Torniamo a parlare di memoria, di ricordi e di visionarietà, di fonti autorevoli letterarie e orali, di un’idea di tradizione che è rinnovamento come forza creatrice, di un tessuto di fili culturali e musicali intrecciati che si dipanano, di un ponte di note e versi piuttosto che di acciaio. Torniamo a parlare di Sicilia con Femina Ridens: Francesca Messina, cantante e ricercatrice, fiorentina di origini siciliane (voce e chitarre) e Massimiliano Lo Sardo (buttafuoco, santur, harmonium indiano, guitarzouki, banjo-oud) che nel 2022 hanno pubblicato “Kalenda May”.
Con “Etna Calling - La Simenza e Lu Cantu”, che esce per la toscana RadiciMusic, i Femina Ridens si propongono in un formato editoriale da loro denominato Phono Tale, sommatoria di libro, illustrazione e musica in un’unica opera. Dicono i due musicisti: “Non un cd destinato a inquinare e spesso a restare sigillato sugli scaffali né un vinile, oggetto di nicchia che guarda al passato, ma un libro-disco sostenibile”, che intende dare “corpo alla musica liquida”. Difatti, il Phono Tale è un volumetto (84 pagine, venduto al prezzo di euro 18, 50) che raccoglie i testi dei brani e le traduzioni, le illustrazioni originali di Massimiliano Lo Sardo, racconti, aneddoti e fonti storiche legati ai canti, informazioni tecniche e artistiche sulla produzione e un segnalibro con i link per il download e lo streaming dell’album. Insomma, “un oggetto da leggere, guardare e ascoltare, come accadeva con i vecchi vinili, ma ripensato in chiave ecologica e al passo con i tempi del digitale”, aggiungono Messina e Lo Sardo.
Cesare Basile è in veste di produttore e di polistrumentista (elettronica, synth analogici e strumenti autocostruiti). Di lui dice Messina: “È stato immenso: ci conosciamo da anni, il progetto gli è piaciuto molto e si è unito a noi suonando in tutti i brani, arricchendo gli arrangiamenti con soluzioni geniali e mai scontate. Registrare a Catania, alle pendici dell’Etna, è stata un’esperienza davvero magica”.
“Etna calling” ha un suono costruito per sottrazione, alla ricerca dell’essenza, del cuore piuttosto che di magniloquenza e concitazione, con brani svincolati dalla ristrettezza della forma-canzone canonica, che respirano: “frammenti melodici che si dilatano, parole che diventano suono, ritmi che evocano tanto il battito della terra quanto l’eco di presenze aliene”, dicono i due musicisti. E ancora: “La musica dell’album nasce principalmente dal canto: questi canti sono bellissimi la qualità dello stato emotivo che trasmettono è sublime: liberano la realtà dal peso del tempo, staccandola dal materiale e rendendola universale. Da bambina ho assimilato un modo di portare la voce ascoltando mia zia, gli amici di mio padre in Sicilia. E questo è stato il mio imprinting. […] I brani sono nati, nella maggior parte dei casi, direttamente da queste linee melodiche ricche di variazioni microtonali. In altri casi, ad esempio “A la viddanisca”, siamo partiti dal ritmo. Non c'è mai una regola fissa nella creatività. A guidarci è il modo in cui ci rapportiamo a questi canti: una combinazione tra passato e futuro, senza troppi orpelli e lontano dal folk revival anni '60-70”, chiosa Francesca Messina.
Gli arpeggi delle corde accompagnano l’intreccio delle voci sostenute dal suono del buttafuoco nell’iniziale “Basilicò”, un canto d’amore di Ribera, nell’agrigentino, il cui testo è incentrato sul simbolismo del basilico e sulle sue virtù terapeutiche. La voce appena velata di Messina canta il desiderio e la malinconia di un amore lontano in “Amuri amuri quantu si luntanu”. Corde cristalline dominano la splendida “A la viddanisca”, un canto di “jurnatari”, i braccianti alla giornata, che venne raccolto da Alberto Favara: un lirismo accorato fragile e potente allo stesso tempo che parla di perdita, memoria e precarietà esistenziale. L’harmonium fa da sfondo al canto a la carrittera “Lu celu”, dall’ambientazione rarefatta e iterativa portata da santur e synth analogico con Basile che usa una percussione “costruita e inventata da lui: uno strumento a metà strada tra un marranzano e un berimbau”, raccontano ancora i Femina Ridens. “Lu sceccu” è l’asino, simbolo della cultura popolare, degli ultimi ma anche della resistenza all’arroganza del potere (“Lu saziu nun cridi a lu dijunu”) e al dissenso represso. Il testo è un canto nato durante il moto insurrezionale del 1848, quando per circa sedici mesi la Sicilia visse come uno Stato indipendente, il cui nuovo Parlamento siciliano aveva dichiarato decaduta la dinastia borbonica e adottato una Costituzione estremamente avanzata per l'epoca. Un’indipendenza dalla vita breve, perché Ferdinando II di Borbone reagì con estrema violenza ordinando il bombardamento navale di Messina (guadagnandosi il soprannome di Re Bomba) e inviando un corpo di spedizione che riprese il controllo dell’isola nel maggio del 1849. Segue “Spingula”, dalla tensione introspettiva, ispirato a un canto popolare di Gibellina, il ritratto dell’amore negato che brucia come furia di tramontana. “Turtula” è la rielaborazione di una canzone di carrettieri: la storia di una tortora amata e lasciata libera diventa metafora della perdita. Femina Ridens si commiatano con “Usticana“, un canto di attesa e passione in cui il santur su un tessuto sonoro di synth, è complice della voce che si distende pacata, quasi sussurrata, dando forza all’intensità poetica della lingua: il desiderio che ritorna ostinato come le onde sullo scoglio.
Ecologia del sentire: suono e racconto, non ritorno alle radici ma fioritura, “Etna Calling” svincola il repertorio dalla conservazione bibliotecaria per consegnarlo a una contemporaneità capace di guardare al passato non come a un rifugio, ma come a una bussola per navigare l’incertezza del presente.
Ciro De Rosa
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