Ensemble Oni Wytars – Pentameron (Deutsche Harmonia Mundi/Sony Music, 2019)

Attivo da oltre trent’anni, l’Ensemble Oni Wytars ha raccolto consensi di pubblico e critica in tutto il mondo per il suo originale approccio nel rileggere il repertorio musicale europeo, dal Medioevo al Barocco, spaziando dai canti dei pellegrini alle melodie dei trovatori, dai manoscritti spagnoli del XIII e XIV Secolo al Seicento. Composto da Gabriella Aiello (voce e castagnette), Peter Rabanser (canto, chitarra barocca e calascione), Riccardo Delfino (voce, arpa doppia e calascione), Marco Ambrosini (nyckelharpa, mandolino e cori), Michael Posch (flauti dolci) e Katharina Dustman (percussioni), l’ensemble, negli ultimi anni, ha allargato il raggio delle proprie ricerche sonore alla musica popolare e alle influenze con le sonorità del Mediterraneo come dimostrano i lavori più recenti “La Follia – Il Trionfo della Follia” e “Cantar d’amore”. A quattro anni da quest’ultimo, l’Ensemble Oni Wytars torna con “Pentameron”, album ispirato da “Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille” dello scrittore campano Giambattista Basile (1566 - 1632) nel quale hanno ripreso balli e canti tradizionali risalenti al Cinquecento, dando vita ad un viaggio nel tempo, evocando attraverso la musica l’ambientazione dei racconti. Ne abbiamo parlato con Gabriella Aiello, cantante, ricercatrice e didatta, recentemente incaricata dell’insegnamento di canto popolare all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Tchaikovsky” di Nocera Terinese (Cz). Nell’occasione abbiamo ripercorso con la cantante romana il suo percorso formativo ed artistico per soffermarci sulla sua fortunata collaborazione con l’Ensemble Oni Wytars.

Partiamo da lontano, come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica?
Prima di approdare alla musica di tradizione orale, ho avuto un periodo legato al rock e alle sperimentazioni con l’elettronica, un momento che appartiene un po’ a tutti i musicisti della mia generazione. Suonavo con un gruppo di amici, alcuni dei quali continuano ancora a fare musica. Provavamo in una saletta e rileggevamo brani famosi, ma devo dire che, già all’epoca, non facevamo delle cover ma cercavamo di rielaborarli. Ricordo una versione di "White Room" dei Cream con una sezione di fiati con tromba e sax, una cosa abbastanza originale per l’epoca. Da quelle prove è nata l’esigenza di comporre musica originale anche sulla scia degli ascolti che facevamo. Erano i primi anni Novanta e io ascoltavo molto i C.S.I., i Marlene Kuntz, ma anche i Depeche Mode. Era l’epoca dei suoni industrial e ci incuriosiva quello che succedeva in giro.

Come ti sei avvicinata alla musica tradizionale?
La folgorazione è arrivata ad un concerto al Palladium, all’epoca era in gestione all’allora Radio Rock e non era quello che è adeso ma semplicemente un ex cinema dove si ascoltavano i concerti in piedi perché la parte superiore non era agibile. Il mio fidanzato dell’epoca lavorava per un service e mi chiamò dicendomi che c’era un concerto che dovevo vedere assolutamente. Mi precipitai al Palladium e sul palco c’era Daniele Sepe che presentava “Spiritus Mundi”. Fu un concerto meraviglioso e rimasi molto impressionata da alcuni brani, tra cui “Te Recuerdo Amanda”. Fu un vero e proprio ritorno al passato perché mi ricordai di quando mia madre da piccola mi aveva fatto ascoltare, per la prima volta nella vita, un vinile di Victor Jara. Mi raccontò di cosa era successo a Santiago del Cile e dell’impegno civile di certi cantautori in Sud America. Mi ricordai anche di tutte le cose che avevo ascoltato dal gruppo di amici dei miei genitori, il cui passatempo era ritrovarsi insieme a cantare e a fare polifonie. Da loro ho imparato i primi canti e da loro ho ascoltato le canzoni popolari come i brani di Ivan Della Mea e di Giovanna Marini. A dieci anni, mi miei mi portarono a vedere anche “La Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Al concerto di Daniele Sepe ci fu una sorta di cortocircuito di tutti questi ricordi. 

In quel momento hai deciso di incominciare a studiare la musica di tradizione orale...
In realtà avevo già frequentato già i corsi di canto jazz alla Scuola Popolare di Musica del Testaccio, ma in quell’occasione mi tornò la voglia di riprendere a studiare e cominciai prima privatamente a studiare tecnica del canto e poi a frequentare i laboratori di Giovanna Marini. 

Ci puoi raccontare dei tuoi studi con Giovanna Marini?
E’ stata una esperienza incredibile. Ho ascoltato tantissimo materiale, non solo del repertorio politico che mi rimandava alla mia infanzia quando ascoltavo quei canti con i miei genitori, ma anche tantissimi brani della tradizione orale. Giovanna Marini ci faceva ascoltare le registrazioni sul campo con queste voci apparentemente sgraziate per l’orecchio di chi fa una musica colta o pseudo tale, ma che, al contrario, hanno una ricchezza infinita di particolari, di timbri e una urgenza di canto legata ad una tradizione ad un rito. Poi ho intrapreso tutto un lavoro sulle polifonie legate alla tradizione popolare, musiche e canti che sono banditi dai conservatori ma che hanno una ricchezza incredibile. 

Insieme a Giovanna Marini hai anche girato l’Italia per ascoltare ed apprendere “sul campo” la musica tradizionale…
Insieme a Giovanna siamo andati a vedere e a registrare i riti della Settimana Santa. Lei ha coperto tutta Italia nel corso degli anni. Tanti anni fa andai con lei a Sessa Aurunca, dove tornava dopo diverso tempo perché era stata letteralmente interdetta, e su quel viaggio ho diversi aneddoti. Era successo, infatti, che in un concerto in Francia, dove insegnava all’epoca, Giovanna Marini aveva riproposto con il Quartetto Vocale il “Miserere di Sessa Aurunca”. 
La sfortuna aveva voluto che in sala ci fosse un sessano il quale seccato dal fatto che eseguissero quel canto delle donne aveva avvertito la Confraternita e venne fuori un conflitto non da poco. Per poterci tornare, Giovanna dovette scrivere delle lettere in cui chiedeva scusa e si cospargeva il capo di cenere. Quando arrivammo a Sessa Aurunca, incontrammo i Cantori e lei raccomandò a noi donne di non cantare il “Miserere” perché se si fossero accorti che lo cantavamo sarebbe stato un problema. Quindi eravamo tutti in silenzio. Ad un certo punto, mentre eravamo lì ci dissero di sapere che noi cantavamo il “Miserere” e ci chiesero di cantarlo. Fu come “mezzogiorno di fuoco”. Si alzarono i quattro uomini studenti di Giovanna, due dei quali sono diventati parte del Quartetto Urbano e cominciarono a cantare. La prima strofa la eseguirono perfettamente e i Cantori cominciarono ad avere qualche tensione e a non essere molto contenti. Alla seconda strofa uno di loro sbaglio e fu un momento meraviglioso perché calò una tensione incredibile. Loro si sentirono ancora i primi e gli unici detentori del “Miserere” e li presero sotto la loro ala. Questi quattro poveretti furono obbligati a seguirli per tutta la processione perché ognuno doveva imparare la voce di riferimento dei singoli cantori. Noi ogni tanto venivamo invitati nelle case per mangiare il filetto di baccalà che a Sessa Aurunca offrono ai partecipanti alla processione. Loro, invece, rimasero tutto il tempo ad ascoltare i cantori che cantavano. Sempre con Giovanna Marini sono stata al Santuario della Madonna Dell’Arco, a Piana Degli Albanesi in Sicilia, a Ceriana in Liguria dove hanno anche lì una tradizione molto forte di canto sacro, molto fiorettato con il falso bordone. Due anni fa andammo anche in Calabria. Insomma, abbiamo fatto diversi giri. Lo scorso anno avremmo dovuto essere da Biagino a Sarno, ma il COVID ce lo ha impedito. 

Quali consigli preziosi ha conservato di quei “viaggi di istruzione”?
Giovanna Marini era sempre molto attenta nello spiegare come si avvicinavano i cantori e come si chiedeva loro di cantare. Tutto passa certamente dallo stare insieme, parlare e condividere anche un bicchiere di vino, senza mai forzarli e lasciare a loro il piacere di omaggiarci di un canto. Ad esempio, durante le processioni ci diceva sempre vestirci di scuro, perché dovevamo mescolarci alla gente e non disturbare chi stava partecipando al rito. Allo stesso modo ci consigliava di usare con discrezione anche il registratore, senza metterlo sotto al naso di chi cantava.

Veniamo alle tue prime esperienze artistiche…
Una delle prime esperienze fu con i Madar, gruppo fondato dal giornalista Gianni Di Santo e che sperimentava nell’ambito della world music proponendo testi tradizionali rielaborati. Lui si divertiva a cantare ma sapeva scrivere anche splendidi testi. A lui devo il fatto di avermi aperto un mondo. Mi inondò di musica non solo italiana e tramite lui ho conosciuto anche Mauro Palmas e Elena Ledda. Cominciai ad essere curiosa che poi è quello che ti fa muovere da un posto all’altro, da una musica all’altra. In quel periodo frequentavo tutti i corsi e gli stages che potevo, compresi quelli di canto indiano, anche per stuzzicare l’orecchio.

Successivamente sei entrata in contatto con gli Indaco di Rodolfo Maltese e Mario Pio Mancini…
Girava tanta musica in quel periodo. C’erano i Novalia che cantavano in reatino con la voce meravigliosa di Raffaello Simeoni e la genialità di Stefano Saletti nel far convergere rock e musica popolare. Ho cominciato a collaborare con gli Indaco prima della pubblicazione di “Terra Maris”. Loro nascevano come gruppo di musica strumentale e sperimentavano gli incroci tra progressive e world music. Spesso ospitavano varie voci con le collaborazioni con Francesco Di Giacomo, Andrea Parodi, Enzo Gragnaniello. Rimanevano, però, casi isolati e non sempre riuscivano a riprodurle sul palco. All’epoca avevo conosciuto Arnaldo Vacca, a cui pure devo tanto della mia formazione, e fu lui a propormi nel gruppo. Cominciai a cantare tutti i brani, eccetto quelli interpretati dall’indimenticato Francesco Di Giacomo con la sua incredibile voce. In “Terra Maris”, Andrea Parodi, anche lui prematuramente scomparso, scrisse per me “Umbras” che poi riprese, qualche tempo dopo, in un suo disco. Ci eravamo incontrati più volte sul palco e cantavamo insieme e quando scrisse quel brano lo fece pensando al mio modo di cantare. Ci fu anche un episodio simpatico perché durante un festival dell’editoria, fummo ospiti di Fahrenheit su RADIO3 e io cantai dal vivo “Soneanima”. Durante la trasmissione chiamò una signora che voleva sapere il nome della cantante sarda che aveva cantato quel pezzo. Dopo gli Indaco, la collaborazione con Arnalo Vacca è proseguita con il progetto Tamburellando, un’orchestra di soli tamburi a cornice in cui a cantare ero io. Per la prima volta c’erano dei tamburi a cornice accordati che suonavano le melodie. Aprimmo una strada perché dopo di esperienze simili ne sono nate una infinità. 

Nel tuo percorso fondamentale è stato l’incontro con Nando Citarella
La prima volta che ci incontrammo fu all’Alexander Platz ad un concerto di Sainkho. Lui mi propose di andare a cantare con lui durante una fiera dell’editoria a Grottaferrata. Ci andai e cantai due brani tra cui una “Ave Maria Sarda”. Da quell’incontro nacquero una serie di occasioni in cui fui sua ospite del suo gruppo che, in quel momento, era in fase di riassetto. Infatti, la cantante Tiziana D’Angelo si stava trasferendo e per questo motivo la collaborazione era terminata. Per altro lei era principalmente una attrice e voleva dedicarsi al teatro, ma canta molto bene con una voce da contralto ancora più bassa, ha un timbro molto particolare. Fu, così, che mi propose di entrare nel gruppo. Cantai nel disco “Và a Faticà”, prodotto da AlfaMusic, dove insieme duettiamo in “Suite Costiera ‘All'Avvocata’” e, in quell’occasione, fu Nando a farmi ascoltare le prime registrazioni di quel brano fatte da Roberto De Simone, negli anni Settanta e ripubblicate poi in “Son Sei Sorelle” da SquiLibri. 

Quanto ti ha arricchito la collaborazione con Nando?
Moltissimo perché mi ha consentito di approfondire tanti aspetti e guardare l’aspetto più professionale del fare musica. Io venivo dall’esperienza con gli Indaco e loro facevano un lavoro diverso con la world music. Fondamentalmente è stato Nando a volermi con lui, ma certe scelte non si fanno solo in base al timbro della voce, ma anche all’alchimia che si crea. Si può avere la voce migliore ma non essere empatica con il gruppo. Del resto, la voce del gruppo era Nando e certe cose le facevamo insieme. Se non si fosse stabilita quella empatia probabilmente difficilmente… 
Certo c’è anche la questione di come si sposano le voci. Il nostro sodalizio è andato bene. Sono vent’anni che collaboriamo e abbiamo fatto tante produzioni da Mozart alle varie cantate natalizie per finire ai tantissimi concerti anche in duo. Nando mi ha aiutata ad entrare nel tessuto musicale, ha stimolato la mia curiosità nello scoprire le feste che erano ancora in uso e in questo mi sono stati utili gli insegnamenti di Giovanna Marini. Ho cominciato a scoprire quel mondo, a conoscere tante persone con cui sono diventata amica come Biagio De Prisco che, ancora oggi, fa un grande lavoro di raccolta dei canti. Alla fine ho cominciato anche io ad insegnare e a portare le mie allieve ad ascoltare i canti delle processioni a Blera come a Giulianello. Proprio con Le Donne di Giulianello Nando, qualche anno fa, organizzò un concerto molto bello e, grazie al mio amico Massimo Zio, siamo riuscite a coinvolgerle sul palco nonostante fosse sera. Queste sono state per me tante piccole perle… Quando ti trovi ad ascoltare certe voci e a cantarci insieme è una grande emozione. Tanti cantori stanno scomparendo e con loro va a perdersi la tradizione. 

Più recente è, invece, la tua collaborazione con l’Ensemble Oni Wytars…
E’ stato un grande regalo che mi ha fatto Lucilla Galeazzi. L’Ensemble Oni Wytars nasce come progetto dedicato alla musica medioevale e quella antica ma riproposte non filologicamente e questo ci tengono molto a precisarlo. Il nucleo base del gruppo è internazionale con gli austriaci Peter Rabanser (canto, ceccola polifonica e chitrra battente) che, però, vive in Italia da dieci anni e Michael Posch (flauti) che dirige il dipartimento di musica antica a Vienna, la cantante Belinda Sykes è inglese, Marco Ambrosini (nickelharpa) è italiano ma vive da trent’anni in Germania, e poi ci sono i tedeschi Katharina Dustmann (percussioni) e Riccardo Delfino (ghironda, cornamusa e canto) che ha origini italiane. 
Nel 2012 stavano cominciando a lavorare al disco “La Follia” ed erano interessati ad aprirsi a voci popolari e, per questo motivo, decisero di proporlo a Lucilla. Il disco prevedeva più parti di polifonia per le voci, quattro uomini e quattro donne, e alcuni brani della tradizione popolare. In quel periodo, però, Lucilla cantava con L’Arpeggiata di Christina Pluhar e non se l’è sentita di incidere un disco dello stesso ambito in contemporanea. Senza dirmi niente, fece il mio nome a Marco Ambrosini il quale mi contattò dicendomi che gli aveva dato il mio numero Lucilla e proponendomi di cantare nel disco. La chiamai subito per ringraziarla e lo faccio ogni volta che la vedo per avermi permesso di fare questa esperienza. Tutta la preparazione la facemmo ognuno nel proprio stato perché vivevamo in posti diversi e ci vedemmo, poi, per registrare. Anche questo è stato un incontro fortunato perché quando ci siamo visti è nata subito una bella alchimia con tutti i musicisti. Da allora è nata una collaborazione stabile che mi ha portato, poi, a fare gli ultimi due lavori con loro.

Come nasce l’album “Pentameron”?
L’idea inziale era quella di fare un disco sui racconti e in quel periodo cominciava a ritornare un po’ in auge “Lo Culto De Li Cunti” grazie al film di Matteo Garrone. Tutti conoscevano “La Gatta Cenerentola” che bene o male conoscono tutti quelli che fanno musica antica. Da lì mi è venuto in mente di fare un disco su “Lo Cunto De Li Cunti” di Giambattista Basile. E’ cominciato un intenso periodo di studio in cui ognuno di noi ha letto il libro. Peter Rabanser ha trovato anche versioni con traduzioni in tedesco e le ha distribuite al resto del gruppo. 
Ci siamo resi conto che dentro al libro sono nominati balli come “La spagnoletta” e delle villanelle di cui è anche riportato il testo e abbiamo deciso di riprenderli nel disco. Personalmente ho scelto i brani popolari e l’ho fatto tenendo presente quelli che evocavano le storie narrate nel libro. Per esempio, il tradizionale salentino “Beddha Ci dormi” l’abbiamo utilizzata in modo che rimandasse a “La bella addormentata”, immaginandoci tutta la storia con il principe che risveglia la principessa dall’incantesimo. 

Insomma da voce ospite in “La Follia” sei attualmente una forza creativa dell’ensemble…
Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con Peter Rabanser già nella fase creativa di “Cantar d’amore”. “Lo cuntu de li cunti” racconta di dieci donne convocate a corte per far ridere la principessa che non rideva mai. Nei momenti ricreativi loro giocavano con il cuoco e i camerieri e spesso ballavano. Abbiamo voluto tradurre in musica l’atmosfera della corte alternando momenti seri a momenti tristi, dal gioco al racconto, dalla canzone al ballo. Ogni riferimento al libro è, però, fatto secondo la nostra visione. Abbiamo musicato insieme “Dattolo Dattolo” il cui testo che riprende la formula magica recitata da Cenerentola che mi aveva colpito molto e di cui Peter ha curato le armonizzazioni. In “O’ Monaciello” abbiamo ripreso “Figlia figlia mò jesce o ballo”, uno dei tradizionali più famosi della Campania di cui io mi sono occupata di rimette in musica il testo. “La funtanelle” è una ballata epico narrativa che rimanda molto alle storie raccontate nel libro, mentre “Lu Nigghje” che è proposto in medley con “Spagnoletta Napoletana” è un canto di gioco che si fa tra i bambini. “Tarantella finale”, veniva eseguita anche dalla
Nuova Compagnia di Canto Popolare ed in origine era solo strumentale, noi ci abbiamo aggiunto un testo a chiosa di tutto il lavoro che è l’epilogo de “Lo Cunto De Li Cunti”. 

Nel disco sono presenti anche dei recitativi….
E’ presente un cameo di Patrizio Trampetti che ha recitato alcuni estratti da “Lo Cunto De Li Cunti” e che ho registrato io a Napoli. Ci siamo conosciuti all’epoca degli Indaco quando venne ospite ad un nostro concerto e con cui siamo diventati molto amici e, quando sono a Napoli o lui viene a Roma, non perdiamo mai l’occasione di vederci. C’è, poi, la voce inconfondibile di Bruno Buoninconti che è uno specialista della tombola scostumata. Lui è di Pagani e compare anche sulla locandina del film omonimo e nel disco recita questa filastrocca che ho tratto io dal romano in napoletano. 

Concludendo, hai in cantiere un tuo disco come solista che sta prendendo forma dal progetto “Agorà” che proposto in trio con Mauro Palmas e Alessandro Foresti…
Diventerà un disco ma non è detto che si chiami proprio “Agorà” come il concerto che abbiamo già proposto molte volte, non ultimo la scorsa estate. Stiamo lavorando e il lockdown che ha fermato un po’ tutte le attività frenetiche di insegnamento ci ha dato una mano. Il concerto è nato dalla voglia di raccontare cose di vita vissuta, cose che mi appartengono da quando ero piccola e che pian piano ho cominciato ad appuntarmi. Intorno a questi racconti ci sono i canti che danno l’immagine musicale di quello che è il racconto. Convivono sia la tradizione popolare, sia quella cantautorale di impegno sociale. Nel repertorio c’è “Te Recuerdo Amanda” di Victor Jara che, come ho detto prima, è un brano a cui sono molto legata, così come Mauro Palmas che ha accolto con molto piacere la proposta di inserirlo perché era una parte importante della sua gioventù. Il disco sarà in parte collegato ad alcuni brani di “Agorà” e, sicuramente, mi concentrerò su un repertorio italiano. Ci saranno rielaborazioni di brani tradizionali e composizioni originali come la splendida “Ninna Nanna” di Alessandro Foresti, qualche pezzo mio. Non ti nascondo che vorrei inserire anche “L’inno di Santa Barbara” che abbiamo suonato questa estate in Sardegna in occasione della giornata in ricordo dei minatori. 



Ensemble Oni Wytars – Pentameron (Deutsche Harmonia Mundi/Sony Music, 2019)
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L’emblematica copertina ripresa dal testo alchemica del XVI Secolo “Rosarium Philosophorum” e raffigurante il leone verde che divora il sole racchiude in modo superbo l’atmosfera magica che permea “Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille” dello scrittore campano Giambattista Basile (1566 - 1632), opera seminale per lo sviluppo della fiaba europea e da cui l’Ensemble Oni Wytars ha tratto ispirazione per dare vita a “Pentameron”, album di grande fascino ed eleganza che ci svela le leggende, la magia e l’amore nelle corti del Cinquecento. Suddiviso in cinque parti, quanti sono i giorni in cui le dieci donne raccontano alla principessa che non ride mai le loro storie, il disco raccoglie sedici brani tra tradizionali e composizioni di autori come Baldassare Donato, Giovanni Domenico Da Nola, Gian Leonardo Dell'Arpa, Johann Hieronymus Kapsberger e Velardiniello, noti musicisti di corte e nei quali fanno capolino le voci narranti di Patrizio Trampetti e Bruno Buoninconti. Dal punto di vista prettamente musicale, colpisce la grande cura riposta negli arrangiamenti nei quali spicca l’utilizzo di strumenti antichi, come il calascione e la chitarra barocca, unito all’uso di percussioni tradizionali. Le voci di Gabriella Aiello e Peter Rabanser che si alternano al canto, sono incorniciate da tessiture sonore eleganti in cui la rilettura non musealizzata degli stilemi cinquecenteschi si accompagna ad una particolare cura timbrica. L’Ensemble Oni Wytars ci schiude, così, le porte ad un viaggio nel tempo, un itinerario tra suoni e racconti che segue in parallelo l’opera di Basile. Aperto dallo strumentale “Dolce amoroso focho” tratto dal “Cancionero de Palacio” del XV secolo, il disco entra nel vivo con la gustosa villanella per voci e percussioni “No pulice m'entrato nell'orecchia” di Baldassarre Donato e l’elegiaca “Vurria crudel tornare” di Gian Leonardo Dell’Arpa in cui brilla il flauto di Michael Posch. Si prosegue con “Dattolo dattolo” in cui le voci di Rabanser e della Aiello dialogano sulla bella trama sonora intessuta dalle corde e dai fiati. Se l’invito al ballo de “O' monaciello” ci regala una splendida interpretazione di Gabriella Aiello, la successiva “O fronte serena” di Johann Hieronymus Kapsberger mette in luce tutta un’orchestrazione di grande impatto evocativo. Il canto narrativo “La funtanelle” e “Villanella ch'all'acqua vai” di Gian Leonardo Dell’Arpa ci introducono alla bella versione di “Tu sai che la cornacchia” di Velardiniello e alla splendida resa di “Vava Mariella” di Giovanni Domenico da Nola. Si torna al ballo con “Spagnoletta napoletana/Lu nigghje” e “Sfessania” ma in serbo ci sono ancora dolci sorprese con “Voccuccia de no pierzeco” di Velardiniello e il tradizionale salentino “Beddha ci dormi”. Il tradizionale napoletano del Seicento “Si te credisse” e “Tarantella finale” suggelano un lavoro di grande spessore storico e culturale che non mancherà di regalare belle emozioni a quanti vi dedicheranno un attento ascolto.


Salvatore Esposito

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