fiati di Sylvain Barou (uilleann pipes, zurna armena, kaval, tulum e kanbazurna). Il lento percorso di registrazioni, che Petrakis ha potuto gestire nel suo studio a Creta, ha coinvolto in alcuni brani anche Mattia Manco Gregoriadis ai mantici, Samuel Mele e Antonis Voumvoulakis alla chitarra e il cantante Giorgis Xylouris. I toni gravi della sua voce, a volte sovraincisa a formare un coro, veicolano tutta la densità del brano di apertura, con un testo scritto da Yannis Petrakis, sette minuti dedicati a Gaza (“Astro Sti Gaza” (Stella di Gaza), in cui la lira di Petrakis sa toccare le corde, anche dolorose, di emozioni profonde. La voce di Giorgis Xylouris è chiamata ad interpretare altri due brani. Nel primo caso ripropone il canto tradizionale cretese “Nathenas”, aperto dalla sola voce per poi far spazio a ritmi di danza asimmetrici scanditi prima dalle sole corde (lira e laouto) e poi da tutto l’ensemble con, in primo piano, il tamburo a cornice e la propulsione del davul cui risponde Sylvain Barou con ance bretoni e il flauto armeno shvi. Il terzo brano vocale brano attinge ai frutti del sodalizio compositivo fra i due fratelli Petrakis: in “Agrilos” i versi di Yannis cantano l’arte delle coltivazioni vinicole cretesi, la loro casa,
territorio che sa far sintesi di componenti diverse, così come “Agrilos” invita vari strumenti a fondersi insieme strumenti sovrapposti, a partire dalle percussioni che vedono protagonisti e complementari tamburo a cornice e il davul a doppia membrana di Sakir Oran Uygan, su cui si stagliano i fiati di Barou. In chiave percussiva si consolida il rapporto con Bijan Chemirani, da molti anni di casa a Creta tanto quanto in Provenza, che contribuisce, sul versante compositivo, con “Panj Pol”, incluso un breve assolo di zarb, il suo strumento principale. A proposito di queste nove incisioni Petrakis ha provato a proporre una sintesi dicendo: “La musica è unione. Unione tra chi compone e il suo mondo interiore, la sua esperienza, la sua visione e i suoi compagni musicisti, ma anche tra l’opera, chi la crea e il pubblico; e tra gli ascoltatori stessi. Con l’aiuto di musicisti ospiti, vecchi e nuovi amici che ammiro e con i quali sono felice e grato di essermi riunito, il mio obiettivo è interpretare sulla lira brani apparentemente non in relazione fra loro, vicini e lontani, familiari così come ‘estranei’ anche agli ascoltatori esperti, ma accomunati da un legame comune e profondo”. Per arrivare alle musiche di questo decimo album, il musicista cretese ha avuto a disposizione
il suo studio dove ha registrato le idee iniziali e dato forma alle melodie, prima di invitare gli amici musicisti a unirsi a incontrarsi a Creta a dar vita alle sessioni di registrazione con brani ispirati alle tradizioni e affini a quelle cretesi ed altre che attingono da luoghi diversi del Mediterraneo così come i musicisti stessi hanno attraversato il mare provenendo da Francia, Italia, Spagna e Turchia. In “Aglianico” si incontrano il mandolino del valenciano Efrén López e quello di Michalis Kontaxakis, ben amalgamati con lira, chitarre, contrabbasso e la fisarmonica di Mattia Manco Gregoriadis, protagonista anche della tarantella “Pukanè”. In chiave di tradizioni, si distinguono “Evlerin Önü Mersin” e “Muixeranga”. La prima viene dalle tradizioni dell'Asia Minore, e propone il canto della lira su un ritmo lento, da far crescere a poco a poco insieme ai timbri degli altri strumenti, sovrastati nel finale dalla zurna di Barou. “Muixeranga” accompagna a Valencia la costruzione di altissime torri umane piramidali in cui chi è più alto e robusto occupa la parte più in basso e chi è più leggero si arrampica fino agli strati più alti della piramide: è un brano che vuol essere di buon auspicio e sostegno a Valencia dopo le alluvioni subite nel 2024. Si chiude col brano che non ti aspetti: la toccante versione strumentale di “Nothing Else Matters” (“So close, no matter how far…”), incisa dai Metallica nel 1991 e qui fatta vibrare liricamente dal dialogo lira-zarb.  


Alessio Surian

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