C’è un documentario “di creazione” dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio che sta girando l’Italia. A Berlino, lo scorso anno, è stato selezionato nella sezione Forum, ottenendo la Menzione Speciale della Giuria del Berlinale International Documentary Award, premio trasversale a tutte le sezioni del Festival, riscontrando un notevole successo di critica.
La motivazione: “Canone effimero” è un viaggio alla scoperta di un’Italia invisibile, lontano dalle narrazioni correnti. Nei gesti di costruttori di antichi strumenti, nelle voci e nei canti polivocali, abbiamo scovato i segni di una resistenza culturale, i fili misteriosi di un tessuto esistenziale, frammenti ritrovati di un ipotetico codice per la sopravvivenza. In questo film i registi riescono a trasportarci con grande maestria in un altro tempo e spazio, un luogo di meraviglie cinematografiche dove le voci degli antenati resistono e trascendono la cecità dei nostri tempi".
Comincia con uno zoom su strumenti tradizionali che dal sapiente lavoro dei liutai si trasformano, come per magia, in suoni e finisce con immagini che scorrono all’indietro, non per magia ma per scelta. Per raccontare lo svolgersi e il riavvolgersi delle nostre esistenze.
In mezzo tante storie, tra tradizione, memoria, nostalgia, aspirazioni di modernità. Hanno rievocato le tradizioni e il patrimonio che ne rappresenta le origini. Non attraverso la registrazione di ciò che ancora viene proposto e accade, ma utilizzando gli strumenti della modernità, la fotografia, i cd, la riproposizione allo smartphone.
Una maniera innovativa con cui il cinema può proporsi di raccontare la tradizione con rinnovate interpretazioni. “La nostra scelta, formale, estetica, ma anche etica è stata quella della decontestualizzazione. Abbiamo deciso di fare di quelle situazioni dei momenti, attribuendo loro una dimensione più assoluta”.
Tutto questo per provare a dare possibili risposte alle domande che etnografi, antropologi, etnomusicologici si pongono da tempo. Rinnovare la tradizione non significa forse tradirla? E la tradizione, in fondo, non è forse che una innovazione ben riuscita?
I De Serio si sono preparati, hanno studiato e cercato, per almeno due anni, prima di cominciare a girare e a provare a proporci il loro punto di vita. Ne è uscito un saggio di etnomusicologia tra Sicilia, Calabria, Marche, Liguria, ma anche qualcosa di più che ci proietta in una dimensione che si riconnette al patrimonio cantato raccolto nella nostra penisola
da Alan Lomax e prima ancora da Ernesto de Martino e, in tempi più recenti, da Giovanna Marini per una fetta rilevante del Meridione d’Italia. Loro raccontano la tradizione in maniera diversa. Sanno andare oltre quei preziosissimi materiali documentari consegnati alla storia come quelli delle teche Rai o dell’Istituto Luce.
Non si associano all’archivio della nostalgia, al torcicollo che guarda al passato.
Nel loro racconto prevale l’ambizione del resoconto cinematografico che la tradizione musicale nutre come linfa silenziosa che continua a scorrere e viene mostrato essere oggi curata dalle nuove generazioni presenti con le giovani donne arberëshë, l’organista calabrese che insegna i testi del rito o dal costruttore di tamburelli che torna, clandestinamente nel cuore del borgo terremotato.
In equilibrio tra performance e autobiografia, i protagonisti di “Canone effimero” ci danno testimonianza di culture vive che resistono in quelle che sono considerate aree marginali che il Governo, recentemente, ha addirittura immaginato di accompagnare a una naturale eutanasia. Le loro tecniche vocali e musicali sfidano il tempo, attraverso la trasmissione orale che consente di continuare nella costruzione di atavici e misteriosi strumenti come nel mantenere, con orgoglio, i canti polivocali delle giovani donne del Pollino lucano, le litanie ipnotiche dei siciliani dei Monti Nebrodi, l'incredibile tecnica vocale polifonica di Ceriana nell'entroterra ligure, i canti popolari d'amore e di lotta marchigiani.
Undici tappe, stazioni di un
pellegrinaggio a testimoniare la forza e la vitalità di territori che non hanno alcuna intenzione di arrendersi. Circolarità di ritmi archiviati nei canti popolari depositari dei saperi legati alla natura e al ritmo delle stagioni governato dal sole.
Una zampogna calabrese, sapientemente costruita intagliando legni scelti con consapevole perizia nella giusta stagione, per finire al canto sulle anime del purgatorio del finale. Un corto circuito che congiunge l’arte del liutaio all'armonica combinazione dei suoni di un coro.
Costruire una zampogna o una lira necessita della stessa cura con cui arrivare a modulare una vocalità che non può essere solo frutto di istinto innato. Tramandare gesti, conoscenze e segni grafici nell’intaglio di un “mammo” di zampogna, introducendo però anche il dettaglio che testimonia del passaggio generazionale, rimanda alla pazienza con cui ragazze e ragazzi si applicano a replicare linguaggi e sonorità introducendovi comunque un qualcosa che sarà la cifra della novità da loro inserita nella tradizione.
Gianluca e Massimiliano De Serio raccontano una cultura popolare alternativa, esplorano i canti polivocali, l’etnologia musicale e le tradizioni orali.
Undici tappe attraverso le regioni d’Italia dai titoli non scontati. Perché il loro non è un documentario consueto.
“Volevamo intitolare il documentario ‘Rapsodia mediterranea’. Strada facendo – confidano i registi – poi abbiamo pensato di cambiare in ‘Versanti’ pensando alle pendici delle vallate in cui stavamo girando e ai versi che ne scaturivano, provenienti direttamente dagli antichi saperi musicali, poetici, corali. Poi la scelta definitiva a sottolineare la circolarità di ritmi antichi, che sono quelli dei canti popolari ma anche della natura e delle sue stagioni”. E, in fondo, della vita.
Valter Giuliano
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