NEST Musical Incubator: costruire un ecosistema musicale dove manca tutto (tranne il talento)

 NEST: quando il privato colma il vuoto pubblico

È in questo contesto — complesso, frammentato, instabile — che nasce NEST Musical Incubator. Samer Jaradat e il suo team decidono di non aspettare che i governi si attivino, che le istituzioni creino infrastrutture, che le leggi cambino. Decidono di intervenire come iniziativa privata, per supportare le comunità e le carriere degli artisti.
“Volevamo essere parte di questo processo, volevamo contribuire”
, racconta. Perché la maggior parte degli artisti di successo della regione, quelli che ce l’hanno fatta a livello internazionale, hanno le loro radici commerciali in Europa o negli Stati Uniti. Etichette, editori, manager: tutto è fuori. Il valore economico generato dagli artisti SWANA circola altrove, non torna nei paesi d’origine.
Nel 2023, NEST parte come progetto pilota. Non ci sono dati, non ci sono modelli testati, non ci sono certezze. L’idea è semplice ma ambiziosa: sperimentare una struttura e una tecnologia che metta insieme il lato creativo — pieno di energia, talento, potenziale — e il lato business — pieno di lacune, problemi, mancanze. “Volevamo vedere se funzionava. Volevamo praticare, implementare, imparare facendo”, dice ancora Samer Jaradat. E funziona. Al primo bando, arrivano più di 300 candidature. Ne vengono selezionate 40. E parte il viaggio.

Un ecosistema che nasce dal basso
NEST è un programma a bando aperto, rivolto a professionisti creativi di tutta la regione SWANA. Dura sette mesi e si articola in tre fasi distinte, pensate per coprire sia lo sviluppo creativo che quello commerciale. La prima fase si chiama Global Needs (Bisogni Globali). È dedicata alla conoscenza creativa. Si organizzano masterclass e workshop, si invitano curatori ed esperti da tutto il mondo. I temi dell’ultimo ciclo sono stati tre: identità artistica, diritto d’autore, marketing digitale. L’obiettivo è costruire consapevolezza, dare strumenti concettuali. La seconda fase è Sustainable Creation (Creazione Sostenibile). Qui si passa alla pratica. Si organizzano campi di produzione, sessioni di songwriting collettivo. Artisti e produttori vengono portati in studio, lavorano insieme, creano tracce. Non si tratta di produrre musica per pubblicarla, ma di imparare a collaborare, a confrontarsi, a costruire insieme. La terza fase è Sustainable Future (Futuro Sostenibile). Qui entra in gioco il supporto strategico di lungo periodo: mentorship che può durare da uno a due anni, con il coinvolgimento di partner internazionali dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal Canada. Perché NEST non vuole solo formare artisti, ma aprire porte. Agire come una porta di accesso per partner globali che vogliono entrare nel mercato SWANA in modo equo e sostenibile.

Un modello ibrido nato per necessità
Il primo ciclo di NEST si è svolto interamente in presenza. Era prima della guerra, e Samer Jaradat racconta che furono invitate delegazioni da tutto il mondo. Ma poi la situazione è cambiata. L’ultimo ciclo è stato quasi tutto online. “Abbiamo scoperto che il modello online ha permesso a molti artisti della diaspora — quelli che vivono in Europa, negli Stati Uniti, in giro per il mondo — di partecipare. Non sarebbe stato possibile per loro venire fisicamente”, spiega. Così NEST è diventato ibrido, non per scelta strategica iniziale, ma per necessità. E questa necessità si è rivelata un’opportunità. Dopo tre cicli, il programma ha coinvolto artisti di generi, stili e background completamente diversi. “Siamo molto aperti, non ci concentriamo su un genere specifico. Vogliamo rappresentare la diversità della nostra scena”, osserva Samer Jaradat.

“Non siamo un’etichetta. E non lo saremo mai”
Durante il panel, una domanda del pubblico va al cuore del modello di business: NEST aiuta gli artisti a pubblicare musica? Diventerà un’etichetta? Una label interna? 
La risposta di Samer Jaradat è netta. “No. Non siamo nel business delle etichette, e non lo saremo. Crediamo che non sia giusto per gli artisti. Devono avere la piena trasparenza per scegliere il loro percorso”.
NEST usa la produzione musicale come strumento pedagogico, non come fine commerciale. “Vogliamo che gli artisti sviluppino le loro capacità di collaborazione, che imparino a fare pitching, a proporre la loro musica, a negoziare con etichette e editori. Non vogliamo essere noi l’etichetta”. È una scelta etica,
ma anche strategica. Perché il problema di fondo è che le radici commerciali degli artisti di successo della regione sono quasi sempre all’estero. E NEST vuole cambiare questo schema, non replicarlo. “Stiamo sviluppando con i nostri partner un modello di co-publishing, cioè di co-edizione tra editori locali ed europei. Così creiamo una situazione win-win, un modello più equo che può portare benefici a entrambe le parti. E soprattutto, può far sì che questi artisti riportino valore nei loro paesi, nelle loro comunità locali”. Dopo tre cicli, NEST ha già diversi artisti in questo tipo di partnership. “Ma ci vuole tempo, e ci vogliono risorse. Stiamo crescendo piano, ma stiamo crescendo”, chiosa Samer Jaradat.

La comunità che non era prevista
C’è un “effetto collaterale” di NEST che nessuno aveva pianificato: la nascita di una comunità musicale solida e permanente. “Non avevamo previsto di creare una comunità nella nostra regione”, ammette Samer Jaradat. “Ma sta diventando sempre più forte, ed è diventata una delle comunità musicali più solide dell’area”. NEST non si esaurisce nei sette mesi del programma. Ci sono attività prima, durante e dopo. Eventi sociali, incontri, collaborazioni che continuano nel tempo. “Parliamo di almeno quattro anni di relazioni, non solo sette mesi”, spiega. Nell’ultimo anno, questa comunità è stata particolarmente attiva, nonostante — o forse proprio a causa — della situazione difficile. La musica diventa un modo per resistere, per costruire legami, per immaginare un futuro.
Durante il dibattito, qualcuno dal pubblico solleva un punto cruciale: NEST si concentra sugli artisti. Ma che dire degli altri professionisti dell’industria? Manager, booker, promoter, editori. Figure che nella
regione SWANA sono quasi inesistenti. “Ogni giorno artisti vengono da me cercando un manager”, racconta chi lavora nel settore. “C’è una mancanza enorme di professionisti. State pensando di fare qualcosa anche per loro?” Samer Jaradat annuisce. “Sì, è nei nostri piani. Ma richiede metodologie diverse, risorse diverse. E poi c’è il problema che i nostri mercati sono troppo piccoli e disconnessi. Un programma per manager o editori non può mirare a un singolo mercato locale. Deve avere una dimensione più grande, sovranazionale”. È una sfida complessa, ma Samer Jaradat è consapevole che senza questi professionisti, l’ecosistema non potrà mai chiudersi. “C’è un bisogno enorme di formare persone che lavorino e servano la nostra industria. Lo sappiamo, e ci stiamo lavorando”.

Un ponte che resiste
Alla fine del panel, resta l’immagine di NEST come qualcosa di più di un programma di formazione. È un ponte. Un ponte tra il talento della regione SWANA e il resto del mondo. Un ponte tra il lato creativo, pieno di energia, e il lato business, che ancora non esiste. Un ponte tra artisti che vivono nei loro paesi e artisti della diaspora sparsi per il mondo. È un ponte costruito nonostante tutto: nonostante la guerra, nonostante le leggi vecchie di un secolo, nonostante i mercati frammentati, nonostante l’assenza dei governi. È un ponte costruito con ostinazione, competenza, visione. E con quella “speranza e passione di continuare” di cui parla Samer Jaradat. Perché dove mancano le strutture, dove manca tutto tranne il talento, l’unica strada è costruire dal basso. E trasformare il talento stesso in infrastruttura.

Salvatore Esposito

Posta un commento

Nuova Vecchia