Angelo Baselli | Gianluca Casadei – Fun A Velt Vos Iz Nishto Mer, Of A World That Is No More: Klezmer Treasures From Vernadsky National Library Of Ukraine (Da Vinci Classics, 2025)

“Fun a velt vos iz nishto mer – Of A World That Is No More”, pubblicato da Da Vinci Classics e firmato dal clarinettista bolognese Angelo Baselli e dal fisarmonicista Gianluca Casadei, è un disco che riporta la musica klezmer alla sua origine storica e funzionale, lontano da ogni cartolina folcloristica. Il titolo rimanda al memoir di Israel Joshua Singer e a quel mondo di shtetl, odori e voci della Zona di Residenza – tra Volinia e Podolia, oggi in gran parte Ucraina – che la musica klezmer accompagnava in ogni passaggio della vita comunitaria, dai matrimoni alle danze pubbliche. Qui non si lavora su un generico “repertorio tradizionale”, ma su fonti puntuali: i manoscritti raccolti dall’etnomusicologo Zinovy Kiselgof e dal violinista-ricercatore Avraham-Yehoshua Makonovetsky, oggi digitalizzati nel Kiselgof-Makonovetsky Digital Manuscript Project e provenienti dagli archivi della Vernadsky National Library di Kiev. Sono raccolte da matrimonio, annotate con cura su funzioni, momenti del rito, orari, persino sullo stato d’animo previsto: non semplici spartiti, ma fotografie di una pratica musicale concreta. L’album presenta brani tratti dal corpus “Kiselgof-Makonovetsky” e raccoglie un repertorio fatto di melodie ucraine, russe, rom, ebraiche, ottomane, di citazioni classiche e balli occidentali, così come circolavano nelle comunità ebraiche dell’Europa orientale tra Volinia e Podolia, in un intreccio dove identità e scambio sono inseparabili. È la musica dei matrimoni, della danza, della festa, quella che “fa ridere e piangere, commuove e scherza”, e che appartiene a un mondo cancellato dalla furia nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Un mondo, un universo culturale che sembra scomparso, ma che torna a vivere nelle melodie di Baselli e Casadei. Ad aprire il disco è un frammento di registrazione storica, un “Nign” (01-36-888), che apre come una voce lontana su cilindro di cera, subito raccolta dal duo e proiettata in “un Freylekhs” (03-38-1066): passaggio emblematico dal documento d’archivio alla carne viva dell’interpretazione, con il clarinetto che porta in avanti la linea, sorretto da una fisarmonica pulsante. La seconda traccia è una suite di quattro brani provenienti da un’unica fonte, il dodicenne violinista M. Soboloevski di Volodymyr: un “Nig”n (11-46-1314), un “Khossid” (11-46-K1318) e due “Skotskne” (11-46-K1316, 1317) che il duo tratteggia come un piccolo ciclo, dal canto meditativo alla danza più scopertamente fisica. La cura nelle dinamiche, nei rubati, negli abbellimenti mai ornamentali è ciò che tiene insieme il materiale, trasformando le indicazioni di catalogo in un racconto continuo. La sezione successiva porta in primo piano la dimensione cosmopolita del repertorio: una “Mazurka” (02-37-977), “Ange” (02-37-977) e una suite di “Kozatshke” (02-37-1005, 1006, 1007 e Mak 1-15-80), danze non nate in ambito ebraico ma pienamente assorbite nel bagaglio dei klezmorim, chiamati a suonare per comunità e contesti diversi. Nella “Mazurka” emergono gli echi mitteleuropei, che Baselli e Casadei rendono con un equilibrio sottile tra eleganza e energia popolare, mentre la sequenza di “Kozatshke” porta in primo piano l’impronta ucraina, con accenti spostati, accelerazioni e un senso fisico del movimento reso sorprendentemente completo da un organico ridotto a due strumenti. Il “Terkish” (03-30-1171) apre un’altra finestra: andamento mediorientale, influssi ottomani, e una citazione dall’aria de “La Juive” di Halévy (1835) che scivola nel flusso senza essere mai esibita come “numero speciale”, a conferma di quanto la distinzione tra repertorio colto e popolare fosse, in quella stagione, sottile. Una traccia costruita su un “Nign” chassidico (25-65-1888) seguito da un “Khossid” mette invece a fuoco l’enorme peso dei nigunim nella formazione del linguaggio klezmer: il clarinetto assume un carattere quasi vocale, la fisarmonica si fa respiro lento, e il brano diventa un momento di sospensione quasi liturgica. Nella seconda metà l’album si veste apertamente da “matrimonio immaginario”, seguendo passo per passo le indicazioni dei manoscritti. Il “Kale Bazetsns” (02-37-970), improvvisazione del Badkhn alla sposa, è reso come un recitativo concitato e tenero, con il clarinetto in primo piano e la fisarmonica a sostenerne i cambi di umore; subito dopo, lo “Zhok” (02-37-971), danza ternaria associata anche al corteo nuziale, introduce un moto circolare che prepara alla festa. I due “Freylekhs” (03-38-1058, 25-65-1838) aprono il banchetto con una serie di slanci danzanti in cui la coppia dimostra pienamente la propria intesa, passando da intrecci serrati a momenti in cui uno strumento si ritira, lasciando all’altro lo spazio di spingere il groove. “Zayt zhe mir gezunt, mayne tayere eltern” (Mak 5-4-260), “arrivederci miei cari genitori”, segna il momento più emotivamente esposto: secondo le note, era la melodia della sposa che lascia la casa paterna, e nell’interpretazione di Baselli e Casadei diventa un monologo trattenuto, senza enfasi, tutto giocato su sfumature e micro-pause. La parte finale segue il congedo: il “Gasn Stikl” (1-32-117), da suonare “a mezzanotte dopo che gli ospiti hanno bevuto”, ha una leggerezza un po’ sbilenca che il duo rende con piccoli sfasamenti ritmici e un tono quasi ebbrezza controllata; il “Freylekhs” (Mak 6-27-274) è il saluto ai parenti della sposa, ultima fiammata danzante prima della chiusura. “A gute nakht” (Mak-117-215) congeda gli invitati, ma non prima di un’ultima danza, lo “Yidisher Tants” (13-48-1321), che condensa in pochi minuti l’escursione emotiva dell’intero album, tra allegria, ironia e un velo di malinconia. “Dobranotsh” (03-38-1067), “buonanotte”, chiude il cerchio con una semplicità che evita ogni retorica commemorativa: è un saluto, ma anche la promessa implicita che quella festa può ricominciare ogni volta che si torna ad ascoltare. Registrato nel giugno 2025 al DV Studio di Crema, con la regia sonora di Gabriele Zanetti, il disco è completato da un booklet firmato dallo stesso Baselli, dalle fotografie di Gabriele Battista e dai crediti che riconoscono il ruolo della Vernadsky National Library, del Klezmer Institute, dei volontari del KMDMP e dell’Institute for Information Recording di Kiev per il materiale storico della prima traccia. “Fun a velt vos iz nishto mer” è, in definitiva, meno un “album klezmer” nel senso commerciale del termine e più un atto di restituzione: musica di un mondo che non c’è più, riportata al presente non come reliquia, ma come lingua viva, capace di far ballare e pensare nello stesso tempo. 


Salvatore Esposito

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