#Foolksession: Roxana Ene e Nubras

Nel corso del Festival Popolare Italiano, il 6 dicembre 2025, si è tenuto il Foolk Talk intitolato “Le tre R: Rom, Rumena, Romana”, che ha visto protagonista la cantante Roxana Ene. L’incontro ha sviluppato una riflessione profonda e sfaccettata sui temi dell’identità multipla e delle contaminazioni culturali, offrendo uno spazio di confronto sulla complessità delle appartenenze che attraversano confini geografici, linguistici e sociali, dal folk rumeno alla canzone romana tradizionale, passando per l’identità romanì. Roxana Ene, romena di nascita di origine Rom ma cresciuta a Roma, ha tracciato un ritratto vivido della propria traiettoria migratoria, enfatizzando come queste “tre R” non siano compartimenti stagni ma strati intrecciati che definiscono la sua voce e il suo ruolo di “nuova italiana”. La Ene ha raccontato a cuore aperto la sua “identità complessa”, ripercorrendo il proprio percorso personale e artistico: la scoperta precoce della musica all'età di nove anni in Romania, in un contesto familiare segnato dall'assenza dei genitori emigrati a Roma, e l’arrivo in Italia a dieci anni, dove entra nel coro multietnico Sesta Voce – il primo del genere in Italia, nato da un progetto di inclusione scolastica negli anni 2000. Qui incontra figure chiave come Alessandro Portelli e Sara Modigliani, che la introducono al disco “Rumeni Romani. Musiche rumene a Roma e nel Lazio”  e alla tradizione romana alla riscoperta di Gabriella Ferri. Questo intreccio la porta a progetti come “Roma Nostra” con Franco Pietropaoli, dove rielabora la canzone romana con sensibilità contemporanea, e al “coming out etnico” sulle origini Rom, vissute inizialmente con vergogna nel quartiere di Centocelle ma poi abbracciate come forza identitaria. La serata ha anticipato e contestualizzato il progetto Nubras Ensemble, di cui Roxana è voce solista ufficiale dal 2024. Nato nel 2022 dal laboratorio Balkan Lab di Roma come “No Brass Quartet” – un trio d'archi femminile
(Giulia Anita Bari al violino, Carla Mulas González al violino, Rachel Blueberger al violoncello) con fiati, fisarmonica e percussioni – il gruppo fonde tradizioni balcaniche (soprattutto bulgare e rumene), jazz, classica e influenze mediterranee/mediorientali. Dopo la residenza artistica in Bulgaria finanziata da “Culture Moves Europe” (esito: l'album Bulgarian Routes, 2024), Nubras si consolida con Nino Conte (fisarmonica), Giorgio Gadotti (sax e gaida), Giovanni Lo Cascio (percussioni) e Roxana, pubblicando l'autoprodotto "Live in Rome" (2024), registrato dal vivo con ospiti come Yasemin Sannino. Il disco cattura questa evoluzione: da “Omaggio a Kurtov” (con la zurna emulata dagli archi) a riletture come “Di chi è quella ragazza” con la voce di Roxana, fino a “Čoček Cororo” con fiati esplosivi, creando tessiture timbriche audaci tra ritmi dispari, solismi virtuosistici e groove da fanfara.


Come ti avvicini al mondo della musica e come approdi poi ai primi passi?
Bisogna tornare molto indietro, perché ho iniziato a cantare a nove anni. Ero ancora in Romania, in un periodo della mia vita piuttosto complesso: i miei genitori erano già a Roma e io vivevo con mia nonna, mia zia e i cugini. Per una bambina di nove anni crescere senza i genitori non è stato semplice. Nella città dove sono nata c’era la Casa della Cultura, con un ensemble stabile e un maestro che seguiva i ragazzi. Io volevo suonare il violino, ero convinta che il mio posto fosse tra gli archi, non dietro un microfono. Il maestro, personaggio molto “d’epoca” – di quelli per cui l’alcol faceva un po’ parte del carattere – sbagliò giorno e mi diede appuntamento per la prima lezione proprio quando c’erano le audizioni per il coro. A
quel punto mi disse: “Vabbè, ormai sei qui, buttati e fai anche tu l’audizione”. Io protestavo: “Ma io voglio il violino, non voglio cantare!”. E invece è stato lì che, quasi per caso, ho scoperto la mia voce. Quando sono arrivata in Italia, a dieci anni, sono entrata subito in un coro che esiste ancora oggi ed è attivo da più di vent’anni: il coro Sesta Voce multiculturale di bambini, il primo coro multietnico in Italia, nato nei primi anni Duemila da un progetto di inclusione scolastica del maestro Attilio Di Sanza e di Susanna Serpe. Il mercoledì diventò la costante della mia vita: prove, concerti, incontri. In quel contesto ho conosciuto figure fondamentali per il mio percorso, come Sara Modigliani e Alessandro Portelli. Con loro sono arrivate le prime interviste, le prime registrazioni e il primo disco, “Rumeni Romani. Musiche rumene a Roma e nel Lazio”, in cui cantavo sia brani tradizionali rumeni che romani. Da lì è iniziato davvero il mio rapporto profondo con la musica e con la città di Roma; la storia della canzone romana la racconterò magari più avanti.

Ci puoi raccontare il percorso che ti ha riportato verso le tue “radici”?
Non è stato un percorso immediato. Per molto tempo mi sono chiesta: “Ma io sono rumena o sono romana? Che cosa rappresento davvero?”. Per gli altri ero sempre “Roxana sì, però è rumena”, mentre io parlavo romano. Sull’identità, soprattutto per chi viene dall’Est Europa, pesa tanto il desiderio di perdere l’accento, di non far capire da dove provieni. Credo che questo sia comune a molti. Forse grazie al mio orecchio musicale ho sviluppato un accento romano molto forte. Il paradosso è che quando parlo rumeno, per i rumeni non sembro più completamente rumena, perché il mio rumeno ha un accento italiano. Mi sono ritrovata quindi in una crisi di appartenenza, fino a quando ho fatto quello che oggi chiameremmo un coming out: ho iniziato a dire apertamente che ho origini Rom. Lo sentivo nella voce, nelle corde: madre natura è stata generosa con me, ma io mi chiedevo da dove venissero queste corde. Secondo me arrivano
da molto lontano. A un certo punto ho capito che non potevo più vergognarmi. Sono cresciuta a Centocelle, un quartiere periferico, e da adolescente passavo tantissimo tempo in strada. Undici, dodici anni fa non avrei mai avuto il coraggio di dire: “Ho origini Rom”. Poi ho capito che sono tante cose insieme. Mi piace pensare che queste identità mi abitino, letteralmente: vivono nel mio corpo. Io sono Roxana, frutto di un’identità complessa, stratificata, che mette insieme Rom, Romania e Roma. E, alla fine, le radici trovano sempre il modo di tornare e bussare.

Come ti appassioni poi alla tradizione romana? Qual è il territorio che hai scoperto? Esiste un punto d’incontro tra queste due tradizioni nella tua personalità artistica?
Come dicevo, ho avuto la fortuna enorme di incontrare molto presto Sara Modigliani, una delle voci più rappresentative della canzone popolare romana. Un giorno, per la presentazione di un disco curato da Alessandro Portelli, Sara mi chiamò chiedendomi di cantare qualcosa della tradizione rumena. Io le dissi: “Sara, a me piacerebbe tantissimo cantare Le Mantellate”. Lei, che allora mi vedeva soprattutto come “la ragazza rumena”, rimase un attimo spiazzata: “Aspetta, però sei rumena…”. C’era questo equivoco di fondo: per lei suonava strano che io volessi affrontare un classico della romanità. Qualche tempo dopo mi richiamò: “Roxana, scusami, ho detto una sciocchezza. Certo che puoi cantare Le Mantellate”. Da lì è partito tutto. È stato il mio desiderio di tirare fuori la romanità che avevo assorbito vivendo a Roma, e di metterla in dialogo con le mie altre identità.

Successivamente hai cominciato a camminare sulle tue gambe: dove ti hanno portato?
Ho incontrato Franco Pietropaoli, che è tuttora mio compagno di viaggio in musica. Insieme, da circa dieci anni, portiamo avanti il progetto “Roma Nostra”. L’abbiamo chiamato così perché volevamo raccontare una Roma che sentiamo nostra, contemporanea, filtrata dalle nostre vite. Riprendendo una celebre immagine – spesso attribuita al mondo della ricerca sulle tradizioni – le canzoni devono camminare con le gambe di chi le canta oggi. Quello che noi proponiamo è per forza di cose diverso dall’originale: è il risultato della romanità che viviamo sulla pelle. La canzone romana mi ha conquistata da subito. Come può non piacerti Gabriella Ferri? In quegli anni abbiamo lavorato moltissimo sul suo repertorio, finché ci siamo detti: “Facciamo qualcosa che racconti la canzone romana a modo nostro”. Sara Modigliani ci ha donato diversi brani, abbiamo scavato in un repertorio meno frequentato, sperimentando riletture personali. Ai primi ascolti qualcuno diceva: “Però Barcarolo non si faceva così…”. E noi rispondevamo: “Certo, ma questa è la nostra versione”. Con il repertorio rumeno il rapporto è stato più altalenante, fatto di ritorni e distacchi, ma sempre presente sullo sfondo.

Come nasce il progetto Nubras?
Quella con Nubras per me è la storia di un grande amore artistico. Non sono mai stata una persona che “si propone”, ho sempre avuto un po’ di timidezza, di insicurezza. La prima volta che ho visto Nubras è stato a Roma, alla Carrozzeria Santa Bibiana: leggo il manifesto e noto che non c’era nessuna cantante. Mi sono detta: “Ok, questa è l’occasione. Ci vado io”. Sono andata con una certa paura, ma anche con molto coraggio. Ho avvicinato Giulia e le ho detto: “Piacere, sono Roxana, una cantante romana, con tutte le R
al posto giusto… mi piacerebbe tantissimo collaborare con voi”. Da lì è iniziato il percorso che mi ha portata a entrare ufficialmente nel gruppo. Nubras ha la sua base a Roma, ma è un ensemble geograficamente sparso: Nino viene da Napoli, Giorgio e Giulia vivono tra Greve in Chianti, in Toscana, e la capitale. Incontrarci richiede sempre un po’ di acrobazia logistica, ma forse è anche questo che dà al progetto un’energia particolare. Il gruppo nasce in realtà dal laboratorio della Big Brass Band di Roma. I violini, in mezzo ai fiati e ai volumi altissimi, erano in sofferenza. Da lì l’idea di creare una formazione con “un brass dal cuore più caldo”, più attenta agli strumenti delicati. Il nome gioca su “nuovo brass”, ma ha acquisito un senso più profondo quando il primo fisarmonicista del gruppo, di origine libanese, ci ha detto che in arabo “Nubras” significa “persona coraggiosa”, mentre in urdu indica “la lanterna che illumina le nuove vie”. Ci siamo detti: “Non esiste nome migliore”. Oggi stiamo lavorando su brani originali, anche in forma canzone, cercando di allontanarci dallo schema tradizionale del “brano folk” e sperimentando strutture e soluzioni timbriche diverse. Io sono nata prima di tutto come fan di Nubras: per me rappresentano davvero un laboratorio vivente di contaminazione. E il cuore del progetto, fin dall’inizio, è stato quello di dare voce ai violini dentro la musica balcanica, una musica pensata per il corpo e per la danza, ma che può essere raccontata anche con un respiro più cameristico.

Facciamo un passo indietro e ritorniamo alle tre R. Come riesci a integrarle nella tua personalità artistica e in Nubras?
Con Nubras abbiamo iniziato a lavorare anche sul piano della scrittura. C’è, per esempio, un brano in rumeno cantato da una donna Rom, che racconta la vita in un campo nomadi romano: è un pezzo in cui la
dimensione Rom, rumena e romana si intreccia in modo quasi naturale.  Stiamo ancora cercando le strade migliori per dare voce a tutte queste identità: ogni musicista del gruppo porta con sé una storia musicale diversa, e questo produce un suono inevitabilmente originale. Nella mia vita quotidiana il rumeno lo parlo poco, e spesso in una versione “ibrida” che chiamiamo scherzosamente “romagliano”, perché in mezzo scivolano sempre parole italiane. Ma basta che torni in Romania per qualche giorno e, come dico io, “si separano i canali”: dopo due o tre giorni mi ritrovo a usare parole che non ricordavo nemmeno di conoscere. La memoria linguistica, come quella musicale, è resiliente. Per quanto riguarda le origini Rom, è un percorso più recente. Ho iniziato a studiare da sola, a leggere, a chiedermi: chi sono i Rom? Da dove vengono? Che lingue parlano? Questa sera, ad esempio, sono presenti il presidente dell’associazione New Roma Land e quello di Baobab Prenestina, realtà con cui collaboriamo, e questo per me è importante. Parlare di Rom oggi è ancora, in molti contesti, un tabù. È una croce. Io ho avuto la fortuna di poterne parlare liberamente e di farlo attraverso la musica. Sento che sia un dovere: se siamo sul palco non solo per cantare, allora la musica può diventare uno strumento di consapevolezza. Nella lingua quotidiana la parola “zingaro” è ancora carica di cliché: “zingarella carina”, “cuore libero come uno zingaro”… ma ci si dimentica cosa significhi davvero nascere, vivere e crescere in un campo Rom. Con gli amici cerco sempre di intervenire quando sento un’espressione stonata, non per fare la morale, ma per aprire una breccia. A casa ognuno usa le parole che vuole, ma nello spazio pubblico è importante far riflettere. Anche per questo insisto sull’uso di espressioni come “nuovi italiani”, in un Paese dove ancora i bambini nati qui da famiglie straniere non sono riconosciuti come tali. È un percorso lungo, complesso, ma è un cammino che mi piace fare.

Parliamo della tua attività didattica. Sei costantemente impegnata con i bambini e vivi una realtà multietnica. Tu, da “nuova italiana”, come ti rapporti con i nuovi italiani?
Con i bambini parto sempre da una cosa semplice: dico loro di definirsi innanzitutto romani. Quando, in classe, qualcuno li indica come “il bengalese”, “il cinese”, “quello straniero”, cerchiamo con i colleghi di intervenire con delicatezza: se non cambiamo il linguaggio, come possono sentirsi riconosciuti? Ricordo un episodio in una scuola a Castro Pretorio. C’era un bambino afrodiscendente che, come spesso accade ai più piccoli, non aveva una percezione rigida del colore della pelle. Quando raccontai in classe delle mie origini Rom, i bambini reagirono dicendo: “Ma come, i Rom? Quelli non sono quelli della monnezza?”. Lui ascoltò, poi disse: “Allora… anch’io ho origini africane”. Era come se fino a quel momento non avesse avuto le parole per nominare una parte di sé. Spesso gioco anche sulla mia immagine: parlo con un forte accento romano e chiedo ai bambini “Secondo voi da dove vengo?”. Qualcuno risponde: “Da Roma, si vede”. Qualche tempo fa una bambina ha detto: “Secondo me è rumena”, e un altro ha aggiunto: “Si legge in faccia”. Per me è stato bellissimo, perché è la prima volta che qualcuno lo intuiva e lo diceva senza giudizio. Da lì parte una conversazione: “Allora i Rom possono essere persone normali?”. È fondamentale lavorare su questo fin da piccoli. I bambini si illuminano quando capiscono di avere delle origini da poter rivendicare con orgoglio, anche se magari non parlano più la lingua dei genitori. Nel mio lavoro collaboro molto con Sushmita Sultana, una delle voci più significative della musica indiana in Italia, interprete delle canzoni di Tagore. Lei ci ha insegnato un canto di primavera in bengalese che ho portato nelle scuole. Un bambino mi ha detto: “Ma io non capisco niente”, e la maestra ha ribattuto: “Ma come? È in bengalese, è la tua lingua!”. E lui: “Ma io non capisco niente”. Episodi così capitano di continuo, anche con insegnanti molto impegnate, eppure rivelano quanto sia fragile la consapevolezza linguistica e culturale. Ogni volta resto spiazzata e mi chiedo: “Come ti viene in mente di dare per scontato qualcosa che quel bambino non ha potuto vivere pienamente?”.

Da Rom, hai dentro una cultura fatta di incroci che partono dall’Estremo Oriente e arrivano all’Est europeo. Come vivi questa ricchezza culturale?
Mi considero una grande provocatrice, nel senso buono del termine: mi piace smuovere le persone, metterle di fronte ai loro pregiudizi. Quando incontro qualcuno che minimizza la cultura Rom, per me è quasi una sfida: voglio capire da dove viene quella visione, qual è la sua esperienza. Capita spesso con i coetanei: “Io vivevo là, era pieno di zingari, mi derubavano…”. Per loro l’immaginario è tutto lì: paura, furto, pericolo. La cosa più importante è che queste persone abbiano l’occasione di incontrare altre narrazioni, altre facce di quella realtà. Il fatto di essere bianca gioca un ruolo non secondario: nessuno “vede” che sono rumena, che ho origini Rom. Ho fatto il liceo artistico Ripetta, nel centro di Roma, e per anni ho ascoltato discorsi sui campi nomadi, sempre raccontati come luoghi di degrado. In metropolitana, una volta, sento una signora dire: “Ah, lì vicino a casa mia c’è il campo nomadi, un inferno”. Mi giro e le dico: “Guardi che io sono rumena”. Lei risponde: “Eh, infatti, si vedeva…”. Potrei fare un elenco infinito di momenti del genere, che a volte non definirei neanche apertamente razzisti, ma figli di un cripto-razzismo normalizzato, che passa sottotraccia. Proprio per questo sento il bisogno di continuare a espormi. Portare avanti questa lotta, anche con ironia, è parte integrante della mia vita tanto quanto la musica.


Nubras Ensemble dal vivo al Festival Popolare Italiano
La serata si è conclusa con la performance di Nubras Ensemble, capace di fondere con raffinatezza la scrittura cameristica – dove gli archi dialogano con gaida e tapan in dinamiche sussurrate – e la forza espressiva del folk balcanico, come nelle râchenitsa dei Rodopi o negli horo macedoni, arricchiti da composizioni originali che esplorano identità ibride. Questa esibizione ha incarnato un'idea viva di interculturalità musicale: un ponte tra Balcani, Mediterraneo e Roma multietnica, premiato con la vittoria all'Ethnos Festival 2025 nel Miglio d'Oro vesuviano. Per un'istantanea sonora del loro sound, consulta la recensione su Blogfoolk del live romano.


Salvatore Esposito

Foto di Roberto Moretti (1, 2), Andrea Melaranci (3, 4)

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