Brizio Montinaro, Il teatro della taranta. Tra finzione scenica e simulazione, Carocci Editore 2019, pp. 254, Euro 20,00

Attore per il cinema e il teatro, Brizio Montinaro è noto anche per la sua attività di ricercatore in ambito etno-antropologico, intrapresa a partire dagli anni Settanta con le prime ricerche sul campo le cui risultanze sono cristallizzate nel doppio Lp “Musiche e canti popolari del Salento, Vol. 1 e 2″, editi nella storica collana Albatros, rispettivamente nel 1977 e 1978 e ripubblicati nel 2002 da Aramirè. L’infanzia a Calimera (Le) a contatto diretto con la tradizione grica delle prèfiche, la frequentazione formativa al fianco di Maria Corti e poi il lungo percorso artistico, hanno fatto di Montinaro un ricercatore unico nel suo genere per sensibilità, acume e dedizione. La sua attività cinematografica al fianco di veri e propri maestri come Miklós Jancsó (“La tecnica e il rito”), Luigi Comencini (“Delitto d’amore”), Alberto Lattuada (“Oh! Serafina” e la serie “Cristoforo Colombo”), Giuliano Montaldo (“Circuito chiuso”) e Theo Angelopoulos (“O’ Megalexandros”) è andata di pari passo con quella editoriale con pregevoli pubblicazioni come “Salento povero” (Longo Editore, 1976), “San Paolo dei Serpenti” (Sellerio, 1996), “Danzare col ragno” (Argo, 2007), il long-seller “Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento” (Bompiani, 1994/2018), e “Il tesoro delle parole morte. La poesia greca del Salento” (Argo, 2009), questi ultimi dedicati alla poesia in lingua grica. Il suo ultimo lavoro, “Il teatro della taranta. Tra finzione scenica e simulazione” nasce da cinque anni di intenso lavoro attraverso numerosi fonti letterarie nelle quali in qualche modo è presente il tarantismo. In particolare, nella seconda parte dell’opera, è raccolta una antologia di opere farsesche che coprono un arco temporale di tre secoli, dal Seicento di Pedro Calderon de la Barca all’Ottocento di Francesco Albergati Capacelli. Abbiamo intervistato Brizio Montinaro per farci raccontare dalla sua viva voce le ricerche, la genesi dell’opera, non senza dimenticare di volgere lo sguardo alla sua produzione precedente.

Il nuovo volume ha avuto una gestazione particolare... E si connette alla tua professione di attore....
Una gestazione lunghissima. Le ricerche infatti sono state molto approfondite ed ampie e hanno richiesto molto tempo. In effetti il mio lavoro di attore si interseca più volte con il mio lavoro di ricercatore e di scrittore. Se uno fa caso agli anni di pubblicazione dei miei libri e di uscita dei miei film può facilmente rendersi conto di alcune coincidenze. “San Paolo dei serpenti” ad esempio viene concepito a Malta perché ero nell’isola a girare “Trenchcoat (Giallo a Malta)”, un film americano per la Walt Disney. 
Lì mi son reso conto della “presenza” forte di San Paolo in ogni dove e ho cominciato a condurre ricerche sulle tradizioni paoline, visto che il Santo mi “apparteneva” da sempre. Ho visitato archivi, studiato manoscritti, incontrato persone. E tutto durante i giorni di riposo dalle riprese. Poi ho avuto modo di continuare le ricerche quando, successivamente, per puro caso, sono ritornato a Malta per girare il film successivo: “Cristoforo Colombo” per la regia di Alberto Lattuada. Ma torniamo a noi. Siccome i libri parlano ai libri, il mio “Il teatro della taranta” nasce da “La terra del rimorso” di Ernesto de Martino. Nel suo libro ci sono due citazioni che egli fa e poi abbandona: una mi ha interessato come attore e una come antropologo. La prima citazione riguardava due testi teatrali con lo stesso titolo "La Tarantola", uno attribuito a Francesco Albergati Capacelli (1728-1804) e un altro ad un Anonimo. Come teatrante mi sono subito precipitato a cercare questi testi. Ero molto incuriosito. L'altra citazione riguardava Francisco Xavier Cid e il suo volume “Tarantismo observado en España”. Anche in questo caso de Martino dice poche cose e poi abbandona l’argomento.  A me sono sembrate due finestre su un mondo tutto da esplorare. Così mi sono messo a ricercare e ho scoperto l'immensità della diffusione del fenomeno del Tarantismo non solo in Italia ma anche in Spagna, dove già dal XV secolo si scriveva su questo tema. Sapevano di tarantismo non solo coloro che dicevano di essere tarantati: ovvero donne, contadini ecc. ma anche medici, viaggiatori e… spettatori. Occupandomi della Spagna ho scovato l’“Entremés de la Franchota” un breve testo comico di Pedro Calderón de la Barca. Il teatro mi ha dato il senso della profondità di diffusione del fenomeno. Perché chi scrive un testo comico sa bene che questo fa ridere soltanto se fa riferimento a cose che il pubblico conosce bene. Calderón tratta di tarantismo perché sa bene che il suo pubblico ne è informato. Del resto nel dizionario di Sebastián de Covarrubias y Orozco del 1611 esisteva già la voce "atarantado". Il concetto esisteva già, così come esisteva anche il concetto del falso atarantado.

Nel testo teatrale di Calderon de la Barca è riportato l'incontro con un gruppo di attarantati...
Sì. Sono falsi attarantati. Ma, sorpresa nella sorpresa. Nel testo, che è scritto in endecasillabi, ad un certo punto il metro cambia. Il verso da endecasillabo si trasforma in settenario. Qualche esegeta spagnolo di Calderón dice che quei versi probabilmente citano una canzone. Non sanno però dire altro. Non capiscono il significato delle parole. L'orecchio del salentino e il filologo che è in me (non per nulla sono allievo di Maria Corti) mi ha portato invece ad identificare in quei versi una canzone che si canta ancora nel Salento. 
Come ha fatto Pedro Calderón de la Barca a conoscere questo testo? E’ un mistero. Un mistero che io cerco di svelare nel libro.

Calderón de la Barca ha ripreso la scena di teatranti di strada... quasi un teatro nel teatro...
E’ vero. E’ proprio così. Esistevano a quei tempi dei gruppi di vagabondi che si muovevano da una città all'altra, da una fiera all'altra, da un santuario all'altro per sbarcare il lunario. Il gruppo rappresentato da Calderón era un gruppo di vagabondi che esibiva una tarantata per raccogliere elemosine e sopravvivere. Non accadeva solo in Spagna. Nel libro riferisco anche un episodio raccontato ne “Il libro dei vagabondi” di Teseo Pini. Anche qui si tratta di un gruppo di simulatori che esibiscono un tarantato per guadagnare elemosine. L’episodio avviene in Umbria. In Spagna esistevano leggi severissime che punivano questi vagabondi se erano giovani, sani e forti per poter lavorare. Se invece erano realmente invalidi si permetteva loro di fare gli accattoni. Nel testo di Calderón accade che il segretario comunale del sindaco, lo scrivano, vede un gruppo di girovaghi con in testa una splendida donna e, ovviamente, ritenendoli un pericolo, vuole fermarli. Da qui scaturisce tutta la scena comica. Quindi: il teatro nel teatro.

Il tarantismo, dunque, non è un fenomeno legato solamente al Salento...
Assolutamente no. De Martino ci ha trasfuso l'idea che il tarantismo fosse nel Salento, lì radicato, e che per la guarigione si dovesse compiere un determinato rito ecc. ecc. La stessa Annabella Rossi, mia amica e collaboratrice del grande antropologo, una volta mi disse: "Guarda, Brizio, che ho scoperto che il tarantismo non è presente solo nel Salento ma anche in Campania”. Lei stessa non sapeva però che secoli prima era diffuso anche in tutta Italia. A questo proposito devo dire che ho scritto un breve saggio su tarantismo e vita militare. In due parole. Durante il Regno d'Italia, Napoleone considerò che costava troppo avere qui un esercito costituito da francesi e pensò di reclutare giovani italiani per formare un esercito “locale”. Per far questo diede mandato ad un importante medico consulente presso il Ministero della Guerra e socio dell’Accademia reale delle Scienze di Torino, di costituire tale esercito. Si chiamava Annibale Omodei. Questo scrisse un libro con il quale intendeva dare agli addetti ai lavori le linee guida per reclutare i giovani e formare l’esercito. In esso avvertiva che molti giovani sarebbero stati felici di fare parte dell'esercito e di poter quindi lavorare, mentre altri avrebbero cercato di evitare a tutti i costi di essere coscritti. Chi tagliandosi un dito, chi ferendosi una gamba, chi fingendosi pazzo.  
Avvertiva che le malattie più difficili da scoprire erano quelle mentali e le elencava. Tra queste c'era il tarantismo. Poi, durante le mie ricerche, ho trovato anche un manoscritto anonimo che non ho ancora pubblicato. L’ ho localizzato come proveniente da un’area tra la Lombardia e il Veneto. Per concludere devo dire che il tarantismo esisteva in tutta Italia dalla Sicilia al Veneto. E che esisteva anche in Spagna, come ho dimostrato in questo libro.  Il fenomeno era davvero diffusissimo.

Come hai individuato e selezionato i materiali?
La ricerca, come ho già detto, parte da de Martino. Dal tronco ho raggiunto i rami e quindi sono arrivato al frutto. Dopo essermi procurato “La Tarantola” di Capacelli e “La Tarantola” dell'Anonimo mi sono reso conto che de Martino non aveva letto entrambi i volumi ma li aveva soltanto citati, senza verificare le fonti. Diversamente si sarebbe accorto che erano la stessa cosa. Una volta trovati i due testi mi sono messo a studiare, a ricercare in altri libri e in questi ho trovato spunti che mi hanno aperto ad ulteriori esplorazioni. La ricerca si ramifica. Da una parte si passa all'altra, dall'altra si va ancora verso una direzione differente. Di tanto in tanto, ricercando, scopri una cosa che mai avresti immaginato di trovare e che invece c'è ed è lì per te. Alla fine del lavoro ho trovato un buon numero di testi teatrali.  Anche altri che non ho pubblicato. La ricerca è stata lunga. Ho rinvenuto circa duecento volumi dove si parla di tarantismo tutti ignoti a Ernesto de Martino. La realtà è che noi siamo seduti sulle spalle di giganti. E' vero, e poi abbiamo anche strumenti diversi di cui de Martino non disponeva. Oggi si possono avere libri che sono in una sperduta università americana stando comodamente seduti in casa propria. C'è stata in fine tanta costanza e ovviamente l'abitudine alla ricerca. In una nota puoi scoprire qualcosa che ti può aprire una strada nuova oppure scoprire cose straordinarie nei testi più disparati e lontani dalla tua ricerca come è accaduto a me sfogliando un antico volume sulla musica classica.  In una bibliografia ho trovato notizia di un testo manoscritto di Anonimo che trattava di tarantismo che era stato conservato in una biblioteca monastica a Torcello, un’isola vicino Venezia. Mi sono messo a ricercare tale manoscritto e ho scoperto che Napoleone nel periodo del suo Regno aveva portato via in Francia molti volumi e manoscritti delle biblioteche monastiche del Nord e quindi anche da quella di Torcello. Allora ho cercato il mio manoscritto nelle librerie francesi. Niente. Ho cercato alla Marciana a Venezia pensando che per vicinanza potesse essere finito là: niente. Del manoscritto non riuscivo a trovare traccia. 
Non ho smesso mai di ricercare fino a che ho scoperto che era transitato da Roma e che era stato per un certo tempo nella Biblioteca del Monastero di San Gregorio al Celio. Leggendo un libro, seduto nella Sala Manoscritti della Biblioteca Nazionale di Roma, ho scoperto incredibilmente che a due metri da me c'era proprio il manoscritto che stavo cercando. Che commozione! Mi sono precipitato subito dall’addetta chiedendole di darmelo e in due minuti l’ho avuto finalmente fra le mani. La ricerca è qualcosa di molto strano.  Pensi, la mancanza del nome di un autore in una Bibliografia mi ha portato a una scoperta bellissima. Ho chiesto a quel punto alla signora una copia del manoscritto in DVD. L’ho avuta. Ho trascritto il testo, ne ho studiato la lingua in tutte le sue varianti e caratteristiche, mi sono soffermato sulla carta per capire da dove potesse provenire e quale fosse stata la cartiera che l’aveva prodotta e tutto questo per tentare di collocare il manoscritto in un’area precisa. Ho compiuto uno studio sulla filigrana della carta persino. Alla fine la lingua in cui era scritto e tutte le informazioni che avevo raccolto mi portavano a concludere che il manoscritto proveniva da un’area Lombardo-Veneta. La ricerca è un lavoro bellissimo e complesso. Affasciante.

Ci sono testi che sono rimasti fuori da "Il teatro della taranta"?
Sì, un paio che ho semplicemente citato e altri due francesi che non sono riuscito a reperire. Sembrano inghiottiti nel vuoto. Ho cercato a lungo in molte biblioteche francesi senza fortuna. Non ho trovato nulla. La fortuna è un elemento essenziale nella ricerca. Ho trovato però molti testi, non solo teatrali, in cui viene citato il fenomeno.  Il tarantismo era un argomento di cui tutti sapevano e tutti parlavano. Il termine "attarantato" del resto era diffuso già nel Quattrocento.

Noi parliamo di teatro come rappresentazione della realtà. Il tarantismo è un rituale di purificazione e uno psicodramma. Che rapporto c'è tra la rappresentazione teatrale e il tarantismo come psicodramma?
Sono entrambi delle rappresentazioni, delle narrazioni. Ma di genere diverso. Una tarantata balla al suono di una certa musica per guarire. Crede di essere stata morsa da un ragno e fa di tutto per conquistarsi la salute fisica e psichica seguendo il canone della tradizione. Nella realtà, come abbiamo visto, esistono però anche le finte tarantate quelle che comportandosi come una tarantata cercano di sbarcare il lunario. Anche queste sono reali, anche se mettono in atto una finzione. Poi c’è il teatro che, come tutti sanno, è il luogo dove si finge per eccellenza. 
Brizio Montinaro con Margot Kidder sul set di "Giallo a Malta"
La rappresentazione della realtà delle tarantate in teatro crea un gioco di specchi affascinante e rivelatore perché in teatro, fingendo, si penetra nelle realtà più profonde. Poi si arriva al culmine con la rappresentazione teatrale quindi finta di una finta tarantata che simula di essere una tarantata vera. E’ il massimo. Le opere comiche del mio libro provocano in chi guarda l'effetto del riso che è un effetto liberatorio ed aguzza lo sguardo.  Shakespeare nell’ “Amleto” diceva: "Il teatro rivelerà la coscienza del re”, la realtà delle cose.

Facciamo un parallelo con "Canti di pianto e d'amore dall'antico Salento", una delle tue opere più note. Il comportamento rituale delle prefiche era anche una teatralizzazione...
Ho sempre sostenuto che le prefiche erano delle attrici straordinarie dotate di una naturale intelligenza scenica. Possedevano un ampio repertorio poetico modulare che adattavano al caso specifico. Una cosa era piangere un figlio, una piangere un genitore, un’altra ancora piangere una madre e così via. Esse adattavano i versi che già conoscevano alle varie situazioni magari anche improvvisando con un guizzo della fantasia. Lo scopo era quello di portare alle lacrime tutti i presenti in modo non scomposto ma rituale. La prefica era l’unica protagonista di un dialogo con il morto.  Con l’assente, che parlava sempre attraverso di lei. Il fine era quello di farsi dire dal morto che non sarebbe mai più tornato. Le prefiche quietavano la paura dell'uomo che è quella che il morto ritorni per trascinare il vivo nell’aldilà. Tutte le azioni che venivano compiute alla morte di una persona erano tese proprio a cancellare ogni traccia del vivo. Veniva bruciato il materasso, ridipinta la stanza, chiuse le finestre, coperti gli specchi. E tutto ciò veniva fatto per impedire al defunto di ritrovare la sua casa e i suoi parenti. La prefica, alla fine del lamento, per tranquillizzare i vivi chiedeva al morto quando sarebbe ritornato. La risposta era una frase bellissima: “Tornerò solo quando si semina in mare”. Cioè mai.

Lp di Musica e Canti Popolari del Salento
Hai avuto modo di vedere le prefiche in azione, se non erro nei dischi Albatros ve ne è traccia...
Sì, infatti le ho anche registrate e due lamenti sono nei dischi Albatros. Quando ero ragazzo abitavo a Calimera in una strada che dal centro porta verso Martano, un paese vicino. Le strade allora non erano asfaltate ma cilindrate, tutte bianche. Ci passavano soltanto i carretti e una macchina ogni tanto. Il mezzo comune di viaggio allora era il traino.  Ricordo che vicino a casa mia un giorno morì un signore che era originario di Martano ma viveva a Calimera dove lavorava.  Da Martano, dove c'erano le prefiche più in gamba di tutta la Grecìa Salentina, per onorarlo arrivarono alcune a bordo di un carretto trainato da un cavallo. Erano tutte vestite di nero. Si fermarono a cento metri dalla casa del morto. Il sole dell’estate toglieva il respiro. Io era fuori a giocare e vidi che scesero dal carro, si sciolsero i capelli e si lanciarono verso la casa  urlando. Questa visione mi incuriosì e terrorizzò allo stesso tempo. Piano piano mi avvicinai alla casa del morto. In genere i defunti venivano sistemati nella prima stanza dell’abitazione con i piedi rivolti verso l'uscio. Spesso i piedi venivano anche legati proprio perché il defunto non potesse più tornare... Mi avvicinai e mi appoggiai allo stipite dell’ingresso, senza entrare.  Vidi allora una donna che cantava con un coro di altre donne. Tutte tenevano in mano un fazzoletto bianco e lo tiravano per le punte emettendo un urlo straziante e terrificante allo stesso tempo. Dondolavano come ubriache… ma ritmicamente.

“Canti di pianto e d'amore dall'antico Salento" ha ispirato anche delle opere musicali…
Da "Canti di pianto e d'amore dall'antico Salento" sono nate ben sei opere musicali di musicisti sparsi per l'Europa, opere non sollecitate da me, ovviamente. Alcuni musicisti curiosamente hanno scelto lo stesso testo con esiti del tutto diversi. Sono stati attratti dallo stesso testo per dare un risultato totalmente differente. Straordinario!

Facciamo ancora un passo indietro. “San Paolo dei Serpenti” è un'altra delle tue opere emblematiche. Com’è nato questo libro…
Prima ne ho accennato. Per pura coincidenza. Ero a Malta per girare un film. Il contratto prevedeva un soggiorno nell’isola di due mesi e mezzo. Una volta arrivato, mi resi conto che San Paolo era presente ovunque. Giravi l'angolo e trovavi un’immagine, una statua, e anche la gente ne parlava spessissimo. Ho visitato i luoghi dove era stato ed ho cominciato ad interessarmi all'argomento perché San Paolo, come si può immaginare, era già nella mia mente come protettore delle tarantate. Sapevo degli “Atti degli Apostoli” e così ho cominciato ad approfondire le ricerche sui luoghi dove la tradizione lo collocava: qui è sbarcato, qui ha preso l'acqua per battezzare, qui ancora ha fatto sgorgare una fonte, qui predicava, qui dormiva. Malta conserva ancora tutti questi luoghi ed in particolare uno di essi è inglobato nella Chiesa di San Paolo. E’ la grotta dove visse per tre mesi. Visitando quella chiesa ho conosciuto un prete che era il direttore della Biblioteca di Mdina l’antica capitale di Malta il quale mi ha messo a disposizione un’infinità di materiali sull’argomento fra i quali alcuni manoscritti. Ho avuto modo di fotocopiarli cosa che non era facile.

Del resto è provato storicamente il passaggio di San Paolo da Malta...
Certo è un fatto storico. Se poi sia veramente sbarcato in quel luogo, dormito in quell’altro o abbia fatto sgorgare una fonte questo non possiamo dirlo con certezza. Quello che è vero è che la presenza del Santo a Malta si sente fortissima.

A Malta sei tornano poi successivamente...
Come ho detto, la fortuna ha voluto che mi chiamasse Alberto Lattuada per girare "Cristoforo Colombo", film le cui riprese vennero effettuate a Malta per tre mesi. Per me fu una gioia enorme non solo per essere tra gli interpreti di quella pellicola di livello internazionale, ma perché mi dava la possibilità di stare altri tre mesi a Malta e completare le mie ricerche. E' stata una cosa meravigliosa.  Ho trovato moltissimo altro materiale. Una volta tornato in Italia ho raccolto le idee e alla fine è venuto fuori “San Paolo dei serpenti”. Un libro molto esile ma molto denso. Se avessi sviluppato ampiamente tutti i temi che ho toccato in quel libro sarebbe venuto fuori un bel tomo. Ho tanti materiali ancora che non sono stati utilizzati in quel lavoro. Per la prima volta veniva pubblicato un libro con tutte le tradizioni paoline messe in ordine e con la conclusione che era stata proprio l’isola di Malta che noi conosciamo a ricevere i naufraghi fra i quali era san Paolo. Sì, perché c'era tutta una diatriba che tendeva a dire che la Malta, cioè la Melita in latino di cui si parla negli “Atti”, non era la Malta che noi conosciamo. 
Brizio Montinaro sul set di "Cristoforo Colombo"
Di Melita nel Mediterraneo c’erano almeno due altre e per alcuni contestatori San Paolo era andato in una,  per altri nell’altra. Molti studiosi si sono battuti sul tema con argomentazioni varie ma tutto, a mio parere, porta a pensare che l’isola in cui sbarcò naufrago San Paolo sia proprio quella Malta.

Ci puoi parlare del tuo rapporto con la ricerca in ambito etnoantropologico?
Gli argomenti di cui ho trattato nella mia vita non sono frutto di studi e ricerche accademiche. Io vivo e vivendo recito e ricerco, scrivo.  Tutto quello di cui mi occupo appartiene al vivere. Tutti i miei prodotti sono segmenti e tratti legati allo stesso comun denominatore che per me è il respirare. Non ho mai solo recitato. Solo ricercato. Le mie azioni si intersecano. Sempre. Quando sono andato in Grecia a girare il film di Theo Anghelopulos “O' Megalexandros” ho scritto “Diario Macedone”, così come quando sono andato a Malta per girare Cristoforo Colombo ho scritto “San Paolo dei serpenti” e, non pago, visto che le riprese prevedevano sette mesi e mezzo di lavoro e tre locations differenti: Malta, Spagna e la caraibica Repubblica Dominicana,  ho scritto anche  “Diario di bordo”. Come vedi la mia vita è intrecciata in modo particolare. Una cosa chiama l’altra. Non mi muovo per un’impresa se non sono stimolato da un fatto che mi parte da dentro. Dopo aver visto la scena delle lamentatrici funebri come fai a non occupartene? Come potevo non interessarmi del grico sapendo che parlavo una lingua che intorno a me altri non conoscevano? Ho raccolto così tutti i testi poetici della letteratura greco-salentina e li ho portati dalla bocca di chi li diceva o cantava a far parte di una collana di letteratura della Bompiani diretta da Maria Corti che è stata mia professoressa all’Università di Lecce. Dall’inconsistenza del fiato alla concretezza del libro. Fantastico!


Brizio Montinaro, Il teatro della taranta. Tra finzione scenica e simulazione, Carocci Editore 2019, pp. 254, Euro 20,00
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Pubblicato da Carocci Editore per la collana “Biblioteca di testi e studi” Antropologia Culturale, “Il teatro della taranta. Tra finzione scenica e simulazione” di Brizio Montinaro si inserisce nella serie di pubblicazioni nate in seno al progetto internazionale “Storia e Memoria del Tarantismo”, diretto da Andrea Carlino e dall’indimenticato Sergio Torsello e promosso dalla Fondazione Notte della Taranta e dall’Institut Éthique Histoire Humanités (IEH2) dell’Università di Ginevra. Rispetto alle precedenti opere che riguardavano gli aspetti storico-antropologici del tarantismo e la patrimonializzazione contemporanea del fenomeno, questo prezioso volume arriva nell'anno in cui si celebra il sessantesimo anniversario dalla storica campagna di ricerca compiuta, nel 1959, da Ernesto de Martino in Salento e sovverte le conclusioni a cui quest'ultimo era giunto, aprendoci uno spaccato sulla diffusione del fenomeno in tutta Europa. Nella premessa l'autore evidenzia: "Questo libro è il risultato di una mia lunga ricerca sul tarantismo durata almeno cinque anni. Come un pescatore, ho lanciato le reti in mare e quando le ho ritirate ho trovato dentro di tutto. Tra moltissimi altri temi e fatti sconosciuti quello che mi è parso fondamentale per attestare, senza equivoci,  la  diffusione del tarantismo in una gran parte d'Europa è stato il teatro. Ho trovato infatti un buon numero di testi teatrali, quasi tutti comici, di breve respiro (farse, entremeses, vaudevilles) sparsi in Spagna, Francia e Italia in cui il tarantismo, in qualche modo, è presente sia perché la protagonista è una tarantata sia perché, proprio attraverso il tarantismo, si fa satira su mode e passioni sfrenate di epoche passate". Nella prima parte il volume presenta un articolato saggio in cui l'autore ricostruisce nel dettaglio il fenomeno del tarantismo, evidenziando come fu accompagnato dall'accusa di falso sin dalle prime apparizioni documentate, soffermandosi sugli studi di medici, naturalisti, filosofi di tutta Europa come S. Blancaart, G. Cardano, E. Ferdinando, F. Serao, E. F. Leonhardt, M. S. di Renzi e F. Cid ed in particolare sui metodi utilizzati per la cura di questa misteriosa malattia. In un continuo gioco di rimandi tra verità e finzione scenica, Montinaro con una scrittura fascinosa ed affabulatrice ci conduce alla scoperta del fenomeno, analizzandolo sotto un profilo antropologico completamente inedito in relazione al teatro con l'analisi di numerose fonti del tutto inedite e mai citate in studi precedenti sull'argomento. Ripercorrendone la diffusione tra il Seicento e l'Ottocento, l'autore pone in luce come il tarantismo è "un fenomeno dalla vita lunghissima" in quanto, sulla base dei documenti raccolti, si può "con certezza affermare che in Italia è presente dal XIV fino alla fine degli anni Settanta del XX secolo con area di massima diffusione la Terra d'Otranto" e che, inoltre, tale fenomeno ha investito anche gran parte dell’Europa meridionale con particolare riferimento alla Spagna e alla Francia. Come afferma lo stesso Montinaro, probabilmente de Martino tenne da parte i riferimenti circa la diffusione europea del tarantismo in quanto, probabilmente, avrebbero contraddetto - di fatto - la sua analisi storico-religiosa del fenomeno in Salento. Al contrario ciò che è certo è che le risultanze a cui è approdato il ricercatore salentino, arrivano a chiudere un cerchio di indagine in modo ampiamente esaustivo, facendone emergere un affresco molto più articolato di quello sin ora noto. La prima parte si conclude con un capitolo dedicato alle donne, spesso sottomesse e relegate ai margini della società e che Giovanni Pontano sosteneva simulassero di essere attarantate per giustificare comportamenti lascivi. Il morso del ragno, al contrario, nascondeva un malessere che aveva ragioni differenti essendo una sorta di sfogo per il loro male di vivere. Il cuore del volume è rappresentato dalla raccolta antologica di cinque testi teatrali, alcuni di essi molto rari, il cui comune denominatore è dato dalla presenza in scena di attarantati veri o presunti. Si tratta dei documenti cardine su cui si regge lo studio che rivestono un valore ancor più importante se letti nel contesto più ampio delle ricerche in ambito antropologico. Seguendo un filo rosso storico che va dal Siglo de Oro all’Ottocento, leggiamo, in sequenza, con testi originali a fronte “Entremés de la Franchota/La Franchota” di Pedro Calderón de la Barca, “Los atarantados/I tarantolati” di Luis Vélez de Guevara, “La tarantola” del Marchese Francesco Albergati Capacelli, “Le danseur éternel/L’eterno danzatore” di M. Clément*** e “La tarentule/La tarantola” di Eugène Scribe. Opere spesso di taglio comico ed umoristico la cui lettura ci conduce a percepire in modo tangibile la penetrazione del fenomeno nei suoi addentellati sociali. Completano il libro un curato apparato iconografico ad intercalare le varie pagine ed una approfondita bibliografia che documenta l'estensione delle ricerche compiute dall'autore. “Il teatro della taranta. Tra finzione scenica e simulazione” è, dunque, un opera preziosa ed illuminante per comprendere la complessità del tarantismo sotto il profilo antropologico e culturale.

Salvatore Esposito

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