“Bronces” sta, nel lessico musicale ispanico, per il nostro “ottoni”. Il “bagliore degli ottoni” che dà titolo a questo progetto discografico è quello delle grandi bande popolari che costituiscono una delle più diffuse e sentite espressioni musicali popolari contemporanee dell’area andina. Negli ultimi decenni, infatti, le bande di ottoni hanno affiancato e in buona parte soppiantato i più tradizionali, ma meno “sonori”, ensembles di flauti nei contesti festivi andini. Nel Nord del Cile, ai confini con Perù e Bolivia, le bande di ottoni forniscono immancabilmente l’accompagnamento alle performance dei diversi generi di “bailes de salto”, confraternite musicali e coreutiche di carattere devozionale, che animano con le loro danze e costumi le grandi feste religiose, come quella della Vergine della Tirana, nei pressi della città di Iquique. La sonorità della banda ha però da tempo trasceso i confini dei contesti festivi tradizionali, dando vita ad ensembles urbani che hanno guadagnato una buona popolarità anche nella capitale e sono talvolta diventati una colonna sonora dei movimenti sociali giovanili cileni.
Con “Brillo de bronces”, Isco Campos, giovane compositore e percussionista con diversi album all’attivo (anche e soprattutto non folclorici), si inserisce a suo modo in questo filone, con un progetto discografico interamente dedicato alla sonorità delle bande “de bronces” del Norte Grande cileno.
Il primo nucleo (in senso cronologico) di questo suo nuovo progetto è costituito da due brani, già premiati a un concorso per composizioni di “folclore” indetto dalla Società Cilena del Diritto d'Autore e intitolato alla grande ricercatrice e interprete Margot Loyola: “Taita Juan”, ispirato al ritmo del “caporal” (di origine boliviana), e “Manto de nubes”, ispirato al “baile de gitanos”. Tuttavia, l’impossibilità di riprodurre in studio, con solo una decina di musicisti, la bellezza del suono “sporco”, eterofonico, tipico delle grandi bande popolari, ha obbligato Isco Campos a imboccare una strada più personale e meno mimetica, che punta su altre qualità. Solo nove strumentisti (2 trombe, 2 tromboni, 3 sax, tuba e batteria), provenienti da esperienze eterogenee - studi accademici, free jazz, folclore, musica di strada – ma ben amalgamati, in un corretto equilibrio tra accuratezza tecnica e vitalità dell’esecuzione. Per inciso, l’album è stato registrato in presa diretta (presso lo Studio Palo Quemado, di Santiago, da Nicolás Ríos, che ne ha curato anche mixaggio e masterizzazione).
Se ognuno dei sette brani, tutti composti e arrangiati da Campos, mantiene comunque il nucleo di ispirazione di un ritmo o una forma di matrice folclorica, se ne allontana poi nello sviluppo compositivo. Nelle diverse tracce le suggestioni andine più evidenti (come quella della “cacharpaya”, ovvero il congedo delle bande andine al termine della festa, in “El brillo de la Campana”) si intrecciano con la vasta paletta della memoria musicale di Isco Campos: reminiscenze che vanno dalla musica “huanca” per sassofoni del Perù centrale (in “Wiña Blanco”), fino al funky jazz afroamericana statunitense (nei riff di “Huinca”), passando per disegni melodico-armonici (in “Provincia”) e giochi contrappuntistici della tradizione eurocolta.
Una menzione speciale per l’ipnotico “Lingue de Cai Cai”, liberamente, ma profondamente, ispirato ai “bailes chinos”, confraternite devozionali caratterizzate da una performance di flautisti-danzatori, nella quale si riconosce un’impronta estetica di matrice originaria amerindia. “Lingue” è il legno da cui si ricavano i loro “flautones” o “pifilkas” (aerofoni di ascendenza mapuche, di una sola nota, ricchi però di armonici e battimenti), mentre Cai Cai è il nome di un rinomato “baile chino” di Limache (Valparaiso). Nella composizione, Campos ha ripreso da quella tradizione l’ostinata alternanza tra due masse o cluster sonori dissonanti, sopra la quale si stacca una melodia, liberamente ispirata al canto dell’alférez, il cantore solista che nel rituale introduce e accompagna il “baile”. Curiosamente il brano, ad un primo ascolto, appare come uno dei meno “folclorici”, ma ad un ascolto più attento rivela la sua profonda connessione con quell’universo sonoro arcaico. Va detto che Isco stesso vanta una lunga militanza come “chino”.
In questo album eminentemente strumentale compaiono tuttavia alcune strofe cantate di sapore popolare. In particolare in “Manto de nubes” il testo invoca dalla Vergine la pioggia, in un momento di grave siccità. L’intervento vocale è affidato qui alla cantante invitata Natalia Cortés. Legati all’ambiente naturale sono anche i titoli dei brani, che in buona parte evocano il nome di montagne della regione del Cile centrale (Blanco, Campana, Huinca, Provincia…), che costituiscono l’orizzonte visivo domestico di Campos.
In definitiva, “Brillo de bronces” si presenta come un prodotto curato negli aspetti tecnici ed esecutivi, che propone un interessante mix di etnicità, sperimentazione e – ciò che ne intensifica il valore – di memoria musicale e radici affettive dell’autore.
Interpreti: Sebastián Carrasco e Daniel Trincado (trombe); Isadora Lobos e Marcelo Maldonado (tromboni); Isaias Zamorano (sax alto); Edén Carrasco (sax tenore); Javiera Anselmi (sax baritono); Ignacio Gutiérrez (tuba); Jorge Ganem (batteria). Francisco Isco Campos (composizione, arrangiamenti, direzione e produzione musicale). Il disco è stato finanziato dal Fondo per la Musica.
Stefano Gavagnin
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