Giuseppe Dal Bianco & Blancher – Impact (RadiciMusic Records, 2025)

Il nuovo album di Giuseppe Dal Bianco ci trasporta in un modo di suoni profondi e ipnotici. Suoni che riconducono innanzitutto a una varietà tale di strumenti a fiato etnici, che si potrebbe riconoscere all’album il merito di rappresentare un compendio – parziale e necessariamente legato alle scelte artistiche dell’autore ma sufficientemente articolato da incuriosire ascoltatori di molte estrazioni e gusti musicali – di organologia. Non lo si dice per ridurre “Impact” a un mero contatto (appunto) con timbri esotici o originali, ma per riconoscere a questo album, perfetto nella sua costruzione ed esecuzione, un valore che supera o meglio integra quello della bellezza delle musiche che contiene. Insomma, sottolineiamo questa caratteristica etnomusicale che rimanda, a nostro modo di vedere, al valore irriducibile dello studio e della ricerca, per due motivi fondamentali. Il primo è che quando c’è profondità, articolazione, approfondimento, l’ambito artistico – quello cioè che potremmo ricondurre alla scrittura, alla selezione delle idee, all’esecuzione (questo è un aspetto importante su cui dovremo tornare) – ne beneficia. Soprattutto se convive in armonia – come è il caso in quesitone – con una visione musicale molto inclusiva, per niente passiva e sempre sperimentale (ricordiamo alcuni degli strumenti suonati dall’autore nell’album: didgeridoo, bass duduk, shifar, overtune flute, hulusi, zhaleika, benas, anasazi flute,suling flute). Il secondo motivo è che, partendo da alcune consapevolezze e da una propensione allo studio e all’interpretazione di linguaggi eterogenei, si riesce a lavorare (sappiamo ovviamente che non tutti ne sono capaci) scansando la quantità a vantaggio di pochi elementi di qualità. Elementi che, per questa loro natura, divengono però fondamentali. E che arrivano a rappresentare qualcosa che somiglia a un modello a cui si può ispirare. In questo album, che raccoglie nove composizioni bellissime e tutte originali, gli strumenti, e con loro l’idea che li accorpa l’uno con l’altro, sono pochi: ma non riusciremmo a immaginare una loro collocazione migliore, più simmetrica e coerente nel discorso complessivo che l’album illustra. Difatti la struttura generale di “Impact” poggia, potremmo dire, su due pilastri basilari: da un lato vi sono gli aerofoni – che rispondono, come detto, a una certa varietà, ma anche alla stessa matrice organologica, timbrica e, di conseguenza, artistica, musicale e di scrittura – mentre dall’altro vi è l’elettronica, di cui si occupa Blancher, l’altra metà del duo a nome del quale è stato pubblicato l’album. A questo proposito, la sessione elettronica riflette, senza sforzo apparente, le necessità degli strumenti a fiato e, con questa, l’orientamento della narrazione: sia quando si rappresenta la dilatazione rarefatta di concetti e sensazioni espresse in un brano come “A walk into happiness” sia quando si affronta la circolarità e la reiterazione in “Sardinian trance”, sia quando si insiste sulle scansioni cadenzate di “Hypnos”. D’altronde, questo corpus di brani riconduce anche a una dimensione performativa. E, per questo, la sensazione di ascoltare musica diretta e piena è sempre presente, come se si partecipasse alla loro esecuzione diretta. Come si può leggere, infatti, nelle note che hanno accompagnato l’uscita dell’album: "la performance intreccia il mondo ancestrale dei fiati etnici con quello contemporaneo, avvalendosi di suoni naturali processati dall’elettronica”. E ancora, “ogni suono è scelto per evocare emozioni, riflessioni e immagini specifiche, permettendo a ciascun ascoltatore di intraprendere un viaggio personale attraverso suoni che rievocano paesaggi lontani, territori musicali sconosciuti e misteriosi. Una performance concepita per stimolare l’immaginazione e condurre l’ascoltatore in uno stato di sospensione, tra il mondo tangibile e l’infinito ignoto”


Daniele Cestellini

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