Alessio Lega – Nella corte dell'Arbat. Le canzoni di Bulat Okudžava (SquiLibri, 2019)

Foto di Sara Fantozzi
#BF-CHOICE 

In oltre quindici anni di carriera, il percorso compiuto da Alessio Lega è stato costellato da una ormai corposa produzione artistica, tante collaborazioni e una intensa attività editoriale con contributi giornalistici su diverse testate e la pubblicazione di diversi libri. Un appassionato percorso di ricerca, dunque, volto non solo a mantenere viva con il suo songwriting l’eredità della canzone politica degli anni Sessanta e Settanta di cui può essere considerato uno dei principali eredi, ma anche a disvelare perle dimenticate della canzone d’autore internazionale. E’ il caso dell’articolato progetto dedicato al cantautore Bulat Okudžava che giunge a due anni dalla pubblicazione di “Mare Nero” ed articolato nel cd-book “Nella corte dell'Arbat. Le canzoni di Bulat Okudžava”,che gli ha fruttato la Targa Tenco nella sezione “Interpreti” e volume “Bulat Okudžava. Vita e Destino di un poeta con la chitarra”, curato dalla slavista Giulia De Florio, entrambi editi da SquiLibri. Di tutto questo abbiamo parlato a nostra intervista con il cantautore di origine salentina, non dimenticando il progetto “E ti chiamaron matta” sulle canzoni di Gianni Nebbiosi e la splendida biografia di Ivan Della Mea, “La Nave Dei Folli”. 

L'ultima volta che abbiamo avuto modo di intervistarti è stato nel 2017 in occasione della pubblicazione del pregevole "Mare Nero". In questi due anni hai messo in cantiere e realizzato diversi progetti, hai proseguito la tua attività giornalistica, senza contare la fortunata esperienza con il riallestimento di "Bella Ciao" di Riccardo Tesi. Insomma, il tuo è un cantiere sempre aperto...
Un po’ per celia un po’ per non morir... come diceva Petrolini! Mi sono scavato una trincea musicale nell’Italia ignorante e sempre più cattiva in cui viviamo, una trincea alla difesa dei valori della libertà, attraverso la continua ricerca di esperienze straordinarie, forti, degne. Ecco, forse dietro le storie che racconto e che canto - che siano le mie storie d’amore, quelle di lotta, o le lontane storie di un poeta italiano o di un cantore russo - c’è sempre quella stessa unica cosa che mi affascina: il destino dell’uomo, la capacità di restare degni nella sventura. Oltretutto questa eterogeneità mi consente di lavorare in molti campi, cosa necessaria per mettere assieme le due lire che servono a campare. L’incontro con musicisti e intellettuali straordinari (RIccardo Tesi ne è un ottimo esempio) mi insegna come farlo un po’ meglio: penso di avere di partenza buone idee, ma di non essere un taento vocale o musicale del tutto formato, quindi ho sempre molto da imparare... e non è una frase fatta. Il cantiere sempre aperto però è il nostro cuore.

Nel 2018 hai ristampato con Nota, "E ti chiamaron matta", disco uscito nel 2008 e nel quale riprendi le composizioni di Gianni Nebbiosi. Com'è nata l'idea di riprorre in una nuova ed arricchita versione questo lavoro?
Beh, innanzi tutto come illustrano le date, era il quarantesimo anniversario della Legge Basaglia (e il decennale del mio disco, ormai esaurito). Quel disco nel 2008 si era intrecciato in modo doloroso alla mia vita, il figlio di quella che all’epoca fu mia moglie aveva sviluppato dei problemi relazionali, mettendo in crisi le mie idee preconcette e determinando di fatto il fallimento sentimentale della mia vita. All’epoca ero molto fiero delle mie convinzioni, oggi ho molti più dubbi. Perciò mi pareva che ci fossero quei motivi interni ed esterni che ti portano a guardare con occhi diversi a quello che hai fatto.

Quanto sono attuali le canzoni di Nebbiosi, a quarant'annni dalla pubblicazione, anche alla luce del modo in cui è stata minata nelle fondamenta la Legge Basaglia? 
Purtroppo quelle canzoni sono sempre attuali. Due persone nel frattempo hanno influito sulle mie idee, l’amico e geniale intellettuale Ascanio Celestini, e il medico scrittore Piero Cipriano, due anarchici molto sui generis anch’essi. Entrambi hanno contribuito (molto più di me) a riportare alla luce il tema della repressione mentale, entrambi hanno scritto (e recitato) opere fondamentali, entrambi infatti sono coinvolti in questa ri-edizione. 

E ti chiamaron matta" è anche un recital dal vivo che hai portato in scena più volte. Qual è la risposta del pubblico?
La risposta del pubblico a un lavoro così doloroso non può che essere agghiacciata. Ho fatto dei recital con Cipriano e alcuni spettacoli con Celestini. Ho allargato i termini della questione inserendo in questa nuova edizione quella che considero la mia più bella ballata, sulla terribile vicenda di Franco Mastrogiovanni, il maestro di Salerno legato a un letto, torturato e ucciso da medici e infermieri, nell’agosto del 2009. Ho anche scritto nuove canzoni (non inserite nel disco, ma presenti nello spettacolo) basandomi su un libro di Barbara Garlaschelli (per un lavoro teatrale purtroppo non andato in porto). Insomma, anche questo cantiere resta aperto.

Di quest'anno è, invece, "Nella corte dell'Arbat" dedicato al cantautore russo Bulat Okudzava e con il quale ti sei aggiuticato la Targa Tenco. Ci puoi raccontare la genesi di questo progetto? 
Una genesi che affonda nella mia adolescenza, ben prima di pensare di fare il musicista. Ho sentito le prime canzoni di Okuždava trent’anni fa, quando abitavo a Lecce: non capivo una sillaba di russo, ma capii subito che quell’uomo diceva cose importanti e parlava della sua vita, per di più su melodie che reputavo sublimi. Poi è stato un lungo lungo inseguimento, a tratti disperato: dove trovare oggi un editore entusiasta di produrre il disco di un poeta russo degli anni sessanta?

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel tradurre le canzoni di Okudzava?
Beh, non conoscere la lingua è una difficoltà non da poco: all’inizio ho usato traduzioni in una lingua ponte (il francese) e ho fatto i primi adattamenti cantati... in virtù di questi, nel 2010 fui contattato da una giovane appassionata slavista Giulia de Florio, e con lei iniziammo un lavoro più organico.

Il disco raccoglie venti brani scelti attraverso diversi filoni tematici come Mosca, la Guerra, l'arte. Quali sono stati i criteri di selezione che hai utilizzato?
Okuždava ha avuto una vita lunga, drammatica, in un contesto all’inizio terribile: i suoi genitori furono vittime del terrore staliniano, poi la sua arte fu costantemente osteggiata dal governo sovietico. Dunque la sua poesia è tornata sovente su alcuni nodi tematici: la guerra (che lui aveva fatto a 17 anni), la città di Mosca, il rapporto fra artisti e potere...  Nel comporre un disco che doveva essere necessariamente un’antologia, abbiamo tentato di organizzare le canzoni in modo da raccontare la sua vita interiore ed esteriore.

Dal punto di vista prettamente musicale come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Come dicevo, il primo impatto con le canzoni di Okuždava passò dalla bellezza delle sue melodie, ma per ovvie ragioni queste melodie erano accompagnate solo dalla chitarra, noi ci siamo posti il problema di come allargarle timbricamente rispettandone la sobrietà modesta e incandescente. Abbiamo registrato tutto in presa diretta, suonando insieme in un’unica sala, senza sovraincisioni, con strumenti piccoli (violino, armonium, mandolino)... la bravura e la complicità dei miei collaboratori me lo ha permesso: Rocco Marchi e Guido Baldoni, il mio fonico di fiducia Roberto Passuti e l’amico e cantautore Rocco Rosignoli.

In contemporanea con l'uscita del tuo disco, Squilibri ha dato alle stampe anche il volume con due cd allegati "Bulat Okudžava. Vita e destino di un poeta con la chitarra", curato dalla slavista Giulia De Florio. Come si integrano le due opere?
Per la verità avevamo proposto un’unica uscita: un libro e un Cd allegato. Però l’editore Mimmo Ferraro si è dimostrato più artistico degli artisti, non solo ha accettato di supportare un progetto così di nicchia, ma ci ha proposto di raddoppiarlo. Dunque da una parte è uscito il mio disco con un sostanzioso e lussureggiante libretto di testi, foto, disegni, raccontini, dall’altra un libro con un agile saggio bio-letterario, con un percorso fotografico inedito del compianto Roberto Coggiola e con - meraviglia! - gli inediti nastri d’autore registrati al Premio Tenco nel corso del concerto di Okuždava del 1985.

Quanto è stata importante la collaborazione con la De Florio nel lavoro di ricerca e traduzione alla base del disco?
Importante? Semplicemente non sarebbe mai esistito questo progetto senza gli anni di rapporto di simbiosi e scambio con Giulia. Il nostro è una sorta di figlio di carta, musica e inchiostro.

Come si è evoluto dal vivo in progetto "Nella Corte dell'Arbat"?
Quando nel 2004 venni premiato con la prima Targa Tenco mi illudevo che la mia vita sarebbe cambiata, ritenevo immodestamente che il mio lavoro fosse una svolta epocale per la canzone italiana... insomma ero mentalmente molto più giovane dei miei trent’anni e molto velleitario. Oggi so che il mio lavoro è una sorta di apostolato laico fatto di centinaia di piccoli e piccolissimi concerti - a volte solo con la chitarra, se siamo fortunati in duo o in trio - fra gruppetti di appassionati, per strade, piazze, librerie. A maggior ragione per un progetto “difficile” come questo. Però quando mi trovo anche solo due occhi di fronte, beh... allora torno il vecchio sognatore, illuso di cambiare la nostra vita con le canzoni.

Recentissimo è anche "La Nave dei Folli", splendida ed illuminante biografia dedicata a Ivan Della Mea. Ci puoi raccontare com'è nato questo libro?
“Splendida ed illuminante”... offri bistecche al mio ego! È un atto d’amore per Ivan - certo - ma anche per Paolo Ciarchi, il musicista suo collaboratore (fondamentale anche per il suo lavoro teatrale) morto lo scorso 16 maggio. Paolo negli ultimi dieci anni è stato il mio amico fraterno, il mio maestro, il rifugio dalla mia sventura. Questo libro è forse più suo che mio, perché nato dai racconti fatti nel corso di centinaia di cene. Sicuramente è un libro interessante per chi ama Ivan, la musica popolare, la canzone impegnata... a me sembra soprattutto un libro necessario a chi vuole fare cultura oggi: niente di ciò che è necessario è in vendita, e si può parlare di arte e di politica solo se si parla della propria vita.

Nel libro ci sono tante testimonianze inedite di collaboratori e familiari di Della Mea che contribuiscono a far emergere tratti inediti della vita di Della Mea. Cosa troverà il lettore in questo libro?
A tratti un romanzo - degno delle descrizioni parigine di Zola - nella Milano degli anni cinquanta sessanta settanta, a tratti un racconto collettivo della scoperta del folk nel nostro Paese, di sicuro il ritratto di un eroe del nostro tempo.

Quali sono i progetti futuri in cantiere? So che stavi lavorando già da tempo ad un disco dedicato a Franco Fortini...
Lo spettacolo sulle canzoni di Franco Fortini è stato prodotto dall’università di Siena e dall’Istituto de Martino nel 2017, è andato in scena (anche quest’anno) sempre con grande successo. Secondo me meriterebbe di diventare un disco... ma bisogna che qualcuno ci metta due soldi per produrlo. Ho però intenzione di farmi un regalo per il mio quarantasettesimo compleanno, il prossimo 26 settembre. Un EP stampato esclusivamente in vinile con versioni di altre canzoni di Okuždava molto belle non comprese nel Cd, suonate voce e chitarra. Perché, dopo l’uscita di “Nella corte dell’Arbat” ho continuato a tradurre, si chiamerà “Canzone della mia vita”. I “cantieri”, come dicevamo, noi possiamo solo aprirli, a chiuderli ci penserà Dio.


Salvatore Esposito

Alessio Lega – Nella corte dell'Arbat. Le canzoni di Bulat Okudžava (SquiLibri, 2019) 
Alessio Lega traduce e canta in italiano il canzoniere di Bulat Okudžava. Di certo non si poteva pensare ad altro musicista italiano contemporaneo che possedesse il senso della storia politica e poetica di Bulat, la tensione emotiva e la scrittura tali da adattare in italiano il repertorio del menestrello dell’Arbat. Il CD-book di SquiLibri – meritatissima Targa Tenco 2019 per la categoria “interpreti” – è prefato dallo slavista Gian Piero Piretto, per il quale Lega «è riuscito a rendere in italiano non soltanto il senso delle poesie-canzoni di Bulat Okudžava ma, soprattutto, lo spirito che le ha caratterizzate nel tempo. Nella versione poetico-ritmica che ha realizzato emergono la lirica semplicità delle storie, la profondità dei temi, la delicatezza dello stile. La traduzione è libera ma fedele. Non cerca banalmente la resa mimetica del testo ma lo interpreta con raffinata attenzione e ottiene, quasi incredibilmente per l’ascoltatore italiano che conosce l’originale, una perfetta fusione di atmosfere, suggestioni, linguaggio e timbro». Potremmo chiudere con questi lusinghieri e brillanti commenti la nostra recensione, ma consentiteci di dare conto dell’intera, meritoria operazione culturale, che mette al centro una figura significativa del Novecento poetico e musicale. Sì, perché non solo di un disco si tratta, ma del consueto sostanzioso libretto in stile Squi[libri], corredato da una serie di scritti di presentazione e di approfondimento. Anzitutto, Alessio Lega e la slavista Giulia De Florio dedicano il lavoro alla compianta linguista Julia Dobrovolskaja, amica di Okudžava, la cui voce si ascolta in tre brevi inserti del CD; purtroppo il conforto del suo eminente parere gli autori non hanno fatto in tempo a riceverlo. Nel suo scritto, Lega racconta del suo amore per questo caposaldo della letteratura russa che data almeno trent’anni e inquadra le ragioni e le procedure del lavoro, dopo che già in passato si era cimentato con canzoni di Bulat. Quella di Lega non è una mera interpretazione, ma un intervento di scrittura che ha dovuto tenere conto della lontananza temporale e geografica dell’autore e che si è orientata sul repertorio, per così dire, francofono (a partire dai dischi pubblicati in Francia dalla Chant du Monde): quindi, una traduzione italiana che è passata per la mediazione della lingua francese e che, naturalmente, si è avvalsa della consulenza filologica di Giulia De Florio. Sul piano musicale, con i musicisti Giulio Baldoni, Rocco Rosignoli, il produttore artistico e pianista Rocco Marchi e il fonico Roberto Passuti, Lega ha deciso di allargare la dimensione timbrica, pur rispettando la sobrietà delle melodie originarie, prediligendo un organico strumentale fatto soprattutto di strumenti che egli stesso definisce “trasportabili”: chitarra, violino, harmonium, mandolino, fisarmonica, basso elettrico oltre che passaggi con pianoforte, organo e clavicembalo. L’album è stato registrato in presa diretta, senza sovra-incisioni, poiché l’idea sottesa è di rispettare il fatto che nell’URSS degli anni Sessanta queste canzoni “sconsigliate” venivano suonate in stanze domestiche per una stretta cerchia di persone. Il CD racchiude venti brani del canta-poeta, organizzati in modo da raccontare la sua vita interiore ed esteriore. È Giulia De Florio a introdurre la poetica delle canzoni, sospese tra speranza e disillusione, ironia e malinconia, e presentate per cicli: “Ciclo della guerra” (“Lënka Korolëv” , “Canzone dei ragazzi dell’Arbat”, “Canzone degli scarponi militari” e “Il giovane ussaro”),  “Ciclo di Mosca” (“Canzone per Mosca di notte”, “L’ultimo bus”, “Peccato però”  e “Su fondo Puškin”), “Ciclo dei poeti e dei musicisti” (“Il musicista”, “Mozart”, “Canzone del grillo” e “Il romanzo storico”), “Il tempo, la morte, la speranza”( “Canzone dei pirati”, “Breve è una canzone”, “Tre sorelle”, “Canzone georgiana” e “Perestrojka”) . La postfazione è firmata da Claudia Zonghetti, traduttrice di autori russi classici e contemporanei. Come se non bastasse, arrivati in fondo al libricino, troviamo un’ulteriore chicca: uno scritto dello stesso Okudžava, “Passeggiava per Parigi”, che in chiave aneddotica autobiografica narra della prima registrazione parigina, rivelando la sua finezza e autoironia.  Encomiabile opera per (ri-)scoprire non solo un padre della canzone russa ma uno dei massimi esponenti mondiali della canzone d’autore.  


Ciro De Rosa

Giulia De Florio, Bulat Okudžava. Vita e Destino di un poeta con la chitarra, Squilibri Editore 2019, pp. 125, Euro 22,00 Libro con 2Cd
Un omino con i baffetti e gli occhiali, aria pacata, indifesa e sperduta con la sua chitarra e la voce «triste, saggia e tranquilla», ha scritto Jurij Karjakin (“Znamja”, 9, 1987, cit. in A.Cioni, “Il menestrello dell’Arbat”, in “I Giorni Cantati”, n. 5, 1988, p. 24): questa l’immagine di Bulat Šalvovič Okudžava (1924-1997), moscovita di origine georgiana e armena, una drammatica gioventù da figlio di “nemici del popolo” (i genitori erano attivisti bolscevichi di rilievo, ma il padre, accusato di tradimento e trozkismo, è fucilato nel 1937, la madre è arrestata e internata nel gulag; saranno riabilitati solo nel 1954), l’arruolamento nell’Armata Rossa a 17 anni, fino all’inizio della sua attività artistica nel 1956, come egli stesso ricordava in un articolo per la “Moskovkie Novosti” del 1987 (trad. in “I Giorni Cantati”, n. 5, 1988), quando aveva sentito l’esigenza di rendere pubblici i suoi scritti poetici. La vita artistica di Okudžava ha attraversato la seconda metà del ‘900 sovietico, dal “disgelo” alla “stagnazione” fino alla “perestrojka”. Con lui nasce la canzone russa e le registrazioni dei suoi versi accompagnati dalla chitarra si diffondono semi-clandestinamente nel Paese, così come accade per altri autori, attraverso la ‘magnitizadat’, la riproduzione su nastro magnetico, conferendogli grande popolarità nonostante sia osteggiato dall’ufficialità del Partito Comunista. Dunque, un’esistenza intera trascorsa sotto stretta osservazione poliziesca. A raccontare questo straordinario artista, oggi icona della cultura russa, è l’ottimo volume della slavista Giulia De Florio, docente di lingua e letteratura russa e traduttrice, che esce per la collana di Squi[libri] “I Libri del Club Tenco”. Una monografia che parla di letteratura e di storia dell’URSS, ma che dà conto pure di come qui in Italia abbiamo conosciuto (tra ingenuità, ignoranza e distorsioni) la carriera di questo poeta e cantautore, scrittore di romanzi e di testi per il cinema e il teatro. Difatti, il libro si apre con uno scritto di Sergio Secondiano Sacchi, il quale ricostruisce l’interesse degli appassionati di canzone d’autore verso Bulat, a partire da quel fatidico 1967, anno in cui Michele Straniero favorisce la pubblicazione per l’etichetta Dischi del Sole dell’LP “Un nastro da Mosca 1960/1967. Canzoni del disgelo cantate da Bulat Okudžava”, fino al coronamento dell’idea di conferirgli il Premio Tenco, in realtà lanciata per la prima volta nel 1978 ma resa possibile solo nel 1985, per questo maestro della canzone d’autore, artista di culto, apprezzato dal circolo di cultori della canzone d’autore per la sua affascinante vicenda personale, per l’alone di mistero di canta-poeta d’oltrecortina e, naturalmente, per la sua opera letteraria. Oltretutto, due anni dopo Okudžava farà un lungo tour italiano che toccherà anche Roma. Lo sguardo critico di Alessio Lega (“Il Primo del Bardi Russi”) passa in rassegna il ruolo e l’arte dei poeti russi, Bulat Okudžava, Aleksandr Galic, Vladimir “Volodja” Vysockij – ma ci aggiungerei Novella Matveeva e Julji Kim – fino alle generazioni più recenti, rappresentate da Aleksandr Bašlačëv e Michail Ščerbakov. Nella pagine successive De Florio, con scrittura qualificata, accorta e puntuale ma anche piacevolmente divulgativa, restituisce pienamente la figura di Bulat tra biografia, testi delle canzoni, storia politica e culturale sovietica: operazione determinante per comprendere il vissuto privato e artistico del menestrello dell’Arbat, la cui poesia con accompagnamento musicale fatti di pochi accordi voleva essere – come lo stesso Okudžava ha scritto – una sorta di contrappeso all’espressione artistica vuota e alla parodia dei sentimenti di certa musica commerciale. «È la musica a rendere più forte l’autorità della parola», affermava Bulat sempre nel suo scritto per “Moskovkie Novosti”. De Florio e Lega firmano l’apparato critico del CD allegato, un’autentica chicca che contiene  la versione rimasterizzata del già citato lavoro “Un nastro da Mosca 1960/1967”  e le registrazioni inedite del Premio Tenco 1985; delle canzoni sono riprodotti i testi in traduzione italiana. La sezione fotografica con gli scatti di Roberto Coggiola riproduce quei giorni speciali della XII edizione della rassegna del Tenco in cui Okudžava è colto in scena, durante la premiazione e accanto a Dave Van Ronk e Francesco Guccini.  «Okudžava ha delle melodie sublimi, commoventi, giocate su poche mosse, su fremiti di variazione», scrive Lega nella presentazione del CD, che comprende nella prima sezione nove canzoni presentate nel recital sul palco del Tenco a Sanremo con le traduzioni di Duilio Del Prete, lette sul palco prima di ogni singolo brano, a partire dalla rappresentazione anti-retorica della guerra de “Il soldatino di carta” e la coeva “Il palloncino azzurro”. Con un salto di tre decenni si arriva a “L’indizio”, poi indietro negli  anni Sessanta, con i capolavori “Canzone georgiana” e “Canzone della Mosca di notte”. Seguono “Anton Pavlovič Čhecov” e l’intima “Augurio agli Amici”. Si continua con la classica “La preghiera di François Villon”, che riverbera le liriche del poeta francese, per terminare con l’altrettanto magnifica “Il sole splende”. La seconda parte del disco riproduce le “canzoni magnetofoniche” (così le definiva Clara Janovic Strada nelle note di copertina del 33 giri per i Dischi del Sole) tratte da “Un nastro da Mosca”. Si ascoltano i classici “La vita del soldato”, “Il gatto nero”, “Canzone dell’Arbat”, le già citate “Il soldatino di carta” e “Il palloncino azzurro”, “Tutta la notte hanno gridato i galli”, “Canzone degli scarponi militari”, “L’ultimo filobus”, “Per la strada di Smolènsk” e “La Canzone degli stupidi”, dove Bulat canta: «Gli stupidi adorano il branco / in testa il Capo in tutto il suo splendore», stupidi che nei suoi sogni speranzosi di bambino volavano via: «che sbaglio», chiosa ancora il canta-poeta.  In definitiva, come rimarcano De Florio e Lega, siamo di fronte a un disco che è «testimone diretto di un’epoca complessa, prova tangibile di una cultura non ufficiale ma vivissima che si forma a partire dal XX Congresso e dura fino alla caduta dell’URSS, in contrasto perenne con il potere, ma al contempo specchio delle contraddizione di un’epoca e di un Paese dal passato irrisolto» .


Ciro De Rosa

Alessio Lega, La nave dei folli, Agenzia X, 2019, pp. 374, Euro 16,00 
Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Ivan Della Mea e in questi due lustri diverse sono state le iniziative volte a ricordare questa straordinaria voce della canzone politica e sociale italiana, tuttavia mancava una biografia che ne ripercorresse la vicenda artistica nella sua complessità. A colmare questo vuoto è “La Nave dei Folli”, volume edito da Agenza X, in cui Alessio Lega ricostruisce la vita di Ivan Della Mea, cogliendo con dovizia di particolari tanto l’esperienza politica e musicale, quanto quella umana. A partire dall’infanzia in brefotrofio a Lucca dove fu abbandonato, nell’arco del quasi quattrocento pagine, ne seguiamo l’adolescenza tra collegi e convitti, l’esperienza nel carcere minorile e il trasferimento a Milano dove si ritrova a frequentare gli ultimi e i clochard che popolano la sua vita vagabonda e precaria, in cui la scelta di non scendere a compromessi è stata la sua ragione di vita. La svolta nella vita di Della Mea arriva improvvisamente con l’impegno politico e le prime esperienze artistiche, seguite ad incontri cruciali con Giovanna Marini e Michele Straniero ma anche con le esperienze de Il nuovo Canzoniere italiano, i Dischi del Sole e le Edizioni Avanti! che lo proiettano in breve tempo tra i protagonisti di quegli anni. “Cara Moglie”, “Ballata per l’Ardizzone” e le sue canzoni politiche diventano la colonna sonora delle lotte di operai e studenti, altri brani come “Le Me Gatt”, “La canzon del Navili” e “A quel omm”, invece, lo collocano al fianco di Enzo Jannacci e Luciano Bianciardi tra i poeti di Milano. In parallelo Lega ci conduce alla scoperta del fermento di quegli anni straordinari con i suoi protagonisti principali e gli eventi che ne segnarono il passo come lo scandalo di “Bella Ciao” a Spoleto, il “Ci ragiono e Canto” di Dario Fo e il Folk Festival di Torino. Del pari, non mancano uno sguardo verso l’esperienza nel cinema e la sua attività di scrittore nonché di presidente del circolo Arci Corvetto a Milano. Pagina dopo pagina emerge il vero valore aggiunto di questo libro, ovvero la conoscenza diretta che l’autore aveva di Ivan Della Mea e nel contempo la capacità di arricchire il racconto con le testimonianze inedite raccolte dalla viva voce di familiari, amici, collaboratori e colleghi come Giovanna Marini, Giovanna Daffini, Franco Coggiola, Paolo Pietrangeli e Paolo Ciarchi. Lo stile affabulativo e la capacità narrativa dell’autore ci restituiscono un ritratto fedele dell’artista come dell’uomo, così come da non perdere sono i commenti sempre attenti ed acuti sulle varie canzoni. Completa il volume un’appendice con la bibliografia e una discografia e un eccellente apparato iconografico. Insomma, “La Nave dei Folli” è un libro di grande spessore culturale che ha il pregio di coniugare l’affresco di un epoca con il ritratto di un uomo ed un artista tra i più significativi della canzone d’autore italiana.


Salvatore Esposito

Alessio Lega e Rocco Marchi con la partecipazione di Ascanio Celestini – e ti chiamaron matta (Nota, 2018)
Pubblicato originariamente nel 2008 in una essenziale versione autoprodotta “e ti chiamaron matta” vedeva Alessio Lega e Rocco Marchi riprendere sei brevi canzoni di Gianni Nebbiosi, uscite nel lontano 1972 e ormai introvabili, sull’orrore dei manicomi, quello che lo psichiatra Franco Basaglia chiamò “morire di classe”. A quarant’anni dall’emanazione della Legge 180/1978 (cd. Legge Basaglia), quelle canzoni hanno assunto un tratto ancor più attuale e, così, lo scorso anno Alessio Lega ha voluto ristampare questo breve album, impreziosendolo con l’aggiunta di un corposo booklet con tuti i testi, foto inedite, due presentazioni di cui una firmata da Nebbiosi, un contributo dello psichiatra Pietro Cipriani e dell’inedita cantata in sei parti “Mastrogiovanni” realizzato con la partecipazione di Ascanio Celestini. Il risultato è un disco da ascoltare con grande attenzione e in cui si integrano in modo sorprendente le composizioni di Nebbiosi con quelle di Lega, aprendo uno spaccato sulla malattia psichica che si dipana da brani come “In un anno e più d’amor”, “E qualcuno poi disse” e “Ti ricordi Nina” per giungere alla toccante “Atto d’accusa” che rappresenta il vertice del disco. Dal punto di vista prettamente musicale spicca l’eccellente lavoro compiuto da Rocco Marchi sugli arrangiamenti che impreziosiscono ed esaltano la profondità della voce di Alessio Lega esaltandone la potenza dei testi. Insomma “e ti chiamaron matta” è la conferma di come il cantautore di origine salentina sia uno tra i pochi artisti italiani in grado di andare controcorrente, senza ricercare il facile successo ma piuttosto puntando a ridestare di la coscienza civile della nostra nazione.


Salvatore Esposito

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