Gerardo Balestrieri non perde l’ispirazione e torna con il suo quindicesimo dal titolo lolliano: “Canzoni di rabbia e di guerra”. Otto tracce scritte, arrangiate, prodotte da Balestrieri che insieme a Carlo Di Gennaro cura la produzione artistica. In apertura troviamo il rock sporco di “50mila morti” (“Morti morti 50mila morti, mentre intorno tutto tace, è un deserto di morti e lo chiameranno pace”) impreziosito dalla voce di Pier Paolo Capovilla che riecheggia Carmelo Bene. “Festival” (“Se un giorno dovessi andare a Sanremo, direi che su quel palco ci sono già stato, ma era un’altra rassegna, era un altro spessore, era un'altra storia, era la mia, era un’altra stagione”), sostenuta da un arpeggio di chitarra classica, è una dedica al Club Tenco, quello puro di una volta. “Kurtz” (“Ricordo quella volta vaccinammo dei bambini malandati poi tornammo che qualcuno delle braccia li aveva mutilati, erano là in un mucchio di piccoli membri e io ho pianto ho pianto come piangono le madri”) è un polveroso blues con armonica a bocca che omaggia il personaggio di Marlon Brando nei film “Apocalypse Now” di Coppola. “Neanche una parola in occidente” (“Nessuna iniziativa per fermare, per placare questo bagno di sangue, la distruzione di un popolo solo, il massacro di civili ed innocenti, vi è solo un rapporto di forza, un bastone tra i denti”) ha echi etno-punk, molto anni Ottanta. Incisiva, trascinante la successiva “Chissà” (“Chissà che si prova nello stuprare una donna, torturare un ragazzo o ferire un cecchino per quel gusto di bava, quella bava che torna per l’odore di Napalm che ci piace al mattino”). Invece, “La paura” (“Chi ci sovrasta di incubi e non sa più sognare, è di solito un vecchio che non vuole lasciare, un mastino, un molosso che non molla la presa, che di notte si vizia e il mattino va in chiesa”) è un valzer retrò scandito dal clarinetto, con un’acida chitarra elettrica. Di grande intensità “Si fa presto a cantare d'amore” (“Nella paralisi di questa stanza riecheggia la voce del radio giornale, un altro uomo è caduto al lavoro, un’altra ragazza che è finita male, Nella paralisi di queste macerie, vedo in giro solo facce più serie, visi oscurati dall'apprensione”) cullata dal violoncello, che ci porta al finale con l’evocativa “Mare” (“Mare color cielo perché mi hai lasciato solo, che io veda un artiglio che mi afferri in volo, che mi porti al nido delle sue creature, come un nuovo figlio”).
Un lavoro genuino, minimale nella sua confezione, con i testi scritti a macchina come una volta e gli arrangiamenti alquanto azzeccati. Balestrieri ci parla dei nostri tempi con un linguaggio crudo, spigoloso, che scuote le coscienze e denuncia la violenza. Un disco militante, barricadero, urgente e necessario.
Marco Sonaglia
Tags:
Storie di Cantautori
