Una tradizione di grande fascino è quella dei canti legati alla “Resurrezione di Lazzaro” (detti anche “Kalimere di Lazzaro”), che in passato venivano eseguiti in particolare il sabato precedente la Domenica delle Palme, giorno in cui, secondo i costumi della Chiesa bizantina, si ricorda l’episodio della resurrezione di Lazzaro. In varie declinazioni, tali riti sono ancora in uso in alcune comunità italo albanesi del Sud d’Italia, ma anche in Grecia e in diversi luoghi dei Balcani.
Nel Salento meridionale, terra dalle forti radici grecaniche, di tale elemento del patrimonio folklorico resistono ben due varianti: una diffusa nei paesi in cui si parla ancora il ‘grico’ – antico idioma retaggio dei lunghi rapporti intrattenuti con l’altra sponda dell’Adriatico – e un’altra presente in centri vicini, dove invece si ricorre al dialetto romanzo. Si tratta di usanze che in passato, coinvolgendo ampie fasce della popolazione contadina, costituivano una sorta di ‘liturgia popolare’ che proponeva una rappresentazione del Vangelo semplice e partecipata, in cui, oltre al testo cantato – spesso anonimo e ispirato ai Vangeli canonici o apocrifi – assumevano grande importanza anche i gesti e la mimica.
Proprio in questo modo si è sviluppata, fino a qualche decennio fa, la forma di rappresentazione in lingua grica, chiamata “Passiuna tu Christù”. Durante la settimana precedente la Domenica delle Palme, gruppi di contadini percorrevano paesi e campagne portando un grande ramo d’ulivo decorato con nastri, immagini sacre e arance, simbolo di fertilità. Fermandosi nei crocicchi, mettevano in scena la ‘Passione’: due cantori – aprendo proprio con l’espressione augurale «Kalimera» («buongiorno») – si alternavano nell’esecuzione, accompagnati da strumenti (in particolare fisarmoniche
od organetti) e sottolineando con gesti emblematici l’intensità del racconto. Al termine dell’esibizione, i musicisti ricevevano in cambio piccoli doni, come uova o prodotti agricoli.
Esistono registrazioni significative di questo canto, tra cui quella integrale della variante di Martano, risalente agli anni ’70, che si può ascoltare nel cd “I Passiuna tu Christù”, a cura di Luigi Chiriatti e Roberto Raheli, Edizioni Aramirè 2000. Generalmente questi canti erano eseguiti da uomini, ma esiste anche una rara testimonianza femminile, registrata nel 1972 a Sternatia da Giovanna Marini, in cui canta Mariuccia Chiriacò (è il brano 25 del primo cd di “Il Salento di Giovanna Marini”, a cura di Roberto Raheli e Vincenzo Santoro, edizioni Aramirè 2004).
Oggi la “Passiuna” viene spesso eseguita in contesti diversi rispetto al passato, ad esempio come spettacolo su palco o all’interno delle chiese.
La declinazione in cui si usa il locale dialetto romanzo salentino è invece “Lu Santu Lazzaru”, ancora praticata in diversi paesi della zona ionica e dell’entroterra leccese, sia a nord che a sud di Gallipoli. Era eseguito da gruppi di musicisti che giravano tra case, borghi e masserie cantando ‘a domicilio’ il miracolo della resurrezione di Lazzaro e le vicende della Passione di Cristo. Ogni visita diventava un momento di festa e condivisione per le famiglie. Anche in questo caso, alla fine ricevevano offerte in natura e poi proseguivano verso un’altra tappa.
I testi dei “canti di Lazzaro” variano leggermente da paese a paese, pur seguendo una narrazione sostanzialmente stabile; musicalmente, invece, se ne distinguono due varianti, una in tonalità maggiore e una in minore, entrambe documentate da registrazioni storiche. La versione in maggiore, più elaborata
vocalmente, è per esempio ben rappresentata da una registrazione del 1978 in cui a cantare sono gli “Ucci”, cioè Uccio Bandello, Uccio Aloisi e Leonardo Vergaro (apre il disco “Bonasera a quista casa. Pizziche, stornelli, canti salentini”, a cura di Luigi Chiriatti e Roberto Raheli, Edizioni Aramirè 1999). Una suggestiva versione in minore, invece, fu registrata nel 1954 a Galatone da Alan Lomax e Diego Carpitella (è il brano 19 del secondo cd di Maurizio Agamennone, “Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954)”, libro con 3 cd, Squilibri 2017).
Se a partire dagli anni Sessanta le forme espressive legate alla cultura rurale sono state progressivamente abbandonate, arrivando a rischiare la scomparsa, negli ultimi anni, grazie all’impegno di appassionati e al più ampio recupero delle tradizioni musicali salentine (come la pizzica pizzica), queste pratiche sono state in parte riportate in vita, e oggi anche questa tradizione sopravvive, seppure in forme meno spontanee e spesso senza la pratica della questua, che in passato costituiva un elemento nevralgico del rito.
A Zollino, per esempio, dal 1981 l’associazione Bottega del Teatro si dedica alla conservazione della Passione grica, riproponendola durante le celebrazioni della Domenica delle Palme e del Sabato Santo. La vicenda di questa ‘rimessa in funzione’, in cui ha avuto un ruolo fondamentale l’attivista culturale Giovanni Pellegrino, è testimoniata nel documentario “I Passiuna tu Kristù – di Zollino – Canto tradizionale della Grecìa Salentina”, prodotto dalla Bottega del Teatro di Zollino nel 2005, regia di Enea Garrapa (disponibile online). In rete è anche
reperibile una eccezionale videoregistrazione integrale di una Passione ‘riproposta’ il 12 aprile 1987. E un lavoro più recente, incentrato in particolare sulla testimonianza del grande cantore Antimino Pellegrino, scomparso a 93 anni il 31 gennaio del 2025, è “I Passiuna tu Christù” di Fabrizio Lecce e Tommaso Faggiano, prodotto da Meditfilm nel 2011.
Mentre un’iniziativa ‘di sistema’, fortemente sostenuta dalle istituzioni, che merita una specifica segnalazione, è l’importante festival “Canti di Passione” organizzato a partire dal 2004 dall’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina, dall’Istituto “Diego Carpitella” e dalla Fondazione “Notte della taranta”, in cui oltre a gruppi locali – che a volte propongono versioni musicalmente più o meno “innovative”, secondo la moda del momento – si sono in diversi casi aggiunti formazioni provenienti da altre aree dove resistono analoghe tradizioni. L’edizione di quest’anno, per la direzione artistica di Antonio Melegari, è in corso di svolgimento fra i paesi della Grecìa e Alessano.
Di particolare interesse è un progetto in corso a Sannicola, uno dei paesi in cui questa tradizione è rimasta maggiormente in uso secondo i modi tradizionali, con squadre di musicisti che percorrono il paese nella notte che precede la domenica delle Palme, cantando i “Lazzareni”. Gli stessi cortei si ripetono dopo una settimana, ma stavolta a essere eseguite sono le ‘matinate’: i “canti del mattino” che aprono la Pasqua e in qualche modo concludono il tempo di Quaresima, come si evince
dall’emblematica strofa “Avìa quaranta giurni ca nu cantu/ figurate ci pena ca me sentu.// Aggiu spattatu cu rria stu giurnu santu/ cu begnu a casa toa cu stu strumentu” (“Sono più di quaranta giorni che non canto, immagina la pena che mi sento. Ho atteso a lungo questo giorno santo, per venire a casa tua con questo strumento”). A una prima parte a due voci alternate, caratterizzata da interpretazioni virtuosistiche e melismatiche, segue il finale sul ritmo festoso della pizzica pizzica (una intensa esecuzione di alcuni anni fa della famiglia De Prezzo si può visualizzare su YouTube).
Intorno a questo fertile humus culturale a partire dal 2024 si è sviluppato un significativo progetto di ricerca e “osservazione partecipante”, che comprende la ricognizione e la strutturazione di un Archivio di Comunità, concepito come piattaforma digitale co-gestita per la raccolta, la catalogazione, l’ascolto e la restituzione dei materiali sonori, audiovisivi e fotografici, una mostra fotografica in continuo aggiornamento, e la costituzione, nel maggio 2025, di una Associazione di Promozione Sociale, denominata “Giovani Cantori di Sannicola”, composta inizialmente da cinque cantori locali e dalla ricercatrice Fanny Bortone, avente l’obiettivo di sviluppare pratiche partecipate di tutela e valorizzazione di questo prezioso elemento del patrimonio immateriale locale. Un momento rilevante del lavoro dall’APS è stata la partecipazione al
convegno “Noi jamo cantanno/ bona sera a quista casa. Musiche paraliturgiche popolari frusinati e salentine tra tradizione e innovazione”, che si è svolto il 10 febbraio 2026, presso la prestigiosa sede della Società Geografica Italiana a Roma, che ha compreso anche l’allestimento della mostra “Una storia vivente: Sannicola, il paese che canta”.
Vorrei concludere citando una impresa di speciale qualità a cui ho avuto il privilegio di assistere. Nell’unica comunità italo-albanese della Puglia meridionale, San Marzano di San Giuseppe (Ta), il “canto di Lazzaro” non era più in funzione da tempo ma la sua esistenza in passato era comunque attestata. Partendo dalle poche e incerte fonti disponibili, il musicista Niko Friolo ne ha ricostruito una versione quasi ‘di restauro’, con le dovute integrazioni testuali e l’accompagnamento musicale tratti da esempi calabresi ancora in uso. Il 23 marzo 2024, giorno della festa di san Lazzaro, il canto è stato infine riproposto e restituito alla comunità di San Marzano, nel corso di una emozionante cerimonia, in cui sono risuonate parole in varie lingue (arbëreshe, albanese moderno, greco e italiano), organizzata dalla locale “Pro Loco Marciana” e presieduta dal Papas Nik Pace, celebrata peraltro in un luogo di grande suggestione, la chiesa cripta di Santa Maria delle Grazie.
Vincenzo Santoro
Foto di Luigi Cesari (1),





