Michele Gazich | Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (Nota, 2023)

Dai Cantacronache alla “Danzacronaca”: otto inediti di Michele L. Straniero, e non solo


Qualche tempo fa, Giovanni, nipote di Michele L. Straniero, ha pensato di condividere testi e poesie inedite dello zio con Michele Gazich e Federico Sirianni. A questo felice incontro hanno fatto sponda le edizioni Nota pubblicando il 29 settembre un album e una serie di scritti che riannodano il filo della storia riportando l’attenzione sul ruolo dei Cantacronache. Il nuovo album integra quel lavoro cantautoriale attento alla giustizia sociale con versi che attingono ai sentimenti più intimi, con registri sia ironici, sia commoventi. Federico Sirianni ha già realizzato cinque album: l’ultimo, “Maqroll”, era nella cinquina finalista alla Targa Tenco 2022 nella categoria “Miglior album in assoluto dell’anno”.  Michele Gazich di album ne ha registrati una cinquantina, undici a suo nome, ultimo in ordine di tempo “Argon”. Per Gazich questo nuovo lavoro è anche un modo di “tornare” a Torino, la città in cui ha vissuto per alcuni anni frequentando il FolkClub.  Ad unirli è, fra l’altro, una delicata capacità nel tenere in bilico le parti cantate e con personali forme di “recitar cantando”, nei concerti, certo, ma anche nei dischi. Un’attenzione per le diverse forme della parola che in questa occasione rendono indispensabile e ricca di sollecitazioni una doppia intervista.

Quando e come avete incontrato e poi approfondito il lavoro di Michele Straniero e dei Cantacronache?
Federico Sirianni -
Quando, ancora studente di Lettere a Genova, conobbi Andrea Liberovici, figlio di Sergio Liberovici che con Michele Straniero diede vita ai Cantacronache e di Margot Galante Garrone, anch’essa protagonista di quella straordinaria storia. E poi, quando mi sono trasferito a Torino, era impossibile non confrontarsi con quel modo che precorse la grande epoca della canzone d’autore contemporanea italiana.
Michele Gazich - Nell’estate del 1990 da Brescia, dove ero nato, mi trasferii a Torino: ci sarei rimasto fino al 1997. Avevo 21 anni, mi ero iscritto a Lettere Classiche e volevo terminare gli studi al Conservatorio con un maestro che sapevo che mi avrebbe insegnato a suonare un po’ più dignitosamente di quelli che mi avevano istruito fino ad allora. In breve, tuttavia, io, che allora ero decisamente un ragazzo di provincia, fui inghiottito dalla vita culturale e dai locali della città. Ogni sera suonavo da qualche parte, ero affamato di musica, di poesia, di incontri e sempre assetato di vino… Musica e poesia mi pareva che fiorissero ovunque, che spuntassero in qualunque strada o piola (“osteria”, in piemontese. N.d.A.) nella Torino di allora! Presi coscienza del FolkClub, fondato due anni prima dal musicologo Franco Lucà e da Michele Straniero: ho vaghi ricordi di avere incrociato Michele Straniero, a distanza. Certamente pochi anni dopo, a ridosso della sua scomparsa, avviai una frequentazione costante con il nipote Giovanni che, formato dall’illustre zio, mi istruì su ogni cosa che ancora non sapevo. Già allora, ricordo, mi mostrò gli scritti di Michele Straniero che lui conservava…

Cos’hai imparato da quelle canzoni del 1958-1962?
Michele Gazich -
A dire la verità, in musica e parole. Non avrei mai scritto una canzone come Guerra Civile (“Dio sopravvive nei dettagli / Nelle crepe dei centri commerciali”) se non avessi incontrato i Cantacronache e, in particolare, Michele Straniero, che sapeva piegare l’immaginario religioso, di cui ogni italiano - anche suo malgrado - è intriso, ad un messaggio squisitamente politico.
 
In che modo dialogano le canzoni e le poesie di Michele Straniero?
Federico Sirianni - La canzone e la poesia sono forme di scrittura diverse anche se la canzone può contenere poesia e la poesia essere molto musicale. Alcuni dei testi di Straniero che abbiamo affrontato non sembravano essere stati scritti per farne canzoni, altri sì. Sui primi è stato dunque necessario metterci un po’ le mani per adattarli alla forma canzone. 
 
Volete raccontarci la collaborazione con Giovanni Straniero, con l’archivio personale di Michele Straniero e l’incontro fra voi? 
Michele Gazich - Giovanni, come raccontavo sopra, è un caro amico da decenni. Da tempo mi aveva mostrato il materiale dell’archivio dello zio e mi aveva proposto di musicare qualcosa di questi testi. Ma io ho esitato a lungo. Avevo una sorta di timore reverenziale nei confronti di Michele Straniero… Poi è entrato in scena Federico che ha subito affrontato con estrema efficacia alcuni di questi testi. Ciò mi è stato di sprone, mi sono detto: “Allora ce la posso fare anch’io!” E così è stato… Con Federico abbiamo lavorato in totale armonia, come non mi era mai avvenuto in tanti anni di carriera e con tante collaborazioni alle spalle. Ognuno è intervenuto nel lavoro dell’altro con semplicità e con la gioia - perché tale è stata - di lavorare insieme. Gioia che abbiamo portato in studio di registrazione, dove abbiamo registrato con divertimento e concentrazione (non avrei mai pensato di mettere queste due parole assieme…) con il grande tecnico del suono Fabrizio “Cit” Chiapello presso gli studi Transeuropa e con il 
mio storico collaboratore Marco “Tibu” Lamberti (suoniamo assieme dal lontano 2006).
Federico Sirianni - Anche per me l’incontro con Michele è stato illuminante e credo e spero si possano trovare in futuro altre forme di collaborazione perché insieme abbiamo lavorato davvero in grande armonia. E non era scontato. 

Perché per l’album avete scelto proprio quegli otto testi inediti e in che misura sono rappresentativi delle poesie di Michele Straniero?
Federico Sirianni - Sono quelli che, nel materiale fornitoci da Giovanni, ci hanno colpito maggiormente e, allo stesso tempo, potevano dare una sorta di unità concettuale al disco: è un Michele Straniero più personale che politico, che dichiara apertamente il suo malessere in un mondo e in una società nella quale fa fatica a vivere.
 
Che rapporto ha la vostra forma canzone con quella dei Cantacronache?
Federico Sirianni - In queste canzoni abbiamo lavorato su due piani: sentirci liberi di trasferire le nostre personali esperienze musicali senza dunque seguire pedissequamente la modalità “Cantacronache”, ma aderire a quel mondo rimanendo, a livello di arrangiamenti, estremamente essenziali e acustici.
 
Potete raccontarci la genesi del brano che apre il disco “Ho incontrato Michele Straniero” e 
“Danzacronaca”? 
Michele Gazich - L’intento dei due brani cornice è innanzitutto, per così dire, didattico. “Ho incontrato Michele Straniero” a livello testuale è una porta spalancata per entrare nel mondo di Straniero. Il testo è spiritosamente costruito grazie ad una costellazione di citazioni da canzoni di Michele. Per chi le conosce, è una strizzata d’occhio continua… chi non le conosce magari sarà portato ad ascoltare capolavori come “La Madonna della Fiat”, “Adeadato”, “L’Intellettuale”. 
“Danzacronaca” fin dal titolo spinge ad avvicinare il mondo dei “Cantacronache”: è una sorta di danza macabra in cui intellettuali, scrittori, cantautori danzano nell’aldilà con il loro amico Straniero. Umberto Eco, Danilo Dolci, Italo Calvino, Fabrizi De André, Giorgio Gaber, Franco Lucà: tutti sono rappresentati con pochi tratti attraverso una quartina di versi. Questa gran parata conclusiva è stata anche l’occasione per far cantare per noi amici come Giovanna Famulari, Alessio Lega, Giangilberto Monti e Paolo Lucà.
 
Come sono nate le collaborazioni per le canzoni del vostro disco? Ce le volete raccontare?
Michele Gazich - Con totale spontaneità. Sono (quasi) tutte persone che hanno avuto davvero a che fare con Straniero. Michele ha avuto un ruolo nella loro vita e carriera. Ci tenevano ad esserci, non è stato necessario supplicarli e così, quasi per miracolo, dall’oggi al domani ci siamo trovati nel disco ospiti come Moni Ovadia, Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini, Fausto Amodei, ma anche Giovanna Famulari, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Alessio Lega, Giangilberto Monti e Paolo Lucà. Inoltre, sono tutti
amici personali di Giovanni, Federico o miei, da anni. Gualtiero, per esempio, ha collaborato ad altri miei dischi ed io ai suoi (proprio un anno fa Bertelli e Bettelli furono ospiti del concerto di Gazich e Lamberti al Ghetto di Venezia ndr); con Moni sarò in tour il prossimo novembre e così via.
Federico Sirianni - C’è stato molto entusiasmo da parte di tutti gli ospiti intervenuti, segno di un grande rispetto per l’opera di Michele Straniero. Alessio Lega è un eccellente studioso dell’opera dei Cantacronache e Giangilberto Monti ha conosciuto Gaber proprio grazie all’intercessione di Straniero, con cui si frequentava a Milano. 

Come e dove porterete in concerto questo lavoro?
Federico Sirianni - Spero in più luoghi possibile. Straniero è un “totem” fra gli addetti ai lavori della musica folk e d’autore, ma poco conosciuto dalla massa. Sappiamo benissimo che si tratta di un progetto di nicchia, ma le canzoni sono molto belle e i testi, nonostante siano scritti nella prima metà degli anni Sessanta, risultano di un’attualità straordinaria. Speriamo che questo nostro lavoro, che abbiamo affrontato con grande cura e rispetto, possa portare un pizzico di divulgazione in più dell’opera di Michele Straniero.

Se oggi potessi rivolgere una domanda a Michele Straniero, cosa gli chiederesti?
Federico Sirianni - Sarebbero molte per cui gli chiederei di cenare insieme al ristorante cinese, che lui amava molto e, davanti a degli ottimi ravioli alla griglia e a un paio di birre Tsing-Lao, più che altro lo ascolterei. 

Volete raccontarci anche gli altri tuoi progetti e collaborazioni musicali presenti e futuri?
Michele Gazich - C’è soprattutto un progetto a cui tengo molto: dal 2008 lavoro ad un insieme di testi e musiche denominato “La Gerusalemme Interiore - Una Cantata Ebraica”. Come Giona, Fuoco nero su Fuoco bianco, Il latte nero dell'alba, Dia de Shabat, Maltamé: sono alcune delle tante canzoni che ho scritto nel corso del tempo strettamente legate a tematiche ebraiche. Altre ne ho scritte di recente e sono totalmente inedite. Costituiscono, nel loro complesso, un corpus di più di trenta composizioni in parole e musica. Cantata Ebraica: accostamento inedito di nome e aggettivo, callida iunctura! Quando si pensa alla cantata viene in mente innanzitutto Bach, che ne scrisse più di cento e meravigliose, in larga prevalenza di argomento sacro. Ho pensato di far indossare alle mie canzoni i vestiti delle cantate bachiane: si ascolteranno infatti voci soliste, duetti, armonizzazioni corali, recitativi. Ho voluto ebraicizzare un genere cristiano, protestante. Ne restano le caratteristiche formali, ma i contenuti sono anche, e talora squisitamente, ebraici. La mia Cantata si muove dunque su di un crinale ebraico-cristiano.
Nel corso del 2023 ci sono state delle anteprime di questo materiale: a Venezia in occasione del Giorno della Memoria e presso la sede di Civiltà Cattolica a Roma lo scorso aprile. La Cantata sarà presentata nella sua forma integrale per la prima volta a Bergamo nell’ambito del Festival “Molte Fedi Sotto Lo Stesso Cielo” il prossimo 4 dicembre, a Torino al FolkClub il 27 gennaio e presso l’Università di Gerusalemme a fine giugno 2024.
Federico Sirianni - Attualmente porto in giro uno spettacolo dedicato a Giorgio Gaber insieme ai musicisti storici di Gaber, Gianni Martini e Claudio de Mattei, con il patrocinio della Fondazione Gaber. E poi il lavoro di scrittura sui testi di Straniero mi ha aperto dei canali e ho ripreso a scrivere anche canzoni mie, per cui è possibile che in tempi non lontanissimi, possa uscire un mio nuovo album.


Michele Gazich | Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (Nota, 2023) 
Dalla foto in bianco e nero della copertina, con un basco d’altri tempi, Michele Straniero ti guarda dritto negli occhi, mentre si aggiusta gli occhiali: ascoltato l’album, questo gesto appare un invito a saper affinare lo sguardo pur rimanendo nel comune campo di osservazione. Ad introdurre il lavoro, nel libretto, sono quattro testi puntuali “Ma cosa vuoi che sia una canzone?” di Fausto Pellegrini (“Canzoni diverse”) su canzoni con una dignità artistica legata alla rappresentazione della vita quotidiana; di Giovanni Straniero (“Abbeverarsi alla fonte”) che ricorda come Michele Straniero cominciò a scrivere prima poesie e poi testi per canzoni e come scrivesse in qualunque posto e in qualsiasi momento, su un’agenda telefonica o sui fazzolettini di carta; di  Michele Gazich (“Abbeverarsi alla fonte”) e Federico Sirianni (“La fatica e il pericolo”). Se, oltre sessant’anni fa, i testi e le musiche dei Cantacronache hanno saputo richiamare l’attenzione di chi compone canzoni sulle emergenze sociali e sui rapporti di potere, leggere ora i versi di Michele Straniero diventa un’occasione per ascoltarne la dimensione più intima e affettiva là dove da forma al linguaggio delle emozioni intrecciando le “cronache” politica di allora (che non hanno smesso di parlare all’oggi). È il caso della strofa della quarta canzone in cui “il poeta raccoglie i gatti e la luna / Ti cambia la frase e l’idea / Ti dice ‘sei solo un gatto randagio’ / E la paura va via”. Non è marginale, nell’esplicitare i rapporti fra personale e politico, fare i conti con la paura e scovare lo sguardo e il linguaggio capace di esorcizzarla, perlomeno quando si ha la consapevolezza del legame che unisce potere, controllo e paura. E’ significativo il titolo di quest’album, verso della poesia omonima che, dopo aver cantato la condizione randagia, esplicita “E non ho paura di sapere che / Domani si vive e si muore”. Registrato da Fabrizio “Cit” Chiapello nello studio Transeuropa Recording di Torino, l’album coinvolge Marco “Tibu” Lamberti (basso, chitarra, banjo) in sei brani e vede ospiti Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Giovanna Famulari, Alessio Lega, Paolo Lucà, Giovanna Marini, Giangilberto Monti, Moni Ovadia.  Fra i testi inediti di Michele L. Straniero, Gazich e Sirianni ne hanno selezionato otto che ci restituiscono in forma di canzoni, ognuna con una propria specifica qualità affettiva, un ventaglio di timbri diversi. Le note del bel libretto di 34 pagine che accompagna il cd, oltre che per le musiche, riportano i loro nomi anche per i testi, indicazione di un intervento, per quanto contenuto, di aggiustamento dei versi alle metriche di canzoni che si muovono liberamente rispetto ai tratti musicali che caratterizzavano i Cantacronache. La seconda canzone, “Lettera ai genitori”, affila subito la lama introspettiva: “Io non ci riesco a fare felici quelli che amo”. Se questa triste ammissione viene inizialmente accolta dalla cornice tersa del dialogo voce-chitarra acustica, uno dei fili rossi dell’album, la paletta sonora a disposizione sa far esploderne tutto il tragico portato, in particolare col piano elettrico Rhodes e il basso elettrico a sostenere l’urlo di dolore che intreccia voce e violino. L’archetto diventa protagonista nei due brani successivi, lirico controcanto a “Le case, le strade, la gente” che con la voce di Moni Ovadia ci ricorda che “il viaggio non è terminato”. Poi, a metà album, ecco un esplicito, ben pennellato rimando ai Cantacronache con Giovanna Marini al canto, Maurizio Bettelli all’armonica a bocca e Andrea Del Favero all’organetto che danno corpo a “Da un cielo umano” in cui “la colomba della pace / ripassi un giorno o l’altro da queste parti” sperando che nel frattempo “le poche verità non vadano perdute / in un incendio doloso”. Prima di avviarsi alla conclusione, “Il corridoio del Nautilus” sottrae la chitarra al ventaglio dei timbri per impastare in un unico tronco sonoro viola, violino e pianoforte acustico con le voci di Gazich e Sirianni per esplorare con dolore e tenerezza la “mossa complicata / quella d’essere qui”. La canzone che apre e quella che chiude l’album sono state scritte da Gazich e Sirianni stabilendo un legame tra la dimensione esplicitamente politica e quella più intima e affettiva che attraversa le poesie inedite Michele Straniero. “Ho incontrato Michele Straniero” è l’occasione per ascoltare la voce (parlata) di Giovanni Straniero che ci offre un toccante incipit: “Sono di questi posti / Ma nessuno mi crede”. La canzone sembra restituire il profondo processo di trasformazione offerto a Gazich e Sirianni dal lavoro sui testi di Michele Straniero, ma il dialogo che da forma ai versi non è riferito ai due autori. Ospite al canto e protagonista della canzone è Gualtiero Bertelli cui Michele Straniero rivolge un esplicito invito a percorrere da cantastorie una strada “ancora lunga” per realizzare il desiderio di vedere “l’Italia libera dai fascisti”. A chiudere l’album, dopo la bellissima ed essenziale “L’amore è sempre il punto”, è “Danzacronaca”: una energetica danza macabra che immagina una compagnia di amici – Umberto Eco, Danilo Dolci, Italo Calvino, Fabrizio De André, Giorgio Gaber e Franco Lucà – ad accogliere nell’aldilà Michele Straniero. 


Alessio Surian

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