Presenza kabyle: le emozioni di Idir al Premio Tenco raccontate da Enrico de Angelis

Idir al Premio Tenco - Foto di Ida Cassin
Da subito il “Tenco” aveva aperto le porte alle culture minoritarie. Fino ad allora aveva già documentato Catalogna, Occitania, Corsica, Camargue gitana, Lapponia, Angola, Capoverde, Turchia, Uganda, Tuva, Mali, e con il raï della grande Cheikha Rimitti eravamo finalmente entrati nel mondo maghrebino. Ma in quel 2000 mi attrasse una nuova affascinante occasione: un altro artista algerino, non però arabo, bensì di etnia cabila, quindi di appartenenza berbera. El Hamid Cheriet, in arte Idir. Portava nella sua musica e nella sua poesia tutto il dilemma della propria identità di algerino emigrato in Francia ma di lingua e cultura berbera, che anche in Algeria era emarginata. Al “Tenco” si presentò domandandosi: “Come posso essere completamente algerino e sperimentare pienamente la mia radice berbera? Sono fiero di appartenere ad un Paese che ha riconquistato l’indipendenza a costo di sette anni di lotte impregnate di lacrime e sangue, ma è frustrante vedere che la mia cultura d'origine non viene riconosciuta perché l’attuale potere ha creato un'identità sostitutiva di tipo ideologico. E in Francia, Paese che amo, come posso viverci e sentirmi completamente algerino? Come venire a patti con la mia identità, la mia nazionalità, nella regione parigina in cui abito, e contemporaneamente diventare parte della società francese? Queste domande conducono ad un'unica certezza: appartengo ad una minoranza, sia qua che là. Ma sono convinto che la mia cultura, anche se è propria di una minoranza, può trovare il suo posto nel mondo”. 
Aveva inciso solo pochi dischi in quasi trent’anni di carriera, ma quell’anno era uscito con un album davvero bello, dal titolo “Identities”. Mi misi in testa di invitarlo appunto alla Rassegna della canzone d’autore e lo proposi ai colleghi. Ebbi la fortuna che in Italia il suo disco fosse rappresentato dalla S4, una nuova piccola etichetta affiliata alla Sony ma autonoma e agguerrita, e trovai una sponda cortese nella sua brava promoter Delfina Cribiori. Per farla breve, nella più classica tradizione del “Tenco”, Idir e i suoi musicisti arrivarono da noi al solo prezzo dell’ospitalità; gli altri costi ci furono accordati dall’etichetta. Ecco una di quelle belle occasioni di collaborazione fruttuosa tra il Club Tenco e una discografia illuminata e di qualità, s’intende su nostra autonoma scelta. Devo confessare che il disco di Idir ci aveva stuzzicato anche per lo strepitoso parterre di ospiti che annoverava: Manu Chao, gli Zebda, Mazime Le Forestier, Dan Ar Braz, Gilles Servat, la bravissima Karen Matheson e altri, tra cui Geoffrey Oryema che già avevamo ospitato al “Tenco”. Accarezzavamo insomma l’idea di avere Idir con qualcuno di quegli ospiti. Non fu possibile, ma Idir si presentò comunque all’Ariston di Sanremo con un bel gruppo composto da Valerie Albanadejo voce femminile, Rabah Khalfa derbouka e bendir, Tarik Ait Hamou chitarra e cori, Gerard Geoffroy flauto e fiati vari. Chiusero alla grande la seconda serata della Rassegna, il 27 ottobre 2000, con un set di quasi 35 minuti, rispetto ai 20 preventivati. 
Confortanti la recensioni che di quella performance apparvero poi Beppe Montresor su “L’Arena di Verona”: «Le sue canzoni, che musicalmente sembrano non lontane, addirittura, da certe atmosfere celtiche alla Alan Stivell, sono intrise di una poesia connessa principalmente alla ‘eroica’ drammaticità della condizione femminile nella ‘sua’ Algeria arabizzata e integralista. Emozione e dolcezza, in questi casi, superano ogni punta di retorica». E John Vignola su “Il Mucchio”: «Stupefacente la proposta meticcia di Idir, algerino che mescola le sue radici cabilo/berbere con quelle di un’espressione etnica universale e che fa precedere all’esecuzione la lettura dei suoi testi tradotti». Già, lui stesso aveva voluto – in linea con lo spirito del “Tenco”, che evidentemente aveva subito compreso – che prima di ogni canzone il pubblico ne comprendesse il contenuto ascoltandone la traduzione. Partì con la voce di Valerie in “A Vava Inouva” e “Ssendu”. La prima, una rievocazione di tempi andati e favole raccontate davanti al camino ma, tenne a precisare Idir, «sotto il segno della memoria più che della nostalgia, perché quei momenti sono universali, sono esistiti qui come altrove». La seconda, il ritratto di una madre che, sola nella sua stanza, prepara il cibo per i suoi figli. Aggiungendo in proposito: «Vorrei che voi associaste questa immagine a quella di milioni di donne che laggiù nel mio Paese non hanno la fortuna di vivere nelle condizioni nostre, 
e che si potesse dire che in qualche parte di Europa, in Italia, qui a Sanremo, un gran numero di persone una sera di ottobre ha teneramente pensato a loro». Quindi Idir intonò “Abehri T Meddit”, ancora su una donna, una donna che piange, «simbolo della mia Algeria», ma con lacrime che innaffiando la terra faranno crescere nuovi fiori. Infine “Exil”, sui due Paesi che si portava nel cuore. Finita la Rassegna, Delfina Cribiori mi spedì questo messaggio: «Ancora grazie per l’accoglienza che avete riservato a Idir e a tutti noi al Tenco. Lui e i suoi musicisti sono rimasti impressionati dal calore e dall'atmosfera speciale della manifestazione. Sono poi stati definitivamente conquistati dalla cena con canti e balli. La mattina seguente ci hanno salutati con mille complimenti e mille ringraziamenti, che noi giriamo interamente a voi». Oggi siamo noi che ringraziamo El Hamid Cheriet per tutto quello che ci ha dato.


Enrico de Angelis

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