Roberto Menabò, Mesdames a 78 giri. Storie di donne che hanno cantato il blues, Pubblicazione Indipendente 2018, pp.150, Euro 12,00

A tre anni dal precedente “Rollin’ and tumblin’. Vite affogate nel Blues” (Arcana, Roma 2015) Roberto Menabò torna a scrivere di storie di blues, e lo fa con un nuovo libro che è l’ideale complemento del precedente. Se il primo era una raccolta di racconti brevi che richiamavano le biografie di altrettanti bluesmen delle origini, stavolta invece protagoniste sono le donne del blues. Venti storie ispirate dalla vita delle eroine della musica rurale, alcune probabilmente misconosciute o quasi anche agli appassionati del genere. Senza la pretesa della ricostruzione storica o dell’analisi sociologica (per la quale è consuetudine rimandare a “Il popolo del blues” di Amiri Baraka aka Leroi Jones) questi racconti ci trasportano inevitabilmente in un’epoca il cui sfondo stavolta è tratteggiato da un punto di vista spesso sottovalutato, quello squisitamente femminile. Un contesto che si dimostra altrettanto vitale e dinamico, come pure violento e drammatico, tanto quanto quello degli uomini. E così, a fianco delle più famose Elisabeth Cotten, Ma’ Rainey e Mamie Smith, ci troviamo a girovagare tra i palazzoni di Harlem con una appena trasferita e spaesata Bertha Chippie Hill, oppure ascoltare Elvie Thomas suonare nei sobborghi di Huston mentre probabilmente tiene nascosta una pistola ben carica dietro di sé, o anche vedere sfrecciare la Stutz Beacart rossa di Lovie Austin per le strade di una Chicago ancora regno di Al Capone. anche stavolta quindi le storie non sono solo un viaggio musicale, ma tratteggiano anche un piccolo quadro della società nera negli Stati Uniti, soprattutto a cavallo della Grande Depressione. La scrittura è molto agile; la lingua sempre piana e colloquiale, a nostro avviso piacevolmente priva di quella compiaciuta retorica che appesantisce tanta narrativa contemporanea. Menabò non si sofferma troppo nelle descrizioni e, per quanto breve, predilige l’intreccio della biografia che vuole raccontare per ottenere ciò che più gli interessa, e cioè tratteggiare un carattere, una personalità umana prima ancora che musicale. Qua e là talvolta si concede qualche digressione da cui affiora la competenza dello studioso che ama condire la narrazione con note storiche e particolari da vera divulgazione. Il tono, pure talvolta un po’ didascalico, non è mai comunque quello di chi sale in cattedra, ma piuttosto quello di chi vuole, con leggerezza, guidare verso la riscoperta di un mondo passato; in questo immaginiamo di ritrovare l’esperienza e il carattere del Menabò insegnante di scuola. Un’opera quindi in equilibrio tra la fantasia e ricostruzione storica. Un libro consigliato soprattutto a chi, già appassionato del genere, voglia godere di una lettura veloce e disimpegnata, per a provare a vivere, con una diversa leggerezza, la sensazione dell’epoca senza la gravità del saggio storico, ma comunque con la competenza del serio divulgatore.

Per acquistarne una copia è necessario contattare l’autore tramite il sito www.robertomenabo.it e richiederne l’invio per posta.

Intervista con Roberto Menabò
Abbiamo avuto l’occasione di condividere con l’autore alcune riflessioni a margine del concerto a Leinì (To) di cui ci siamo già occupati. Menabò ci accoglie con la consueta allegria e la vivacità del linguaggio sempre schietto che lo contraddistingue; un “giovanile” e contagioso entusiasmo che marca ancora la sua voglia di fare e raccontare di musica.

Parliamo innanzitutto della scelta della pubblicazione in proprio del tuo libro…
Le case editrici sono delle industrie! Il 50% delle case editrici italiane è a pagamento, vuol dire che se uno va e gli dicono di comprarsi 400 volumi a un prezzo elevato, il libro viene pubblicato; ma non c'è più il filtro culturale. Le altre grandi case editrici non fanno più cultura, perché i libri dei grandi editori fanno schifo o non sono più come una volta; se tu vai in una libreria e leggi i romanzi moderni moltissimi sono veramente brutti. (ndr. Roberto Menabò è anche insegnante di lingua e letteratura italiana). Perciò non ho voglia di far fare soldi facili alle case editrici, non ho nessuna voglia di fare anticamera, non ho conoscenze politiche, non ho amici e non me ne frega niente di averne. Io, come fanno tutti i musicisti americani, me li pubblico. Venderà poche copie ma almeno così non do adito a questi case editrici, soprattutto a quelle a pagamento, di sopravvivere. Faccio le mie cose nel mio piccolo, ma non per questo lo considero meno importante, perché questa puzza sotto il naso che si ha quando uno si autoproduce “ah no, non c’è una casa editrice” è il frutto di una finta idea della cultura per cui normalmente uno pensa “cazzarola com’è bravo”.

Il volume precedente è stato pubblicato da Arcana. Com'è andata la storia in quel caso?
Se mi capitasse una casa editrice che, guardando questo libro mi dice “te lo pubblico”, io volentieri! Ma in questo senso: interessa a lui farlo. Il punto è non pagare per pubblicare, questo è fondamentale. Con Arcana loro l’hanno visto e mi hanno detto “ci interessa questa cosa”, perché io lo avevo già pubblicato autoprodotto, e va benissimo. Sono rimasto molto contento perché questo libro è girato un po’ di più. Una scelta di libertà totale. Sto scrivendo un altro libro, stavolta sui musicisti bianchi. Non ho voglia di aspettare lunghi tempi di attese. Sì ecco, io non ho voglia di aspettare o di accettare altre cose! E non è perché sento che la mia cosa sia migliore, ma perché penso che questo sia il modo più veloce di fare, se no si rischia di non fare nulla, diciamo, nell’attesa.

Questo libro è chiaramente il seguito di “Rollin’ and tumblin’...”. Volendo presentare questo nuovo lavoro, come si pone rispetto alla tua opera di divulgazione? È la chiusura di un cerchio, la tappa di un percorso, o che altro?
Arriverà alla fine la chiusura di un cerchio. Adesso pensavo di scrivere sui musicisti bianchi, così chiudo anche con me stesso, con questo mio amore per la musica blues e le sue derivazioni degli anni ‘30 negli Stati Uniti; un periodo che mi è sempre piaciuto e che è diventato mitico per me. Comunque le Mesdames sono la diretta continuazione del libro precedente; racconti ne ho scritti di meno perché ho cercato di allungare un po' più le loro storie, affinandomi, ma è solo una continuazione. 
Insomma, mi sembrava giusto parlare anche di loro perché fondamentalmente, quando si parla di blues e soprattutto rurale, si pensa soltanto agli uomini, agli anni dopo il 1927 quando c’è stato il grande boom. Ma c'era un sacco di blues anche prima, che però viene un po' snobbato dagli amanti di questo genere perché è un blues più di divistico, con queste cantanti che andavano nei teatri piene di vestiti sgargianti, di pellicce … e che forse negli anni ‘70 erano viste un po' in modo negativo dalle femministe ante-litteram, perché erano donne di spettacolo ed erano nelle grandi orchestre, quindi niente di rivoluzionario. Chi amava il blues, quello arcaico, quello dei chitarristi del delta, rimaneva spiazzato nel sentire questa musica, e anch’io all’inizio. Era tutta un'altra storia, però mi piaceva l’idea di dare dello spazio anche queste donne, perché fondamentalmente sono delle belle storie.

Qual è il confine tra realtà e finzione nei tuoi racconti?
Mi piace raccontare delle storie; adesso che ho passato la sbornia universitaria della filologia, del racconto così com’era, della precisione filologica, del dato preciso, del confronto dei vari testi etc. Mi piace invece raccontare delle storie su delle basi reali. Devo dire che mi sono documentato molto sulle loro vite, però è bello guardare la loro storia non soltanto da un punto di vista musicale o artistico, ma c’è anche un interesse umano. 
Allora magari c'è un piccolo evento, c'è una sonata, c'è una casa in un certo modo … e questo ti può spingere a inventarti qualche cosa, e il confine non esiste più. Allora se io ti dico che la strada in cui viveva Geeshie Wiley non si chiamava Pincopallo ma si chiamava in un altro modo, e il marito era diverso, non cambia niente; sta comunque all’interno di questa storia, per cui il confine non ci deve più essere. Non è un saggio, volevo scrivere proprio dei racconti, e i racconti prendono la fantasia; uno poi se lo sceglie ciò che è vero. Dove sta il problema? Se questa storia ti piace, è tutto lì. Poi se la macchina era una una Model T o una Stutz Beacart questo ha poca importanza.

Pier Luigi Auddino

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