Idir, Cabila universale

Il quotidiano francese “Liberation” lo ha definito un “berbero senza frontiere”: lo scorso 2 maggio se n’è andato a 70 anni, per una fibrosi polmonare ,Idir, il musicista e autore della Cabila, il cui vero nome era Hamid Cheriet. Nato in Algeria nel villaggio di Aït Lahcène, Haute Kabylie, il 25 ottobre 1949, il suo nome d’arte in lingua cabila vuol dire “vivrà”. La sua musica è stata la colonna sonora di molti figli dell’immigrazione algerino-kabyle in Francia. La sua rivendicazione identitaria, alimentatasi nella fanciullezza alla tradizione orale del villaggio montano in cui era nato e di cui le donne di casa, mamma e nonna, erano portatrici. Non a caso la canzone “A vava inouva” (“Babbo”, su testo del poeta Ben Mohamed) che ebbe un successo immediato, quando ancora era liceale, rendendolo assai popolare in Algeria, è ispirata proprio da un racconto orale cabilo, una sorta di ninna nanna. Innovatore della canzone del Maghreb, per Idir la lingua e la cultura amazigh sono espressione di appartenenza e di pluralità della nuova Algeria rivoluzionaria e indipendente dalla dominazione coloniale francese, quando, per contro, il governo imprime una forte connotazione araba al Paese. Idir emigra a Parigi nel 1975, quattro anni dopo pubblica “Ay Arrac-nney”(Ai nostri bambini). In seguito, si allontana dalla scena pubblica per ritornare nel 1991e, due anni dopo, dare alle stampe “Les chasseurs de lumière” (I cacciatori di luce), dove si rinnova il suo cantare l’amore, la libertà e l’esilio. 
Mai ripiegato su un’idea identitaria fissa e avvolta su se stessa, Idir si è aperto alle culture musicali popular dell’Algeria (pensiamo alla collaborazione con i connazionali Cheb Mami e Khaled), alle culture altre francesi (suona con i tolosiani Zebda e con l’Orchestra Nationale de Barbés), nonché a quelle minoritarie “storiche” dell’Hexagone, soprattutto la cultura bretone, collaborando con Gille Servat (duettano in “Illusions/Awah Awah 2”) e Alan Stivell, con cui aveva adatto “Isaltiyen” (I Celti). L’arpista bretone lo ha salutato «come fratello di cultura», ricordando come «un giorno mi disse che nel 1972 aveva ascoltato alla radio mio concerto dell’Olympia. Anche se non capiva il testo, si sentì più vicino alla musica bretone rispetto a qualsiasi altra musica che sentiva alla radio. Mi disse che lo aveva liberato, che aveva capito che era possibile…». Tra l’altro, i due si erano spesso ritrovati sul palco, come nel caso del concerto tributo a Lounès Matoub, cantante cabilo assassinato da un gruppo armato nel 1998 durante la crisi politica algerina. Segno della sua grande apertura culturale è l’album del 1999 “Identités” in cui lo troviamo, tra gli altri, accanto a Manu Chao, i già citati Zebda e Dan Ar Braz. Personalità semplice, di grande riservatezza, Idir dosava le parole, sempre attento alla riflessione non solo sull’identità anche sulla laicità e sui diritti delle donne. 
Il suo carisma e la sua centralità nella cultura della diaspora cabila sono riconosciuti dal Club Tenco, che nella venticinquesima edizione del Festival Premio Tenco (2000), cogliendo il senso pieno di essere “Rassegna della canzone d’autore” , ospita l’artista algerino-kabyle, (vi rinviamo al bel ricordo di Enrico de Angelis, all’epoca direttore artistico del Tenco), che in occasione dell’album “Identités” aveva dichiarato: «Sono algerino e cabilo, parte di una minoranza in Algeria, e in quanto algerino sono anche parte di una minoranza in Francia. Mi pongo il problema di riuscire a mantenere il legame con la mia identità, con il mio bagaglio umano e culturale, e al tempo stesso sentirmi a casa in ogni parte del mondo». Del 2007 è l’album dal titolo emblematico “La France des couleurs”. Nel 2013 realizza un disco a suo nome, dal tratto più personale e intimista, in cui dedica anche una canzone alla memoria della madre, scomparsa qualche anno prima, ma in cui adatta anche “Scarborough Fair” (“Targit”). Nel 2017 pubblica  il suo ultimo disco “Ici et ailleurs” in cui, tra gli altri, duetta con Charles Aznavour ed Henri Salvador. Idir ha saputo parlare a diverse generazioni, al pubblico arabo e francese ma non solo. Un’altra collaborazione di peso è quella con un altro artista aperto al mondo come Enzo Avitabile, con cui incide “Nun n’è giusto”, contenuto in “Black Tarantella” (2012), che Idir aveva ripreso anche nella sua lingua madre. Di nuovo accanto ad Avitabile nel docu-film del regista Jonathan Demme “A Music Life” (2012), dedicato proprio al compositore di Marianella, con cui Idir esegue “Nuie e ll’acqua”. Così lo ricorda Avitabile: «Idir, il poeta, l’amico, un fratello. Il suo nome significa “vivrà” e lui vivrà sempre in ogni suono in ogni parola di ieri, di oggi e di domani».


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