#BF-CHOICE
Gabriele Coen – Adoro l’oud e cercavo un partner artistico che potesse unire i miei interessi per la musica andalusa – e di conseguenza per il dialogo arabo-ebraico – a quelli per la tradizione cristiano-cattolica, che proprio in Andalusia trova un punto di origine comune. Questo è il tema portante del nuovo disco, “Dialoghi”. A un certo punto ho incontrato Ziad, che vanta una storia importante, iniziata con l’Orchestra di Piazza Vittorio; era già un nome di rilievo sulla scena italiana e internazionale. Nel 2020 l’ho invitato a far parte del mio progetto Sephardic Beat, una rivisitazione in chiave jazz del repertorio ebraico-sefardita, dove l’elemento arabo-andaluso è imprescindibile. Ho chiamato Ziad nel quintetto e da lì è scaturita l’idea di formare un nuovo gruppo, un duo o un trio a seconda delle esigenze, che abbiamo battezzato “Dialoghi”. Ed eccoci qui nel 2025: sono passati cinque anni.
Ziad Trabelsi – Prima di arrivare a “Dialoghi” abbiamo vagliato altri nomi: inizialmente avevamo scelto “Halal Kosher”, ma ci sembrava suonasse troppo turistico.
Gabriele, quali sono le identità e le differenze sostanziali rispetto a “Sephardic Beat”, e quanto questo percorso si estende su altri territori?
Gabriele Coen – Esiste sicuramente un filo conduttore; anche dal punto di vista del repertorio abbiamo ripreso alcuni brani. Tuttavia, questo è un disco concepito "a due teste e quattro mani" insieme a Ziad. Lui
ha portato elementi del suo repertorio, poi abbiamo composto brani originali come Hope – che significa “pace”, e potete immaginarne l’ispirazione, avendolo scritto in tempi recenti. C’è poi un brano molto bello di Ziad, “Sussurri”. Possiamo dire che è stata un’evoluzione naturale.
Come si è indirizzata la vostra ricerca a livello di scrittura e quanto spazio c’è per l’improvvisazione?
Ziad Trabelsi – In realtà la regola d’oro è che non c’era una regola d’oro. Il pezzo viaggia, scaturisce da un’idea... alcuni brani partono da un tema, da una struttura “A-B”. L’idea stessa dei dialoghi di pace è emersa quasi casualmente: lui ha intitolato il suo brano “Hope”, io il mio “Sussurri”. Unendo i concetti, questo dialogo di pace potrebbe essere letto come una “speranza sussurrata”. Questa è la sintesi della nostra ricerca: lavorare sempre seguendo l’istinto.
Gabriele Coen – È divertente perché Ziad ha sempre risposte molto poetiche, è fantastico: dietro di lui c’è tutta la tradizione araba, secoli di storia. Io invece, “ebraicamente parlando”, sono molto più razionale, ho sempre risposte un po’ alla Sigmund Freud. Vorrei aggiungere che c’è un elemento di elettronica molto rilevante: siamo partiti dal suono acustico, ma integrandolo subito con l’uso della pedaliera. Ci piace proiettarci verso il futuro: si parte dall’antico per arrivare al contemporaneo, per evitare il rischio di fare solo folklore.
Quanto ha influito, nella scelta di iniziare questo percorso comune, quello che sta avvenendo da due
anni in Palestina? L’orrore che vediamo, anche se oggi sembra parzialmente dimenticato, è stato una molla? La musica resta uno dei pochi linguaggi che permettono davvero un incontro e un confronto anche su posizioni differenti...
Gabriele Coen – Per me è un elemento fondamentale. Dal 7 ottobre, e dalle reazioni che ne sono seguite, la mia vita è completamente cambiata. Portando il cognome Coen e occupandomi di musica ebraica da trent’anni, ho dovuto ripensare a tutto. Il progetto è nato nel 2020, prima di quest’ultimo disastro, che tuttavia era già latente. L’incontro tra culture e religioni è sempre stato centrale per me; ho studiato Scienze Politiche con una tesi proprio sul dialogo tra cultura araba, ebraica e cristiana nella Spagna di transizione tra Medioevo ed età moderna: è un tema che mi sta a cuore da sempre. Dopo il 7 ottobre tutto si è intensificato: è diventato ancora più urgente portare avanti questo progetto, cosa che faccio con grande convinzione. Naturalmente altri miei lavori di ispirazione ebraica sono in difficoltà, e questo mi dispiace, perché chi mi conosce sa come la penso. “Dialoghi”, invece, viene richiesto più facilmente, ma rimane un fondo di amarezza: devi sempre spiegare chi sei e qual è la tua posizione. È faticoso, ma rispetto a quello che vive la gente laggiù è un’inezia. Lo accetto.
Ziad Trabelsi – Anche io soffro molto per questa situazione. È difficile, ma speriamo che la musica possa aprire nuovi orizzonti. Forse non cambierà il mondo, ma noi offriamo il nostro contributo, nel nostro piccolo.
Gabriele Coen – Ho imparato tantissimo da Ziad sulla cultura ebraico-tunisina. Lui è un’enciclopedia vivente su queste musiche, tant’è che viene chiamato a suonare ai grandi matrimoni anche a Parigi proprio perché è depositario di quel repertorio. Il dialogo tra noi è facilissimo, a volte fin troppo. È molto bello: siamo davvero grandi amici.
Ziad, ci puoi raccontare del repertorio ebraico-tunisino?
Ziad Trabelsi – Fino agli anni Quaranta, in Tunisia, per i musulmani era considerato disdicevole fare i musicisti. Di conseguenza, i musicisti erano ebrei tunisini, mentre i committenti erano musulmani che li
ingaggiavano per i matrimoni. La maggioranza della popolazione era musulmana e necessitava di questo repertorio: musica per le feste, per la circoncisione, per i momenti rituali. L'aspetto affascinante è che questi brani venivano composti dagli ebrei tunisini. Successivamente, alcuni musulmani cercarono di lavorare come musicisti fingendosi ebrei. Sotto il protettorato, paradossalmente, l’ebreo "tunisino" sfruttava il musulmano “finto tunisino”, pagandolo meno. A un certo punto trovarono una soluzione creando l’“orchestra dei ciechi”, chiamata Alcantara: il cieco non vede il peccato, quindi è una figura neutra. Nel 1944, durante un bombardamento tedesco in Tunisia, in un parco rimasero solo uno o due musicisti mentre gli altri fuggirono, e così si scoprì che erano finti ciechi. Questo repertorio è sopravvissuto e oggi lo suoniamo soprattutto per gli ebrei che vivono a Parigi, molti dei quali provengono da Tripoli. Lo stesso vale per la cucina: molti piatti tipici del Ramadan sono stati inventati dagli ebrei. Il brik, per esempio, deriva dal börek ottomano, ma furono gli ebrei tunisini ad aggiungere l’uovo. Oggi è diventato quasi l’inno nazionale culinario del Ramadan.
Gabriele Coen – I dialoghi non li abbiamo inventati noi. L'interscambio tra mondo arabo ed ebraico esiste da sempre. È stato messo in crisi dalla nascita di Israele e dagli eventi nei Paesi arabi che hanno costretto molte comunità all'esodo. Parlo sempre della complessità del reale, che è enorme, ma il dialogo ha radici antiche, non è una nostra trovata.
Gabriele Coen – Uno strumento fondamentale è il mio clarinetto basso, che lavora molto sulle frequenze gravi. Al disco ha partecipato anche Marco Loddo al contrabbasso, ma spesso con Ziad abbiamo il coraggio di presentarci in duo, dove lui utilizza molta elettronica e sequencer. Rispetto a “Sephardic Beat” il sound è cambiato, è decisamente più moderno.
Ziad Trabelsi – Suoniamo due strumenti melodici, quindi manca una base armonica tradizionale. Il mio oud è spesso al servizio del clarinetto, avendo un registro più basso, mentre con il clarinetto basso possiamo alternare i ruoli: io eseguo una linea armonica e lui la melodia, o viceversa. L’elettronica aiuta a suggerire l'idea di una progressione armonica completa.
Come avete registrato il disco?
Gabriele Coen – Il repertorio non richiedeva eccessiva post-produzione, e abbiamo avuto l’opportunità di inciderlo quasi in presa diretta, ottenendo una registrazione dal sapore molto “live”. Il disco è stato prodotto da Toscana Produzione Musica e registrato al Teatro di Guardistallo nell’arco di due giorni e mezzo. Abbiamo inciso undici pezzi lavorando “alla vecchia maniera”: tre take per ogni brano e poi una selezione della versione migliore. Eravamo tutti nello stesso teatro, nello stesso ambiente, quindi il risultato è molto spontaneo.
Ziad Trabelsi – Infatti i brani in cui abbiamo faticato di più sono quelli incisi con il click. Riprodurre quel tipo di sound e di interplay in modo non immediato è stato complesso.
Gabriele Coen – Tuttavia, suonando su sequenze elettroniche, era fondamentale avere il click in cuffia per mantenere la sincronia.
Come mai avete scelto il simbolo potente della mano di Fatima, un archetipo che accomuna ebraismo, cristianesimo e islam?
Ziad Trabelsi – Tutto è nato per caso, quando sono passato dall'iPhone 6 all'iPhone 16 e ho scoperto la funzione “portrait”. Ho un portachiavi con la mano di Fatima e l'ho fotografato per testare la nuova funzione. Gabriele ha visto lo scatto, lo ha trovato bellissimo e ha proposto di usarlo come copertina. Ho quindi chiamato il mio amico fotografo Domenico Maddaloni per dare all'immagine un tocco artistico; ha fatto un lavoro splendido. Ci piaceva questa mano aperta, primo segno di un dialogo positivo e propositivo. La mano di Fatima ha molti significati sia per l’Islam che per l’Ebraismo. Il concetto del disco è racchiuso in quella foto.
Gabriele Coen – Siamo partiti un po’ come in “Ricomincio da tre”, tra l’ebraismo e il mondo islamico. La mano di Miriam e la mano di Fatima si differenziano per il numero delle dita, ma rappresentano un territorio comune tra i due mondi. Noi partiamo da ciò che di positivo c'è stato finora; ci sembrava il punto di partenza ideale.
Come si evolve il disco sul palco?
Ziad Trabelsi – Presentiamo il disco in duo o in trio, con l’aggiunta del contrabbasso di Marco Loddo, che per noi è un "motore di ricerca" sempre attivo. A volte lo abbiamo suonato anche in sestetto. Questi dialoghi si allargano e mutano; è come una barca che, a ogni porto in cui attracca, fa salire un nuovo musicista.
Gabriele Coen – E questa barca può arrivare a ospitare molte persone. A maggio, ad esempio, abbiamo tenuto un doppio concerto con “Sephardic Beat” e “Carthage Mosaïk”, eseguendo brani del nostro repertorio. Nella sua massima espansione, la formazione diventa un doppio quintetto a cui si aggiungono ospiti come Barbara Eramo o Emanuele Bultrini.
Intervista e adattamento di Salvatore Esposito con la collaborazione di Stefano Saletti
Ziad Trabelsi | Gabriele Coen – Dialoghi (Moonlight Records/I.R.D., 2025)
“Dialoghi” è qualcosa di più di un semplice disco, è un atto politico in musica, ma anche un raggio di speranza che filtra attraverso il buio dei giorni di guerra e di terrore che vive, ormai da troppo tempo, Gaza. L’oud di Ziad Trabelsi e i fiati di Gabriele Coen – clarinetti e sax soprano – non rappresentano qui due tradizioni che si fronteggiano, ma due linguaggi che si riconoscono e si interrogano. Il contrabbasso di Marco Loddo, presenza costante e mai ornamentale, svolge un ruolo decisivo nel dare profondità e respiro a un progetto che si muove tra composizione, improvvisazione e memoria storica. "In un mondo dove le culture si incontrano e si fondono – afferma Ziad Trabelsi – due strumenti antichi e nobili si uniscono in un dialogo musicale senza tempo. L’oud musulmano e il clarinetto ebraico, portatori di storie e tradizioni millenarie, si rispondono e si intrecciano in un gioco di suoni e silenzi. Le note dell’oud si librano nell'aria come profumi di spezie e rose, mentre il clarinetto risponde con la dolcezza di un canto di speranza. In questo dialogo musicale, le differenze si dissolvono e le somiglianze si rivelano. La musica diventa un ponte tra le culture, un linguaggio universale che parla direttamente al cuore”. Il quadro entro cui “Dialoghi” prende forma è, dunque, dichiaratamente plurale, ma mai dispersivo. Il repertorio attinge con naturalezza a matrici arabe ed ebraiche, al jazz d’improvvisazione, alla world music, fino a incorporare echi di blues e rock, senza che nessuna di queste componenti venga isolata o esibita come marchio identitario. Illuminante per comprendere il senso di questo album è quanto afferma Gabriele Coen: "Il punto focale del lavoro è il recupero del clima di scambi culturali che si ebbero in Spagna nel Medioevo tra le tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, islam e cristianesimo. Tabarka e Bab El Khadra in Tunisia, Toledo, Cordoba e Granada in Andalusia, fino a toccare l’Algeria con Abdel Kader: luoghi che evocano il dialogo possibile in tempi lontani ma che devono rappresentare un modello per costruire il futuro". Dal punto di vista musicale, ciò che colpisce è la capacità del trio di far convivere arrangiamenti di grande sobrietà formale con episodi di libera invenzione, mantenendo costante l’attenzione al suono, alla narrazione interna dei brani, alla loro collocazione all’interno di un percorso unitario. Concepito quasi fosse una grande suite, il disco presenta dodici tracce che svelano una propria autonomia evocativa, ma di cui se ne coglie la profondità nel fluire complessivo dell’ascolto senza soluzione di continuità. Ad aprire il disco è “Tabarka” con l’oud e clarinetto basso che danno vita ad un dialogo attraverso territori quasi cameristici. Il contrabbasso non accompagna, ma orienta, suggerendo un movimento che rimane sospeso, come se il dialogo fosse appena iniziato e già carico di sottintesi. Con “Echos of Cordoba” il respiro si amplia. Il sax soprano disegna linee flessibili, mai virtuosistiche, mentre l’oud lavora per sottrazione, evocando piuttosto che dichiarando. È uno dei brani in cui emerge con maggiore chiarezza il riferimento all’Andalusia medievale: non come citazione stilistica, ma come clima, come idea di convivenza sonora. “Eyes of Al Andalus” introduce la voce di Trabelsi, usata con discrezione e funzione timbrica più che narrativa. Il clarinetto di Coen risponde con frasi oblique, a tratti quasi interrogative. Il brano procede per accumulo lento, costruendo una tensione che resta sempre interna, mai spettacolare. In “Al Hamra” il dialogo si fa più serrato. Oud e sax soprano si muovono su un terreno ritmico più definito, sostenuti da un contrabbasso particolarmente mobile. È una composizione che gioca sull’equilibrio tra struttura e libertà, mostrando la capacità del trio di mantenere coesione anche nei passaggi più aperti. “Sussurri”, firmata da Trabelsi, è uno dei momenti più articolati del disco. L’ingresso dell’elettronica, del Fender Rhodes e della chitarra elettrica di Emanuele Bultrini amplia il campo sonoro senza snaturarlo. La voce, i piccoli interventi percussivi e il clarinetto creano un tessuto intimo, quasi confidenziale, in cui il dialogo si sposta su un piano più introspettivo. Con “Hope”, composizione firmata da Coen, il disco tocca uno dei suoi vertici espressivi. Il sax soprano canta una melodia limpida, sostenuta da un’ossatura ritmica essenziale. L’oud non si limita a rispondere, ma rilancia, costruendo un senso di attesa e apertura che giustifica pienamente il titolo. È un brano che evita ogni enfasi retorica, affidando il proprio messaggio alla chiarezza del fraseggio. “Sguardo” riporta al centro la voce di Trabelsi, affiancata da percussioni leggere. Il clarinetto basso di Coen lavora in profondità, con un timbro scuro che conferisce al brano una dimensione quasi meditativa. Il dialogo qui è fatto di pause, di respiri condivisi, più che di scambi serrati. In “Al Andalus” Coen torna alla composizione strumentale pura. Il sax soprano guida il discorso, ma lascia ampio spazio all’oud, che si muove con eleganza tra memoria modale e libertà improvvisativa. È un brano che sembra riassumere l’estetica del disco: sobrietà, ascolto reciproco, assenza di gerarchie. La rilettura di “Caravan” di Duke Ellington è un passaggio chiave. Spogliato della sua iconografia orchestrale, il brano viene ricondotto a una dimensione essenziale, quasi arcaica. Oud e clarinetto ne mettono in luce l’anima “nomade”, mentre il contrabbasso ne preserva la tensione swing senza mai renderla esplicita. “Bab El Khadra” è una delle composizioni più estese e narrative. La voce di Trabelsi, l’oud e il clarinetto basso costruiscono un percorso che procede per quadri successivi, con un uso del silenzio particolarmente efficace. Il contrabbasso di Loddo accompagna e commenta, dando unità a un brano che vive di trasformazioni lente. “Toledo”, breve e rarefatto, funziona come un interludio sospeso. L’elettronica e il sax soprano creano un’atmosfera quasi astratta, una parentesi che prepara l’ascoltatore al finale senza chiudere davvero il discorso. Il disco si conclude con “Abdel Kader”, tradizionale algerino rielaborato con rispetto e inventiva. Qui la dimensione rituale è più esplicita: voce, percussioni, oud e Fender Rhodes convivono in un equilibrio sorprendentemente naturale. Il sax soprano di Coen non sovrasta, ma si inserisce come ulteriore voce del racconto. Registrato dal vivo in teatro e curato con attenzione anche sul piano sonoro, “Dialoghi” è un lavoro che richiede ascolto integrale e tempo. Non cerca l’effetto immediato né la sintesi forzata tra linguaggi, ma costruisce, traccia dopo traccia, uno spazio comune fondato sull’ascolto reciproco.
Salvatore Esposito
Foto di Francesco Mariotto e Musacchio Ianniello Pasqualini







