Dopo l’intensa opera prima “Ez Kî Me”, che ha raccolto importanti riconoscimenti anche presso riviste specializzate, arriva un nuovo album di Meral Polat, poliedrica artista dalle radici turche nata in Olanda. Polat sviluppa un lavoro dall’impatto forte: “Meydan”, drammatico e impetuoso, nel quale convergono le tematiche di impegno sociale e riscoperta delle sue origini culturali al tempo stesso abbracciando nuove tradizioni come quelle del desert blues maliano e quelle della musica andina e proponendo forme energiche di espressività al femminile, voce della necessità di governare la propria vita e le proprie scelte.
Tra dieci tracce per oltre 45 minuti di intenso coinvolgimento, ci cattura immediatamente “Meydana gel” (Scendi in piazza) con un giro di basso ben ritmato, il canto sinuoso e lo spoken word che comincia piano e si dispiega come in un urlo, le chitarre desert blues, il suono dell’organo e l’invito ad abbracciare la comunità, a rimanere uniti nella protesta e nel sostegno. La ritmata e suadente “Govend” (Suono in movimento) è cantata dalla Polat ed impreziosita dall’intervento della calda voce del cantante senegalese Mola Sylla. Le chitarre ipnotiche, la voce africana e quella ricca di sorprese di Meral danno corpo a un climax che si chiude in un finale improvviso. “Non sono qui per renderti felice/Non sono qui per farti dimenticare, no/Non sono qui per farti arrabbiare,/ Sono distrutta quanto te/ [... ] Ma sai L’anima non può essere spezzata/Lo senti, sorella mia/Ora è il momento Il momento di guarire/Questo momento” sono alcuni dei versi che compongono il testo.
Nella serpeggiante “Can” (Cara), con il ritmo si procede a salti e strappi in un’atmosfera psichedelica a cui contribuisce il sintetizzatore, il brano è tirato e la voce calda a tratti svettante, parla di vita e di preoccupazione, con l’invito ad aprire il cuore e a non dimenticare sé stesse. La bruciante “Ӧtme bülbül ötme” (Non cantare usignolo, non cantare) prende spunto da un brano della tradizione – i cui versi sono scritti dal poeta alevita Pis Sultan Abdal – in cui la voce va su e giù, quasi urlata e poi roca. L’arrangiamento è drammatico con l’intervento di Murat Ertel all’electro saz. “Çiya Icaro” è un canto di guarigione radicato nelle montagne di continenti diversi: Ciya è un termine curdo Kurmanci che significa montagna, Icaro è un termine sudamericano (derivato dal popolo amazzonico degli Shipibo-Konibo) per i canti di medicina, tradizionalmente usati nelle cerimonie e tramandati dagli sciamani attraverso anni di pratica spirituale. Il brano – ispirato in parte alla raccolta di antichi canti femminili andini Sami Kirki dell’artista boliviana Elvira Espejo Ayca e alla poesia “birdenbire” del poeta turco Orhan Veli – unisce le voci delle montagne delle Ande e dell'Anatolia con il duetto tra l’artista boliviana Ibelisse Guardia Ferragutti e Meral Polat in un canto dalla dolce melodia, dolente e sognante, cadenzata, quasi cosmica.
Decolla con un ritmo indiavolato “Çenek” (Ragazza), il canto è in curdo Kurmanci, con un coro di 26 donne di età diverse e un testo sfidante: “Per quella ragazzina/Arrampicati sugli alberi se ne hai voglia/Lotta con i ragazzi, sei forte/Indossa una minigonna fino al culo o copriti i capelli/Ma lascia che sia una tua scelta e di nessun altro/Ragazza forte Sei libera/Ti sosteniamo”. Si cambia decisamente registro con “Çocuklar” (Bambini) scura e drammatica, scritta dal padre di Meral, Ali Ihsan Polat: “Se solo aveste potuto giocare giochi vivaci e gioiosi/Capirvi a vicenda parlando e abbracciandovi/Se solo aveste potuto costruire un futuro libero da guerra e paura/Avrei camminato con voi verso la terra della pace/Bambini”. Di lunga durata il brano “Xwedawendno” (Dee) si apre in un doloroso lamento, ritmato e scuro, poi diventa voce libera, gridata, punk, sofferta e infine si scioglie. Segue “Boyun eğmem” (Non mi inchinerò) tirata, strisciante contro l’ingiustizia. La lenta “Dost” (Amico) è ispirata a un tradizionale canto alevita di cui si riconosce l’andamento lento e sacro, chiude l’album in un’atmosfera di pacificazione a contatto con gli elementi della natura.
Come nel precedente album ancora compagni di viaggio di Meral sono il pianista statunitense Chris Doyle e il batterista portoricano Frank Rosaly che sono anche autori, insieme a Meral Polat, dei testi e delle musiche di composizione originale. La new entry è, invece, rappresentata dal batterista olandese Jens Boultery.
L’impronta musicale è particolare e le atmosfere originali tra psichedelia, jazz, new age, blues senza distogliere gli occhi dalle radici delle tradizioni arricchiscono la potenza vocale ed espressiva della cantante. Meral Polat è di certo un’artista da seguire attentamente per l’intensità e l’originalità delle sue affermazioni musicali e la contemporaneità dei temi che tratta guardando in profondità tra passato e presente. https://meralpolat.bandcamp.com/album/meydan
Carla Visca
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