Il libro che andiamo a commentare è un interessante volume dal titolo “Fronne americane. I canti a fronne ‘e limone della tradizione campana nella produzione discografica etnica americana (1909-1930)” scritto da Giuliana Fugazzotto, etnomusicologa, dottoressa di ricerca in “Studi audiovisivi: cinema, musica e comunicazione”, docente di Informatica musicale e di Etnomusicologia presso le Università degli Studi di Bologna (DAMS) e di Udine-Gorizia, nonché presidente della SOFOS, Società italiana degli studi sulla fonoriproduzione storica. L’obiettivo del testo è porre l’attenzione su alcune incisioni di cosiddetti canti “a fronne ‘e limone” realizzate in America nei primi decenni del ‘900. Ma prima bisogna comprendere il contesto storico su cui si basa il libro.
Convenzionalmente, nel 1880, con il brano “Funiculì Funiculà” (Luigi Denza – Giuseppe Turco), nasce la canzone napoletana definita “classica”, quindi caratterizzata dalla struttura con strofa e ritornello e legata alle logiche di mercato dell’industria discografica. Le nuove canzoni si diffonderanno così con il proliferare delle riviste musicali, dei festival, come quello di Piedigrotta, fino a superare i confini nazionali e arrivare perfino in America. Ecco che entrano in gioco le grandi case discografiche americane, come la Columbia e la Victor, che scoprono il business del mercato “etnico” e nel 1908 iniziano a dar vita a un’apposita produzione musicale con tanto di specifici cataloghi nelle lingue delle diverse comunità di immigrati: i dischi della serie E (ethnic).
Negli anni di maggiore produzione del repertorio etnico, 1918-1928 circa, le incisioni si dividono in musica strumentale e repertorio vocale. I testi sono composti soprattutto in napoletano e in siciliano e, secondo la logica del mercato discografico di allora, un brano vocale è più richiesto e vendibile se accompagnato da strumenti. Ma è proprio qui che inizia l’argomento d’interesse di Giuliana Fugazzotto: tra tutte le incisioni della produzione americana si può notare la sopravvivenza di alcune forme vocali della tradizione campana, cioè i canti a fronne ‘e limone, che si possono considerare una rara e importante presenza documentaria.
I canti a fronne ‘e limone erano e sono ancora oggi dei generi di canto privi di accompagnamento strumentale praticati nelle aree geografiche di Caserta e Salerno. Il genere prende il nome dall’espressione “fronn’ ‘e limone” intonata all’inizio del canto e spesso sostituita da altre forme stereotipate come “arbero ‘e noce”, “‘o mare e ‘a rena” etc., le quali hanno una metrica simile. Dal punto di vista dei contenuti, ci sono principalmente tematiche d’amore e di scherno. Vengono intonati o da un solo cantore o da più persone. Da qui, l’autrice propone un’interessantissima analisi musicologica di dodici incisioni recuperate dalla produzione americana di inizio ‘900 che permettono di capire anche i cambiamenti delle “fronne” in relazione al mercato discografico. Inoltre, ogni brano è ascoltabile tramite la scansione di un codice QR.
Ponendo l’attenzione su alcune delle dodici incisioni, la prima proposta è la “Cantata a fronna ‘e limone” (1909-1911) della Compagnia Pantalena, brano estrapolato dal testo teatrale “Montevergine” di Domenico Romano, ispirato alla tradizionale Festa della Madonna di Montevergine praticata in provincia di Avellino. Il tema dell’opera verrà ripreso anni dopo dal commediografo Raffaele Viviani nel suo testo “’A festa ‘e Muntuvergine”. In una scena in particolare ci sono dei cantori che intonano canti non a fronne ‘e limone, ma “a ffigliola”. Qual è la differenza tra “a fronne ‘e limone” e “a ffigliola”? Non è facile dirlo perché entrambi sono monodici e non hanno strumenti, ma, per quel che si può leggere nel libro dell’autrice, forse l’elemento che differenzia il canto a ffigliola dalla fronna è la presenza di un intervento corale alla fine della frase solista che cadenza con l’espressione “a ffigliola”. In questo caso si ha a che fare con un prodotto ancora lontano dalle logiche del mercato discografico, cosa che non si può dire, per esempio, per la terza incisione proposta nel libro: “Napule mio” (1920) di Pasquale Tammaro. Non si tratta di una fronna vera e propria, ma di una canzonetta con delle sezioni a fronna ‘e limone. In più, si può ascoltare un accompagnamento di un mandolino e di una chitarra, strumenti molti ricorrenti nella musica a Napoli, ma non nei canti a fronna o a ffigliola.
Il cambiamento dei canti a fronna si nota soprattutto in un’altra incisione proposta, cioè “Fronn’ limons’ facstrott” (1923), addirittura musicata da E.A. Mario (“Tammurriata Nera”). Si tratta di una vera e propria via di mezzo tra tradizione e innovazione. Sembra quasi che la fronna si stia adattando a uno stile musicale differente allo stesso modo di come gli italiani si sono adattati al nuovo stile di vita americano quando si sono stabiliti nel continente.
Altre incisioni di grande interesse proposte nel libro vedono di nuovo Pasquale Tammaro, ma adesso in collaborazione con il musicista Luigi Donadio. L’accostamento dei due autori per il testo e la musica è tipico della canzone napoletana classica. Siamo sempre nel 1923 circa ed è ormai molto difficile parlare di fronne. Si ha a che fare con delle canzoni a tutti gli effetti con citazioni e rimandi alle fronne. In più, sono presenti non solo chitarre e mandolini, ma anche sezioni di fiati che richiamano la tradizione bandistica.
Cosa si può comprendere da tutto questo? Se è vero che è importante mantenere viva una tradizione con tutte le sue caratteristiche, è anche vero che, per far sì che sopravviva, bisogna adattarla alle logiche del contesto in cui viene portata. Nel caso del canto a fronna, la tradizione vuole che non abbia un accompagnamento strumentale e gli americani lo hanno perfettamente capito, ma, dato che volevano vendere più prodotti musicali possibili, hanno portato avanti una via di mezzo tra la fronna in sé e la canzone con strofa e ritornello. Così probabilmente hanno accontentato più fette di pubblico di ascoltatori. Una logica simile potrebbe essere riconducibile anche ad altri contesti musicali, come il jazz con tendenze blues, il pop-rock etc. Praticamente è stato realizzato un “sottogenere” del canto a fronne capace di avvicinare tutti.
Nel complesso, il volume di Giuliana Fugazzotto (per il quale è stata annunciata anche un’edizione in versione cartacea) si rivela un contributo di grande valore non solo per gli studiosi di etnomusicologia, ma anche per la comprensione dei processi di trasformazione e adattamento della tradizione musicale campana nel contesto migratorio americano. Attraverso un’accurata analisi storica e musicologica delle incisioni a fronne ‘e limone, l’autrice riesce a mostrare come queste forme vocali, nate in ambiti locali e lontane dalle logiche commerciali, siano sopravvissute e si siano progressivamente modificate all’interno del mercato discografico etnico statunitense. Il libro mette in luce non solo l’importanza documentaria di tali registrazioni, ma anche il loro significato simbolico, come testimonianza di identità culturale e di negoziazione tra tradizione e modernità. Grazie anche alla possibilità di ascoltare direttamente i brani analizzati, si ha tra le mani uno strumento prezioso per chiunque sia interessato ai rapporti tra musica, migrazione e industria culturale.
Le incisioni analizzate diventano così documenti sonori di un adattamento culturale profondo, in cui nulla resta immutato ma nulla va perduto.
Francesco Tommasino
