“Cantami, O Müsa”, la cornamusa delle Quattro Province raccontata da Daniele Bicego

 Lo strumento era scomparso, poi intorno all’inizio degli anni ‘80 è stata rimessa in funzione gruppi del folk revival italiano come Barabàn e La Ciapa Rusa ed anche nell’area delle Quattro Province. Possibile inquadrarne l’uso in quel contesto revivalistico e del ballo?
La domanda richiederebbe un lungo approfondimento; in breve si può dire che tutti i gruppi che hai citato sono stati i primi, in maniera lodevole, a varare una ripresa dello strumento anche se parziale, intendo dire che nel frattempo i gusti musicali sono cambiati e i gruppi hanno dovuto presentare una proposta più eterogenea come arrangiamenti e utilizzo degli strumenti tradizionali e non, quindi non specificatamente incentrata sull'utilizzo della müsa. In parole povere lo strumento veniva utilizzato, in concerto e nelle produzioni discografiche, in tre-quattro brani al massimo. Rimane indubbiamente il merito, a questi gruppi, di aver profuso un grande sforzo nel revitalizzare uno strumento estinto, talvolta con ottimi risultati già al primo tentativo.
 
Cosa è accaduto da allora ad oggi nella rinnovata diffusione dello strumento?
Purtroppo non sono stati fatti grandi progressi, nel senso che il numero di suonatori è sempre molto esiguo ed è raro sentirla suonare in un concerto o festa da ballo; inoltre il fatto che è indissolubilmente legata al piffero la limita precludendone l'uso in altre occasioni o generi musicali.

Quali repertori erano suonati con la müsa e come sono cambiati con le nuove mode coreutiche?
Si suonava il repertorio di balli più antichi, quelli danzati in cerchio: alessandrine, monferrine, piane, gighe... con müsa e piffero in duo, solo in seguito la fisarmonica ne ha preso il posto. La müsa si adatta meno bene, invece, alle danze di coppia come valzer, polca, mazurca. Con il mio trio (Lampetròn) suoniamo tutto il repertorio, ma mentre nelle danze antiche cerco di ricostruire uno stile autentico, i brani moderni sono frutto di un lavoro di arrangiamento più legato alla pratica attuale.
 
Come si è giunti a comprendere come eseguire le musiche il repertorio di questa cornamusa? E come sei riuscito a comprendere il meccanismo, la funzionalità, la logica dello strumento?
Non esistendo alcuna registrazione, notazione o testimonianza precisa dei suonatori del passato, ho fatto un grande lavoro individuale dove larga parte ha avuto la pratica musicale concreta. Fin dall'inizio ho avuto la fortuna di suonare con dei pifferai molto capaci (il primo è stato Marco Domenichetti) e poco alla 
volta, lavorandoci insieme, ho potuto costruire uno stile personale. Inizialmente (come nella tendenza più comune) ho provato a suonare in modo omoritmico rispetto alla melodia del piffero, cioè semplicemente usando le stesse figure ritmiche per creare una seconda linea, in armonia con la prima. A prima vista parrebbe che i due strumenti siano tagliati per suonare a terze parallele, la soluzione più elementare di tutte. A un certo punto mi sono reso conto che questo approccio era errato e creava più confusione che altro. Ho tentato quindi una strada completamente diversa, che credo essere quella più efficace e anche più vicina, per quanto ne posso capire, allo stile del passato.
 
Ci sono modelli storici dello strumento? Dove sono conservati?
Nel volume che ho pubblicato ne ho catalogati e misurati 21, ma la maggior parte di essi conserva solo parti isolate: un chanter, un segmento di bordone, ecc. Se li accoppiamo per ottenere strumenti completi, non se ne contano più di 11-12. Alcuni strumenti sono nel Museo Guatelli di Ozzano Taro, altri al Lascito Cuneo di Calvari, uno al National Museum di Edimburgo, altri in collezioni private. Anche io ne possiedo un esemplare completo.
 
Sono solo sacche e canne o ci sono anche le ance degli strumenti storici per “sentire il suono”?
Di ance ne sono rimaste pochissime. Una è con lo strumento di Edimburgo ma è rotta, qualcun'altra al Museo Guatelli. Lo strumento di cui sono in possesso io ha sette ance, di cui solo una funzionante. Ho fatto delle prove per sentirne il suono, con risultati poco soddisfacenti: teniamo conto che ha più di 100 anni...
 
Come accennavi prima, hai pubblicato il libro “Cantami o Müsa”. Con quale intento? Come è articolato il volume?
È nato come raccolta delle misure di tutti gli strumenti originali, con disegni tecnici accurati allo scopo di poterli ricostruire uno ad uno: tramandare le misure esatte doveva essere lo scopo principale del lavoro. Poi ho pensato di allegare un disco, suonato solo con piffero e müsa, un progetto che avevo nel cassetto da tanti anni. Alla fine ho aggiunto altri capitoli, con una parte storica, etimologia, biografia dei suonatori, cenni sul folk revival, ecc.
 
Da costruttore, come hai operato per ricostruire lo strumento?
Il primo strumento che ho costruito era ispirato alla müsa num. cat. A13 custodita al Museo Guatelli. Ho fatto un paio di copie fedeli e lo strumento suonava con un diapason più basso dell'attuale, cosa che non mi sorprende. Ho così costruito un altro esemplare leggermente più corto, con lievi adattamenti per poterlo avvicinare al temperamento equabile e suonarlo anche in trio con fisarmonica (cosa che facevo già, usando la musa di Bani). Mi sono poi interessato agli strumenti prodotti dal celebre costruttore Nicolò Bacigalupo "U Grixiu", di cui esistono diversi esemplari, in particolare il chanter appartenuto al suonatore "PIllo" di Cegni, che mi è stato gentilmente prestato dagli eredi. Il suonatore e lo strumento si vedono nella foto di copertina del libro. Anche la copia ha dovuto essere adattata allo scopo di suonarla in trio, ma niente paura: gli intervalli rimangono accordati sul bordone, specialmente quelli importanti come la terza e la sesta come la teoria di Zarlino prescrive. Guai a fare altrimenti su una cornamusa. Lo strumento originale, comunque, presenta una scala estremamente inusuale, con una terza (MI) molto bassa e una tonica (DO) stranamente molto crescente. Per suonare il DO naturale è necessario correggere l'intonazione usando il dito mignolo, una tecnica decisamente inconsueta, oltre che scomoda. Ma ho provato a impararla per poter utilizzare lo strumento originale, sfida che presentava non poche difficoltà: nel disco allegato è possibile sentirlo in un brano. 

Che tipologie di strumenti costruisci?
Oltre alla müsa, principalmente cornamuse irlandesi (uilleann pipes) e altre cornamuse dell'area del Nord Italia: pive e baghèt.

Come hai creato il tuo laboratorio? Che attrezzi per la costruzione?
Lo ho assemblato un poco alla volta. Ora ho un totale di 5 torni tra cui un tornio meccanico Ceriani al
quale sono molto affezionato, per i lavori di precisione, e un tornio da legno Woodfast che presi da Andrea Morandini, un collega recentemente scomparso. Poi ho parecchi altri macchinari e utensili, indispensabili per il lavoro. Ogni singola lavorazione necessita di utensili molto specifici.

Che materiali utilizzi? Da dove provengono?
Uso preferibilmente legni esotici, che hanno un alto grado di durezza e stabilità e sono l'ideale per gli strumenti a fiato, sia perchè agevolano una lavorazione precisa che per la rendita sonora finale. Ebano, granadillo, mopane, e legni più rari come bois de rose, ziricote, mutenye, pink ivory... ma ce ne sono tanti altri. Come legni locali utilizzo quasi esclusivamente il bosso, che è un ottimo legno e di gran lunga il migliore tra quelli europei. Sta diventando difficile da reperire e sono felice di averne accumulato una buona quantità nel corso degli anni. Per curiosità ho raccolto anche altre essenze e le ho usate talvolta con risultati interessanti, per esempio giuggiolo, corniolo, terebinto, pruno, mandorlo, nespolo, sorbo... sono invece insoddisfatto di alcuni legni più teneri come pero, melo, acero a mio avviso poco adatti a strumenti come la müsa o ancora peggio le uilleann pipes. Tuttavia, ci sono costruttori che fanno produzione in serie (di altri tipi di cornamusa) e utilizzano legni teneri trattati con resine e altri materiali indurenti che chiudono i pori dando al materiale maggiore consistenza e stabilità, con un risultato sonoro paragonabile a quello di legni molto più duri. Credo che un metodo del genere possa essere una grande opportunità per il futuro in previsione di avere scorte sempre più limitate di legni duri, sia di provenienza esotica che locale.

Ti occupi di tutti gli aspetti della costruzione?
Non faccio le sacche. Forse un giorno mi ci metterò (mi sono già procurato i macchinari) ma finora le ho fatte fare da altri. 

In che rapporto sei con i musicisti e con altri costruttori?
Credo di poter dire che sono molto buoni, negli anni si è creato un grande legame di condivisione e amicizia con parecchi rappresentanti dell'ambiente legato alla musica folk.

Che domanda c’è rispetto agli strumenti che costruisci?
Rispetto alla müsa nello specifico, scarsa. Mi pare di averne fatte 3 o 4 in vent'anni. D'altronde la richiesta riflette il numero esiguo di suonatori in attività, che si contano sulle dita di una mano. Gli altri strumenti hanno ovviamente numeri più alti, di uilleann pipes per esempio ne ho fatte diverse decine. 

Ci racconti del Museo della Müsa?
Devo spiegarti come è nato, perché non è che uno si sveglia al mattino e decide di allestire un museo di cornamuse! Diciamo che negli anni ho iniziato a raccogliere strumenti, e col tempo mi sono fatto un pò prendere la mano... sono arrivato a un punto in cui ne avevo a decine e mi sono detto che avrei potuto farci un museo; una volta trovato lo spazio adatto il progetto è divenuto realtà, anche perché senza un piano ben ordinato la cosa rischiava di andare fuori controllo. La particolarità della collezione è che cerco di mantenere tutti gli strumenti in condizione di utilizzo. Non sono solo oggetti catalogati e riposti in una teca, per trasmettere la loro storia devono suonare, vivere, non sono lì solo per essere guardati. Accanto a ogni strumento c’è una scheda che lo descrive in dettaglio e un QR code che apre un link dove si può vedere un video ascoltandone il suono. Ma soprattutto, dato che agli strumenti faccio manutenzione regolare, posso suonarli di persona al momento, per chi lo richiede. Sebbene io sicuramente non sia, per la maggior parte di essi, il miglior suonatore, penso che non ci sia niente di meglio del sentire il timbro dello strumento dal vivo anziché in una registrazione.

Ci puoi parlare della tua attività di musicista?
Oltre al lavoro con il Trio Lampetròn, che dura da anni e a breve confluirà finalmente nella pubblicazione di un disco, ho diversi altri progetti, principalmente di musica irlandese in varie formazioni oltre a un programma di conferenza/concerto che propongo da solo spiegando e facendo ascoltare diversi tipi di cornamuse. Ultimamente mi sto anche concentrando sullo studio della musette, cornamusa di epoca barocca francese con una storia ricchissima e un vasto repertorio; credo che rappresenti il connubio ideale tra il mio passato di strumentista d’orchestra classica e il presente che dedico agli strumenti a sacco.
 
Che sviluppi futuri prevedi nella costruzione con l’uso di nuove tecnologie e che sviluppi può avere lo strumento?
Sebbene io sia abbastanza convinto che la müsa non si presti troppo a sperimentazioni, negli anni ho fatto qualche prova, per esempio aggiungendo un secondo bordone, o un bordone in tonalità diversa (nel disco si possono sentire alcuni esempi). Una tecnologia nuova che al momento può dare dei risultati in fase sperimentale è la stampa 3d, che col tempo gradualmente migliora molto in precisione e qualità dei materiali, anche se non credo potrà mai sostituire lo strumento fatto con i metodi tradizionali. Io la utilizzo per fare dei prototipi, intendo dire per esempio che se devo fare una copia di uno strumento storico oppure uno strumento in tonalità diversa dallo standard, si può fare una prova in 3d che è un metodo estremamente economico, prima di procedere attrezzandosi per la produzione. Poi lo strumento finale sarà costruito sempre in legno, con i metodi tradizionali utilizzati sino ad ora. Un’altra tecnologia che ritengo molto interessante è l'utilizzo di resine e indurenti sui legni teneri, che ho spiegato prima.

Come passare ad altre generazioni le tue ricerche e la tua maestria?
Per quanto riguarda le ricerche sulla müsa, quello che so è tutto scritto nel libro, non ci sono segreti da tramandare. Lo stile musicale con cui la suono è piuttosto personale, dato che a mio parere ogni suonatore in passato aveva un proprio modo di operare, cioè non riproduceva semplicemente le parti suonate da altri, e oggi ci si dovrebbe porre nella stessa maniera. Se dovessi insegnare a qualcuno a suonare la müsa, magari in un primo momento gli spiegherei cosa faccio io, come esempio, ma poi lo esorterei a trovare
soluzioni personali. La conoscenza del repertorio è indispensabile. Ormai, dopo più di vent'anni che suono questa musica, vado quasi in automatico... non ci sono particolari difficoltà tecniche, o melodie complicate con note ai limiti delle possibilità. Suonare la müsa vuol dire conoscere tutti i brani e avere una propria versione per ognuno, il che richiede anni di pratica: io sono andato a non so quante feste nei paesi più sperduti, a partire da fine anni '90. Ma è un lavoro che alla fine paga. Soprattutto se suoni in trio, perché c'è una difficoltà in più: devi sempre sapere, o perlomeno intuire, cosa sta per fare il fisarmonicista per poterti inserire nel discorso musicale, senza strafare e senza sbavature, altrimenti fai solo dei danni.
Dopo più di dieci anni che suono con i miei compari (Stefano Faravelli e Matteo Burrone) c'è un buon affiatamento anche quando loro improvvisano: tra i musicisti nel tempo si crea una sorta di telepatia che permette di capire in anticipo uno stop, una variazione, un cambio di accordi... poi, non è che non sbagli mai, eh! Ho imparato anche a costo di errori, che purtroppo avvengono, suonando dal vivo. Per quanto riguarda le conoscenze sulla costruzione, non sono così avanzate da meritare di essere tramandate... qualsiasi costruttore di strumenti a fiato conosce queste tecniche. Ho una cartelletta con tutte le misure dei miei strumenti, la metterò volentieri a disposizione di altri se un giorno dovessi interrompere l'attività costruttiva, sempre che a qualcuno interessi. Ma per il momento sto sistemando un nuovo laboratorio, molto bello e spazioso, per cui penso che proseguirò ancora per un bel pò di tempo. La cosa a cui tengo di più è la collezione di strumenti che costituisce il museo, molti di essi sono pezzi unici e rari. Ho la fortuna di avere due collaboratori, Marco Mantelli e Ermanno Pinna, che sebbene purtroppo vivano non vicino alla sede, mettono molta passione e impegno nei progetti dell'associazione. Spero di poter portare avanti con loro tutti gli obiettivi che abbiamo.

Ciro De Rosa

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