Negli ultimi anni il flamenco sta vivendo una fase di rinnovamento e sperimentazione, pur rimanendo fortemente legato a forme consolidate. A questa tendenza appartiene a Carlos Coronado, chitarrista e compositore catalano di cui si propone il nuovo lavoro che continua e rafforza la linea di ricerca cominciata con brani come “Font Martina”, contenuto nel primo album “Flamenco Mediterráneo”, di cui ci siamo già occupati in precedenza su Blogfoolk.
Carlos ha iniziato a suonare durante l’adolescenza ma ha subito avviato un processo compositivo spontaneo e intuitivo, di cui è testimonianza il suo nuovo disco intitolato, programmaticamente, “Melodías del retiro”. Si tratta di un progetto in cui ha accettato la sfida di comporre aggiungendo alla sua chitarra un quartetto d’archi formato Montserrat Martos e Claudia López (violini), Judith Terribas (viola) e Jordi Pérez (violoncello). Se nel precedente album l’artista si è affacciato dalla finestra della sua casa nell’Empordà per guardare alle musiche del Mediterraneo, qui lo vediamo ritirarsi nell’intimità per compiere un viaggio anche e soprattutto dentro sé stesso. Egli conosce profondamente i palos del flamenco ma li tratta ora con una espressività molto personale e autentica. Questo lavoro rappresenta perciò un momento di svolta nella sua poetica, allontanandosi da ogni riferimento oleografico per contemplare e contemplarsi nel mondo intorno a lui. Ne emerge un universo emotivo e sobrio che sintetizza il mondo mediterraneo e andaluso in cui il flamenco è trattato in un regime di reticenza, “dicendo di meno per dire di più”, affermerebbe Vladimir Jankélévitch . “Preludi”, il primo brano, è di impostazione classica e vede il quartetto come protagonista, un brano magistralmente costruito su un basso discendente. A seguire, “Guanajuaito” è costruito invece sul compas dell’Alegrias, la chitarra è in primo piano e il quartetto d’archi è in funzione di arricchimento armonico e timbrico. Il notturno è una delle forme più tipiche del periodo romantico, “Nocturno Sexto” in questo caso diventa una singhiozzante Granadina a compas libero con tratti armonici di tipo jazzistico. Segue “La Cansíon de Lluvia”, che è una delle forme tipiche del flamenco: in questo caso il paesaggio pluviale è quello tipico della costa sud orientale della Spagna. Ricompare qui il quartetto all’unisono con la chitarra a introducrre un grazioso tema di sei note a diverse altezze. Il successivo “Nana” è un brano di grande intimità dove gli archi fanno da coro al tema a campanelas della chitarra. Ricompare l'atmosfera notturna in “Luna” con un tema della chitarra espressivo, che tende verso il silenzio. Al contrario “Catorzes Dias de Felicidad” evoca un mattino di sole con un tema che si sviluppa con un compas in cui il golpe scandisce il tempo che passa. “Tema de Amor”, l’unico brano affidato al pianoforte, presenta un’atmosfera classica con l’aggiunta di un andamento quasi blues e il flamenco qui è veramente sublimato. Ritorna la chitarra riportandoci all’idioma flamenco con delicatezza e intimità in “Alma”. “El silenci de Sant Jordi” è invece un brano aperto in tonalità maggiore, una song dal sapore pop in cui il silenzio è finalmente ascoltato come qualcosa che comunica ottimismo e luce. “Horabaixa (Minera)” è un intenso brano a compas libero che si ispira al flamenco più profondo, mentre “Vals del Fonoll” gli fa da contrappeso con un valzer dal sapore jazzistico. L’album si chiude con un omaggio al Maestro Toti Soler, riferimento essenziale nel suo percorso musicale. Il brano parte da un semplice incipit frigio e viene sviluppato alla fine dal quartetto con una interessante costruzione contrappuntistica.
Un album sapiente e sperimentale, scritto in solitudine laddove questo termine ha la radice profonda della Solea, una solitudine che apre al mondo e comunica positività e vitalità. Assolutamente da ascoltare.
Francesco Stumpo
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