Pino Minafra non è solo un trombettista e compositore di fama internazionale; è un vero e proprio custode dell'anima vocale e strumentale del Sud Italia. Nella sua lunga e prolifica carriera, ha saputo compiere un miracolo artistico: far dialogare due mondi apparentemente lontanissimi tra loro, unendo la profonda, dolente e viscerale tradizione delle bande pugliesi alla libertà assoluta del jazz d'avanguardia. In questa lunga e appassionata chiacchierata, il Maestro ci accompagna in un viaggio che parte dalle strade polverose della Puglia durante la Settimana Santa. È qui che le struggenti "sinfonie" funebri di autori come Antonio Amenduni toccano le corde più intime dell'esistenza umana, offrendo conforto e bellezza a chi le ascolta. Un patrimonio di inestimabile valore che Minafra ha lottato per tutelare – anche politicamente – e che è riuscito a portare sui palcoscenici più prestigiosi d'Europa, dalla Basilica di Saint-Denis a Parigi fino al tempio dei Berliner Philharmoniker. Tra aneddoti inediti, ricordi di figure storiche, battaglie per la cultura e riflessioni sul "mistero" insondabile che si cela dietro le note, ecco cosa ci ha raccontato.
Comincerei contestualizzando il ruolo delle bande in Puglia nel panorama religioso: che spazio occupano ancora oggi nella vita e nelle comunità pugliesi?
È una tradizione ancora centralissima. Da diversi anni, per non dire da un paio di secoli, tantissime persone trovano in questa musica un conforto al "problema dei problemi", quello esistenziale: la morte, il dolore, l'angoscia. È un modo per lenire quella domanda che ci interroga tutti i giorni sulla nostra piccola comparsa sul pianeta: perché? Io non ho mai avuto preclusioni di genere musicale, perché chi è sensibile sa individuare il bello ovunque: non c'è una serie A, una serie B o una serie C. Più di trent'anni fa realizzai il disco Passione e Morte, dedicato proprio a questi compositori, molti dei quali ruvesi. Ma non lo feci solo per campanilismo, bensì per la profondità di queste opere. Secondo me, il compositore che si è ispirato più profondamente a questa tradizione è Antonio Amenduni. Un uomo d'altri tempi: diplomato in pianoforte, composizione e strumentazione per banda al Conservatorio di Napoli (non a Santa Cecilia come a volte si dice). Al di là dei titoli, aveva un'etica e una profondità immense. Le sue non sono semplici marce funebri, sono vere e proprie sinfonie. Hanno un'orchestrazione e dei contrappunti che rappresentano il meglio che io abbia mai sentito in questa tradizione. All'epoca facemmo un'operazione al limite: musicassetta, CD, video e libro dedicati alle musiche della Settimana Santa. Costò 50 milioni di lire, una cifra enorme, che riuscimmo a recuperare vendendo molto più del previsto. Questo dimostra quanto sia sentito questo modo di porgere emozioni profondissime che si disperdono nelle strade del nostro Sud dietro le statue, specialmente di notte. L'ho vissuto fin da ragazzo ed è indescrivibile: quella
musica arriva alla parte sacra che è in ognuno di noi. Puoi metterci un tappo, puoi fare l'indifferente, ma c'è un mistero dentro di noi e lì le parole non bastano. Questo suono ti tocca e ti sconvolge.
Tu hai dedicato la vita all'avanguardia, eppure sei rimasto legatissimo a queste radici.
Assolutamente. Questa emozione mi è rimasta talmente dentro che sono riuscito a portare questa tradizione nientemeno che a Parigi, nella Basilica di Saint-Denis, dove Radio France registrò il concerto. Quando lo riascoltai il giorno dopo ne rimasi sconvolto. Anche Matthias Winckelmann della Enja Records di Monaco ne fu talmente colpito da produrre un disco. È stata la dimostrazione di quanto questa musica sia penetrante. L'abbiamo portata anche nella Basilica di Santa Croce a Firenze, ma la tappa più incredibile è stata Berlino, nella stagione dei Berliner Philharmoniker. La cosa che quasi nessuno sa è che un rappresentante dei fiati dei Berliner mi chiamò perché volevano suonare con noi! Eppure, come tante cose del nostro amato Sud, nemo propheta in patria: si fa una fatica bestiale a dare attenzione a ciò che ci connota nel mondo. Oltre alla Settimana Santa, abbiamo fatto un'operazione audace portando l'opera lirica in veste bandistica: i clarinetti, i flicorni (tenori e baritoni) si sostituivano a soprani, mezzosoprani e tenori. È nato un suono unico al mondo che ha acculturato milioni di persone nelle periferie del Sud, dove un tempo mancava l'acqua e non c'erano strade, figuriamoci le medicine. Ma arrivava la banda, e quella povera gente cantava le arie d'opera.
A proposito di tutela, nel 2023 la Regione Puglia ha approvato una legge per la valorizzazione delle bande. Come vedi questa norma e come inciderà sul futuro del repertorio?
Durante i trent'anni in cui ho diretto il Talos Festival (prima che me lo "scippassero"), mi sono adoperato per sensibilizzare la politica. A fine festival organizzavo il convegno “La banda: un patrimonio da salvare”. Dopo tante edizioni, sono riuscito a mettere in moto qualcosa. Tre anni dopo, grazie al compianto Donato Metallo della Regione Puglia – una figura di estrema sensibilità – siamo arrivati a presentare la legge a Conversano. Fondamentale è stato l'aiuto della grande fotografa Silvia Lelli, grazie alla quale abbiamo coinvolto Cristina Mazzavillani Muti e, di conseguenza, il Maestro Riccardo Muti, che è venuto a Conversano. A me interessava proteggere questa tradizione, anche se oggi i grandi maestri e i grandi solisti di un tempo scarseggiano e si vive una situazione di sopravvivenza. All'epoca stanziarono 1.500.000 euro, divisi in tre anni, per dare forza a questo patrimonio. Non era esaustivo, ma era un primo passo. Oggi non credo viaggi in una situazione ottimale, ma il mio ruolo è spesso quello di aprire porte e spazi, per poi lasciare che altri portino avanti il lavoro quotidiano. Il mio sogno ora è portare questa musica in America. Vorrei fare un tour nelle cattedrali statunitensi. Al di là della "taranta" che spesso si consuma e non lascia molto, questo testamento spirituale del Sud può essere di grande conforto per i milioni di meridionali in America,
offrendo loro qualcosa di profondamente sacro di cui abbiamo tutti un enorme bisogno in questo momento storico oscuro, fatto di guerre e soprusi. Dobbiamo reagire con la bellezza.
Quali sono gli elementi distintivi del repertorio delle marce funebri? E quali differenze noti, ad esempio, tra le composizioni di Cirenei (autore di "Requiescat in pace" e della "Fedelissima" dei Carabinieri) e quelle di Amenduni?
Le composizioni dedicate a questa tradizione sono tantissime, ma quello che colpisce è la profondità dell'ispirazione. Come si fa a essere Dante, Bach o Beethoven? C'è un mistero che non è una semplice questione di tecnica o di studi in conservatorio. La differenza tra Cirenei e Amenduni sta proprio qui. Cirenei è più tecnico, più organizzato, ci sono più strutture. In Amenduni, invece, sento un'ispirazione individuale e celestiale, una dolcezza che non si acquisisce con gli studi. Senti la profondità dell'essere umano. Ecco perché considero le sue opere delle sinfonie e non delle semplici marce funebri. Molte di esse, infatti, non si possono nemmeno suonare dietro le statue: i portatori hanno bisogno di un ritmo cadenzato per camminare, mentre la melodia di Amenduni vola altissima, superando la scansione ritmica. Sono capolavori da ascoltare seduti, in un clima di grande attenzione. Il mio obiettivo a Bari, e in tutto ciò che faccio, è "nobilitare" questo suono, evitando che venga liquidato come una cosa solo pittoresca.
Hai anticipato un tema interessante: la differenza tra marce processionali e da ascolto. In questo senso, ricordo ad esempio la serie di album “Clangori di Tromba"che pubblicò Digressioni del compianto Don Gino Samarelli...
Molti compositori – come ad esempio Alessandro Amenduni, fratello di Antonio – hanno dato maggiore attenzione all'esigenza ritmica dei portatori di statue. Antonio, invece, si è ispirato alla tragedia e alla questione esistenziale, mettendo in secondo piano il passo cadenzato a favore di una bellezza celestiale che lascia senza parole. È una questione di sensibilità, come per l'olio o per il vino. Se hai la capacità di intuire la profondità insondabile che è in te e portarla a galla, arriva qualcosa di spaventoso e meraviglioso. La musica arriva dove nessun'altra cosa riesce ad arrivare.
Salvatore Esposito




