Samba Touré – Binga (Glitterbeat, 2021)

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Tre anni fa avevamo consigliato “Wande”. Ora torniamo ad invitarvi ad ascoltare Samba Touré e il suo ottavo album, registrato l’estate scorsa. “Binga” riflette la fraterna intesa fra le chitarre e la voce di Samba Touré, lo ngoni di Djimé Sissoko e la varietà di toni percussivi che Souleymane Kane sa ricavare dalla calabash. Se le sessioni di registrazione hanno avuto luogo a Bamako, il cuore e le melodie dei nove brani sono ben radicati nelle tradizioni Songhoy e nella regione maliana settentrionale Binga, appena a sud del Sahara, dove, a Daby, è cresciuto Samba Touré: “Non ho mai lasciato Binga. Da giovane mi sono trasferito a Bamako per poter lavorare ed aiutare la mia famiglia. Anche se è diventato difficile e pericoloso viaggiare nella mia regione, resta sempre la mia patria, il luogo dove ho una casa, la mia cultura. Ho voluto mettere in evidenza le mie radici e tornare ad un suono più genuino e più vicino ai nostri concerti dal vivo. Qui non ascoltate un qualcosa che mi abbia influenzato, ma il mio stile naturale”. In alcuni brani si unisce al trio anche l’armonica a bocca di Richard Shanks, splendide line melodiche che Samba Touré ha voluto restassero vicine al suono tradizionale del violino, già parte del gruppo in album precedenti. “La nostra musica non tende a comprendere assoli, sono qualcosa di molto occidentale. Non ne ho mai suonati di molto lunghi, mi sento più un compositore di canzoni che un cantante e chitarrista. Rispetto ai nostri album precedenti, anche lo ngoni ha uno spazio più contenuto questa volta, semplicemente ognuno accompagna gli altri”. Alcuni contributi alle percussioni sono stati curati dall’abituale produttore, Philippe Sanmiguel, e nel classico brano Songhoy che apre l’album, “Tamala”, Djeneba Diakité si unisce a Djimé Sissoko nei cori. La successiva “Atahar” è introdotta da ben cesellati riff di chitarra acustica e ribadisce l’attenzione di Samba Touré per le ingiustizie sociali che attraversano il suo paese ed è un appello a far sì che i percorsi d’istruzione siano accessibili a tutti i bambini. Al tono malinconico di “Atahar” si alterna “Sambalama”, brano cui è affidata la promozione, anche video, del disco: le diverse linee di chitarra e ngoni si intrecciano mirabilmente e veicolano energia e serenità a sostegno di un messaggio di fiducia nella propria volontà e nel futuro nonostante i tempi bui che sta attraversando il Mali. Nell’ultimo giorno di registrazioni i musicisti hanno dato vita ad un’improvvisazione da cui è nata “Instrumental”, tempo medio e colori elettrici che rimandano all’estetica di Ali Farka Toure, con l’armonica di Richard Shanks a disegnare e variare l’orizzonte melodico. A metà album il canto si fa corale e va a celebrare Hammadoun Kollado Cissé, deceduto nel 2015 dopo essere stato per molti anni un riferimento nazionale per il calcio maliano e presidente della Fédération malienne de football, in una carriera cominciata col Racing club de Gao nel 1980. “Kola Cissé” omaggia al tempo stesso il dirigente sportivo e più in generale tutti coloro che hanno Saputo mostrare e rendere concreta la loro devozione verso gli altri. Il registro spirituale ed il canto corale proseguono con l’incalzante “Adounya”: qui la voce si alza e diventa dolente perché è costretta a ricordare che, se il mondo continua ad offrirci i suoi cicli immutabili di luce ed ombra, di alternarsi di notte e di giorno, purtroppo quel che sembra cambiare in peggio è il comportamento degli esseri umani che stanno danneggiando la terra che abitano. Queste osservazioni fanno il paio con quelle del penultimo brano “Sambamila”, una triste riflessione che comincia rievocando l’infanzia nel proprio Villaggio: un tempo in cui sembrava “mancare” tutto, ma era condivisa la capacità di vivere in modo gioioso, mentre l’avvento dell’elettricità e del telefono si è accompagnato con condizioni di povertà e insicurezza. Proprio questa situazione spiega “Fondo” (con un riff iniziale che richiama “Wish you were here”) che racconta l’emigrazione dei giovani dai villaggi verso la capitale o altri paesi, il brano più toccante che, con la voce e con l’armonica, invita chi parte a ripensarci e a restare uniti. In coda, la bellissima “Terey Kongo”, conosciuta canzone songhoy che spinge con incedere danzante una barca lungo il fiume Niger. 


Alessio Surian

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