Roberto Menabò – A bordo del Conte Biancamano (Autoprodotto, 2016)

La ristampa di un disco spesso è ammantata da un alone di nostalgia, dalla memoria del tempo che scorre inevitabile, dal ricordo di suoni appartenenti ad un’altra epoca. Diversamente, la ripubblicazione del disco strumentale, per sola chitarra, di Roberto Menabò (suona una Martin HD28, dotata di corde medium e picks di metallo; un solo brano, invece, è inciso con una chitarra classica dalle corde in metallo), registrato con pochi mezzi e dato alle stampe in origine nel 1985 su LP, è una gioia ritrovata: è l’incontro con un suono caro a chi in quegli anni ha iniziato a scoprire e ad essere sedotto dalle accordature aperte delle sei corde di Fahey, Leo Kottke e Bert Jansch, tanto per fare i nomi di alcune stelle polari del chitarrismo folk-blues. Tuttavia, la new release di “A bordo del Conte Biancamano”, con nuova copertina e booklet, oltre al remix dei quattordici brani (non essendo più disponibile il master, si è lavorato sul vinile, «cercando di rendere più fluida, ma ancora autentica, un’avventura di oltre trent’anni fa», scrive Menabò) che occupavano le due facciate del 33 giri, offre sei bonus track, che accolgono interpretazioni e composizioni che il chitarrista ha proposto nel corso degli anni nei suoi spettacoli e che fanno parte di suoi progetti, realizzati o abbandonati, tra il 1998 e oggi. Insomma, è una proposta solida nei contenuti, non solo perché certi autori e certe musiche sono senza tempo, ma anche per la classe del chitarrista di Ivrea, concertista, curatore di colonne sonore, didatta, saggista, nonché recensore per riviste come “Il Blues”, “Folk Bulletin”, “Jam” e “Jazz It”: di certo uno dei più importanti interpreti italiani di chitarra country-blues e finger-picking. Quando uscì, “A Bordo del Conte Biancamano” raccolse recensioni molto favorevoli (dalla stampa italiana a quella specializzata britannica). A cominciare dall’iniziale “Salters Hotel”, le tracce dell’album originale – che mette in luce un suono molto pieno e penetrante – portano tutte la firma di Menabò, ad eccezione di “Guitar Rag”, incisa negli anni Venti da Sylvester Weaver, e “Poor Boy” di Bukka White nella versione datane proprio da John Fahey, con il suo bel rimbalzo di note basse ed alte. Dall’umore blues di “Stelle filanti” e “Autogrill” ai due slide “Water Boy Song” e “A due passi dal Sunflower”, suonati con la tecnica del bottleneck, all’accordatura spagnola di “Le ragazze hanno gli occhi di rubino quando suona Atahulapa Yupanqui”, a quella in Re di “Tra il Viona e l’Olobbia”. Si impongono per tono e colore anche “Sulle rive dell’Aar”, “Frammenti” e “Coiffeur Rag”, mentre la superba “Il ritorno dell’Enola Gay” ha una scansione più scura e tortuosa. Nella title-track – il Conte Biancamano era un transatlantico – Menabò immagina un commento in note di un viaggio di emigranti italiani lungo la rotta Genova-Buenos Aires. La parte ‘nuova’ del CD, suonata in prevalenza con una Martin 000-1, si apre con l’unico pezzo cantato, “Il feroce monarchico Bava” (in accordatura DAGDAD), accompagnato dal contrabbasso di Roberto Bartoli. Il pezzo nasce da un’idea di rivisitazione di canti popolari italiani con modus chitarristici che, sul finire degli anni Novanta, suscitarono un certo ‘panico morale’ nei puristi della musica tradizionale per un progetto intitolato “Memorie”, che precorreva, evidentemente, i tempi e che purtroppo non ebbe seguito. Il medley “Two steps from Sunflower / Èuna pura formalità” gioca a far incontrare Charlie Patton e Giovanna Marini. Seguono delle carol natalizie tradizionali, in cui Menabò imbraccia la sua ‘vecchia’ HD28 (“O Little Town of Bethlem”, “In Dulci Jubilo” e il medley “See Amid The Winter’s Snow”/ While Shepherds Watched”), di cui si apprezza la linea melodica. Infine, “Alba” (suonata senza i picks), la composizione più recente di Menabò, che fa parte della colonna sonora del corto “L’addormentato nella valle”, è ispirata al racconto dei luoghi della grande guerra tra le trincee sull’Altopiano di Asiago. Davvero un gradito ritorno. 


Ciro De Rosa
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