Joachim Cooder – Over The Road I’m Bound (Nonesuch, 2020)

I lettori più giovani forse non ricorderanno le dispute, proprie degli anni Sessanta del secolo scorso, ma non del tutto evaporate, relative al blues ed al folk: poteva il folk diventare contaminarsi con il rock e poteva il blues essere suonato da musicisti bianchi le più ricorrenti. Peggy Seeger, a proposito dei bluesman britannici pensava che fossero grotteschi e suo marito, Ewan MacColl, sosteneva addirittura che si dovessero solo cantare le canzoni del paese i cui si era nati. Non che oggi sia cambiato tutto in maniera così radicale, anche se l’avvento della world music, l’arrivo di forze fresche da aree del pianeta che prima solo pochi arditi avevano avuto il coraggio di esplorare e la fusione di elementi musicali non solo diversi stilisticamente ma anche per provenienza geografica, ha aperto molte porte e qualche mente. Eppure le diatribe non sono finite e lo prova questo disco di Joachim Cooder che, ho notato, ha ottenuto quasi ovunque buoni (se non ottimi) consensi ma anche sollevato critiche feroci da chi ritiene che il materiale che contiene sia stato sfregiato e calpestato da scelte non solo eccessivamente ardite ma addirittura blasfeme. Per il suo terzo lavoro solista il figlio del maestro Ry Cooder ha scelto di recuperare una manciata tra le molte canzoni dal vasto repertorio di un leggendario musicista dei primi decenni del secolo scorso, il banjoista e cantante Uncle Dave Macon (1870-1952), una figura chiave nella storia della musica country dei primordi, tanto che il noto studioso Charles Wolfe ha scritto: “Se la gente chiama Jimmy Rodgers il padre della country music, allora Uncle Dave Macon deve esserne il nonno”. Joachim Cooder ovviamente è cresciuto in un ambiente domestico totalmente immerso nella musica e negli ultimi anni ha dato prova delle sue capacità come percussionista e batterista lavorando spesso a fianco del padre, non solo nei suoi più recenti album personali ma anche e soprattutto nelle sue scorribande oltre la musica nord-americana con musicisti africani, indiani e cubani. Era dunque inevitabile che assorbisse non solo la musica che ha influenzato ed ha rappresentato la dieta più o meno abituale di cotanto genitore per cui, pur dovendo confessare di non aver ascoltato i due precedenti lavori di Joachim, personalmente da lui non potevo che aspettarmi un prodotto ibrido, in cui le culture e le tradizioni fossero mescolate e frullate in qualcosa di personale; inoltre non va dimenticato che lo stesso Ry Cooder è stato sin dai primi anni della sua carriera un grande manipolare di materia tradizionale, folk e blues all’inizio e poi gospel, jazz, tex-mex, musica hawaiana e chi più ne ha più ne metta, senza porsi tanti problemi nel rispettare le origini del materiale da lui reinterpretato. Così avviene in “Over The Road I’m Bound”, ove le vecchie canzoni di Uncle Dave Macon sono state spogliate della loro identità originaria assumendo contorni così diversi che probabilmente gli appassionati di old time music avranno faticato parecchio a riconoscerle. E qui però sta la grandezza di questo disco che non intende affatto essere un’operazione filologica e, rimuovendo quasi totalmente le più probabili connotazioni folk e trattando le canzoni come tali, le rende quindi disponibili alle più svariate interpretazioni, sino al punto di avere molto più in comune con la world music, intesa nella sua accezione più ampia. È un’operazione che potrebbe sembrare forzata, ma dopo tutto la musica tradizionale americana altro non è che musica etnica per cui perché stupirsi e infastidirsi se viene trattata al pari di altre culture più lontane che tuttavia risultano accettabili anche quando appaiono contagiate da elementi estranei (per esempio gli influssi occidentali)? Molta della cosiddetta world music, si prenda in particolare la musica africana contemporanea, e più in generale tutto ciò che non arriva da paesi dal Vecchio e Nuovo Continente, in fondo sovente non è altro che musica pop o, come definita piuttosto argutamente da taluni, “local music”. La citazione della musica africana è quasi d’obbligo, sia per la presenza di Vieux Farka Touré (altro figlio d’arte: suo padre era il grande Ali Farka Touré) sia perché Joachim Cooder in questo album, in luogo del banjo (che qui quasi si limita ad agire sullo sfondo) ha adottato e dato particolare visibilità a una versione modificata della mbira, il “thumb piano” dello Zimbabwe, fatto conoscere al di fuori dei suoi confini naturali anni fa da Stella Chiweshe; il timbro metallico e particolare di questo strumento ha dunque contrassegnato le atmosfere quasi mesmeriche di una considerevole fetta di “Over The Road I’m Bound” che, va detto e sottolineato, è opera di straordinaria raffinatezza ed omogeneità. Solo alcune tracce si discostano dal clima generale, tra queste “Rabbit In The Tea Patch”, che senza dubbio è l’episodio più prossimo alla tradizione del sud degli Stati Uniti, “Oh Lovin’Baby”, in cui più che altrove è evocata l‘Africa, e ancora “Heartaching Blues” per via del ritmo più “macchinoso”, infine la lentissima “When The Trains Come Home” che chiude l’album. Joachim Cooder ha curato personalmente tutti gli arrangiamenti e, oltre a suonare le percussioni, ha cantato con una voce forse non eccezionale ma decisamente adeguata al tono delle canzoni; personalmente l’ho trovata molto simile, per timbro, a quella dell’inglese Mark T., musicista inglese misconosciuto, ma che meriterebbe ben altra sorte e che condivide con l’americano una non comune capacità di sintesi. Accanto al giovane Cooder, gravitano fior di musicisti, tra i quali ricordiamo sua moglie Juliette Commagere (voce e tastiere), la bravissima Rayna Gellert (violino), Dan Gellert (banjo e violino), Sam Gendel (basso) e, inevitabilmente, lo stesso Ry Cooder (chitarre, basso, banjo e voce). È certamente grazie pure alla loro partecipazione se il risultato finale risulta del tutto unico e ed estremamente positivo nonché contrassegnato da un clima così rilassato da potersi quasi definire famigliare. A questo proposito giova ricordare che le canzoni in pratica sono state scelte tutte dalla figlioletta di Joachim, la quale ha avuto occasione di ascoltare per la prima volta “The Dixie Dewdrop” (come era anche noto il suo autore) mentre si trovava a casa del nonno innamorandosene perdutamente: anche così la tradizione folk si tramanda e si perpetua, rispettando uno dei suoi criteri fondamentali, quello di essere in costante movimento e come tale soggetta a incessanti forgiature, trasformazioni e rimescolamenti. 


Massimo Ferro

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