Las Hermanas Caronni – El espacio del tiempo (Les Grands Fleuves, 2025)

Raccontarsi con raffinata essenzialità è la principale caratteristica di Gianna e Laura Caronni. Sempre fedeli a questa narrazione, le due affascinanti musiciste argentine – l’una violoncellista e l’altra clarinettista – ritornano con un nuovo progetto intitolato “El espacio del tiempo” (“Lo spazio del tempo”), in cui questa ricerca di minimalismo si radicalizza al punto da diventare profondo dialogo con gli elementi della natura, giungendo ad un’archè in cui la musica abbraccia una nuova interpretazione, sublimandosi nell’immenso spazio del tempo. Rallentando, i suoni sembrano librarsi e addensarsi nel vuoto come nuvole su una tela bianca; immagine ben evocata dalla copertina dell’album, nella quale i corpi delle due musiciste e i loro strumenti diventano vibranti macchie su di un plumbeo paesaggio marino. Laconiche artiste di quel che è stato descritto unanimemente come “impressionismo musicale”, le Caronni propongono una musica compendiaria in cui echi classicheggianti si sovrappongono a intuizioni jazz e ad un suggestivo richiamo a suoni e ricordi sudamericani. A ispirare sensibilmente l’orizzonte sonoro del nuovo album sono le delicate rime della poetessa argentina Silvia Baron Supervielle e le infinite azzurrità della pittrice francese Geneviève Asse. “Mambo time”, prima traccia del disco, è un’originale composizione di Gianna Caronni, il cui fluttuante clarinetto traccia un disegno melodico che viene riproposto e reinterpretato dal violoncello. I due strumenti si fondono, alternano e confondono in una danza ipnotica e penetrante, la cui caoticità esprime il noto modo di dire argentino “avere un terribile mambo”, ovvero essere disorientati e atterriti da preoccupazioni e problemi. In “Tempo de agua”, la serica voce di Laura Caronni, introdotta da un ritmo quasi sciamanico, intona i versi di quel che si potrebbe descrivere come una intima preghiera che la musicista dedica allo straordinario potere dell’acqua. La canzone è stata scritta durante un viaggio in treno tra Bordeaux e Nantes in un periodo di gravi inondazioni. L’acqua, principio e fine di tutte le cose, aveva sommerso e reinventato il paesaggio. La sua irresistibile forza è resa fonosimbolicamente dalle rapide e drammatiche note del violoncello. Il suo ciclico rinnovarsi è espressivamente raccontato dal clarinetto in “Agua con legno”, nella quale Gianna Caronni utilizza la respirazione circolare — una particolare tecnica in cui si ispira dal naso mentre si espira simultaneamente dalla bocca — evocando il movimento delle onde dell’oceano. Segue un sommesso ma interessante omaggio ad un grande classico del tango argentino, la nostalgica “Volver” (Alfredo le Pera e Carlos Gardel) che, spogliata dall’intenso pathos dell’originale, viene vestita di sobria eleganza. Continuando a danzare in un incantevole vortice di sottili emozioni, con “Val de la casa” giungiamo ad un più profondo livello di introspezione: è una delle composizioni più malinconiche dell’album. Come un raggio di luce che improvvisamente attraversa vaporosi cumulonembi, la radiosa cover di “Oração ao tempo” di Caetano Veloso alleggerisce l’esperienza d’ascolto producendo un quieto effetto catartico. Si giunge poi ad un brano di atmosfera classica, “Variaciones del tiempo”, nel quale gli strumenti si esprimono con equilibrato virtuosismo. Curiosa e sofisticata è “La espera” che, insieme alla più audace “Interstices”, rappresenta l’intrigante quota jazz del disco. Meraviglioso patchwork di stili è “Canción para un árbol”, che termina con un folclorico ritmo di cueca. Il testo della canzone descrive la bellezza della natura, con immagini di tenero lirismo come: “Era un árbol verde y sereno /de las calandrias era el hogar/ da primavera viste sus ramas / todo renacerá y cantará” (“Era un albero verde e sereno/ rifugio delle allodole/ la primavera veste i suoi rami/tutto rinascerà e canterà”). “Barro tal vez” è un’intensa cover di una zamba del compianto cantautore argentino Luis Alberto Spinetta, della quale le due sorelle propongono una versione ad un tempo fedele e intimamente personale. Epilogo aperto con “Continuum”, titolo che sembrerebbe preannunciare nuove sperimentazioni. Ancora immersi in uno scenario estremamente rarefatto, reso dal denso bordone del violoncello, il clarinetto disegna un motivo circolare intorno al quale i due strumenti punteggiano note brevi e indefinite ad un tratto assorbite da suoni d’accordatura che preludono ad un nuovo inizio. 


Maria Claudia Leone

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