Sarakina nasce come gruppo musicale polacco/bulgaro/ceco di stampo classico-viennese con in repertorio una sapiente miscela di originali e tradizionali balcanici bilanciati tra folk e jazz. Tra eleganza stilistica d’insieme ed espressione acustica in ogni singolo strumento, ha pubblicato (sempre rigorosamente in digipack): “Sarakina” (2001), “Junctions” (2004), “Fryderykata” (2008), “Dance of Fire” (2012), “Live in Studio” (2014), “Balkantron” (2017) e oggi questo “Suspended in the Mist” (2025). Lungo questo venticinquennio si sono esibiti in Austria, Bulgaria, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Romania, Ucraina…nel lontano fine maggio 2007 vennero pure in Italia. Fino a quel momento erano stati un trio (con voce e percussioni in ruolo di ospiti), al concerto alla Fontana di Avesa (Vr) i due membri originali Grekow e Mlejnek si presentarono in quartetto con l’aggiunta di Mateusz Bielski al contrabbasso e Wojciech Bronakowski a percussioni, tapan e voce. L’apertura fu sorprendentemente riservata a un balkan-polish-waltz di Frédéric (francesizzazione di Fryderyk) Chopin, nella seconda parte della serata fece poi la sua comparsa un adattamento folk del preludio in MI- dall’Op. 28 N. 4 ancora a sua penna. Nel dopo-concerto si saprà che il terzo disco Sarakina sarebbe stato interamente consacrato al compositore ottocentesco e infatti nel giugno dell’anno seguente registreranno a Varsavia “Fryderykata”, all’ascolto del quale sarà chiaro e curioso constatare come la musica del grande romantico polacco, risulti esemplare anche completamente priva dell’utilizzo del pianoforte. La creativa e intrigante indagine di accordion, clarinetto, kaval, bagpipes e tambura all’interno degli spartiti cantabili di Chopin li accompagnava per mano in un etno-jazz ben distante dalla forma originale. In un crogiuolo di suoni neo-tradizionali, la forza del loro lirismo varcava le abituali considerazioni per giungere ad altri, ugualmente alti, livelli d’espressione. Non era certo la prima volta che quella musica classica cambiava scena avventurandosi in un “viaggio” attraverso tempo e soprattutto stili, anche limitandosi discograficamente ad opere polacche interamente consacrate al “poeta del pianoforte” va almeno ricordato il disco-omaggio ad opera del compositore-antropologo Maciej Rychly (Kwartet Jorgi, “Chopin”, 1995) assieme al fratello Walder. Ma dopo Fryderykata assisteremo pure alla collaborazione tra la band Zespół Polski e la multistrumentista Maria Pomianowska, ne “La Folle Journée De Nantes” (parte di una serie di registrazioni live eseguite durante l’edizione 2010 del celebre festival bretone, che trattava nello specifico “l’universo di Chopin” in rapporto alla musica tradizionale).
Nello scorrere di questo quarto di secolo la ricezione della folk music si è modificata dappertutto nel mondo europeo, sono svanite quelle che un tempo parevano unicamente strade per un qualche collettivo e filosofico “ritorno alle radici”. Le sonorità si sono via via trasformate in personali stati d'animo, l’assorbimento dell’arte musicale ha spazzato preconcetti tra “alto” e “basso” e varie altre chiusure mentali. In mezzo a scenari variopinti in maniera talvolta anche molto differente tra loro, si è dischiuso un luminoso ventaglio di sfumature melodico/armoniche e paesaggi musicali del tutto inscindibili dalle quotidianità contemporanee. Oramai non esiste più corda, pelle o fiato sul quale il suono popolare non si sia posato con braci interiori o respiri di luce e molti risultati artistici hanno condotto svariate tradizioni fin dentro prestigiose sale da concerto. In quella lontana apparizione a Verona, Sarakina presentò anche un’inedita “Kopanitsa From Bulgaria’n City Of Schumann” a ribadire come ritmi, melodie e armonie di musica tradizionale possano prendere forma di esecuzione concertistica sofisticata e al tempo stesso fungere da sfondo per improvvisazioni di stampo jazzistico. La secolare kopanitsa si distingue, per il tempo di esecuzione inusuale, dalle altre danze d'Europa orientale e le sue radici affondano nel terreno più profondo della storia bulgara, facendo oramai parte integrante di quella unità e identità culturale. Preservando usanze ancestrali, ogni regione della Bulgaria possiede la propria che incorpora passi, stili, varianti a riflettere le diverse influenze culturali dello specifico luogo. Sarakina interpretò pure il “Bregovic Tango” (dalla famosissima colonna sonora di “Underground” di Emir Kusturica) con uno struggente kaval al posto dell’originale voce capoverdiana della sempre compianta Cesaria Evora (quando il brano ancora si chiamava “Ausencia”). Una canzone giustamente molto amata, che Goran Bregovic inciderà più volte, in vari luoghi, trasfigurata da parole in differenti lingue come nel caso della diva turca Sezen Aksu. Ma anche in terra di Polonia assieme alla cantante Kayah, sotto il titolo di “Tabakiera” (La Tabacchiera) nel 1999. E’ risaputo come il compositore bosniaco si sia sempre “appropriato” di canti popolari manipolandoli (anche se in forma incisiva e sofisticata) per poi presentarli come creazioni proprie, in questo caso il tema si intitolava “Youkali” celebre tango-habanera composto da Kurt Weill nel 1933 e scritto per l’adattamento teatrale del romanzo “Marie Galante” di Jacques Deval.
Il nuovissimo “Suspended in the Mist” contiene dieci brani della tradizione arrangiati e una composizione finale originale “Shepherd’s Dance”. In coerente solco con il percorso dei precedenti dischi, la cornamusa etnica “gajda” ha assunto oramai sempre più un affascinante ruolo solistico di primo piano all’interno della sonorità del gruppo. Le registrazioni sono avvenute a Varsavia nel luglio 2025 presso lo Studio S4 della Radio Polacca e l’attuale formazione in quintetto comprende: Jacek Grekow (fondatore e membro originale): fisarmonica, kaval e cornamusa; Jan Mlejnek (membro originale): clarinetto e tambura; Mateusz Bielski: contrabbasso, Merse Varga: tupan (grande tamburo a due membrane) e darbuka e la cantante bulgara Anna Klebus (già presente nel disco precedente “Balkantron” del 2017). Quest’ultima sembra quindi entrata in pianta stabile nel gruppo, una voce femminile che arricchisce notevolmente il suono d’insieme, in dialogo con la tradizione popolare dopo le iniziali esperienze cabarettistiche e liriche. Vengono proposti in prevalenza canti e danze della Moglena, regione storico-geografica situata nella Grecia settentrionale (oggi comune di Almopia) e confinante con la Macedonia del Nord. Il primo brano “Domakine” è un popolare slavo assai conosciuto nelle regioni balcaniche serbe e macedoni, celebra buona sorte e festosi banchetti, narrando di ospiti che arrivano nella comunità recando notizie liete quali parti gemellari di pecore e incoraggiando la padrona di casa a smettere di dormire unendosi al divertimento. “Sofka na tatko” è invece un tradizionale macedone che prende origine da un fatto realmente accaduto nell'estate del 1925 nel villaggio di Griva (Kriva) a Kilkis (Koukouss) dove la giovane Sofka rimase scandalosamente incinta senza essere sposata. Nascerà Dino, figlio di Dinis Lipanov e la canzone narra di quando il padre della ragazza apprese dal medico Gono Rusin che lei aspettava un bambino. Sofka (diminutivo di Sofia) in macedone equivale a Sofoula (dispregiativo) mentre Tatko significa “papà”, il titolo completo della canzone è letteralmente quindi “La ragazza saggia di papà”. Quando fu composta e Sofka era ancora in vita, veniva cantata unicamente dalle donne che ricamavano a casa e assolutamente interdetta durante matrimoni e festività pubbliche. Per molti decenni fu tramandata oralmente fino a venire registrata per la prima volta nel 1984 e successivamente nel 1995. “Viena loza” (Vite intrecciata) è un'antica canzone originaria della Macedonia Egea (Egejska Makedonija) dove veniva cantata fin da prima degli anni '20, quando, dopo la spartizione della regione nel 1913 e conseguente annessione alla Grecia, si iniziò a cambiare i toponimi macedoni. Nonostante la millenaria storia passata (gli insediamenti più arcaici risalgono all'incirca al 9000 a.C.) il Trattato di Bucarest divise forzatamente la Macedonia tra i tre paesi confinanti di Bulgaria, Serbia e Grecia. In quest’ultima i cognomi delle persone furono “ellenizzati”, i villaggi rinominati, le chiese ribattezzate con nomi di santi greci, cancellate lapidi ed epitaffi riscritti nella nuova lingua. Sparirono anche le denominazioni originali dei villaggi come, ad esempio, quello di Tresino (divenuta “Ormai” dopo la “colonizzazione greca”) che è citato in questa canzone dal pretendente che chiede in sposa la fanciulla. Va ricordato come, sebbene siano stati costretti a considerarsi come nuovi greci e sia stato loro interdetto pubblicamente l’idioma, questa popolazione un tempo macedone, abbia continuato ad amare e cantare la propria ancestrale musica. La popolazione attuale non conosce gli antichi vocaboli ma la musica non è stata dimenticata. Il fiero brano bulgaro “Temna e magla padnala” (Una nebbia scura è scesa) proviene dai Monti Pirin “…è scesa una rugiada sottile, potrebbe essere calata l'oscurità, Enitsa è andata dai pastori - pastori, siate miei fratelli, raccontatemi del vostro sudore - abbiamo una sorella, abbiamo una sorella”. Durante l’autunno e soprattutto l’inverno in questi luoghi più che neve persiste molta nebbia fitta che finisce per condizionare l’umore nostalgico e malinconico della gente. La parte centrale del disco è strumentale, inizia con “Patrunino” dove dietro la mirabolante gajda, la tambura suona accordi singoli. Quest’ultima è uno strumento a quattro corde doppie simile al bouzouki greco, dal corpo minuto e dal manico lungo, in combinazione con la percussione riesce a creare qui un toccante e autentico blues balcanico come non se ne udiva dai tempi degli ungheresi Vízöntő együttes. “Osumnato” è un pezzo più sereno condotto dal kaval mentre un contrabbasso jazz introduce il danzante “Paidushkino” che poi si velocizza in una trance sonora tradizionale da cui riemerge un sassofono improvvisamente di nuovo jazzato prima dell’arrivo della cornamusa che poi si zittisce di colpo lasciando temporaneamente di nuovo spazio alle corde del contrabbasso prima di un finale collettivo. Ancora il kaval sostiene l'atmosfera di “Kito, Mari, Kito” nel quale torna la seducente vocalità di Anna Klebus che armonizza i suoni appena ipnotici degli strumenti. Il kaval è strumento cromatico privo di bocchino, ha fori per otto dita e un angolo di quarantacinque gradi, viene soffiato nel bordo proprio come fosse una bottiglia e può assumere sonorità unica anche lontano dai contesti tradizionali. Lo strumentale “Stankena” proviene dalla regione di Lerin, è una danza lenta dove i ballerini si tengono per mano, avrebbe anche un testo che qui non viene interpretato mentre lo è quello di “Vecherai Rado” (Cena, Rada) che giunge dalla Montagna di Rodopi, la più alta della Bulgaria coprendo un settimo del territorio dell’intero Paese e si trova nella sua parte meridionale. Si tratta di una canzone popolare sul tema di un giovane uomo che bussa a varie porte e infine a quella di Rada per chiederle di uscire dopo il tramonto a mangiare la sua cena al di fuori da sguardi indiscreti. Si percepiscono i toni struggenti del suo desiderio di intimità, di un amore proibito o osteggiato che vuole evitare disapprovazioni e pettegolezzi da parte del resto del villaggio. La composizione originale di Grekow che chiude il disco “Shepherd’s Dance” (La danza del pastore) è basata su accordi di tambura e il prezioso virtuosismo della sua ammaliante gajda. Ovunque la terra è ritmo e la danza è connessione tra terra e musica, ovviamente anche nei Balcani. Dov’è presente la voce di Anna Klebus (brani 1-2-3-4-8-10) interpreta testi che vengono tuttora cantati in un dialetto bulgaro a testimoniare del multiculturalismo di questa regione nota per i Megleno-Rumeni (o Valacchi Megleniti), gruppo etno-linguistico di 5000 membri che parlano il meglenorumeno, lingua romanza balcanica. Il celebre storico rumeno Ioan Nenitescu aveva stimato che all’inizio della prima guerra mondiale risultassero complessivamente oltre 24.000 (di cui 2000 greco-musulmani) ma tra assimilazioni e migrazioni, lingua e cultura locale col tempo si sono sparpagliate nella Dobrugia (Romania), in Turchia e in Serbia. Attualmente si trovano in serio pericolo in quanto non godono di alcuna forma di riconoscimento da parte dei rispettivi governi ufficiali e così i nazionalismi seguenti la fine dell'0Impero Sovietico e la disgregazione della Jugoslavia, rischiano di essere fatali anche per questa minoranza linguistica. Quella di Meglen è una pittoresca valle circondata dai monti Voras, Dzena e Paiko il cui nome proviene proprio dalle nebbie che spesso ricoprono la zona. Vi si trova anche il villaggio di Sarakini (un tempo Sarakinovo) dal quale il gruppo ha tratto il nome ma non si tratta unicamente di geografia. Infatti Jacek Grekow, il cui padre proviene da quel villaggio di montagna dove un tempo si parlava bulgaro e ora greco, afferma che questi suoni si dipanano lungo il suo paesaggio interiore. Attraverso l’opera attuale dell’ensemble assume quindi sembianze e prospettive all’interno di nuovi territori con l’intento di ampliare sguardi e appartenenze arrivando con i tragitti musicali fino a queste che sono le melodie dei propri antenati. Sarakina in quest’ultimo disco si avvicina alla liricità narrativa dove folk e jazz continuano a compenetrarsi in ammalianti e poetiche fusioni sonore quasi fossero laghi e boschi mazuri dello spettacolare nord-est polacco. Tra nostalgie, ombre e luci la loro musica a volte sembra indossare l’azzurro del cielo ma parla come pietra scolpita, esprime una vertigine terrena vestendo abiti variopinti o trasparenti di sogni e favole. I Balcani hanno fatto parte dell’Impero Ottomano per secoli e le loro musiche tradizionali in genere, non sono distanti per modulazione dalle sonorità mediorientali. Nella sedimentazione del tessuto culturale non sono estranee neppure le componenti turche e tutto questo intreccio di trama e ordito, si ode forte e chiaro nel meticciato che compone le raffinate sonorità di Sarakina. Nazdrave!
Flavio Poltronieri
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