Parliamo di un libro-cd pubblicato dalla label toscana Radicimusic, ormai una delle poche etichette discografiche del Belpaese rivolte a promuovere musica di derivazione tradizionale. La confezione, comprendente un volume di 128 pagine con il supporto audio di poco meno di 38 minuti di musica scaricabile nei formati liquidi, è venduta al prezzo di euro 25.
“Di legno e di pelle” porta come sottotitolo: “musiche, storie e immagini della piva emiliana”. A condurci nel mondo di una delle cornamuse italiane tra scritti organologici, foto, disegni tecnici dello strumento, racconti, spartiti, una guida all’ascolto e, naturalmente, musiche, è il Trio Ciocaia, formato da Fabio Bonvicini (piva, organetto diatonico e voce), Ferdinando Gatti (piva, chitarra e voce) e Marco Mainini (voce, piva e piffero), musicisti autorevoli del circuito neo tradizionale e della ricerca etnografica dedicata ai rituali dell’Appennino emiliano.
Il lavoro, frutto di pubblicazioni, ricerche sul campo e documenti sonori risalenti agli ultimi decenni del Novecento, è dedicato al compianto Francesco Benozzo, ricercatore, studioso, poeta e musicista, specialista nell’arpa celtica, che ci ha lasciati troppo presto. Il progetto si configura come autorevole sinergia tra musicisti e studiosi di strumenti i cui modelli storici sono conservati al Museo Guatelli di Ozzano Taro, nel parmense, e che sono stati riprodotti da diversi costruttori (tra cui lo stesso Ferdinando Gatti) per tornare a suonare. Strumento dal canneggio composto da un chanter e due bordoni, maggiore e minore, la piva emiliana è progressivamente divenuta desueta dopo il secondo conflitto mondiale fino all’estinzione, ma in virtù dell’opera di ricercatori – qui ci piace ricordare il compianto Bruno Grulli, che è stato anche collaboratore di questa testata –, e liutai, a cominciare dal seminale e meritorio lavoro di Franco Calanca, ha ritrovato spazio nel circuito della nuova musica tradizionale e folk, messa in organico da gruppi e solisti di riproposta tradizionale acustica ma anche al centro delle sperimentazioni folk-rock dei Fiamma Fumana. La rinascita dello strumento ha portato anche alla realizzazione di nuove fogge con modifiche a carattere organologico (materiali, variazione del numero di fori sulla canna del canto per consentire maggiore estensione e consentire cromatismi, stabilità di intonazione con ance di plastica, ecc.).
L’intento divulgativo della trattazione del Trio Ciocaia comporta la scelta di un impianto scorrevole e piano, che pur non rinunciando all’accuratezza analitica, non intende rivolgersi a un pubblico di specialisti. Non da ultimo, l’intervento intende supplire a una mancanza di opere monografiche sullo strumento, nonostante la piva sia stata al centro di ricerche e saggi apparsi nel corso degli anni in più riviste specializzate. Così, accanto ai contributi storici e organologici de “La piva, appunti etnomusicologici” e “Dal legno alla piva”, che pongono anche la cruciale questione di quali repertori per piva eseguire a fronte della mancanza di registrazioni storiche, si rivelano notizie, repertori, storie e racconti intorno allo strumento in “Tutto quello che avreste voluto sapere sulla piva e non avete osato chiedere”, un contributo che non si fa mancare una vena ironica nel mettere a nudo gli stereotipi che ancora circolano intorno agli aerofoni a sacco, da nord a sud dell’Italia. Conoscenza di prassi strumentali e della cultura della piva arrivano dall’“intervista impossibile” a Giovanni Jattoni, detto il Ciocaia (1869-1938), uno degli ultimi grandi suonatori di piva emiliana dell’appennino parmense, e dalla raccolta miscellanea “Aneddotica”. Segue una presentazione delle nove tracce eseguite dal trio, raccolte nel cd (e – come detto – scaricabili con un redeem code di bandcamp, fornito nel volume). A completamento una bibliografia di riferimento, una sitografia per gli approfondimenti e gli spartiti dei brani eseguiti dal trio.
Passando alla musica suonata dal Trio Ciocaia, la prima traccia, “La Marietta”, è un canto d’amore per voci e piva proveniente dal repertorio dei fratelli Gianbattista e Piernando Olmi dell’area reggiana. Un inizio significativo dato dalla sperimentazione del canto sulla piva. Si arriva subito al repertorio a ballo per il trio piva, organetto e chitarra che propone “Pulcrine”, crasi tra polca e manfrina: si tratta di balli raccolti da Giuliano Biolchini sull’appennino modenese. “Allemanda” rimanda ai rapporti e scambi tra mondo colto e popolare: la composizione seicentesca di Giovanni Maria Bononcini è adattata al suono di tre pive emiliane dall’analoga tessitura. La chitarra accompagna le voci nella storia di un matrimonio combinato tra una giovane e il vecchio marito di “A Mezzanotte In Punto”, il cui profilo melodico è ripreso nella seconda parte del brano da piffero e piva. Segue un medley che mette insieme il ballo di Mantova (“La mantovana”), melodia diffusa fin dal ‘500 anche in forma di basso ostinato, e “Piva ed Paganèin dal Sérc”, dal repertorio di Paolo Orlandi, che fu un ricercatissimo violinista, soprannominato proprio Paganéin (ossia Paganini in dialetto, in onore del compositore e violinista genovese) per la sua abilità. In “Oh vilàn, pèra só chi bó”, uno dei canti più diffusi in Emilia-Romagna e nella vasta area culturale che dalle Alpi raggiunge l’Appennino, il trio mette in mostra la sua qualità polivocale prima di dare spazio alla sezione danzante strumentale per organetto, piva e piffero. Ancora tre pive all’opera in “Sarabanda, Corrente e Giga” di Giuseppe Colombi, che fu musicista e compositore attivo alla corte estense nella seconda metà del Seicento. Si ritorna al canto sulla piva e al repertorio degli Olmi con “La Linda”, storia della vendetta di una ragazza tradita dall’amante, eseguita con voci e piva. Infine, dalle ricerche sui rituali del Maggio di Fabio Bonvicini, ecco pararsi la “Polca di Riolunato” in un riuscito arrangiamento in trio di piva, organetto e chitarra.
Il Trio Ciocaia ci consegna così un repertorio costellato di preziose testimonianze sonore che rappresentano un’ipotesi di direzione da prendere per costruire un repertorio, attingendo a brani di tradizione orale adatti alla strumentazione, brani di origine colta che si adattano all’aerofono, canti narrativi in cui la piva assolve alla funzione armonica e di colore timbrico.
Tra le pieghe di questa narrazione a più voci, felice sintesi tra rigore documentario, narrazione scorrevole e vitalità esecutiva, la piva emiliana trova la sua legittimazione artistica e storica.
Ciro De Rosa
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