NEST Musical Incubator: costruire un ecosistema musicale dove manca tutto (tranne il talento)

Tra leggi ferme all’Impero Ottomano, guerre e mercati frammentati, l’iniziativa di Samer Jaradat punta a trasformare il talento dell’area SWANA in un’industria sostenibile, sfidando i miraggi delle statistiche sullo streaming.

Napoli, Sala Martucci del Conservatorio San Pietro a Majella. È venerdì 28 novembre e il pubblico di Napoli World si prepara a un panel che sulla carta doveva essere un dialogo a due voci. Ma l’assenza per malattia di Imani, collega e amico del relatore, si trasforma in un’opportunità: Samer Jaradat decide di cambiare tutto e di raccontare per intero la storia che sta dietro NEST Musical Incubator, il progetto che dal 2023 sta provando a fare quello che nessuno aveva ancora tentato nell’area SWANA — Sud-Ovest Asiatico e Nord Africa — cioè costruire un’industria musicale dove non esiste praticamente nulla, se non il talento. Samer Jaradat non è un teorico. È un musicista che nel 2003 saliva sui palchi con band e progetti di mentorship, per poi spostarsi nel 2008 verso il management e l’editoria musicale. Nel 2010 fonda Jaffa Productions, un hub musicale in Palestina che diventa punto di riferimento per l’ecosistema locale: master universitari in musica, programmi formativi, connessioni internazionali. Nel 2014, dopo aver completato un Master alla Berklee, decide di concentrarsi sul business musicale. E da lì nasce l’idea che darà vita a NEST.

Dietro i numeri brillanti, una realtà scomoda
Prima di parlare di NEST, però, Samer Jaradat vuole che chi ascolta capisca davvero il contesto. Perché dietro i titoli sensazionalistici che dipingono Medio Oriente e Nord Africa come “il mercato a più rapida crescita del mondo” si nasconde una verità molto più complessa, e spesso scomoda. “La nostra regione ha molti nomi”, spiega. “La chiamano MENA, Medio Oriente e Nord Africa. Ma noi preferiamo SWANA, South West Asia and North Africa, perché è una descrizione geografica più precisa”. È un dettaglio che
racconta già qualcosa: la necessità di riappropriarsi anche del linguaggio, di definirsi senza etichette imposte dall’esterno. Tutti hanno visto i report dell’IFPI, dell’UNESCO, delle grandi istituzioni che studiano l’industria musicale globale. Tutti hanno letto che l’area SWANA è in espansione, che i numeri crescono, che il digitale sta esplodendo. E il dato più citato è questo: il 90-95% dei ricavi dell’industria musicale proviene dallo streaming. Nei media di tutto il mondo, questo numero viene celebrato come un trionfo. Per Samer Jaradat, invece, è un allarme rosso. “Non ho mai visto una percentuale così alta in nessun altro paese del mondo”, dice con tono misurato ma fermo. “Significa che questa è l’unica fonte di reddito. Significa che non abbiamo un sistema reale di raccolta delle royalty, non abbiamo un settore editoriale strutturato, non c’è un’industria del live. In altre parole, non abbiamo un ecosistema”. Certo, la domanda c’è. La metà della popolazione ha meno di 30 anni, i giovani consumano musica come un movimento culturale, gli abbonamenti alle piattaforme stanno diventando familiari. Questi sono segnali positivi. Ma quando il 95% dei soldi arriva da una sola fonte, vuol dire che tutte le altre — concerti, diritti editoriali, sincronizzazioni, merchandising — o non esistono o sono irrilevanti.

Leggi vecchie di un secolo e governi assenti
Il problema non è solo economico, è strutturale. In Palestina, ad esempio, le leggi sulla proprietà intellettuale risalgono ancora all’Impero Ottomano, oltre cento anni fa. Non è un’esagerazione retorica, è un dato di fatto. Serve un aggiornamento radicale, ma per ora nessuno lo sta facendo. E poi c’è il supporto pubblico, che è praticamente inesistente. Secondo i dati UNESCO, il supporto governativo alla cultura nell’area SWANA non supera in media lo 0,3% del budget nazionale. In Europa è l’1,2%. In Giordania si 
scende allo 0,1%, in Palestina allo 0,5%. “Non è considerato rilevante”, commenta Samer Jaradat con una punta di amarezza. Senza sostegno pubblico, senza dati affidabili, senza ricerca strutturata, diventa quasi impossibile per chi lavora nel settore — artisti, manager, policy maker — costruire programmi, fare previsioni, pianificare il futuro. Mancano le basi.

Guerra, frammentazione, immobilità
E poi c’è la guerra. Non è un dettaglio marginale, è la cornice dentro cui tutto accade. Gaza, Libano. Conflitti che distruggono vite, culture, economie. “Ma noi abbiamo sempre questa speranza, questa passione di continuare”, dichiara Samer Jaradat. Non è retorica, è resilienza concreta. Il problema strutturale forse più difficile da risolvere è la frammentazione geografica e politica. Siria, Libano, Palestina, Iraq, Giordania: sono mercati troppo piccoli e, soprattutto, troppo disconnessi. “Dal punto di vista del business, parliamo di mercati molto piccoli. E se non sono connessi tra loro, non si può parlare di sostenibilità o di un’industria che generi reddito”.
Organizzare un tour per un artista che vada da un paese all’altro è quasi impossibile. Visti, mobilità, confini. “Non è possibile far girare un artista tra Siria, Giordania e Palestina”, spiega Samer Jaradat. Questo rende tutto ancora più complicato, anche dal punto di vista politico.
Certo, ci sono eccezioni. In Arabia Saudita, negli Emirati Arabi, in Marocco, la scena live sta crescendo rapidamente, con investimenti importanti e strutture nuove. Ma in Palestina e Libano, negli ultimi due anni, la scena dei concerti è stata sostanzialmente azzerata. Sopravvive solo in forma underground: matrimoni, feste private, eventi non tracciabili che non producono dati, non generano statistiche, non alimentano l’industria.

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