Il progetto “Manuša” di Júlia Kozáková, cantante e ricercatrice di Bratislava, forte di studi di jazz, flamenco, “world” e performance musicale contemporanea, ha interessato e colpito la redazione di Blogfoolk, che ha recensito con favore il suo debutto ,“Manuša” (2022), raccolta di canzoni tradizionali dei Rom della Slovacchia e dell'Europa centrale. Un lavoro che ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti: Radio_Head Award 2022 come miglior album di world music, una nomination al premio “Roma Spirit” per il contributo alla cultura romanes, una nomination come Best New Talent dalla piattaforma europea UpBeat. Negli anni, Bratislava World Music Festival Budapest Ritmo, WOMEX e Napoli World sono state alcune delle passerelle live che hanno dato lustro al progetto. La ventisettenne Kozáková è cantante dalla forte personalità, il suo incontro con le culture Rom, prima della dimensione di studio ed artistica, è un’esperienza profondamente personale: non è un caso che il titolo scelto significhi “Persone” o “Esseri Umani”. Júlia non è Rom, ma prima cantando in un coro poi partecipando alla vita comunitaria romanì è penetrata con attenta spontaneità nella profondità della musica, nell’intimità dei musicisti e della loro provenienza culturale. In un certo senso i dodici brani di questo “Manuša II” – pubblicato dalla label tedesca CPL-Music – proseguono sulla traccia del primo album perseguendo l’idea di connessione e umanità condivisa, eppure si avverte avvertono la una maggiore consapevolezza, la gran una accresciuta/più spiccata capacità di interagire con la band di eccellenti strumentisti, una spinta verso forme di improvvisazione con l’intento dichiarato fin dalle note di presentazione dell’album di portare “gioia”, che si esprime nella selezione dei materiali e nelle liriche delle canzoni. “Ho dedicato questo album alla gioia. Essa attraversa naturalmente la scelta del repertorio e dei testi, ed è stata anche la mia motivazione più forte nel decidere

di creare l'album “Manuša II”. La gioia che deriva da questa musica, la gioia per il gruppo che mi accompagna in questo disco e la gioia che i nostri ascoltatori provano ascoltandoci. Credo che oggi la gioia manchi nel mondo, sommersa da tanta pesantezza e ansia”, afferma la cantante. Con Júlia suonano Viliam Didiáš (violino), Jónás Géza (cimbalom), Zsolt Várady (chitarra), Vojtech “Bélu” Botoš (viola) e Ján Rigo (contrabbasso).
Concepito come lavoro collettivo in cui le individualità sono in dialogo con l’esecuzione d’insieme anche quando si dà spazio all’improvvisazione, l’album offre un bilanciamento tra voce e apporto strumentale. Il repertorio è una combinazione di composizioni originali e canzoni tradizionali rom provenienti da Slovacchia, Ungheria e Romania, “con un contrasto tra uno stile esecutivo più tradizionale e arrangiamenti più moderni a dominare i brani di nuova composizione", chiosa ancora la cantante.
Che si tratti di un’opera dal passo sicuro lo si avverte dalla baldanzosa, iniziale “Šun Devla”, tema originale segnato dai profili degli archi e dal solido e propulsivo sostegno del contrabbasso. Dopo il lirismo avvolgente di “Nane Oda Lavutaris”, brano di origine slovacca, la vena danzante si esprime al meglio nei virtuosismi di “Jablonka” – sempre proveniente dalla terra di Júlia – con i guizzi di violino e del cimbalom e il timbro penetrante della vocalist, che si impongono anche nella successiva “Rumunská (Într-o Zi La Poarta Mea)”. Incitazione al ballo: “hopa hopa”, anche nella successiva “Loli Rok-la”, ancora di origine slovacca, motivo che passa da una prima parte più lenta alla sfrenatezza della seconda parte. Roman Goroľ, giornalista e scrittore Rom slovacco di Prešov, noto per il suo impegno culturale e sociale, è autore dei testi di quattro canzoni: “Sono molto felice che nella creazione del nuovo album abbiamo incluso
anche nuove opere in lingua romaní, la quale merita maggiore attenzione e protezione, poiché sta gradualmente scomparendo, almeno nella nostra regione”, rileva ancora Júlia. Tra di essi la pacata e introspettiva “Hijaba Labol Khamoro”, su musica dell’ungherese Istvan Kókay, in cui il canto è accompagnato dalla sola chitarra di Várady, che si prende la scena anche in “Sar O Khamoro Zadžala”, brano dai sorprendenti lineamenti di bossa. Una cascata di note suonate dal cimbalom che si alterna al fraseggio vivace d’archetto spicca in “Dumbala Dumba”, brano di provenienza rumena, dove si ammirano ancora le doti canore di Kozáková, i suoi passaggi di registro e gli ornamenti: un pezzo che si conclude in un bel vorticare di voce e strumenti. Qualità strumentali e vocali che sono esaltate in un’altra canzone d’amore – si tratta di amore perduto, questa volta – il tradizionale “Sas Man Šukar”, dove si affaccia un gusto chitarristico manouche. Intitolato semplicemente “Instrumental”, il brano che segue è un trionfo di tecnica, di doti soliste e improvvisative. Kozáková e Várady sono gli autori della musica di “Bari Bachtali”, ancora su liriche di Roman Gorol che sposano di nuovo atmosfere bossa. Il tradizionale “Amari” è l’atto di commiato dell’album. Il brano parte relativamente lento puntando sulla voce, accompagnata dall’ensemble che si impone nel lungo bridge strumentale, fino al ritorno del canto e alla impetuosa accelerazione finale.
In definitiva, il lavoro suggella l’identità artistica di Júlia Kozáková e si impone come prova di fatto del suo talento. Un’affermazione che risiede nell’eccellenza dello stile vocale e in una visione d’insieme dell’architettura sonora, dove la band non si limita all’accompagnamento, ma da come un’anima pulsante agisce in maniera brillante, dialogante e incisiva.
Ciro De Rosa
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