BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

mercoledì 29 aprile 2015

Numero 201 del 30 Aprile 2015

Al giro di boa del numero 201, Blogfoolk apre le danze con una lunga intervista a Marco Beasley, personalità artistica di grande vitalità. Ripercorriamo la sua carriera, parlando della sua formazione, degli episodi di riferimento della sua discografia e, naturalmente, dei suoi più recenti progetti musicali. A corredo dell’intervista, vi presentiamo “Solve et Coagula”, firmato da Marco Beasley, Guido Morini e Accordone e il disco per voce sola del tenore napoletano, “Racconto di Mezzanotte”. La rubrica Cantieri Sonori riparte dalla Garfagnana con il contributo di Paolo Mercurio, intitolato “Musica e Natura, trombone e zufilo a Fabbriche di Vallico (LU)”. Per la nostra corposa pagina di World Music, presentiamo, anzitutto, il pregevole “Akö” di Blick Bassy, musicista, cantante e compositore camerunense di base a Parigi. Passiamo poi a due album che in un certo senso ci fanno attraversare le trame storiche del Mar Mediterraneo, ma testimoniano anche di inusitate confluenze contemporanee: da ovest a est, da nord a sud delle sponde del Piccolo Mare. Il primo è “Aman! Sefarad…”, lavoro della versatile cantante francese Françoise Atlan, realizzato in collaborazione con il gruppo greco En Chordais, che presenta un incontro tra il repertorio sefardita e i modi e i timbri della cultura musicale dell’impero ottomano. Il secondo è “Barbara Fairouz” dell’apprezzata interprete tunisina Dorsaf Hamdani - Consigliato Blogfoolk della settimana – in cui confluiscono elegantemente i repertori della chanteuse parigina e della celebre diva libanese. Torniamo in Italia, restando a sud, in Sicilia, per proporvi “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, il nuovo CD di Cesare Basile. Dai dischi passiamo al palco, per raccontare del concerto che il Ta-Ma Trio, ovvero Nando Citarella, Mauro Palmas e Pietro Cernuto, hanno tenuto al Baobab di Roma, a conclusione della prima parte del Festival Popolare Italiano, rassegna dedicata alla musica tradizionale italiana, tra le più interessanti del momento nella Penisola. La lettura consigliata della settimana è l’emissione primaverile de La Piva del Carnér, che offre un numero monografico dal titolo “Cantar Bisogna” curato da Antonio Canovi dedicato al canto sociale e alle canzoni partigiane a Reggio Emilia. Chiude il numero, il Taglio Basso di Rigo, che ci porta alla scoperta di “Second Hand Heart”, muova proposta discografica di Dwight Yoakam.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


CONTEMPORANEA
CANTIERI SONORI
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Intervista con Marco Beasley

Artista eclettico, dotato di una voce tenorile riconoscibile per bellezza, intensità e timbro, Marco Beasley è noto al grande pubblico per la sua lunga attività artistica con Accordone, gruppo unico nel panorama europeo nato dall’incontro con Guido Morini e Stefano Rocco, nonché per i vari progetti come solista e le collaborazioni come quella con L’Arpeggiata di Christina Pluhar e Nederlands Blazers Ensemble. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione dell’album “Solve et coagula” con Guido Morini ed Accordone e del lavoro come solista “Il Racconto di Mezzanotte”, per ripercorrere con lui le tappe più importanti della sua formazione e del suo percorso artistico, per soffermarci in fine sui suoi più recenti progetti artistici. 

Sin da piccolo sei stato attratto dalla musica della tradizione napoletana, e successivamente ti sei dedicato allo studio della musica vocale rinascimentale e barocca. Puoi raccontarci dei tuoi primi passi nel mondo della musica?
I miei genitori non erano musicisti ma in casa si ascoltava tantissima musica, in particolare quella legata ai cantanti americani, ai cosiddetti crooner: i vari Frank Sinatra, Nat King Cole, Pat Boone, Bing Crosby erano compagni di giochi durante la giornata. Questo perché mio padre, inglese di nascita e cultura, aveva contagiato mia madre, profondamente napoletana, con i ritmi che appartenevano ai suoi ascolti preferiti.

Come si sono indirizzati i tuoi studi in ambito musicale?
Dopo il diploma al liceo scientifico a Napoli, attraversai un periodo in cui non sapevo che fare, se iscrivermi all'università oppure cercare subito un lavoro. Decisi di seguire la mia passione di quel tempo e mi iscrissi alla scuola di volo dell'Aeroclub di Napoli: speravo ardentemente di diventare pilota, ma i costi per farlo privatamente erano molto alti, quindi abbandonai quest'idea pur conservando la passione per il volo. Ascoltavo molta musica e molta se ne faceva con gli amici. Ascoltavo commosso il Banco del Mutuo Soccorso, con la voce dell'indimenticabile Francesco di Giacomo che toccava il cuore e i suoi testi magnifici, ma anche Giorgio Gaber, il suo modo di fare teatro; i Pink Floyd, ascoltati rigorosamente al buio e ad alto volume così come i Gentle Giant o i King Crimson. Vivevo a Napoli e seguivo con passione e ammirazione il lavoro e la novità di Roberto De Simone e la sua Nuova Compagnia di Canto Popolare, imparavo le loro canzoni a memoria, si aprivano orizzonti e mondi interi con la potenza di quelle emozioni. Nonostante non avessi mai frequentato il Conservatorio mi iscrissi a Bologna, al DAMS, dove ho potuto sviluppare questa seconda mia passione, quella musicale. Non pensavo né di diventare musicologo, né musicista. Non sapevo bene quale sarebbe stato il mio destino, non mi importava, non ero veramente orientato. Mi piaceva, studiavo, la teoria musicale era difficile, complessa, tante volte mi sentivo incapace rispetto ai miei amici che provenivano da studi musicali consolidati ma alla fine è andata bene, mi sembra.

Quanto è stato importante per il tuo percorso artistico l'incontro con Cathy Berberian?
Fu un incontro che mi dette nuovi motivi per continuare la mia attività. I miei amici, fra i quali devo mettere in primis Stefano Rocco col quale continuo ancora oggi la mia attività di musicista, mi spinsero a frequentare un corso estivo di una decina di giorni da lei diretto, al quale mi iscrissi con mille perplessità. Non pensavo che una personalità così forte, così importante nell'ambito della musica colta potesse essere interessata a un giovane che muoveva i primi passi in un mondo a lui ancora poco conosciuto. Cathy Berberian mi ascoltò, mi ammise alla sua classe e cominciammo a dialogare sui come e sui perché di un certo modo di cantare, ascoltò le mie perplessità e le domande che da tempo mi andavo ponendo con i miei stessi amici e mi dette fiducia sull'uso della mia voce, mi disse che sarebbe stato un cammino lungo e difficile ma che avrei trovato una chiara identità vocale. Questa fiducia, questa spinta che mi ha sempre accompagnato e il pensiero di quegli anni di "costruzione", è costantemente presente in me, qualsiasi sia il palco sul quale mi trovo a cantare.

Dal punto di vista della vocalità, quali sono i tuoi riferimenti a livello stilistico?
Di certo la vocalità di stampo britannico mi ha sempre affascinato, ho sempre cercato quel tipo di sonorità che in un certo senso e per provenienza paterna mi apparteneva; ma essendo profondamente napoletano, una certa passionalità, un'apparente ma sofferta e interiore drammaticità ha sempre avuto una forte presenza nella mia voce. Mi reputo molto fortunato ad avere caratteristiche di entrambe le culture non solo musicali; la telluricità di un canto di tarantella passa attraverso la leggerezza delle melodie monteverdiane per poi accostarsi alla dolente solitudine delle melodie di John Dowland.

Nel 1984 hai fondato con Guido Morini e Stefano Rocco l'ensemble Accordone. Come si è evoluta la vostra ricerca e il vostro approccio al repertorio della musica antica in questi trent'anni?
Sulla scia delle ricerche musicologiche e sull'enorme banca dati che è la Biblioteca del Conservatorio Martini di Bologna. Il fenomeno della "musica antica" era in piena evoluzione alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta. Personalmente, lo studio della paleografia musicale, il cantare nel coro dell'Università i repertori che si studiavano teoricamente in aula, la frequentazione dei manoscritti originali (penso al periodo in cui cantavo nella Cappella Musicale di San Petronio), mi hanno spinto a un lavoro interpretativo basato sulla letteratura trattatistica e sul materiale sopravvissuto e consultabile. Guido Morini ha una provenienza accademica e una competenza che già a quel tempo era molto solida, le sue conoscenze organologiche e di strumentista gli permettevano indicazioni stilistiche preziosissime per lo sviluppo di un'interpretazione e Stefano Rocco coi suoi strumenti apriva un orizzonte sonoro che per me era molto stimolante.

“Frottole” e “Recitar Cantando” sono ricordati come i dischi di riferimento nel tuo percorso artistico con Accordone. Come li giudichi a qualche anno di distanza? 
- Sono dischi che amo molto, ma questo non significa che io consideri gli altri progetti "minori". Sono però poco pubblicizzati, purtroppo e sono dischi che non hanno avuto quella diffusione che secondo me meritavano. Non per la bellezza del suono o dell'interpretazione, non vorrei peccare di superbia: di certo per la loro novità, espressa principalmente nella scelta interpretativa. “Frottole” vede la presenza di tre liuti in contemporanea che suonano parti diverse, alcune improvvisate e altre scritte apposta da Guido. Non c'è da scandalizzarsi, era una prassi dell'epoca aggiungere o semplicemente adattare il brano musicale a seconda dello strumento a disposizione. Era la loro musica contemporanea, e allora come oggi le note scritte sono la base sulla quale elaborare un'interpretazione. “Frottole” è innovativo in questo senso, è un disco che restituisce a quel repertorio - secondo me - tutta la freschezza che la polvere dei secoli ha cristallizzato. Con “Recitar Cantando”, siamo andati ancora oltre: la competenza storica e compositiva di Guido lo ha spinto ad aggiungere parti strumentali in brani in cui queste parti erano assenti ma non certo perché l'originale ne fosse privo o apparentemente incompleto, affatto. Penso per esempio alla “Lettera Amorosa”, in cui vi sono dei momenti strumentali che accompagnano il canto entrando a far parte del basso continuo, una prassi esecutiva testimoniata per esempio da Agostino Agazzari agli inizi del Seicento. Oppure al Monteverdiano “Combatimento di Tancredi et di Clorinda” eseguito per strumenti e una voce sola che interpreta le tre parti, com'è nella tradizione del cantastorie - di cui la “Gerusalemme liberata” è da sempre parte del repertorio - o come fosse una vera lettura ad alta voce del dramma. Una scelta interpretativa forte, un'invenzione, una proposta nata già nel 1991 con uno spettacolo intitolato “Lo Tasso napolitano” e imitata poi da molti altri gruppi.

Tra i dischi più recenti realizzati con Accordone c'è "Storie di Napoli", disco che mi ha colpito molto, tanto dal punto di vista del repertorio quanto per l'approccio interpretativo. Com'è nato questo progetto?
“Storie di Napoli” è un disco tutto dedicato alla città e alle sue espressioni musicali in diversi periodi della sua esistenza. Un disco trasversale, che unisce il Cinquecento con il XXI secolo, che canta la tarantella più sfrenata o la serenata più struggente... L'amore a Napoli - e vorrei che fosse così ovunque, oggi - si esprime con il silenzio più nobile o il grido di dolore; i compositori napoletani e non solo loro, questo lo hanno capito benissimo e ne hanno scritto molto. La forza della canzone napoletana sta nell'immediata riconoscibilità di questi sentimenti, si partecipa alla canzone, si viaggia con lei attraverso i mari della passione. E' sempre stato così, dai canti delle lavandaie del Vomero a Pino Daniele; dalla bellezza delle melodie tradizionali alle elaborate armonie della musica di corte del Sei-Settecento, passando attraverso i salotti della borghesia nascente degli inizi del novecento. “Storie di Napoli” ha nel titolo le diverse identità di queste passioni, storie nate con uno sguardo in tralice ma sempre affettuoso al Vesuvio, 'a Muntagna nosta.

Quanto è stato importante per Accordone la ricerca musicologica sulla musica tradizionale, e quanto quella sulle composizioni di epoca rinascimentale e barocca?
Hanno avuto entrambe ampio spazio di sviluppo, un po' a seguito dei corsi di etnomusicologia tenuti da Roberto Leydi che ascoltavo con un certo rapimento e un po' per la reperibilità delle fonti manoscritte e a stampa per quanto riguardava la musica antica, come dicevo sopra a proposito della Biblioteca del Conservatorio di Bologna. Abbiamo trovato spesso elementi di dialogo fra i due generi e ne abbiamo proposto ascolti nei nostri concerti. Una ricerca ad ampio spettro anche di carattere letterario perché il testo è sempre stato per me il punto di partenza di ogni nostro progetto musicale. 

Veniamo al più recente "Solve et Coagula". Cosa ti ha spinto a dedicare una intera opera da camera a Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, alchimista, letterato, ed ideatore della Pietatella, chiesa che sorge nel cuore di Napoli e che custodisce gran parte dei suoi misteri? 
Raimondo di Sangro è stato un uomo in anticipo sui tempi. Un personaggio molto sui generis, nobile di casata e di cultura, appassionato d'arte e di conoscenza, uomo che ha fatto della Cappella Sansevero un tempio della Spiritualità e che ha cercato una sua elevazione spirituale attraverso simulacri artistici di grandissimo effetto. L'atmosfera della Cappella Sansevero, la luce vivida delle sue sculture vive ancora oggi avvolta nel ventre di una Napoli che si è sempre pensata oscura, ovattata, poco solare nei suoi vicoli bui. Eppure a ben guardare così non è stato mai, perché proprio lì c'era la Napoli dove convivevano la cultura e il sotterfugio, a due passi dai Quartieri Spagnoli e a uno dal Conservatorio San Pietro a Majella, vicinissimo al Monastero di Santa Chiara, alla piazza del Gesù ma non così vicino ai luoghi del potere, al Palazzo Reale col suo teatro di corte o al San Carlo. Per il popolo che lo circondava, Raimondo di Sangro poteva apparire uno stregone ma forse anche un prezioso taumaturgo. Le sue invenzioni al limite della leggenda ancora oggi sono motivi di studio, le sue conoscenze altrettanto. Com'era possibile quindi per me trascurare una personalità cosi variegata e interessante?

Quali sono stati i riferimenti e le ispirazioni dal punto di vista compositivo per il libretto?
Nella stesura del testo ho lavorato su diversi piani di lettura. Il primo è più biografico, basato su richiami alla sua vita presenti simbolicamente all'interno della Cappella: la Pudicizia, il Disinganno... figure per sua stessa ammissione riconducibili ai genitori. Poi un livello più alto con l'elaborazione scientifica e apparentemente "occulta", con le Macchine Anatomiche; infine la rappresentazione del Cristo Velato, la summa della ricerca spirituale della conoscenza che passa attraverso il sacrificio di una vita, ricerca intuibile ma che resta vaga e offuscata ai più. Ma il livello zero dei diversi piani di lettura del lavoro di “Solve et Coagula” è quello di una passione per i contrasti; è quello che mi fa sentire privilegiato perché mi è permesso esprimermi non solo in musica ma anche in parola, perché mi viene data la possibilità di cantare frasi e versi non soltanto di altri autori ma miei, perché a quasi sessant'anni ho ancora voglia di mettermi in gioco...

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani?
Tecnicamente la collaborazione fra Guido e me funziona così: io scrivo un testo, Guido lo raccoglie e compone una musica che poi mi sottopone. Molto spesso scrivo dei versi che mi immagino già musicati e ciò che elabora poi Guido non corrisponde al mio pensiero originario. Invece ecco che lo migliora, portandolo a un livello espressivo più elevato. La nostra conoscenza reciproca che risale alla fondazione del nostro gruppo, nella primavera del 1984, la nostra preziosa amicizia, ci permette di avere un respiro comune che aiuta tantissimo la composizione di un'opera.

“Solve et Coagula” sancisce la chiusura della tua esperienza con l'ensemble Accordone. Come valuti il tuo percorso retrospettivamente?
Accordone ha rappresentato la mia vita musicale fino al settembre dell'anno scorso e mi ha regalato bellissimi momenti, mi ha fatto vivere esperienze straordinarie. Non riesco ancora a raccontare trent'anni passati insieme, posso solo dire che questa decisione arriva non in un momento di stanchezza ma di creatività, un momento di maturità artistica che esige un'ulteriore evoluzione. 

In che direzione si muoverà il tuo percorso musicale come solista?
Rientro in una dimensione più intima del mio canto, a cantare al liuto per esempio, privilegiando il repertorio rinascimentale e del primo barocco, ma non per questo rinunciando alle tarantelle o a momenti dedicati alla canzone napoletana. Non cambia molto, in verità, ma lascio Accordone libero di decidere altri repertori non legati esclusivamente alla mia presenza sul palco. Tuttavia, un paio di progetti in comune restano attivi.

Molto recente è anche la pubblicazione de "Il Racconto di Mezzanotte", disco che ruota intorno alla relazione tra racconto e parola, sia essa recitata o cantata. Raccoglie brani tradizionali che vanno dalla Puglia alla Corsica, dal repertorio di canti Gregoriani al Barocco. Come nasce questo progetto e con quale criterio hai selezionato i brani da inserire nel disco? 
In quasi tutti i concerti ho sempre tenuto un momento in cui resto da solo di fronte al pubblico per cantare un brano "a voce sola". Questo perché amo molto il contatto diretto col pubblico, l'assenza di mediazione fra chi ascolta e chi canta, mi piace essere insomma “uno di noi”. Cito una nota del programma di sala: "La possibilità della voce di evocare storie è praticamente infinita. Il bisogno di comunicare le emozioni e i vari aspetti dell'animo attraverso la voce è nella natura di tutti noi: il riso, il pianto, il dolore e la gioia, sentimenti spesso raccolti intorno alla parola Amore, ne disegnano i tratti, ci offrono esperienze personali di vita. “Il Racconto di Mezzanotte” ruota intorno a questa idea di narrazione, a volte letta e a volte cantata, che rende questo concerto una forma di spettacolo più intima, in cui non c'è separazione reale tra chi racconta e chi ascolta ma dove si vive un momento di condivisione più intensa." Ho cercato delle musiche che toccassero il cuore del pubblico come hanno toccato il mio nel leggerle, nell'ascoltarle durante i miei viaggi, nel ricantarle. Spero di esserci riuscito, almeno in parte.

Dal punto di vista stilistico, ci puoi parlare del tuo approccio nell'arrangiamento e nella reinterpretazione dei brani?
Il progetto intitolato “Il Racconto di Mezzanotte” ha la caratteristica di essere a voce sola senza alcuno strumento, completamente "a cappella" come si dice tecnicamente. Non sono molti i cantanti che amano esibirsi da soli in questo modo e ciò rende il programma abbastanza inusuale. Ho voluto perciò proporre delle elaborazioni di brani originariamente scritti a più voci ma di cui fosse possibile eseguire una sola voce senza cambiare la forza evocativa della sua espressione musicale. I brani sono fortemente eterogenei: stilisticamente molto diversi tra di loro (“Vergine bella” di Dufay è poco riconducibile al sardo e tradizionale “Deus te salvet Maria”), li ho scelti in base alla forza del testo, elemento quanto mai fondamentale in un programma a voce sola. Una voce narrante, una figura che racconta, non un fine dicitore fiero della propria articolazione verbale. Un uomo di fronte a se stesso, alle proprie scelte e alle proprie contraddizioni, all'osservazione delle esperienze che la vita ci offre, riconoscibili e condivisibili da chiunque.

Quali sono i progetti futuri?
Già diversi programmi sono pronti e girano in varie date di concerti, dal “Racconto di Mezzanotte” a “Le Strade del Cuore”, da “La Clessidra” a “La Passacaglia della Vita” fino ad “Anima di Mare,” quest'ultimo con la partecipazione di un poeta del tamburo a cornice, Alfio Antico. Programmi sull'amore e sulla vita, sulle fortune e sulle sfortune, sulle variegate esperienze della nostra esistenza. A questi si unisce la rielaborazione di un programma di qualche anno fa dedicato alla musica inglese intitolato “Dowland in Italia”, che spero di poter eseguire spesso. Il viaggio continua.



Marco Beasley, Guido Morini, Accordone – Solve et Coagula (Alpha Productions, 2014)
La caratteristica peculiare dell’ensemble Accordone è stata, da sempre, quella di riuscire ad attualizzare nella contemporaneità il patrimonio musicale del Rinascimento e del Barocco,  spaziando dalla polifonia fiamminga fino a toccare Bach,  sintonizzati con la sensibilità dell'uomo d'oggi e utilizzandole tecniche dedotte dai grandi maestri del passato. Come dimostra la loro trentennale attività discografica, ogni progetto prende vita da solide basi culturali in cui l’intensa ricerca musicale e un raffinato approccio compositivo vanno di pari passo. Dopo aver esplorato la cantata settecentesca partenopea (“Il Settecento Napoletano”) e i canti della tradizione orale (“Storie di Napoli”), Accordone chiude la sua ideale trilogia dedicata a Napoli con “Solve et Coagula”, disco nato dallo spettacolo portato in scena per celebrare il terzo centenario della nascita di Raimondo di Sangro (Torremaggiore, 1710 – Napoli, 1771), una delle figure più affascinanti e misteriose della Napoli del Settecento. Noto per la sua cultura, il suo genio multiforme che spaziava dall’arte militare all’architettura, il Principe di Sansevero fu poco amato tra i suoi contemporanei, non solo per la sua appartenenza alla massoneria di cui fu primo Gran Maestro a Napoli, quando per i suoi studi che abbracciavano l’alchimia, l’anatomia, la musica, fino a toccare le lingue antiche come il sanscrito, l’ebraico e il greco. Della sua carrozza marina alle macchine anatomiche, tante furono le invenzioni e gli esperimenti per i quali fu tacciato di stregoneria dal popolo, ma il suo lascito più importante, il suo testamento spirituale impresso nella pietra è la Pietatella, cappella gentilizia, che costruì nel suo palazzo nel cuore di Napoli, laddove cento anni prima avvenne la tragedia che portò all’omicidio commesso dal grande compositore Gesualdo da Venosa. Proprio la Cappella Sansevero e le sue meravigliose sculture del XVIII secolo, hanno rappresentato un ispirazione importante per questo disco in cui la figura di Raimondo di Sangro torna a risplendere nella sua illuminate importanza storica, ed in tutte le mille sfaccettature della sua personalità. Registrato dal 4 al 7 marzo 2014 nella Chiesa di Santa Maria Incoronata di Martinengo, il disco presenta diciotto brani attraverso i quali Marco Beasley, Guido Morini e Accordone, sono riusciti ad evocare in modo mirabile il percorso iniziatico racchiuso nella Cappella Sansevero, dando vita ad un concept di grande spessore. “Solve et coagula” è una innovativa opera da camera, in cui si alternano spaccati strumentali, parti cantate e recitativi, in cui emerge tutta l’intensità interpretativa di Marco Beasley. Se dal punto di vista prettamente musicale spicca il lavoro compositivo e di direzione da parte di Guido Morini (clavicembalo ed organo), e la perizia strumentale degli strumentisti Elisa Citterio (violino), Rossella Croce (violino), Gianni Maraldi (viola), Marco Frezzato(violoncello), Vanni Moretto (contrabbasso) e Franco Pavan (tiorba), da quello lirico colpisce la cura che ha caratterizzato la scrittura di Marco Beasley. Il risultato è, dunque, un lavoro di grande pregio nel cui titolo, che rimanda alla formula alchemica per eccellenza, è racchiuso il pensiero illuminato del Principe di Sansevero. A schiuderci le porte della Pietatella è la suggestiva “Sinfonia”, varcata la “Porta” con l’invito alla contemplazione e alla riflessione su sé stessi, la voce di Marco Beasley ci svela il fascino misterioso delle statue “La Pudicizia”, ed “Il Disinganno”, ma ecco stagliarsi dal buio la figura di Raimondo di Sangro. “Aria di Don Raimondo” porta con sé le pene, il dolore del dubbio e la convinzione del Principe che la sola Scienza varrà a trovare una nuova realtà. Le splendide “Sol” e “Luna”, riflettono nella musica il contenuto filosofico ed alchemico dei testi, mentre la travolgente “Tarantella Tapanella” è uno spaccato sonoro della Napoli, fuori dal palazzo del Principe.  La struggente “Il Compianto del Cristo Velato” che rimanda alla drammaticità della statua del Cristo posta al centro della Cappella, ci conduce verso il finale in cui spiccano “La Formula” e “Le Macchine Anatomiche” in cui brilla l’utilizzo del gramelot nei testi e le mirabili architetture sonore di Accordone, e quei gioielli che sono “I Lazzari” e “L’Angelo”. Chiudono il disco tre recitati “Il Testamento di Raimondo Di Sangro”, “Giovedì” e “Venerdì”, che nel loro insieme costituiscono il completamento della narrazione. “Solve et Coagula” è, insomma, una riflessione profonda su Raimondo di Sangro, un uomo che ha visto nella Scienza, lo strumento per l’elevazione spirituale più alta, di un uomo del dubbio alla continua ricerca, figlio della Napoli settecentesca e del suo fermento culturale. Un patrimonio della nostra cultura che Marco Beasley ed Accordone hanno saputo omaggiare in modo mirabile, suggellando trent’anni di musica ed emozioni nel modo migliore che potessero fare.



Marco Beasley – Il Racconto di Mezzanotte (Old Mill Records, 2015)
“Il Racconto di Mezzanotte”, rappresenta una tappa fondamentale del percorso artistico di Marco Beasley, non solo perché segna l’inizio della propria carriera come solista dopo la conclusione dell’esperienza con Accordone, ma anche perché pone al centro della ricerca musicale la sola voce. Partendo dalla dimensione dei racconti a fine giornata, intorno al focolare domestico, tra storie di amori, morte, ingiustizie e gioie, Beasley attraverso quindici brani, quindici monologhi, tra cantati e recitati, mira a riscoprire quel rapporto inscindibile tra chi narra o canta, e chi ascolta, dove la voce diventa strumento dalle potenzialità evocative infinite. Spaziando dalla musica antica ai canti popolari della tradizione orale, questo album offre la possibilità di cogliere come il canto assuma il tratto del suono di una narrazione fatta di visioni, di emozioni senza tempo, di storie dette e cantante, storie intorno al fuoco, dimensione da ritrovare per allontanarci per un momento dal quotidiano che spesso non lascia spazio a noi stessi e alle nostre riflessioni. Ne è nato un disco molto intimo nato direttamente dall’esperienza osmotica che si crea tra l’artista e il pubblico sul palco, con la voce di Beasley che si muove in libertà senza barriere o codici prefissati, improvvisando, inventando, e toccando il cuore e l’anima dell’ascoltatore. Spaziando attraverso i diversi registri emotivi dall’appassionato all’aggressivo dal riflessivo al sofferto, Beasley è riuscito a far emergere il gusto antico del racconto e del canto. Durante l’ascolto non si può non rimanere incantati dal susseguirsi dei vari brani che spaziano da canti gregoriani come il “Magnificat” o il “Kyrie”, alla tradizione orale corsa di “Le Sette Galere” e “Lamentu a Ghjesu”, fino a toccare la struggente versione di “Deus Te Salvet Maria” e la conclusiva “Iesce Sole”. Insomma “Il racconto di Mezzanotte” è un disco prezioso, da ascoltare con attenzione cogliendo ogni sfumatura della voce di Marco Beasley.


Salvatore Esposito

Musica e natura, trombone e zufilo a Fabbriche di Vallico (LU)

Nell’articolo vengono brevemente presentati due strumenti musicali della tradizione popolare, a Fabbriche di Vallico denominati trombone e zufilo.  Sono strumenti in via d’estinzione, realizzati in primavera con la corteccia del castagno quando è impregnata di “umida linfa”.  Trombone e zufilo venivano utilizzati solo per brevi periodi (tra aprile e giugno), in specifiche situazioni comunitarie o per far divertire i bambini in ambito agreste. In loco, l’unico costruttore di tromboni e di zufili pare sia rimasto il signor Renato Chelotti (1938), prezioso informatore insieme a Marco Rigali, ippoescursionista già campione italiano di “endurance”. Fabbriche di Vallico è situato lungo la Valle del Turrite Cava. Oggi sono circa cinquecento i residenti, ma nell’Ottocento la popolazione era circa quattro volte superiore. L’economia del paese era caratterizzata da attività agricole e artigianali, tra cui spiccavano la raccolta delle castagne e la lavorazione del ferro, iniziata nel XIV secolo da un gruppo di fabbri bergamaschi. L’ultimo dato sembra importante poiché gli strumenti musicali ricavati dalla corteccia del castagno sono storicamente attestati anche nelle valli bergamasche, pertanto è ipotizzabile che a Fabbriche di Vallico, nel corso dei secoli, possano essersi verificati interessanti fenomeni di acculturazione, per accertare i quali sarebbero necessarie specifiche ricerche storico-sociali ed etnomusicali.  

Il trombone e lo zufilo 
Durante il periodo primaverile, con il rinnovo delle gemme, nel castagno, tra il ramo e la corteccia, si verifica un particolare stato d’idratazione vascolare comunemente definito con la locuzione “in succhio”. Tra la fine di aprile e il mese di maggio, la pianta entra per alcune settimane “in umore”, periodo nel quale la corteccia non è rigidamente attaccata ai rami e pertanto, con opportune manovre, può essere staccata con discreta facilità.
Per la realizzazione del trombone, si seleziona un ramo di castagno (diametro di circa sei-dodici cm e lunghezza variabile tra i cinquanta-cento cm). Con un coltellino affilato si procede a incidere, “a fascia e a spirale”, la corteccia per la lunghezza del ramo. Successivamente si procede al distaccamento della corteccia dal ramo. In questo caso non serve l’ausilio del coltello, poiché l’operazione viene svolta manualmente. Una volta selezionata la corteccia inizia la fase di “avvolgimento”, dando al trombone forma conica. Per dare maggiore stabilità al “padiglione” dello strumento, in alcune parti della corteccia, il costruttore inserisce come fermagli piccoli rametti lignei (allo scopo possono essere utilizzati degli stuzzicadenti). Normalmente tali fermi sono tre: all’imboccatura, a metà lunghezza e nella parte terminale. Una volta che le spire della corteccia sono state sistemate, lo strumento è pronto per essere suonato. Il trombone è un aerofono di concezione primitiva, atto alla modificazione/deformazione del suono.  
Renato Chelotti ha riferito che per i pastori era considerato uno strumento “di allegria” soprattutto durante i momenti di pausa lavorativa: "I pastori con il trombone o con lo zufilo comunicavano tra loro da una gola all’altra della valle …, con il suono facevano sapere che erano in loco.  Io ho imparato a costruirli dal nonno e da mio fratello maggiore". Bambini e ragazzini suonavano il trombone come strumento-giocattolo in ambito naturale. Nella Settimana Santa, fino agli anni Quaranta, il trombone era utilizzato in sostituzione delle campane durante il triduo pasquale: "Ricordo che, in passato, fino a una decina di persone andavano per le strade del paese e suonavano in gruppo i tromboni per avvisare dell’arrivo della Pasqua, ma solo dopo che si facevano tacere le campane". Marco Rigali ha riferito che raramente, in situazioni particolari, i tromboni venivano usati anche “come presa in giro” durante i matrimoni, a seguito dell’uscita degli sposi dalla chiesa. Inoltre, “per scherno o disturbo”, lo strumento poteva essere suonato in gruppo estemporaneamente in diverse situazioni comunitarie, ad esempio, durante un comizio elettorale, come segno d’irriverenza verso l’oratore politico. Per realizzare lo zufilo, il ramo di castagno viene selezionato di diametro inferiore (3-5 cm) rispetto a quello del trombone. 
Per estrarre integra la corteccia si deve procedere con la cosiddetta “torgitura”. Prima si pulisce la parte inferiore del ramo dalla corteccia, per una lunghezza di almeno dieci cm. A distanza di venti-trenta cm, secondo la lunghezza desiderata, viene incisa circolarmente la corteccia. A questo punto, “torgendo” con le mani (torsione in senso orario e anti orario), è possibile far staccare la corteccia dal ramo e progressivamente sfilarla, in modo da ricavare un tubo cilindrico (calamo) grazie al quale potrà essere realizzato lo zufilo. Dallo stesso ramo si taglia e si modella una piccola estremità che verrà inserita come zeppa dell’imboccatura.  Le altre fasi di lavorazione sono quelle tipiche della costruzione dei flauti, con l’intaglio della fessura (labium) e i fori (tondi o rettangolari, di numero variabile, di solito due o tre) lungo il calamo. Come il trombone, lo zufilo veniva usato ludicamente dai pastori o dai bambini. A memoria del Chelotti non risulta che trombone e zufilo fossero tradizionalmente utilizzati per l’accompagnamento dei canti e dei balli popolari o durante le rappresentazioni teatrali del Maggio.
È da evidenziare che a Fabbriche di Vallico non vi erano artigiani specializzati nella costruzione di tali strumenti: "Ognuno se li costruiva in famiglia. I più grandi, poi, li costruivano per i più piccoli, i quali crescendo imparavano a costruirseli in autonomia, apprendendo dai più anziani".  Trattandosi di “arnesi” musicali con prevalente funzione ludica estemporanea è difficile reperire modelli costruiti nel passato:- "Una volta utilizzati e finita la loro stagione, a giugno, tromboni e zufili venivano abbandonati nei boschi, dove, nel tempo, si decomponevano naturalmente. Nessuno, a mia conoscenza, li conservava anche perché dopo un paio di mesi si seccavano e non potevano più essere suonati".

Guardando al futuro
Trombone e zufilo inducono a riflettere intorno ai concetti di primitivo e di effimero in ambito folclorico: pur nella loro “semplicità” costruttiva, rimangono significativi simboli organologici popolari del paese di Fabbriche di Vallico.  Ringraziando i signori Chelotti e Rigali anche per la documentazione fotografica, data la caducità degli strumenti e la perdita di consuetudini un tempo vive a livello comunitario, sarebbe opportuno che il Comune promuovesse azioni di salvaguardia e di valorizzazione delle tradizioni musicali locali, iniziando magari ad affidare al signor Chelotti la costruzione di numerosi esemplari di tromboni e zufoli da conservare presso apposita bacheca del Comune o da donare ai musei locali della Garfagnana: "I giovani sono attratti dai cellulari e dal computer. 
Lo scorso anno - ricorda Chelotti - avevo costruito alcuni tromboni e zufili. Li ho portati al bar del paese per mostrarli. I giovani non li conoscevano e non sapevano che tali oggetti fossero un tempo diffusissimi nella nostra comunità. Dopo aver lavorato come agricoltore e nella cartiera, ormai sono da anni in pensione …, mi piacerebbe insegnare a costruirli, se necessario collaborando con le scuole, perché ritengo sia importante cercare di conservare le nostre secolari tradizioni che stiamo perdendo … e sarebbe un peccato perderle definitivamente per incuria e disinteresse. Certo che, in questo periodo, a Fabbriche, le attenzioni sono rivolte alla sopravvivenza dei nostri secolari boschi di castagni, a causa dei danni causati dal cinipide". In diverse occasioni ho avuto modo di assistere alla rinascita di tradizioni musicali che si credevano perdute. Servono sincero interesse, creatività sociale e buona volontà. Come etnomusicologo auspico che in breve tempo (magari in una festa primaverile locale) possano essere fatti rivivere funzionalmente trombone e zufilo, grazie all’interesse e all’intervento attivo dei Fabbrichini e al dialogo interculturale che potranno promuovere con comunità italiane (o internazionali) che possiedono tradizioni organologiche simili alle loro. In merito, ritengo utile evidenziare che l’uso di aerofoni realizzati con la corteccia di castagno è attestato in diverse aree della Penisola, come evidenziato da ricercatori quali Roberto Leydi, Febo Guizzi, Valter Biella, Franco Ghigini e Luigi d’Agnese. 

Paolo Mercurio

Copyright foto Marco Rigali

Blick Bassy – Akö (No Format, 2015)

Un brano più bello dell’altro si succede nel nuovo disco di Blick Bassy, musicista, cantante e compositore camerunense di base a Parigi. Il titolo dell’album è “Akö” ed è suonato con una formazione essenziale e originale: chitarra, banjo, violoncello (suonato da Clément Petit), trombone (Fidel Fourneyron), con alcune aggiunte di armonica (Olivier Ker Ourio) ed elettronica (Nicolas Repac). Si tratta di un disco sussurrato – strutturato sul soffio della voce di Bassy – nel quale si sviluppano pochi ma determinanti elementi. Innanzitutto l’eco della tradizione espressiva dell’area di provenienza di Blick Bassy (tradizione riconducibile al linguaggio “bassa”), dalla quale questi si è spostato a Parigi nel 2005, per perseguire una carriera solista che sta dando buoni risultati (nel 2009 Bassy ha pubblicato “Léman” e nel 2011 “Hongo Calling”). Ma anche un orizzonte sonoro che copre generi più destrutturati e trasversali, come blues e jazz, declinati in una forma semplice ma efficacemente presenti sul piano strutturale ed esecutivo (dall’utilizzo del finger-picking all’elaborazione di modelli melodici più cantautorali e intimistici). Attraverso le undici tracce di cui è composto l’album si definisce la volontà dell’autore di rimanere in bilico tra questi riferimenti. E la soluzione di affidare il racconto di questa ambiguità a una strumentazione inconsueta – che si apre alle influenze più etniche solo attraverso la voce di Bassy – appare quantomai apprezzabile. Sopratutto perchè (sembra ci voglia suggerire il racconto di “Akö”) se di world music si tratta (e se così la vogliamo chiamare) è perchè è caratterizzata prima di tutto da una grande libertà strutturale. Che si riverbera sugli arrangiamenti, sui temi abbracciati dalla strumentazione (che anche nei brani di impianto più tradizionale, come “Kiki”, scivola, con interessante irriverenza e ironia, in sonorità inaspettate: provare, in questa prospettiva, a godere in pieno del prologo fluido e degli assoli più strutturati di trombone e violoncello), sul ritmo costante ma sempre accennato dai cordofoni. Nel brano “Wo do wap”, ad esempio, il ritmo è sostenuto dall’incedere dell’arpeggio del banjo che si incastra nel tema del violoncello pizzicato, sostenuto, nella seconda parte del brano, da una spennata più decisa ma morbida e appena percepibile. È qui, più che in altri pezzi, che emerge la sperimentazione, insieme a una tensione ricercata e agita in quello spazio (dove può succedere tutto) tra l’idea e la sua rappresentazione libera, informale: mettete insieme una voce sussurrata che si aggrappa alla reiterazione (rockabilly) delle tre sillabe del titolo del brano, qualche voce secondaria sguaiata a volume bassissimo, un incedere di violoncello che simula (senza trasfigurarsi in) un contrabbasso e una trama di fiati sovrapposti e acutizzatti dalla sordina. Il risultato è sorprendente, perchè fa godere del ritmo incessante, presente, concreto e, nello stesso tempo, della sensazione rassicurante che irradia un brano morbido, avvolto in un’atmosfera intima, di racconto. Allora, se vogliamo trovare gli elementi più rappresentativi di questo terzo disco della carriera da solista di Bassy (in Camerun ha militato per anni nella band jazz-fusion Macase), dobbiamo cercarli proprio nella trama dei brani e, possibilmente, nell’idea che ne ha organizzato la forma. Perchè questa forma (quasi per nulla retorica) è nuova e vecchia allo stesso tempo. È scomposta ma ricorda un ordine che siamo in grado di condividere. È un punto estremo della commistione tra i generi musicali. E per comprenderla non serve conoscere l’artista (la sua storia, la sua visione) ma riconoscere gli elementi che ha mischiato. 


Daniele Cestellini

Françoise Atlan & En Chordais – Aman! Sefarad… (Buda Musique/Universal, 2015)

Voce da soprano, musicologa, ricercatrice e direttrice artistica di festival, la rinomata cantante Françoise Atlan, da venticinque anni sulla scena, è un’interprete poliedrica capace di passare dalla musica antica alle forme popolari fino a tuffarsi nelle sperimentazioni colte contemporanee. Atlan è un’impeccabile esecutrice del patrimonio canoro ebraico–sefardita, di cui è in un certo senso portatrice, provenendo da una famiglia di origine sefardita-cabila. Per il suo ritorno discografico, la cantante di Narbonne sceglie un programma che ricrea le trame tra il canto dell’esilio dei repertori ebraici iberici e la composita civiltà musicale dell’impero ottomano (“Kantigas de Selanika a Estambol”, recita il sottotitolo del disco). Con la fine dell’epoca aurea decretata dall’espulsione dalla Spagna degli ebrei da parte dei sovrani cattolici (1492), gli esuli si insediarono nel Maghreb, in Italia, nei Balcani e in Turchia, portando con sé i propri canti. Con la vocalist dal timbro luminoso è il quartetto di eccellenti strumentisti En Chordais, composto da Kyriakos Kalaitzidis (ûd e direzione artistica), Kyriakos Petras (violino), Alkis Zopoglou (qānūn), Petros Papageorgiou (percussioni). Il disco propone un ampio florilegio giudaico-spagnolo: romanze medievali, coplas di matrice religiosa, cantigas di vita quotidiana e piyyut (canti liturgici), in un percorso di stile cameristico affrontato dai cinque artisti con grande sensibilità e finezza. Dietro il canto di Atlan, interprete che mette in mostra non solo passione, ma anche sottigliezza e attenzione per le sfumature melodiche (ascoltate la purezza della voce nuda in “Mira Novia”, il carattere di “Triste esta el Rey David” o ancora “Con muncha licencia”, dove l’accompagnamento è dato dalle sole percussioni), il tessuto strumentale del quartetto è sempre ben disposto, in virtù della qualità dei suoi accompagnatori, che usano preludi, modi, ritmi e i timbri del Mediterraneo orientale (tra le perle “Cien drahmas”, “Ayde ijika mia-Halilem”, “Ansi dize la muestra novia”). Bellissimo. 


Ciro De Rosa

Dorsaf Hamdani – Barbara Fairouz (Accords Croisés, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Interprete misurata dalla voce tersa, la quarantenne tunisina Dorsaf Hamdani si è cimentata in passato con le stelle di prima grandezza della canzone araba (Uum Kulthum, Fairouz e Asmahan) e perfino con la poesia di Omar Khayyam. Con questo suo nuovo album, sotto la felice direzione musicale del fisarmonicista di formazione jazz Daniel Mille, Hamdani si apre alla chanson francese, facendo confluire i repertori di due dive molto diverse, entrambe nomi di rilievo sulle due sponde del Mediterraneo: la fascinosa icona parigina Barbara (1930-1997) e l’amatissima libanese Fairouz (1935). Immaginando una sorta di dialogo tra le due cantanti, Hamdani riprende alcune delle canzoni più rappresentative dei loro rispettivi repertori, alternandoli nella scaletta, che si compone di tredici brani. L’ensemble cha accompagna Dorsaf è un quartetto dall’approccio minimale, che pone in primo piano il nitore vocale di un’artista dotata di pronuncia, limpida, che porge con raffinatezza la parola cantata. Con il fisarmonicista di Grenoble suonano Mohamed Lassoued (violino, ûd), rodato collaboratore di Hamdani, Lofti Soua (percussioni orientali), Lucien Zerrad (chitarra classica, ûd). 
La cantante tunisina riesce nell’impresa, non scontata, di far comunicare questi due universi lirici distanti: si impone per calore e sottigliezza interpretativa, a iniziare dal bel trattamento per ûd e violino di “La solitude” di Barbara. Particolarmente intensa l’esecuzione di “Atini nay wa ghanni” (“Porgimi il flauto e canta”), poesia cantata su testo di Kahlil Gibran. Altri classici dell’indimenticata chanteuse francese sono “Gare de Lyon”, “Nantes”, “Dis, quand reviendras-tu?”, “Le soleil noir” e la celeberrima “Göttingen”, che non sfigurano nella rilettura di Dorsaf, che esprime al meglio la sua sensibilità in “Ce matin-là”, dove primeggiano ûd e darbouka. Pienamente a suo agio con il canzoniere di Fairouz, Hamdani e l’ensemble sono superlativi in “Al bint al shalabiya”, nell’altro classico “Addeysh kan fi nas”, ma soprattutto si erge accorata la voce nella singolare (se confrontata con l’orchestrazione dell’originale), intensa versione di “Jérusalem”. Che eleganza! 


Ciro De Rosa

Cesare Basile – Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (Urtovox/Audioglobe, 2015)

Con il suo nuovo album Cesare Basile ci propone un orizzonte profondo, multiforme. A tratti cupo, intenso, aspro. A tratti luminoso. È un lavoro che, nel suo insieme, si fa ascoltare con attenzione, perché è costruito con l’apporto di vari musicisti, vari strumenti e suoni interessanti. La maggior parte dei quali determina una timbrica ricercata che, attraverso i modi in cui aderisce alle parole e alle melodie della voce, si configura spesso come innovativa. L’album si intitola “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più” e Basile lo canta in parte in dialetto siciliano. In questo modo il racconto si inserisce in un flusso più vorticoso, sebbene assuma spesso alcuni tratti realistici e veristi (come, ad esempio, nel brano “Franchina”). I tratti di un racconto complesso (anche se chiaro nella forma e in riferimento all’idea che ne è alla base: una forma di resistenza all’omologazione, a un sistema di norme indurite e univoche, la ricerca di una forma di rappresentazione ricercata e schietta di temi selezionati e non scontati), di un racconto duro e stratificato, che già nei titoli di alcune delle undici tracce che compongono l’album parla chiaro: “Libertà”, “La vostra misera cambiale”. Così come nell’incipit del brano straordinario “Tu prenditi l’amore che vuoi”, che diviene lo spazio ideale dove Basile fa convergere la sua poetica più fluida ed esplicita: “La carrozza del Senato/ si trascina coi ruffiani/ sulle lapidi lisciate dal baciamoci le mani/ Il pudore delegato annusa l’aria soddisfatto/ si accarezza il sottopancia/ non contempla la sconfitta”. Per poi estendersi in una melodia eterea e penetrante: “prenditi l’amore che vuoi”. Anche qui, sebbene Basile ricavi un andamento melodico più piano, incontriamo alcuni suoni che evocano un’incoerenza ricercata come elemento che meglio determina la necessità (che converge nella sua politica musicale) di analizzare i fatti. Questa irriducibile incoerenza arriva all’apice in “Manianti”, il brano che segue la title track. Il breve prologo musicale introduce l’andamento cadenzato e rumoristico che si sviluppa lungo tutto il brano. Quando entra la voce la musica si ingrossa e tutti gli strumenti, che seguono una linea melodica reiterata e spezzata, sembra si aggrappino ai sonagli di un cembalo, il quale, insieme al testo strillato in dialetto, dona al brano i contorni (i connotati) di una reliquia straniante. A me viene in mente Tom Waits e credo che – sebbene Basile insista su una lirica più “mediterranea”, la quale non vuole, comunque, rinunciare al blues – possa valere come uno dei riferimenti musicali per inquadrare l’album. Riferimenti che possono valere, ovviamente, solo per alcuni passi, magari quelli più crudi e impastati, più taglienti e duri. La crudezza di “Manianti”, ad esempio, viene assorbita totalmente da un finale morbido, che fa da contrappunto, con un arpeggio di chitarra, archi e fiati, alla secchezza di tutto il brano. Sul piano musicale, “Filastrocca di Jacob detto il ladro” è probabilmente uno dei brani più completi. Anche qui è evocato uno spazio profondo, che può essere rappresentato dall’immagine di un cerchio di persone riunite intorno a un cantore, a qualcuno che condivide una visione (un “cunto”?) in un momento di forte trasporto. I suoni escono fuori dal flusso ritmico a ogni passo, dando al brano – fino a quando intervengono le percussioni con un beat secco e cadenzato – un andamento zoppo, sincopato: la linea di basso, il tema dei cordofoni che sembrano farsi eco a vicenda. E poi i fiati, che rimbalzano sulla voce, intervenendo in alternanza a questa e sorreggendone la melodia. 



Daniele Cestellini

Ta-Ma Trio, Festival Popolare Italiano, Baobab, Roma, 24 Febbraio 2014

Nell’arco di tre mesi di programmazione, il Festival Popolare Italiano ha rappresentato una vera e propria scommessa vinta per Stefano Saletti, che ne ha curato la direzione artistica, mettendo insieme una serie di appuntamenti davvero imperdibili per gli appassionati di musica world e trad in Italia. La scelta del Centro Baobab come location per i vari concerti, e l’aver fidelizzato sin da subito il pubblico hanno rappresentato una marcia in più per questa kermesse, che con il concerto del Ta-Ma Trio, giunge alla conclusione del primo ciclo di live, per proseguire con altri tre appuntamenti fino alla fine di maggio. Nato originariamente come duo dalla collaborazione tra Nando Citarella e Mauro Palmas, laddove il nome indicava appunto l’incontro tra i tamburi a cornice e la mandola, il progetto Ta-Ma si è evoluto in trio con l’aggiunta del raffinato suonatore di ciaramedda a paru (la zampogna a paro messinese) e di friscalettu, Pietro Cernuto. Un po’ come accadde con i tanti supergruppi sbocciati alla fine degl’anni Sessanta, questi tre eccellenti musicisti hanno messo in comune i rispettivi background artistici, per dare vita ad un originale percorso di ricerca attraverso l’immenso patrimonio musicale dell’Italia meridionale dalla Campania alla Sardegna, fino a toccare la Sicilia e l’intero Mediterraneo.
Il risultato è un intrigante viaggio sonoro a voce, corde, percussioni e aerofoni che cattura sin dalle prime note, proprio come è accaduto sul palco del Baobab, dove il Ta-Ma Trio, accompagnato per l’occasione da Massimo Carrano alle percussioni, ha dato vita ad una performance di grande intensità. Se a caratterizzare il repertorio sono tanto brani tradizionali quanto composizioni originali, a cui si aggiungono riletture eccellenti, dal punto di vista prettamente sonoro ciò che colpisce sono gli eleganti arrangiamenti in cui spiccano le cristalline trame sonore intessute da Mauro Palmas, il quale destreggiandosi tra mandola e liuto cantabile, dialoga in modo sublime con i suoni antichi degli areofoni di Pietro Cernuto, supportato magistralmente dai tamburi a cornice di Nando Citarella e dalle eclettiche percussioni di Massimo Carrano. Questa magnifica architettura sonora si fonde in modo impeccabile ora la voce potente ed istrionica di Citarella, che introduce con il suo piglio affabulatorio ogni brano, ora quella più intimista di Cernuto. La tradizione partenopea si stringe, così, in un abbraccio a quella sarda e poi ancora a quella siciliana, in un incontro sublime di voci e strumenti popolari. 
Tra i momenti di maggiore intensità non possiamo non ricordare la toccante versione di “Carmela”, proposta in un arrangiamento in stile Daniel Lanois con le percussioni di Carrano a supportare mirabilmente il canto di Citarella e la tessitura melodica di Palmas, la sorprendente rilettura di “Treno A Vela” di Lucio Dalla, ed alcuni canti d’amore della tradizione siciliana interpetati da Cernuto. Dopo i classici bis finali, non poteva mancare nella ricorrenza del 25 aprile una corale versione di “Bella Ciao”, proposta in varie lingue con diversi ospiti sul palco tra cui Gabriella Aiello, e Alessandro D’Alessandro. Insomma un concerto davvero memorabile, al quale seguiranno l’8 maggio 2015 gli Unavantaluna, il 15 maggio 2015 il doppio appuntamento con Raffaella Misiti & le Romanee Riccardo Manzi & Humus Romanesco, e il gran finale il 22 maggio con Stefano Saletti, Piccola Banda Ikona e friends in “Folkpolitik”. 


Salvatore Esposito

La Piva Dal Carnér, Anno III, Serie II, n.9 Aprile 2015

Pubblicato simbolicamente il 24 aprile 2015 in concomitanza con il Settantesimo anniversario della liberazione di Reggio Emilia, il numero primaverile de La Piva Dal Carnér è dedicato interamente ai canti legati alla Resistenza nel reggiano. In particolare ad aprire questo numero monografico troviamo il saggio di Antonio Canovi dal titolo “Cantar Bisogna: Canto sociale e canzoni partigiane a Reggio Emilia”, originariamente pensato per il n.5 dello scorso anno, ed anticipato da un lungo dibattito che ha caratterizzato le successive pubblicazioni con gli interventi di Stefano Arrighetti, Giancorrado Barozzi, Michele Bellelli, Gian Paolo Borghi, Barbara Vigilante, Tiziano Bellelli, Bruno Grulli e Mimmo Giovanni Boninelli. Partendo da un approccio storico-antropologico ed avvalendosi di fonti orali e scritte, Canovi nel suo lavoro pregevole lavoro di ricerca prende in esame le ragioni del canto sociale, offrendo una inedita ed accurata ricostruzione sulle condizioni e le modalità con cui presero vita i canti della resistenza nel reggiano. Non manca una analisi sulla attuale necessità del canto sociale e delle nuove forme di resistenza, che travalica le epoche storiche, per porre al centro della storia il popolo visto come “soggetto” e mai più come “oggetto”. Tali motivazioni trovano le loro radici in Giovanna Daffini, che come scrive Gian Paolo Borghi nella presentazione: “è l’Amata genitrice di un canto popolare inteso non in senso sterilmente archeologico, ma reso vivo e pulsante anche attraverso nuove forme interpretative tendenti ad imporne una nuova cultura in tempi e contesti diversi dalla tradizione”. Non è un caso che, negl’anni si siano susseguite in Italia numerose iniziative volte alla riscoperta dei canti sociali e della Resistenza, come nel caso del sito internet ilDeposito.org, che nel decennale della sua istituzione, si è fatto portavoce della necessità di una mappatura di queste nuove forme espressive per incentivarne tra l’altro conoscenze, occasioni d’incontro e di scambio. “Cantare in coro”, scrive Canovi analizzando questa fase di rinnovato interesse verso questi canti, “è un modo per condividere non soltanto una cultura, ma uno spazio pubblico: di essere se stessi, partecipando”. Insomma il saggio di Canovi ha il pregio di aver riscoperto, nel corso della ricerca, l’esistenza di canti ormai dimenticati, raccolti in appendice in un canzoniere, corredate dalle trascrizioni delle partiture musicali trascritte dal maestro Andrea Talmelli, sulla base sonora raccolta dallo stesso Canovi ed ordinata da Luciano Fornaciari. Ad impreziosire il tutto numerose foto inedite che intercalano le varie pagine.

Scarica il n.9 de La Piva Dal Carnér

Salvatore Esposito

Dwight Yoakam - Second Hand Heart (Warner Music, 2015)

E’ una fortuna per un musicista essere nato in the land of hope and dreams! Perché si può fare come Dwight Yoakam che, dopo aver contribuito a far rinascere un sano interesse verso quel country-rock vero e non sdolcinato, si è messo a fare dischi dando l’idea di una musica fatta in modo cristallino, piena di belle frequenze, chitarre che cantano, e ritmi scoppiettanti, il tutto con un attitudine che non lo fa mai apparire un dinosauro che non accetta la glaciazione, come accade in certi casi nel nostro paese. Negli ultimi venti anni in Italia non è arrivato al grande pubblico un solo disco che suoni in modo coraggioso. Il fatto è che se si ha sempre necessità di colpire nel mucchio, in quello che si definisce maistream (termine inglese usato per indicare una corrente culturale o artistica convenzionale o di tendenza), la possibilità di mostrare coraggio nelle scelte musicali cala vistosamente. Se è necessario riempire gli stati bisogna andare incontro ai misunderstanding che permettono di attirare pubblico, o quantomeno avvicinarlo il più possibile. In proposito si veda il caso di Bruce Springsteen che il sottoscritto ebbe modo di vedere dal vivo a Zurigo nell’aprile del 1981 durante il tour di “The River”, e che non appena si imbarcò nel carrozzone di “Born In The USA”, prestò il fianco al misunderstanding di un Ronald Reagan che travisò il senso della canzone identificandola con un inno all’orgoglio americano. Questo problema Dwight Yoakam non ce l’ha mai avuto, anche se continua a mietere successi nelle chart della country music, avendo scelto di dare un taglio molto personale e qualitativamente alto al suo songwriting. Negl’anni in cui il country era stato dato per spacciato surclassato dai suoni pop di Nasville, è stato lui a riproporre il sound di Bakersfield e la strada tracciata insieme a Steve Earle ha ridato senza dubbio valore ad un approccio molto chitarristico e molto rock a questo genere. Il suo nuovo album “Second Hand Heart” raccoglie dieci splendidi brani, coprodotti con il veterano Thom Lord Alge, una figura che chi si occupa di suoni conoscerà molto bene. Durante l’ascolto non si può lodare brani dal taglio perfetto come l’iniziale “In Another World”, la successiva “She” o ancora la splendida ballad “Dreams Of Clay”, ma è con il trittico finale composto da “Liar”, “The Big Time” e “V’s Of Birds” che si tocca il vertice del disco, un lavoro dal sound rock come non si sentiva da tempo, nel quale ammirare chitarre come in Italia non si ascoltano da tempo. Personaggi come Dwight sono lì per questo sound, quello vero, quello che li ha fatti crescere e sognare una new way... Grande Disco!


Antonio "Rigo" Righetti

venerdì 24 aprile 2015

Numero 200 del 24 Aprile 2015

Giungiamo al numero 200 di “Blogfoolk”, tagliando in contemporanea il traguardo dei cinque anni di vita della testata, ma non vi tedieremo ancora con gli amarcord, ripercorrendo le tappe di questa bella avventura, né tantomeno ci abbandoneremo a facili autocelebrazioni. Piuttosto, intendiamo festeggiare questo doppio evento, procedendo nel cammino tracciato nei mesi scorsi. Chi ci segue settimanalmente, saprà che la redazione di “Blogfoolk” è stata in prima linea agli Stati Generali della Musica, organizzati dal MEI a Roma lo scorso 8 febbraio, coordinando il tavolo di lavoro sulla musica tradizionale (cui hanno partecipato etnomusicologi, operatori dell’editoria e del settore musicale, giornalisti e musicisti), che ha toccato anche il rapporto tra espressioni musicali tradizionali e politica delle istituzioni italiane centrali, e territoriali. Dal confronto sono emerse delle questioni che sono andate a comporre alcune proposte di intervento illustrate dal nostro direttore editoriale il 27 marzo presso il Senato della Repubblica al gruppo interpartitico sulla Musica. Queste due importanti iniziative, nate della collaborazione con il MEI, hanno rappresentato un momento di incontro e confronto importante per realtà spesso distanti tra loro, come il mondo accademico e quello degli artisti e degli addetti ai lavori. Dall’analisi delle criticità che caratterizzano la scena musicale italiana, ed in particolare quella della musica trad e world, è nata l’idea di “Blogfoolk” di dare vita ad un’associazione culturale la cui base progettuale muove dall’esigenza di una spinta propulsiva ed aggregativa che parta dal basso, per far fronte non solo alla crisi che in questi anni ha dilaniato la cultura nella nostra nazione, ma anche per raccogliere le nuove sfide a cui sono chiamati quanti lavorano a stretto contatto con la musica in Italia. L’obiettivo primario è quello di creare di una rete di connessione permanente tra le diverse voci della scena folk, trad e world in Italia, una catena d'unione che metta insieme esperienze professionali, artistiche e know-how differenti, non solo a tutela del patrimonio della cultura orale, ma anche per rafforzare e valorizzare le realtà della riproposta in tutte le sue declinazioni, sperimentazioni e tradimenti. In parallelo, non minore attenzione sarà riservata anche alla proposta culturale dell’associazione, non solo con l’organizzazione di eventi di studio e approfondimento, ma anche con pubblicazioni di taglio scientifico, sulla scia del “Viaggio In Italia” con il quale abbiamo già festeggiato i 150 numeri di “Blogfoolk”. In un simile contesto lo strumento associativo si configura come fattore aggregante multilivello e multidisciplinare, ed allo stesso tempo anche agile e dinamico strumento di promozione culturale. Proseguiremo e perseguiremo in questo modo quel dialogo tra il mondo accademico e quello della musica suonata, che da sempre alimenta le nostre pagine – anche con oscillazioni di stile e di registro – che è comunque sintomo di pluralità. Non è un caso che tra i nostri collaboratori convergano studiosi di ambito etnomusicologico e di popular music, giornalisti specializzati e musicisti di diversa estrazione. Troppo spesso su riviste cartacee folk del passato o in pubblicazioni, perfino di un certo livello, si è assistito a una contrapposizione tra etnomusicologia e giornalisti, musicisti o curatori locali.  La nostra convinzione ferma è che le diverse realtà, nella loro molteplicità di indirizzi e prospettive, rappresentino la facce di una stessa medaglia,  dal momento che una riproposta senza una forte base culturale è destinata ad essere risucchiata nella casualità consumistica del music business o nell’amatorialità priva di fondamento scientifico, quantunque – e mai lo dimentichiamo – esista una lunga prassi di collaborazione tra studiosi amatoriali e accademici, ma qui ci riferiamo alla mancanza di professionalità e di strumenti analitici. 
Va da sé, che non potevamo lasciare passare il numero 200 senza qualche sorpresa per i nostri lettori. Per l'occasione ad aprire le danze è una lunga intervista con Francesco De Gregori, autore italiano che non ha bisogno di presentazioni, con il quale abbiamo parlato del suo ultimo disco "Vivavoce”, analizzandone gli aspetti creativi e le motivazioni che lo animano, per soffermarci poi su recenti pubblicazioni editoriali dedicate all’artista romano, fino a toccare il suo rapporto con la musica tradizionale italiana. Il nostro viaggio in Italia prosegue con la retrospettiva curata da Paolo Mecurio sul “launeddaro maximo” Luigi Lai, un albero di canto, uno dei musicisti più importanti del mondo tradizionale italiano, che nella sua carriera ha saputo confrontarsi con i musicisti più disparati, pur restando all’interno del linguaggio dell’aerofono sardo per eccellenza. Dall’isola mediterranea arriviamo in Umbria, con il contributo di ricerca etnomusicologica “Musiche popolari nello spoletino e in Valnerina”, scritto da Daniele Cestellini e Giancarlo Palombini dell’Università di Perugia. Sul fronte delle musiche del mondo, ripercorriamo l’ascesa internazionale dello ngonista maliano Bassekou Kouyaté,  presentando, naturalmente, l’album nuovo di zecca pubblicato on la sua band familiare Ngoni Ba, intitolato “Ba Power”, disco Consigliato “Blogfoolk” della settimana. Tocca poi alla pregevole raccolta di inediti “Lost and Found”, che sfrutta ancora una volta il brand Buena Vista Social Club. A grande richiesta ritorna la rubrica Note di Gusto, curata dal maestro Nando Citarella, che ci porta a Pagani (SA) dentro la festa della Madonna delle Galline tra musica, rituale e cucina tradizionale. Un’altra delle prerogative del magazine è di raccontare la musica dal vivo: dal palco del Lian di Roma, cronaca del concerto di Raiz e Mesolella. Invece, dal nostro scaffale abbiamo selezionato un lavoro caldo di pubblicazione, si tratta di “Roberto Leydi e il ‘Sentite Buona Gente’ ”, scritto da Domenico Ferraro. È un’indagine laboriosa e non convenzionale, che analizzando la figura del grande studioso e la costruzione dell’allestimento teatrale da lui ideato, andato in scena nella stagione 1966-67 del Piccolo Teatro di Milano, diventa una più ampia discussione sulla cultura italiana del secondo dopoguerra. Come di prassi, chiude il numero il Taglio Basso, in cui Rigo ci presenta “Bloodshot”, il nuovo album di One Man 100% Bluez. Un ringraziamento particolare va a Donatello Pisanello, le cui opere impreziosiscono le uscite settimanali di Blogfoolk, e che per l’occasione ci ha regalato la splendida immagine di copertina.
Desideriamo dedicare questo numero 200 a Sergio Torsello, storico direttore artistico de la Notte della Taranta, prematuramente scomparso qualche giorno fa. La sua intelligenza, la sua lungimiranza e la profonda conoscenza della tradizione musicale salentina ci mancheranno molto. Che la terra ti sia lieve, Sergio!

Salvatore Esposito                              
Direttore Editoriale 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile


STORIE DI CANTAUTORI
VIAGGIO IN ITALIA

WORLD MUSIC
NOTE DI GUSTO
I LUOGHI DELLA MUSICA

LETTURE
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Intervista con Francesco De Gregori

Pubblicato lo scorso novembre e già doppio disco di platino, “VivaVoce” è il nuovo album di Francesco De Gregori, il quale ha raccolto ventotto brani del suo songbook, rileggendoli con nuovi arrangiamenti, nati dal lavoro in studio con la sua band, capitanata dallo storico bassista e produttore Guido Guglielminetti. Abbiamo intervistato il cantautore romano, in una pausa del “Vivavoce Tour”, per approfondire insieme a lui le motivazioni alla base di questo nuovo capitolo della sua discografia, soffermandoci sulla genesi e le varie fasi realizzative, per spaziare poi alla serie di concerti che stanno raccogliendo grande successo in tutta Italia e culmineranno con una serata speciale all’Arena di Verona per celebrare i quarant’anni di “Rimmel”. Da ultimo, non poteva mancare un accenno al suo stretto rapporto con la musica tradizionale italiana, e a quello con Bob Dylan, con il quale si esibirà sullo stesso palco il prossimo 1 Luglio a Lucca. 

“Vivavoce” ha raccolto grandi consensi, conquistando il doppio disco di platino. Com’è nata l’idea di riproporre in studio alcuni brani del tuo repertorio, anche alla luce della tua concezione dei concerti come un continuo work in progress?
Sono partito proprio dalla differenza tra un disco dal vivo ed un disco in studio, perché questa idea che la canzone fosse continuamente rivisitabile e continuamente rinnovabile ce l’ho sempre avuta. La cura di un disco in studio, però, è diversa da quella di un live. Anche se si pubblicano dischi dal vivo, comunque rimane qualcosa di molto temporalizzato, relativa ad un giorno e ad una esecuzione. In “VivaVoce” ho voluto dare una forma ufficiale a questo cambiamento, laddove per ufficiale intendo che entrasse nella mia discografia in studio e che contemporaneamente prevedesse una maggior cura per l’aspetto sonoro. Chiaramente dal vivo si lasciano delle cose che non dico siano sbagliate musicalmente parlando, ma buttate giù in modo più arrembante, questo è il loro fascino, la loro bellezza. 
Un disco in studio ha un senso diverso anche dal punto di vista sonoro. Alla base di questo album ci sono, però, anche delle motivazioni collaterali. Una, in particolare, è che nel periodo in cui è stato registrato non volevo fare altri concerti, perché ne stavo facendo troppi, correndo il rischio di saturare il mercato. Allo stesso tempo non volevo smettere di suonare, e quindi piuttosto che stare a casa a non fare nulla, ho chiesto alla band di andare in studio per lavorare a queste canzoni. Era un’idea che avevo da tanto tempo, e avevamo un anno libero avanti senza concerti, per poterci divertirci a fare questi brani in studio. C’era anche il desiderio di riportare alle orecchie delle pubblico delle canzoni che non avevano avuto il successo che avrebbero meritato, ma che a me piacevano molto e che nelle serate ricevevano grandi appalusi come nel caso di “Panorama di Betlemme” o “Un Guanto”. Così, ho pensato di rimetterle su disco e vedere se rilanciandole potesse servire a qualcosa. Il motivo centrale è, insomma, quello di testimoniare con una ribattuta forte in studio la vitalità delle canzoni. All’inizio mi chiedevano cosa stessi facendo, e rispondevo semplicemente che stavo incidendo delle cover di me stesso. Un po’ faceva ridere, un po’ era sostanzialmente vera, perché quando si fa una cover di un brano di un altro, non cerchi mai di farla uguale in quanto non avrebbe senso. Ad esempio Vasco Rossi quando ha riletto “Generale”, giustamente l’ha fatta a modo suo, oppure I Ricchi e Poveri, anni fa, quando fecero una cover de “La Donna Cannone”, la riproposero secondo il loro approccio e con il loro suono pop. Il senso della cover è reinterpretare il brano come i Sex Pistols riproposero a loro modo “My Way”. Io ho riletto i miei brani con l’estraneità che può avere il suo autore dopo trenta o quarant’anni che l’ha scritta. Parlo di un estraneità buona, non cattiva. Se riprendo oggi “Alice” non mi viene di suonarla come l’ho suonata nel 1971, nel 1972.     

“VivaVoce” è stato anche un tentativo di raggiungere un pubblico diverso…
Certamente, ma non era nelle mie previsioni. Non avevo idea che il disco potesse avere questo successo. Pensavo che sarebbe andato bene, ma non più di tanto. Certo ai concerti, anche nei periodi in cui facevo meno biglietti, vedevo che c’era una percentuale di pubblico di gente molto giovane che variava a seconda dei posti in cui suonavo. Avevo la sensazione che ci fosse un pubblico nuovo a seguirmi, e che non era quello dei miei correligionari, di quelli legati alla figura del cantautore, o di quelli della mia generazione. 
Ho cercato di capire come mai ci fossero dei giovanissimi che non avevano nessun motivo particolare per conoscere De Gregori, perché la radio non passava le canzoni, di dischi non ne vendevo più come una volta, e mi chiedevo come facessero a sapere che esistessi. Così con il mio management ho insistito molto a fare un tour nei club di tutta Italia, e sebbene non ci credessero più di tanto in questo progetto, e per farmi un piacere, mi hanno accontentato. Poi in qualche modo si sono dovuti ricredere, perché veniva molta gente, anche se erano posti piccoli da ottocento, massimo mille persone. Facevamo sempre tutto esaurito come nel caso del The Place a Roma. Anche in quel caso c’erano molti giovani, perché avevo imposto un biglietto molto basso e questo aiuta molto. Certo, se un biglietto costa sessanta euro è difficile avere un pubblico di giovani, viceversa se costa venti la probabilità che possano farci un salto è più alta. Sotto sotto con “VivaVoce” avevo capito potesse essere interessante anche per i più giovani. Posso piacere o meno perché sono un cantautore e non un rapper o un rocker, ma era l’occasione giusta per far sentire che, nel bene e nel male, sono uno che fa musica oggi nella contemporaneità.

“VivaVoce” è una fotografia del tuo percorso artistico visto nella sua complessità. Un esempio è “La ragazza e la miniera” con Ambrogio Sparagna, che riprende il meraviglioso progetto “Vola Vola Vola”…
C’è una citazione forte di tutto quello che è stato il mio prelievo dalla musica popolare italiana. A parte “La ragazza e la miniera”, dove c’è voluto appositamente Ambrogio Sparagna per quell’arrangiamento, ma c’è anche “Stelutis Alpinis”, che è un altro brano di derivazione folk. Hai certamente ragione nel definirlo un disco complesso, perché emergono le tante derivazioni della mia carriera, da Bob Dylan a Caterina Bueno, dai canti friulani a certi innamoramenti para-jazzistici come nel caso di “Natale”.

Poi c’è la citazione di “Come è profondo il mare” di Lucio Dalla in “Santa Lucia”…
Quella citazione è qualcosa a cui tengo molto, e tutte le volte che eseguo “Santa Lucia” dal vivo aggiungo sempre quella frase finale. Era una delle mie canzoni che piacevano di più a Lucio Dalla, mentre del suo repertorio a me piaceva proprio “Come è profondo il mare”, che tra i brani che abbiamo eseguito nell’ultimo tour insieme, era quello che mi emozionava di più. Quando Lucio è morto, in tanti mi hanno perseguitato dicendo che dovevo andare al funerale, che avrei dovuto fare una dichiarazione, ma io non ho avuto voglia di espormi più di tanto in quel clima di celebrazione. Qualche mese dopo la morte di Lucio, mi trovavo a Recanati per Musicultura, dove dovevo suonare sette brani in acustico. Eravamo in tre o quattro, con me c’erano sicuramente il tastierista e il chitarrista del mio gruppo, e mi ero seduto al pianoforte per provare “Santa Lucia” che rientrava in quella dimensione più acustica, ed alla fine mi è venuto spontaneo attaccarci questa citazione di Lucio, così ho deciso di tenerlo.

Tra i brani più coinvolgenti di “VivaVoce” c’è la bella versione di “Il ‘56”….
Molti brani in “VivaVoce” sono nati semplicemente dal piacere di suonare insieme. Come dicevo, una delle esigenze che avevamo era quella di continuare a fare musica, senza fare serate, e così ci siamo presi la libertà di suonare con calma, senza pressioni e senza obblighi. L’arrangiamento de “Il 56” nasce proprio in questo contesto. Ricorda un po’ “Crocodrile rock” di Elton John, che è stato uno dei miei ascolti dell’adolescenza, e Antonello Venditti che era innamorato della sua musica e mi faceva ascoltare sempre le sue canzoni. Ricordo il 45 giri con “Crocodrile rock” un brano che rimandava a certe cose degl’anni Sessanta come “Speedy Gonzales” (canta un accenno della melodia) che i più giovani non ricorderanno, e che sul retro aveva  “Daniel”, un brano lento che a me piaceva molto. Abbiamo ripreso un po’ quell’approccio, fatto di coretti, chitarre, e devo dire che ci siamo divertiti moltissimo.

Guido Guglielminetti, “Il Capobanda”, ha realizzato una produzione eccellente…
“Il Capobanda” ci rimette in riga quando andiamo un po’ troppo fuori il sentiero.  Io lo chiamo “il maremmano” come il pastore maremmano perché ci fa da guardia. Guido Guglielminetti ha gusto, sensibilità e molto senso della misura. Ci conosciamo da molti anni, e ci capiamo con un’occhiata. A parte il ruolo di Guido che è fondamentale, importanti sono anche gli altri musicisti della band, tanto il nucleo storico, ovvero Paolo Giovenchi, e Lucio Bardi che è il musicista dall’anzianità maggiore avendo cominciato a suonare con me trent’anni fa, quanto gli ultimi arrivati che sono i fiati con cui sono in tour adesso. Sono tre ragazzi di Roma bravissimi. I musicisti che suonano con me non sono semplicemente un gruppo che accompagna un cantautore, ma siamo una band con uno che canta e scrive le canzoni. 

I fiati sono protagonisti del “VivaVoce Tour”...
All’inizio questa sezione di fiati l’ho usata in sala per l’ultimo disco per suonare “La ragazza del 95” e quindi in quell’occasione ho avuto modo di conoscerli meglio. Poi dopo abbiamo cominciato a suonare insieme anche altri brani, e ho capito che la cosa mi divertiva. Suonavo con loro i brani più ritmici, ma poi abbiamo pensato di inserirli anche in quelli più lenti, usando i fiati come fossero archi. Loro si sono entusiasmati a questa idea, e il loro ruolo nella scaletta è cresciuto man mano. Prima suonavamo insieme sei brani, poi otto, e adesso siamo quasi a quindici. In certi casi sono utili a sostituire gli archi, o il suo delle tastiere che non ho mai amato perché troppo artificiale, ma che ho dovuto usare in mancanza di altro. Adesso certi sfondi, certi tappeti sonori li facciamo con i fiati.

Il tour culminerà con il concerto all’Arena di Verona per il quarantennale di “Rimmel”, nel quale al tuo fianco ci saranno diversi ospiti…
E’ la prima volta che festeggio il compleanno di “Rimmel”. Certo avrei potuto festeggiare il trentennale, ma non mi è venuto in mente. In qualche modo ha stupito anche me il concepire una celebrazione per questo disco, però l’ho pensata come una festa di compleanno, dove arrivano un po’ tutti, non solo i correligionari come dicevo prima, i consanguinei, i parenti, i fratelli, le zie, i cugini, ma anche gli amici. Una festa vera incasinata, dove arrivano tutti, compreso qualche imbucato, ovvero quei musicisti che hanno un percorso, o una storia completamente diversa dalla mia, ma che mi stimano e che io stesso stimo, come Fedez, o Caparezza. La cosa mi diverte musicalmente perché verranno fuori dei suoni strani, nel pieno rispetto di “Rimmel” che non verrà stravolto, ma lo suoneranno anche persone che con questo disco c’entrano poco. Sarà forse strano vederli vicini a De Gregori, ma tra noi c’è un bel rapporto, loro mi conoscono e gli piace quello che faccio. 

Tra le novità di quest’anno c’è l’audio libro “America” di Franz Kafka per il quale hai prestato tu la voce…
L’idea dell’audiolibro mi incuriosì molto quando, due anni fa, mi chiesero di realizzare “Cuore di tenebra” di Conrad. Gli editori che li pubblicano sono molto coraggiosi, perché gli audiolibri non hanno un grande mercato, e non ti consentono di diventare ricco. Tuttavia ritengo siano molto utili dal punto di vista culturale, non solo  per coloro che hanno problemi di lettura perché non ci vedono più, come mio padre che da anziano si affidava agli audiolibri, ma ho scoperto che molta gente li ascolta mentre guida la macchina, o mentre mette un quadro in casa. Il più recente “America” di Franz Kafka, ho suggerito io di farlo, perché è un romanzo che mi era piaciuto molto quando lo lessi la prima volta da ragazzo, e poi l’ho riletto altre volte. E’ considerato un libro minore, forse quello meno kafkiano. Costava poco farlo e personalmente ci tenevo molto.

Dall’audiolibro passiamo a due recentissime pubblicazioni che ti riguardano, ovvero “Mi puoi leggere fino a tardi”, il volume biografico di Ernico Deregibus, e il libro fotografico “Guarda che non sono io”. Due progetti editoriali che, se vogliamo, si completano a vicenda…
Sono due bei libri. “Mi puoi leggere fino a tardi” di Deregibus è sicuramente un buon ritratto di quella che è stata la mia vita professionale, e in larga parte mi ci sono ritrovato a pieno. Alcune cose sono un po’ diverse, ma su un paio di punti marginali. Per altro l’ho anche chiamato al telefono per dirgli che se in futuro uscisse una terza edizione, dovrebbe correggerle, ma il libro è molto federe e fa uscire quello che sono io come ritratto umano, con i lati buoni e quelli cattivi. Deregibus è stato anche troppo buono, e un po’ mi fa venire diverso da come sono in realtà. Invece il libro di Arianti è fondamentalmente fotografico, e nasce dalla sua passione per la fotografia. Lui è il mio tastierista, ed è praticamente una vita che suona con me,  avendo mosso i primi passi nel gruppo quando aveva diciassette anni, infatti ancora lo chiamiamo il ragazzino. Lui aveva cominciato a farmi fotografie già dieci anni fa, quindi ad un certo punto mi ha chiesto: “Capo, vorrei fare un libro su di te, che ne pensi?”- Io ho risposto semplicemente: “Fallo, facciamolo”. E’ un libro nato in famiglia, e ho accettato perché lo ha fatto lui, se me lo avesse proposto un altro non avrei accettato. Mi sono affezionato al progetto, e sono contento perché è venuto molto bene, ed ha avuto un buon successo. 

Una delle tue grandi passioni come noto è Bob Dylan, ed anche in “VivaVoce” ne troviamo traccia. Suonerete sullo stesso palco a Lucca…
L’unica cosa sicura è che il 1 luglio ci sarà un concerto al Summer Festival di Lucca, dove la prima parte la farò io e la seconda Bob Dylan. Questo non vuol dire assolutamente che io e lui ci incontreremo. Può darsi che non ci sarà nemmeno l’occasione di vedersi, perché lui è molto riservato. Magari arriva all’ultimo momento, sale sul palco, suona e va via. 
Non è detto che lo veda nemmeno nei camerini. Del resto anch’io non farò nulla per sollecitare l’incontro, rispettando la sua riservatezza non mi va di rompergli le scatole. E’ fuori discussione che possa esserci un duetto sul palco, perché non ci sarà e probabilmente non ci potrà mai essere.  Questa è una cosa che bisogna chiarire subito, perché la gente si aspetta che due persone, mai incontratesi prima sul palco, suonino una canzone insieme. Anche per fare un duetto è necessario fare delle prove. 

So che hai in animo di realizzare un disco con le traduzioni di alcuni brani di Bob Dylan…
Ho cominciato a tradurre Bob Dylan quando feci “Desolation Row” nel 1970 della quale Fabrizio De Andrè si innamorò e la rifinì in qualche modo incidendola in “Canzoni”. Tra l’altro quella fu la prima volta che entrai in uno studio di registrazione perché Fabrizio volle chiamare me a suonare la chitarra e l’armonica. Poi in seguito ho tradotto “If You See Her Say Hallo”, e “I Shall Be Released”. A volte mi diverto all’idea di realizzare un disco di traduzioni di Bob Dylan, ma non è all’orizzonte.

Concludendo, ci puoi parlare del tuo rapporto con la musica popolare italiana?
E’ un amore che c’è sempre stato. Ho cominciato a suonare al Folkstudio e questo la dice tutta. Ho conosciuto di persona i più grandi interpreti della musica popolare italiana, e questo ha lasciato una traccia indelebile in me. In parte alcuni continuo a frequentarli come nel caso di Giovanna Marini, o Ambrogio Sparagna. Vivo anche in quel mondo…


(a cura di) Silvia Viglietti e Alessandro Arianti, Francesco De Gregori. Guarda che non sono io, SVpress 2014, pp. 235, Euro 28,00


Salvatore Esposito

Un ringraziamento particolare a Luigi "Grechi" De Gregori per la preziosa collaborazione