Nico Morelli – Let Me Play, Let Me Pray/Dino Rubino – Solitude/Fontamar Consort – Ramour (Tǔk Music, 2025)

Incubatore di progetti (e non solo) tanto sorprendenti, quanto audaci e sperimentali, la Tǔk Music di Paolo Fresu è ormai un faro nella scena musicale italiana e lo dimostra la visione lungimirante ed aperta nel superare i confini del jazz e muoversi attraverso molteplici territori sonori. Significativi in questo senso sono tre album, pubblicati lo scorso anno, che vedono protagonista il piano come strumento non solo meramente narrativo e melodico, ma in grado di disvelare nuove architetture musicali nelle intersezioni con l’elettronica. "Let Me Play, Let Me Pray" di Nico Morelli, "Solitude" di Dino Rubino e "Ramour" dei Fontamar Consort sono album che si muovono tra tradizione e sperimentazione, attraversando paesaggi, confini, culture e suoni differenti. Nico Morelli, pugliese trapiantato a Parigi da oltre vent'anni, debutta in solo per Tǔk con “Let Me Play, Let Me Pray", un disco che compendia il suo universo sonoro, spaziando dall’improvvisazione africana agli standard jazz. Ad aprire il disco è "Yaleekaawa" che irrompe con il groove delle percussioni sovrapposte sulla trama di un blues ipnotico che cattura immediatamente, mentre le live electronics di Emanuele Battisti e Diego Baeza danno vita ad un interplay serrato con il piano. Si prosegue con "T-Rag", un ragtime distorto che accelera in spirali cromatiche, rivelando la maestria di Morelli nel piegare la forma classica a un'estasi profana, per giungere alle brillanti riletture del tradizionale calabrese “Riturnella” e del gospel americano “Amazing Grace”, ma anche di classici del rock come "Every Little Thing She Does Is Magic" dei Police e una vibrante "(I Can't Get No) Satisfaction" dei Rolling Stones trasmutata in un dolente blues. Uno dei vertici del disco è sicuramente la vibrante versione di "Giant Steps" di John Coltrane che si snoda tra accelerazioni improvvise e glissandi elettronici, ma pregevole è anche la resa
minimal di "La Bohème" di Jacques Brel in cui l’elettronica e il piano imprimono alla composizione un’atmosfera malinconica. “Let Me Play, Let Me Pray" è un album frutto di una libertà espressiva che si sostanzia in una spiccata tensione verso la ricerca e la sperimentazione. 
Storico collaboratore di Paolo Fresu, Dino Rubino torna, dopo tredici anni, al trio con “Solitude”, un triplo album che mette in fila trentatrè brani per oltre tre ore di musica, suddivisi in due dischi di composizioni originali e uno di standard. Affiancato da Marco Bardoscia al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, Rubino rinuncia a tromba e flicorno per il post-bop, venato di blues e folk siciliano nel quale non mancano echi di Duke Ellington. Durante l’ascolto si alternano ballad dolenti a ritmi danzanti, valzer e riff melodici che evocano viaggi interiori, ma anche dediche appassionate come quella a Paolo Fresu con “Song for Paolo” che mescola mid-tempo swing e riff melodici variati, con Bagnoli che dosa spazzole per un groove sussurrato che evoca Chet Baker. Di grande intensità sono anche i ritratti femminili "Nina", "Giorgia", "Emy" in cui Rubino si muove tra sonorità impressioniste e spaccati meditativi, ma anche la brillante "Dr. Django", dove il piano evoca atmosfere gypsy-jazz. Il livello resta alto con il disco dedicato agli standard in cui spiccano una poetica “Stella by Starlight”, le superbe "Donna Lee" di Charlie Parker e "Blue Bossa" di Dorham, ma soprattutto la title-track dal songbook di Duke Ellington con il piano che tesse una melodia malinconica su un ritmo ondeggiante, mentre Bardoscia incide linee ascendenti al contrabbasso. 
Fontamar Consort è il progetto nato dal sodalizio artistico tra il pianista e poeta Cyrille Doublet, meglio noto come Jean Fontamar, e la cantante, danzatrice e attrice Laurianne Langevin, che condividono vita e musica in Val Camonica, dove si sono trasferiti diciassette anni fa. Accanto a loro troviamo i salentini Marco Bardoscia al contrabbasso, Valerio Daniele alle chitarre elettrica e baritona, Roberto Gagliardi al saxofono e Vito De Lorenzi alle percussioni, a cui si aggiunge come ospite in due brani Paolo Fresu (tromba e flicorno). La loro opera prima “Ramour” mette in fila nove composizioni originali, nove ritratti amorosi che vibrano di intensità poetica. Dal punto di vista musicale, ogni dettaglio è cesellato con cura, con la voce intensa e struggente di Langevin, sostenuta dal pianoforte vibrante di Fontamar mentre il contrabbasso di Bardoscia danza tra note e pause e la chitarra di Daniele fende come una lama le linee melodiche in cui si inserisce il sax di Gagliardi. Ad aprire il disco è il lirismo di “Perdue” con la voce di Langevin intrecciata a linee pianistiche scarne che evocano Monteverdi in chiave jazz, mentre Bardoscia sfrega l'archetto per un contrabbasso-viola da gamba. Pregevoli sono il funk di "Monsieur" con le percussioni di De Lorenzi che spingono un groove mid-tempo, in cui si inserisce il sax di Gagliardi, ma anche "Paupières" e "La Mer" in cui la tromba di Fresu imprime ai brani un’atmosfera quasi misteriosa. Da non perdere è anche il disco dal vivo “Ramour Live” che ci svela tutta il fascino dei concerti del progetto Fontamar Consort. Questi tre produzioni della Tǔk richiedono attenzione e disposizione interiore per varcare quella soglia che ci conduce alla trasmutazione interiore in cui riannodare i fili tra ciò che siamo e ciò che ascoltiamo. 


Salvatore Esposito

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