Abel Selaocoe, violoncellista, cantante, ha registrato due intensi album che rimandano anche al suo periplo, da Johannesburg a Manchester a collaborazioni e concerti a 360° gradi. “Where Is Home (Hae ke Kae)” manifestava bene questo spirito di ricerca e la capacità di attraversare regioni diverse; il più recente lavoro trova casa negli “Hymns of Bantu” dove sa far convivere diverse anime e amicizie musicali a partire da un centro di gravità che lui stesso identifica nei canti in Sesotho, Tswana, Xhosa, Zulu, ascoltati e intonati fin da bambino in chiesa e nelle occasioni di ritrovo comunitario. Una casa che ha il suo cuore a Johannesburg e che abbraccia, attraverso le oltre seicento lingue bantu, centinaia di milioni di persone, forse un terzo della popolazione africana (nelle parti orientale, centrale e meridionale del continente) e un ventesimo della popolazione mondiale (non a caso Ngũgĩ wa Thiong'o la considerava più legittima dell’inglese quanto a lingua “universale”). “Hymns of Bantu” testimonia anche un’idea comunitaria della
musica che non parte dal palcoscenico, ma la propone come respiro collettivo cui dar corpo prestando attenzione alla dimensione dell’incontro.
Rispetto agli ampi ensemble dei due album, dal 2022 Abel Selaocoe ha anche saputo condensare la sua famiglia musicale in un quartetto che riprende la formula “jazz” con le percussioni di Dudù Kouaté, il basso di Alan Keary “Shunya”, e il pianoforte del maestro della musica barocca (ma anche improvvisata) Fred Thomas. A questo proposito, accontava di recente Abel Selaocoe a Bozar, intervistato da Katherina Lindekens: “Il Bantu Ensemble è la mia base musicale. Il nostro lavoro si basa sull'amicizia, l'identità e la comunità, ma anche sull'immergersi profondamente nell’ignoto, suonando senza pensare. Come quartetto, uniamo una vasta gamma di suoni. Il nostro pianista, Fred Thomas, è un incredibile musicista barocco, quindi suoniamo Bach e ci integriamo con altri stili. Il percussionista Dudù Kouaté crea suoni cosmici con un enorme arsenale di percussioni africane. Ci apre un mondo che tocca l'improvvisazione e il free jazz. Il bassista Alan Keary ha un groove incredibile, che ci fa venire voglia di
ballare. Tutti questi elementi fanno parte del nostro linguaggio”. Un linguaggio che vuole rendere omaggio a chi ha creato canti e musica prima di noi, privilegiando quel che nel far musica crea connessioni, anche fra le musiche di inizio Settecento – Marais con “Les Voix Humaines”, Bach con la “Sarabanda” della Sesta suite per violoncello – e il canto “di gola” Umqokola di matrice Xhosa.
Fin dall’inizio Abel Selaocoe ha saputo coinvolgere con gentilezza e maestria la Sala dei Giganti, completamente gremita nella quarta e ultima tappa del tour italiano, nell’intonare e armonizzare toccanti melodie vocali come “Tsohle Tsohle” (in Sesotho: la connessione di tutti con tutto), il dolente canto Xhosa "Senzeni Na?" ("Cosa abbiamo fatto?") divenuto canto di protesta anti-apartheid, “Ka Bohaleng” (in Sesotho: il lato affilato), dedicata alle situazioni di violenza che si trovano ad affrontare le madri, paragonate al dovere prendere il coltello dalla parte affilata della lama. Il quartetto sa offrire e togliere suoni, idee, cambi di passo come se si trattasse di
una sola persona, ma, a ben vedere, ogni membro del gruppo è una piccola-grande orchestra, a cominciare dagli infiniti timbri (d’aria, acqua, metalli, legni…) a disposizione di Dudù Kouaté, il ventaglio ritmico-armonico-melodico del basso a sei corde di Shunya, cui aggiunge la sua stessa voce, e l’infinita paletta di dinamiche e timbri della tastiera e di alcune percussioni con cui Fred Thomas cuce ad ogni brano un vestito nuovo e con cui punteggia i momenti di improvvisazione, linfa di ascolto sempre attivo ad innervare le onde cariche di trasporto musicale e affettivo in sinergia col pubblico per tutta la durata del concerto e del toccante bis finale.
Alessio Surian
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