Artisti Vari – Excavated Shellac: Voices (Dust-to-Digital, 2025)

Del magnifico scavo di Jonathan Ward nei dischi a 78 rpm in gommalacca denominato “Excavated Shellac”, realizzato dall’etichetta statunitense Dust-to-Digital, abbiamo parlato in occasione della pubblicazione del succulento box digitale “An Alternate History of the World’s Music” (2022), una raccolta di rara bellezza musicale di storiche registrazioni della prima metà del XX secolo. Cresciuto circondato da dischi e strumenti musicali dei genitori, Ward è diventato prima appassionato collezionista e poi studioso delle musiche del mondo fissate su 78 giri in “shellac”, il supporto che dominerà il mercato per la prima metà del Novecento fino a tramontare con l’avvento del vinile. Con dedizione assoluta Ward ricerca le registrazioni di musiche tradizionali e popular di dimensione locale e del tutto distanti dalle musiche occidentali che dominavano quello scorcio del Novecento. Sempre per la label di Atlanta, ora Ward ha assemblato “Excavated Shellac: Voices”, un’antologia di sedici tracce che delineano geografie canore molto diverse. Trovate tutto su Bandcamp, compreso il ricco booklet digitale in pdf: come sempre un dovizioso apparato di note che illustra il contesto della fissazione su supporto e accompagna l’ascolto con immagini e note sui musicisti e sui brani, nonché consente di leggere i testi originali e le traduzioni in inglese. Tutto parte dalla Mongolia con “Tsombon tuuraitai hüren”, un canto nello stile khöömii, lo stupefacente canto difonico eseguito da Chimeddorj Gaanjuur (1931-1980) che rappresenta probabilmente uno dei primi esempi mai pubblicati su supporto audio. Egli contribuì a portare l’attenzione del grande pubblico su questo genere, esibendosi in tutta l’Unione Sovietica e in eventi come il Quinto Festival Mondiale della Gioventù a Varsavia nel 1955, dove fu l’unico cantante di khöömii tra oltre cento artisti mongoli. Lucy Jaén, figura iconica della musica tradizionale panamense, soprannominata “la faraona del tamborito”, è la protagonista della seconda traccia, “Lo quiero pa’mi ná más”. Segue la troupe marocchina di Cheikh Mouha e Saïd Aneluli, uno dei top dell’album con “Aaita Melalia”, registrata nel 1929 utilizzando rebab, tamburo a calice e canto call-and-response. Ci ritroviamo, quindi, in Albania dove ascoltiamo una forma di iso-polifonia, che era registrata raramente nell’era dei 78 giri dal momento che le case discografiche preferivano dare spazio a musica vocale e strumentale che includesse ensemble folk che mescolavano strumenti a corde locali, fiati e violini occidentali. Questo esempio di iso-polifonia a cappella fu catturato intorno al 1931 dai tecnici della compagnia Odeon: si tratta di “Nur o maze merke nuri” del Grupe Gjirokastrite, formazione di Argirocastro. La scala utilizzata è pentatonica e i cantanti producono un effetto di bordone creato prolungando le vocali. Quando tutte le voci si uniscono, emergono variazioni micro-tonali. Dal Mozambico, P.E.A. Shangaan (“Machanjawa”) presenta un canto in forma di yodel accompagnato dalla chitarra. Segue il canto a “botta e risposta” del brasiliano Mota da Mota, DJ radiofonico a San Paolo. Egli incise solo quattro canzoni tra la fine del 1930 e l’inizio del 1931 per la neonata filiale brasiliana dell’etichetta Victor. “São Benedito é oro só” è un jongo, danza afro-brasiliana per coppie accompagnata da tamburi. Si resta in area lusofona con il portoghese nativo di Madera ma esponente del fado di Coimbra, Edmundo De Bettencourt (“Mar Alto”). Ci si trasferisce poi in Turchia, lungo il confine siriano, con il cantante Nezipli Deli Mehmet (“Kara Çadir”), accompagnato da un giovane musicista al cümbüş, il cordofono che era stato da poco inventato. La nona traccia ci porta di nuovo in Africa. Si ascolta la jelimuso (femminile di jeli, cantore di lode) maliana Koni Coumaré (“N’jaaro”). origionaria della regione di Ségou. Era apprezzatissima per la sua voce sferzante e acuta che rimane una delle espressioni vocali più potenti in assoluto. Il brano, il cui titolo significa “festa”, si riferisce al tipo di banchetto organizzato per i guerrieri la notte prima della battaglia, con testi che inneggiano al coraggio dei combattenti. La cantante è accompagnata dal marito, Fotigui Diabaté, al ngoni. Altra meraviglia polifonica è il canto georgiano, qui portato dal coro Guria-Adjara, diretto da Artem Erkomaishvili, che esegue “Orira”, una “canzone di viaggio” con glossolalia improvvisata. Personalità immensa quella di Erkomaishvili (1887-1967), il quale dedicò tutta la vita alla preservazione della musica della Georgia occidentale ed è famoso per essere stato l’ultimo esecutore noto dei preziosissimi canti religiosi della scuola di Shemokmedi (dal nome del monastero in Guria). Passaggio in Messico con Lupe Posada in duetto con Cascada De Chicharrón (nome d’arte di un artista dall’identità rimasta sconosciuta) e un accompagnamento di chitarra slide. Il loro “Hacia Las Cumbres” è un brano cadenzato molto ironico: i due cantano comicamente come se stessero ululando ubriachi alla luna all’angolo di una strada. La voce tagliente dell’okinawense Itokazu Kame è invece accompagnata dal mandolino e dal tamburo taiko in “Ichiman Angwaa”. Ward racconta nelle note che una delle scoperte più affascinanti avvenute durante il lavoro su “Excavated Shellac: An Alternate History of the World’s Music” è stata la rivelazione dell’esistenza di registrazioni commerciali di musica mauritana durante l’era dei 78 giri. L’esistenza di tali registrazioni, al di fuori di finalità puramente etnografiche, non era mai stata documentata. Diversamente, l’etichetta N’dardisc, con sede in Senegal e gestita da Louis Fourment, dedicò un’intera serie alla musica della Mauritania registrando nella città senegalese di Saint-Louis, nei primi anni ’50. Le sessioni furono organizzate da Hamame Fall, un noto poeta e drammaturgo mauritano. Il cantante presentato, Ahmedou Ould Meïdah, è un artista che sarebbe stato successivamente protagonista del celebre disco “Musique Maure” dell’etichetta francese Ocora, registrato nel 1965. In “Khar, Pt. 2”, Ahmedou Ould Meïdah e Mohameden ould Sidi Brahim, accompagnandosi a un cordofono (probabilmente un tidinit), cantano versi composti dal poeta andaluso medievale Abu Zayd al-Fazzazi. Di certo non poteva mancare l’India. L’estratto propone Coimbatore Thayi, esecutrice di musica vocale carnatica dopo un passato da ballerina. Il brano è uno melismatico shloka con libere improvvisazioni vocali nel raga Shankarabharanum. Si tratta di un breve componimento in versi di 32 sillabe; in questo caso, Thayi canta solo due versi di un celebre shloka di quattro righe tratto dal “Krishna Karnamrita”, un testo devozionale in sanscrito scritto prima del XV secolo. Penultimo tesoro vocale, Sanad Bin Ahmad con “Khutfa, Al Ghaws” ci porta a conoscere il repertorio dei pescatori di perle del Bahrain, forza trainante dell’economia locale fino a quando il petrolio non ha iniziato a scorrere. Il fjeri è un genere musicale che comprende un considerevole ciclo di canzoni sviluppato nei secoli per intrattenere e motivare durante i lunghi viaggi. È musica che ingloba elementi provenienti dalle diverse origini dei subacquei: beduini, indo-iraniani e africani. I canti sono guidati dal nahham, un leader con il ruolo di rafforzare lo spirito della squadra durante il viaggio al fine di una “pesca” fruttuosa. Sebbene il fjeri fosse importante durante le spedizioni, veniva eseguito principalmente in sessioni notturne in una dar, ossia una casa di intrattenimento per i pescatori durante la sosta in porto. Gli strumenti utilizzati nel brano sono esclusivamente percussivi, accompagnati dal battito delle mani. Ultimo attracco in Madagascar, per una registrazione del 1929 effettuata per la filiale francese della Columbia Graphophone Company ad Antananarivo. Si tratta delle prime registrazioni commerciali sul campo della musica malgascia. Probabilmente i tecnici stavano anche cercando di battere sul tempo la concorrenza diretta, l’etichetta tedesca Odeon, poiché la corsa alla registrazione della musica nell’Africa orientale era ormai aperta. M.S. Razafindrazaka e il suo gruppo eseguono “Ampy izay ny andro lasa”, un inno – il cui testo è la prima parte di versi tratti dal Nuovo Testamento – composto per esecutori malgasci, che combina armonie e toni della musica profana dell’isola con elementi occidentali. “Excavated Shellac: Voices” si configura come un apparato documentale di assoluto rilievo. Al di là del valore d’archivio, l’album offre un’immersione sonora che può essere considerata di nicchia – rivolgendosi segnatamente a palati interessati – ma che esorta a indagare la grana della storia della fonofissazione su scala globale-locale. Insomma, è un’esortazione ad accogliere il “fruscio del tempo” come parte integrante di un viaggio alla scoperta della molteplicità dell’espressiva umana. 


Ciro De Rosa

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