Sandra Mantovani, ricercatrice, cantante, docente, madre del folk revival italiano

Nata a Milano nel 1928, Sandra Mantovani è stata la madre del “folk revival” italiano. Donna appassionata e di cultura, dagli anni Cinquanta, si affermò come etnomusicologa, cantante e, dal 1972, come docente di “Storia e tecnica dello spettacolo popolare” presso la Scuola d’Arte Drammatica del “Piccolo Teatro”, nella sezione del “Laboratorio di Ricerca e Documentazione del Teatro di Animazione e dello Spettacolo Popolare”. Nel 1953, sposò Roberto Leydi. Insieme condussero approfondite ricerche musicali, dando vita a spettacoli che segnarono indelebilmente la riscoperta presso il grande pubblico dei canti popolari. La loro avventura musicale come coppia è stata una delle più avvincenti del XX secolo e meriterebbe di essere immortalata in un’adeguata opera cinematografica.

Ricordi nel “Laboratorio di Spettacolo Popolare”
Negli anni Ottanta, abbiamo avuto il privilegio di averla come docente all’interno del “Laboratorio di Spettacolo Popolare” di Milano, del quale era anche la coordinatrice. Introdusse le finalità del corso con poche parole, tese a chiarire l’orientamento generale del modello di scuola all’avanguardia centrato sulla ricerca. I docenti parlavano direttamente delle loro esperienze sul campo o degli studi in corso. A contatto con esperti delle tradizioni popolari, quelle esperienze uniche permettevano confronti tra le differenti metodologie di lavoro. 
Con “semplicità” espositiva, la professoressa Mantovani sapeva interessare l’interlocutore. Era sempre indaffarata anche per risolvere questioni pratiche, come la gestione degli spazi didattici, la proposta d’acquisto dei materiali o la schedatura dell’archivio scolastico. Tuttavia affrontava le differenti questioni con atteggiamento pragmatico. Era donna solare. Quando spiegava, usava spesso la tecnica dello “zapping”. Non stava mai per troppo tempo sullo stesso argomento, forse per paura di annoiare o perché aveva numerose esperienze artistiche da narrare, ognuna delle quali riferita a un personale percorso di ricerca. Di conseguenza, seguendo il filo del suo discorso, durante le lezioni la mente spaziava tra riti profani e sacro-popolari, canti sociali, tecniche di trascrizione, problemi tipici della sala d’incisione, organizzazione dei convegni, dibattiti culturali, allegre serate passate in compagnia, discussioni ideologiche e così via. 
Era un fiume d’informazioni. Difficile annoiarsi anche perché, quando si accorgeva di aver parlato troppo, iniziava a fare domande agli allievi cercando di coinvolgerli. Spesso riannodava il filo del discorso proprio prendendo spunto dagli interventi degli interlocutori. Per lei il canto sul palco era stato un punto di arrivo, a seguito delle ricerche condotte sul campo con il marito. Durante un incontro avvenuto a casa sua, le domandammo come mai, da un certo periodo in poi, smise d’incidere dischi. Terminata l’esperienza del Nuovo Canzoniere Popolare e dell’Almanacco Popolare, avendo a suo tempo registrato a dovere quanto necessario e tenuto centinaia di concerti in tutta la Penisola, come cantante riteneva corretto evitare inutili forzature commerciali anche perché, per dirla con Leydi, “il momento «eroico» degli Anni Sessanta… era ormai definitivamente concluso” (da un articolo del 1979). 

Generosità e “duende padano”
Sandra Mantovani era conscia del ruolo di primo piano avuto nella riscoperta dei canti sociali e popolari ma, negli anni Ottanta, raramente si esponeva in pubblico e nel privato evidenziava i propri meriti con la consueta discrezione. Ricordava spesso che, alla fine degli anni Cinquanta, i ricercatori di canti popolari erano pochi. Tutto ciò che scoprivano era una “novità”, ma sentivano l’esigenza di agire con criterio nel percorso di valorizzazione dei materiali sonori raccolti.  Operavano senza risparmio, con giovanile entusiasmo. Molti faticavano a comprendere che condurre una ricerca etnomusicologica sul campo significasse investire tantissimo del proprio tempo con cospicui investimenti. È un lavoro che richiede passione e coinvolgimento emotivo. Su tali aspetti un po’ tutti i docenti del “Laboratorio di spettacolo popolare” mettevano in guardia gli studenti. Sandra Mantovani aveva costituito il “Gruppo dell’Almanacco Popolare” insieme a Bruno Pianta (1943-2016). Di lei in uno scritto aveva evidenziato che “(…) accanto a numerosi e indubbi meriti, Leydi ha avuto anche una grande fortuna: quella di vivere assieme a quella straordinaria persona che è Sandra Mantovani(…). Dietro a un grande uomo, c’è spesso una grande donna. La folk singer milanese visse il proprio percorso culturale talvolta in ombra rispetto al grande etnomusicologo, pur sempre conservando una propria individualità e autonomia artistico-operativa.
Non cercava visibilità gratuita, le piaceva la ricerca, meno scrivere. Era donna che aveva dato senso al proprio talento principalmente attraverso la vocalità. Il canto era stato per lei il mezzo privilegiato per comunicare divenendo, negli anni Sessanta, la più nota folk singer italiana, caposcuola di uno specifico stile vocale. Una volta raccontò di essere vissuta, da giovane, per alcuni anni, a Gorla, dove tutti parlavano in dialetto. La sua ricerca si concentrò soprattutto sui canti del nord Italia. Rivelò che, in diverse occasioni, le proposero d’interpretare canti popolari del centro e del sud dell’Italia, tuttavia lei desiderava essere credibile nel canto, evitando forzature interpretative. La sua voce e la sua inflessione nella parlata ben si prestavano a un certo repertorio e su questo si era voluta concentrare. Il suo modo di cantare era spontaneo e aveva una straordinaria capacità nel saper ascoltare. Dagli interlocutori imparava dal vivo, poi riproponeva in pubblico dando valore a quanto appreso (sull’argomento, negli anni Sessanta, scrisse articoli specifici). La sua voce era espressiva, a tratti graffiante. Per lei il canto popolare non doveva essere concepito come “ricalco” passivo di quanto imparato sul campo, ma operazione espressiva ed  evocativa, nel senso etimologico del termine. Ex vocis, esprimere avendo forza espressiva interiore. In questi giorni, ci ha ricordato Emilio Jona (uno dei fondatori dei “Cantacronache”) che il “ricalco” “fu uno dei temi che più facevano discutere animatamente gli studiosi di musica popolare tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Anni Sessanta (…). 
Sandra fu una brillante interprete di canto popolare per tutta la sua carriera”. Nelle interpretazioni lasciava trasparire pathos, aspetto colto da Umberto Eco, il quale ebbe a scrivere che aveva un “duende padano”.  L’aggettivo indicato da Eco era in sintonia con la storia della cantante che, peraltro, lo studioso conosceva molto bene essendo amico di famiglia. 
In merito al ruolo di Sandra Mantovani, toccanti sono state pure le parole (qui ridotte all’osso) di Giovanna Marini: - Sandra era la prima. Era un po’ la nostra Grande Madre ... Quello che ho trovato sempre straordinario in Sandra era il suo senso del dovere e della coerenza nel lavoro, con una intelligenza aperta e, quello che è più importante, una grande generosità...Una donna come Sandra Mantovani non si dimentica.  

Ricerca e socialità
Un cardine degli insegnamenti di Sandra Mantovani riguardava la socialità riferita ai gruppi di ricerca. Spronava gli allievi a lavorare con serietà e in profondità, ma divertendosi, rafforzando il principio di unione tra i componenti del gruppo. Lei concepiva la ricerca anche come momento di socialità condivisa. Non a caso di sovente le lezioni del “Laboratorio di spettacolo popolare” terminavano con un rinfresco offerto, di volta in volta, da uno studente. Dopo lo studio il divertimento, la gioia dello stare insieme. Era una libertaria e tra i suoi obiettivi vi era quello di formare gruppi di ricerca basati sulla stima e sulla fiducia. Il concetto di socialità legato alla ricerca e alla trasmissione della conoscenza traspare nelle parole di sdegno da lei scritte agli organizzatori dell’“Autunno Musicale” di Como, quando si trovarono sul punto di chiudere i battenti a causa delle ristrettezze finanziarie: "Mi chiedo, e chiedo a chi sa dare una risposta, che cosa perde Como senza “l’Autunno Musicale”. 
Chi ha frequentato questa bellissima manifestazione, chi ci ha lavorato, dagli allestitori agli artisti, ognuno crede che non si possa pensare di rinunciarvi. Io che ogni anno sono stata presente, ho bene in mente l’entusiasmo che da sempre anima tutti; non posso dimenticare le anziane signore che scendevano dalle loro case nelle belle piazzette del centro portandosi una loro sedia per mettersi in un buon posto per la visione e l’ascolto migliore, chiacchierando con le loro amiche e vicine. Accanto a loro, mescolati nel pubblico, grandi musicologi e musicisti da ogni paese, esecutori di ogni tipo di musica, spesso mai eseguita a Como, in uno scambio culturale davvero importante per tutti. In quelle settimane Como era davvero centro della musica. Vogliamo che Como abbia ancora il suo “Autunno Musicale” per la città e per tutti".

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