Musica, Musica, semper Musica, rush finale nella Comunità di Expo 2015

Seguendo il filo etnomusicale, per alcuni mesi ci siamo concentrati sulla “Big Community” di Expo, con l’intento di dare valore alla ricchezza sonora delle diverse popolazioni nel mondo. Siamo consapevoli dell’irripetibilità della nostra ricerca nella quale, oltre alle tradizioni folcloriche, è stato dato risalto anche a musicisti/compositori crossover, quali Roberto Cacciapaglia e Ade Irawan. Fino all’ultimo giorno dell’Esposizione milanese, c’è stata l’opportunità di ascoltare suonatori e gruppi musicali. Data la quantità degli eventi, è arduo cercare di essere esaustivi ma, a zapping, desideriamo concludere il nostro libero reportage interculturale, selezionando tra quanto ascoltato e osservato nelle ultime settimane. Il giorno prima della chiusura di Expo, il Padiglione Indonesia ha organizzato un pomeriggio dedicato alla musica, alternando esecuzioni di un gruppo popolare (preposto anche all’accompagnamento dei balli tipici di Giacarta e Sumatra) a solisti di musica jazz (Ade Irawan, piano) e classica (Iskandar Widjaja, violino). Sul palco è salito anche il pianista e compositore Jaya Suprana, scopritore di giovani talenti, assai noto in Indonesia come conduttore televisivo, organizzatore di eventi culturali e imprenditore. Le sue opere sono di successo, perché ha saputo trovare un’efficace sintesi tra la musica tradizionale e quella colta, dando risalto alla componente melodica. Suprana è appassionato di musica popolare ed è sposato con una danzatrice-organizzatrice di spettacoli coreutici rappresentati in tutto il mondo. Durante le esibizioni, i suonatori popolari indonesiani sono rimasti seduti a contatto con la terra, affidando la melodia al “tehyn”, un cordofono ad arco con una piccola cassa di risonanza. 
Tre i suonatori di percussioni, metalliche o a tamburo. Nella prima tipologia di strumenti si evidenziano due grandi “gong”, il “kromong” (composto da dodici elementi di differente dimensione) e il “kekrek”. I tamburi, di varia dimensione, sono genericamente definiti “gendang”. Nel “Cluster del Caffè”, abbiamo incontrato un referente del Padiglione Burundi, Stato al quale desideriamo dedicare specifico articolo musicale nelle prossime settimane. Il dialogo con il signor Raoul è iniziato intorno alle specificità di uno strumento a percussione di contenute dimensioni. Tale strumento, detto “rukinzo” (esistono diversi modelli), viene utilizzato soprattutto come strumento-segnale per richiamare i bambini. Il tamburo più grande nella tradizione burundese veniva considerato simbolo di potere e, durante la monarchia, veniva accudito da un suonatore speciale, il cui ultimo erede risiede in una città della Provincia centrale di “Ghitega”. Il nome dato al tamburo maestro è “Ingomà” che, nella lingua locale, significa “potere” e, in alcuni contesti, “governo”. Lo strumento veniva costruito seguendo precise procedure, selezionando e trattando ad arte la pelle animale. Gli “Ingomà” venivano suonati solo dagli uomini e il repertorio trasmesso oralmente solo in ambito familiare (tali consuetudini sono tuttora prevalenti). Restando in Africa, nel Padiglione del Marocco abbiamo conosciuto il giovane Abdhul Rahim, proveniente da Essaouira, nella regione di Marrakech-Tensift-El Haouz. Suona il “kgembri”, strumento a tre corde (esistono modelli a più corde) utilizzato nella musica Gnawa, dai Berberi o in alcuni villaggi nel Sud del Mali. Il nome dello strumento cambia da regione a regione, da Stato a Stato (hajhuj, sentir, gimbri, gumbri, gunibri etc). 
La base anteriore della cassa è di solito rettangolare e le corde vengono fatte vibrare con una tecnica che ricorda quella dello “slap”. La melodia è eseguita muovendo le dita sulla sola corda centrale. Riguardo alla musica africana, a Expo, bisognerebbe aprire uno specifico capitolo, poiché i percussionisti (più o meno improvvisati) si sono esibiti in diversi Padiglioni. Mi limiterò perciò a ricordare il “National day” del Mozambico, nel quale hanno suonato la band “Kakana” ed Eduardo Durao con la “Orchestra” di Timbila. Ciò che ha colpito maggiormente lo scrivente è stato lo spirito d’improvvisazione mostrato da alcune donne vestite a festa con abiti occidentali. Chiacchieravano tranquillamente in un luogo appartato vicino al Cluster (Cereali e Tuberi). A un certo punto, un ragazzo di colore ha impugnato un tamburo e ha iniziato a percuoterlo. Una ad una, le donne si sono alzate e hanno iniziato a ballare, con una scioltezza nei movimenti impressionante e commovente allo stesso tempo, come testimoniato anche dal pubblico che numeroso, in breve, ha circondato e applaudito le ballerine, scandendo il ritmo con fervore anche vocale. L’Ungheria a Expo ha investito parecchie risorse per mostrare ai visitatori l’importanza delle tradizioni folcloriche nella cultura locale: meriterebbe specifico riconoscimento. Senza perdere colpo, ogni settimana ha invitato gruppi di elevato livello musicale. Evidenziamo la “Klezmer band” di Budapest, attiva da venticinque anni, formata da suonatori d’eccezione tra cui spiccano il clarinettsta, Kohán István, il trombonista, Barbinek Gábor, il violinista, Gazda Bence e il pianista Jávori Ferenc (e compositore). Brava anche la fisarmonicista, Nagy Anna; precisi gli accompagnatori con il basso, Máthé László, e la batteria, Végh Balázs. Un po’ tutti i musicisti sono anche cantanti. Jávori Ferenc è il leader del Gruppo. 
Da ragazzo si è formato stando in contatto con suonatori tradizionali klezmer nelle comunità “Ashkenazi” dell’Europa Centrale e dell’Est. Oltre a suonare con gusto, tecnica e passione, la Band ha mostrato ottime capacità sceniche, coinvolgendo il pubblico nella scansione di vorticosi ritmi con il battito delle mani. Il Gruppo ha spesso collaborato con produzioni teatrali e coreutiche, riscuotendo consensi internazionali e premi tra cui il “Kodály Zoltán Prize”, per aver promosso la cultura e la musica Yddish tradizionale. Di certo la Klezmer Band, nei decenni, oltre a dare rilievo alla cultura popolare strumentale è riuscita a renderla fruibile in ambito spettacolare, tenendo conto dei gusti dell’ascoltatore moderno, senza mai scadere nel banale.  Tra i musicisti d’eccellenza, sempre nel Padiglione Ungheria, il 27 ottobre, si è esibito il virtuoso di cimbalom Kálmán Balogh, discendente da una famosa famiglia di musicisti gitani. Oltre che sul campo, Balogh si è formato presso l’Accademia “Ferenc Liszt” ottenendo, già nel 1985, il titolo di “Maestro delle Arti Popolari”. I premi da lui ricevuti non si contano, come pure i successi internazionali ottenuti con la sua Band e con diverse Orchestre. Tra i musicisti ungheresi desidero menzionare anche il duo formato da Franczia Dániel e Arthur Bálint Kövi. Il primo è un percussionista che suona diversi strumenti etnici tra cui un vaso di alluminio utilizzato ritmicamente nella musica gipsy. Arthur è un violoncellista di formazione accademica, il quale si è distinto per un personale sound, frutto di ricerche sperimentali, timbriche e armoniche. A testimonianza di come nell’Est europeo le tradizioni popolari siano valorizzate scolasticamente, ritengo utile menzionare la performance (canti, balli e azione teatrale) di un gruppo di adolescenti facenti parte del “Liceului Teoretic Georghe Sincai” a Cluj Napoca, in Romania. 
Qualche settimana prima, durante le “Giornate musicali Russe”, erano giunti a Expo vari Gruppi, tra i quali i giovani studenti della “Folk Ensemble”, provenienti dalla Scuola di Musica “Merzhanov” a Tambov, specialisti nell’esecuzione di strumenti popolari, tra cui diversi tipi di “balalaika” e di “bajan”. Il loro repertorio è nutrito e spazia tra le musiche folcloriche e quelle di noti compositori russi. Negli ultimi giorni di Expo, coinvolgente è stata la performance del Gruppo Folk bielorusso denominato “Molodzik”, contraddistinto dai consueti strumenti tradizionali, tra cui cimbalom, due fisarmoniche, violino e vari idiofoni (a raschiamento e a scuotimento). Inoltre, basso (elettrico) e batteria. Oltre ai canti popolari, sono state da loro eseguite diverse danze, in una delle quali le ballerine, a coppie, tenevano tesa una tovaglia di lino. Spostandoci a Nord-ovest, diamo rilievo al “Duach Trio”, specializzato in vibranti esecuzioni di “jigs”, “reels” e songs tradizionali. Éamonn de Barra (di Dublino, cresciuto in una famiglia di musicisti folk) suona flauto e bodhrán, Sean Regan il “fiddle” (violino), che ha iniziato a studiare quando aveva tredici anni. Il chitarrista è John McLoughlin (di Dublino), accreditato come uno dei più raffinati accompagnatori con la sei corde. Il violinista e il flautista nel finale del concerto si sono cimentati in un irrefrenabile “scat” vocalico, nel quale hanno mostrato impareggiabile perizia nel modulare i suoni con varietà secondo veloce tempo metronomico. Per spezzare con la musica popolare, pare opportuno aprire una lunga parentesi, iniziando a menzionare le esecuzioni sponsorizzate dal Padiglione Lombardia e da quello del Qatar. Nei pressi del primo Padiglione, il 29 ottobre, è stata eseguita musica da camera con strumenti ad arco anche per accompagnare celebri arie d’opera italiane. 
La cantante era Tania Bussi accompagnata dai musicisti dell’Orchestra del Teatro “Dal Verme” di Milano. Da Napoli, invece, è giunta la giovane Orchestra “San Giovanni”, la quale in questo periodo collabora con l’istituzione cinese “La Via della Seta”, avendo in repertorio anche musiche strumentali e vocali cinesi. Loro direttore è Keith Goodman (è anche compositore), con il quale l’Orchestra “San Giovanni” è in procinto di recarsi in Cina per una tournée. Facendo un balzo indietro di alcune settimane, desideriamo accennare al “Festival musicale francese”, svoltosi nel Decumano sopra un palco allestito vicino all’ingresso del Padiglione nazionale. Di rilievo il gruppo “Paris Combo” che propone una fusione tra diversi stili (jazz, gipsy, pop), utilizzando anche ritmi ripresi dalla musica latino-americana e mediorientale. La cantante Belle du Berry è ben conosciuta in Francia, essendo parte del Gruppo da circa due decenni. Per dovere di cronaca ricordiamo che a Expo, tra settembre e ottobre, si sono esibiti diversi cantanti o musicisti di rilievo, tra cui Roberto Cacciapaglia, Edoardo Bennato, Francesco De Gregori, Elisa, Stefano Bollani, Giovanni Allevi, Luca Barbarossa, Mario Biondi, Van de Sfroos, Giusy Ferreri. Tra i “jazzisti” menzioniamo il Gruppo “La Contrabbanda”, esibitosi nei giorni finali dell’Esposizione. Il 16 settembre, la “Fondazione De André” e la “Fondazione Gaber” si sono distinte quali organizzatrici di un evento dedicato al ricordo dei due artisti. Riprendendo a scrivere della musica popolare italiana, bisogna rendere merito alla “Coldiretti” per aver ospitato Gruppi provenienti da ogni parte della Penisola. 
Durante la “Settimana Siciliana”, abbiamo incontrato il “Gruppo Folkloristico di Valledolmo” (PA), coordinati dal fagottista Orazio Dispenza, e il Gruppo “Tataratà” di Casteltermini (AG). Dispenza suona diversi aerofoni di canna. Ballo tipico di Valledolmo è la “Contradanza”, eseguita soprattutto a carnevale. Un ballo che nei festeggiamenti poteva durare anche alcune ore, coinvolgendo buona parte della popolazione. Oltre che dal “friscalettu”, la “Contradanza” poteva essere accompagnata da strumenti quali la fisarmonica, la chitarra, il mandolino o da idiofoni come “su cucchiaru” (cucchiaino, di solito usato in coppia) e lo scacciapensieri, localmente detto “’ingalarruni”, il cui suonatore più rinomato è Zannito Giuseppe (presente a Expo). Nel Cardo si è esibito il “Gruppo Tataratà”, tipico della Sagra di maggio dedicata alla Santa Croce nel citato paese di Casteltermini. “Tataratà” è una disputa nella quale numerosi duellanti armati di spade metalliche si affrontano con vigore secondo precisa coreografia. La rievocazione storica pare abbia origini antiche, testimonianza del rapporto tra le popolazioni locali e i mori, tanto che si suppone che i movimenti possano trovare riscontri con antiche danze berbere accompagnate dai tamburi. È stato anche ipotizzato che la ritualità del “tataratà” sia da mettere in relazione alle feste primaverili e, in generale, al tema della “rinascita”. L’aspetto coreografico è stato coinvolgente, come pure il continuo scintillio delle spade agitate dagli energici duellatori. Per la Calabria, all’incrocio tra Cardo e Decumano, il 29 ottobre, si è esibito il “Gruppo Quadriglia” di Cropalati” (CS), purtroppo senza accompagnatore strumentale che normalmente è un fisarmonicista. 
La “quadriglia” di Cropalati è ballo tipico carnevalesco, con diverse figurazioni coreografiche a cerchio che vengono coordinate da un capo ballerino, il quale fornisce le indicazioni a voce stando fuori dal Gruppo. Dalla Calabria segnaliamo anche la pregressa esecuzione dei percussionisti di Palmi (RC), i quali hanno accompagnato per le vie del Decumano le due Statue dei Giganti, “Mata” e “Grifone”, e un cavallo realizzato in cartapesta. Si tratta di una tradizione antica in uso per ricordare l'armata normanna (con Ruggero I) alla conquista della Sicilia. Il pubblico ha seguito con appassionato vigore il movimento dei Giganti, scandendo appassionatamente il ritmo con le mani, a imitazione di quelli eseguiti dai tamburi. A ottobre, sono stati particolarmente applauditi i suonatori molisani del Gruppo “Bufù Kalena” (se ben ricordo, coordinati da Peppino Vincelli), destando forte curiosità tra i presenti. Il Gruppo proviene da Casacalenda (CB). Oltre ai suonatori di “bufù” comprende quelli di tamburelli, tricaballacche, rullante e fisarmonica. Il “bufù” (conosciuto secondo varianti in diverse parti del Centro-Sud Italia) è uno strumento a frizione, formato da una botte, coperta da una tela nel cui centro viene collocata una canna. Per suonare il “bufù” gli esecutori devono continuamente tenere umide le mani, per agevolare lo scorrere della canna. La denominazione dello strumento è verosimilmente onomatopeica. Nel paese di Casacalenda esiste un museo dedicato a questo caratteristico strumento e, più in generale, alla musica popolare molisana. Per la Puglia, desidero ricordare una chitarrista foggiana (nel caos ho perso il nome), la quale con passione ha voluto commemorare con cinque brani il compianto concittadino Matteo Salvatore (deceduto nel 2005), cantante e ricercatore di musiche popolari del Gargano e del Sud Italia, definito da Eugenio Bennato come “Grande poeta di povera gente”. Facendo un salto nelle Americhe, nel Padiglione del Cile, dal 12 al 18 ottobre, hanno riscosso un incredibile consenso i giovani del gruppo strumentale e di ballo “Rapa Nui -Tautanga”, originario dell’Isola di Pasqua.  
Muscolosi e attraenti i danzatori, mentre le danzatrici si muovevano sinuosamente con sensualità. Gli animi giovanili si sono scaldati quando hanno invitato diversi ragazzi e ragazze del pubblico a ballare insieme con loro. Lascio immaginare ai lettori il divertimento generale dei partecipanti e dei visitatori. I componenti del “Rapa Nui” sono studenti che vivono a Santiago i quali, da circa un decennio, con metodo, intendono difendere e valorizzare l’identità musicale dell’Isola. Negli anni, si sono esibiti in diverse parti del mondo, in particolare nell’America del Nord e in Europa. Molto applaudito anche il “Trio bombo”, suonatori di strada detti “chinchineros”, girovaghi e acrobati, menestrelli moderni tipici del folklore cileno, i quali si accompagnano ritmicamente con delle grancasse che attivano tramite il movimento del piede e della gamba. I suonatori intervenuti a Expo appartengono alla “Familia Bombo Trío” che è uno dei gruppi di “chinchineros” più noti in Cile. Successo hanno riscosso anche i concerti di Isabel Parra, figlia di Violeta Parra, responsabile dell’omonima Fondazione, storico centro di riferimento per la diffusione della cultura e della canzone cilena. Nel canto è stata accompagnata dal chitarrista Roberto Trenca. Isabel Parra ha al suo attivo numerosi dischi come cantante solista, cui vanno aggiunti quelli pubblicati in duo con il fratello Angel Parra. Per la gioia del pubblico più adulto, nello stesso Padiglione si è esibito nei giorni precedenti alla chiusura di Expo il tenore lirico Miguel Angel Pellao. Sulle note dell’esperto tenore, cogliamo la sofferta e acuta vibrazione sonora per ricordare che, il 31 ottobre, Expo ha chiuso i battenti, secondo prevedibile commiato istituzionale amplificato dai media nazionali. Evento globale dalle mille sfaccettature, sull’Esposizione Universale milanese si discuterà con vigore anche negli anni a venire. Da parte nostra, rimarrà indelebile il piacere e la gioia di aver potuto ascoltare e conoscere sul campo decine di gruppi musicali, confrontandoci con centinaia d’individui che, in vario modo, hanno a cuore la musica. L’Esposizione milanese è stata un’esperienza arricchente anche per i suoi temi sociali riferiti agli equilibri finanziari internazionali, alla sostenibilità, all’alimentazione e al rispetto della natura, con conseguenze decisive per lo sviluppo della collettività internazionale. Ora, pero, dopo tanto discorrere è giunto il momento di proseguire ripartendo dal silenzio interiore: “When words leave off, music begins” (quando le parole terminano, comincia la musica, H. Heine). L’ incipit del titolo, con rinnovata linfa interculturale, ha la sua “ripresa” cantata coralmente: “Musica, Musica, semper Musica”: un’Arte che anche a Expo ha sprigionato immensa humanitas dando unitario valore mondiale alle differenze e alla qualità della vita. 


Paolo Mercurio
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