Ode a kantigas, ninnenanne e filastrocche ebraiche

La musica klezmer (1), arriva immediatamente al cuore sia quando è straziante e lugubre, sia quando è gioiosa come una bulgar, una hora o una freilach. Che venga dalle corde di uno strumento solitario o che sia un tumulto di suoni, sembra poter abbattere qualsiasi differenza di genere musicale. La si incontra nei Balcani assieme ad una kopanitza, all’entrata di una Sinagoga o nel deserto, in mezzo ai sotterfugi di un mercato di Istanbul come in un club di free-jazz a Manhattan. Quel tipico timbro vocale lamentoso, vibrato e sovracuto del clarinetto mescolato a rumori, irregolarità ritmiche, alterazioni fonetiche e d’intonazione, fischi dell’ancia, sembra una lezione filosofica di vita, una strada umana facile verso la metafisica. Quando assume la faccia della doyna è ben più che un preludio, è una vera preghiera. Ma può avere anche quella diabolica del dybbuk, spirito defunto, prematuramente assassinato. E allora ha il potere di entrarti dentro perché è assetato di vita, causando anche seri cambiamenti di personalità e dubbi mentali. Non è per cattiveria, al contrario: è perché non accetta di abbandonare chi ama, da solo in questo mondo. E allora ecco le note che spingono dai confini di tempi remoti e rinnovano il rito di possessione. Non importa nome o domicilio, nazionalità o appartenenza temporale, a patto che l’anima sia inquieta ed errabonda, che il sentimento non fugga le ferite e le cicatrici della vita. Immortali lamenti in lingua yiddish, miscuglio inafferrabile di tedesco, polacco, russo, ebraico, rumeno, ucraino, hanno attraversato l’abisso di Auschwitz, Maidanek, Treblinka, con dolenti memorie. 
Canzoni che con tono profetico e solenne hanno esplorato l’invisibile, talvolta fatto proclami senza immaginare o saper presagire le tempeste che spesso le profezie sono chiamate a destare. Queste sono le canzoni dei piccoli popoli ai margini della vecchia Europa avvinte alla cultura occidentale. Hanno conservato intatta la forza di mantenere in sé, vivo, talvolta celato, il contenuto del loro oriente. Appartengono ad un’altra Europa, millenaria e fluida che ci fa ascoltare insieme il rombo tellurico dei Carpazi e il sibilo delle idee che discendono il Danubio. Alcune di loro sono manifesti politici o grida venute dallo splendore annebbiato dei ghetti. Altre piene di richiami simbolici, sono inni di miseri figli che non dimenticano mai le parole degli avi. Come quelle contenute in “Ani Maamim” (Io credo), basato sui Tredici Principi di Fede, il canto straziante intonato dai rabbini all’entrata nelle camere a gas. Canti nati nelle penombre di qualche retrobottega di Praga o Varsavia, in una atmosfera soffusa di conversazione con Dio. E nel colloquio, sono le semplici storie familiari che tornano nelle filastrocche, incessantemente salmodiate tra il filo della memoria personale e il respiro solenne della grande storia. Quadri di piccola vita quotidiana che immersi in una dimensione onirica si aprono con squarci di intimità o tragedia. Le canzoni raccolgono sempre in loro il tempo degli uomini, bisogna ascoltare le piccole canzoni yiddish per sentire il grande battito del cuore di un’epoca. Sono loro che conservano le tracce antenate delle credenze nascoste. Tra le loro righe il corpo della tradizione, le impronte sopravvissute in brandelli sparsi, i lontani segreti e i messaggi che scavarono nei cuori. Perfino l’odore della vita che è stata, può riuscire a sopravvivere nei canti. Le canzoni ebraiche dei musicisti ambulanti klezmorim, novelli troubadours, entrarono con i loro strumenti facili al trasporto, stavolta non nei palazzi e nelle corti dei potenti ma nelle case povere e di matrimonio in matrimonio, di mercato in mercato, di piazza in piazza, anche in tempi di massacri. 

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