Antonis Antoniou – Kkismettin (Ajabu!, 2021)

Nelle dieci tracce di “Kkismettin” si dipana un suono scuro e teso, perfino rabbioso, eppure non nichilista perché orientato a superare il bieco nazionalismo che attanaglia l’isola di Cipro. Prodotto durante il primo confinamento della crisi pandemica, è il disco solista del cipriota Antonis Antoniou, autore, cantante e polistrumentista (laouto, percussioni, basso elettrico, glockenspiel, chitarra elettrica, synth analogico) di Monsieur Doumani e Trio Tekke, due band che ci piacciono molto e che i lettori di questo magazine conoscono molto bene. “Kkismettin”, traducibile come “fato” o “destino”, è una parola utilizzata sia dai greco-ciprioti che dai turco-ciprioti, le due maggiori comunità che abitano l’isola mediterranea. L’album si rivela un ritratto impietoso della divisione che persiste nella capitale Nicosia. Scrive nella presentazione lo stesso Antoniou: “La storia turbolenta dell’isola ha visto molte pagine oscure. Una di queste è l’attuale divisione e i continui scontri politici tra le due comunità. Per chi crede nella pace e lotta per la riunificazione, questa dolorosa situazione non può essere accettata come destino dell’isola. Il corso del kkismettin può essere modificato dal popolo di Cipro e portato a un nuovo inizio con nuove basi. Il kkismettin riscritto sarà pieno di risate piuttosto che di dolore, di abbracci piuttosto che di ostilità, di ponti e strade aperte piuttosto che di posti di blocco e muri”. Vissuto a Nicosia, il paradosso del lockdown, che ha portato con sé le note limitazioni alla libertà di movimento, è stato imposto in un contesto già compromesso nel suo senso dello spazio per via della storica separazione tra le comunità. 
Ad aprire “Livánin” (“Incenso”) è il fragore percussivo dei barili di petrolio che, riempiti di cemento, sono stati usati in passato per transennare e chiudere le strade della città e ora assurgono a totem o fantasmi delle chiusure nazionaliste, mentre sulla melodia portata dal laouto fluttuano synth e sferzate di chitarra elettrica: “[…] strappando le nostre vecchie abitudini, seppellendo i nostri coltelli /Ci teniamo stretti per mano mentre balliamo sotto le stelle”, canta con voce ruvida Antonis. Segue “Ttáppa Káto” (“Giù con un botto”), il cui testo è opera dello storico e attivista Marios Epaminondas; il brano prende la forma di un beat martellante, il suono è tagliente con il cantato-declamato (ad Antonis si aggiunge Andreas Neocleous) che invoca la possibilità di produrre una burrasca che abbatta i muri in un solo colpo. Epaminondas firma anche il testo della title track, dove la voce è quasi un rauco sussurro, costruito intorno a grumi noise, percussioni e dense propulsioni di basso, con una sorprendente apertura del liuto che nel finale cede il passo alle espansioni prodotte da un wah-wah. Seguiamo una conversazione tra ciprioti, accompagnati per i quartieri di Nicosia, da sud a nord (“Da Ais Yiannis a Arabahmet/due parti, non vivono insieme/questo è ciò che ha detto kismet/la risata di una persona è il pianto dell’altra/Mentre si
sedevano insieme per riposare/Halil si chinò e disse ad Antonis/’Qualunque cosa ci faccia male e ci rattristi, la cambieremo, io e te’/Da Ais Yiannis a Arabahmet/in questa città che viviamo insieme/riscriveremo il nostro kismet/ condivideremo le nostre risate e il nostro pianto”). Il laouto guida “Angáli” (“Abbracciare”), l’unico strumentale dalla fisionomia psichedelica; sale di nuovo la tensione, prima con “Yélia je ttélia” (“Riso e filo spinato”) e poi con “Bariş” (“Pace”, in turco), dove il canto per il cambiamento si fa corale. In “Douliá” (“Lavoro”) ritorna l’immagine dei barili arrugginiti, fantasmi ed espressioni dell’alienazione dei ciprioti che subiscono la divisione: corde in apertura del brano che procede su un ritmo ondeggiante imperniato sui modi della tradizione locale avvolto; ritorna il canto sussurrato in “Varélla” (“Barile”), dove l’immagine che trionfa è quella del barile cinto di fiori che rotola nei campi ad annunciare i “Dinoúrkes meres” (“Nuovi giorni”) in forma di psycho-rebetiko. Antoniou ci lascia con le immagini di speranza di “Achtina” (“Raggio”), cantata in coppia con Efthymia Alphas (“un raggio di sole attraversa la quarantena / dipingendo le ali sulla tenda”). Niente altro da aggiungere nel descrivere l’estetica di quest’eclettica opera solista, del tutto fuori dall’ordinario, inquieta e risoluta, politicamente carica di significato, che coglie pienamente nel segno. 


Ciro De Rosa

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