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ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

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mercoledì 25 marzo 2015

Numero 196 del 25 Marzo 2015

Questa settimana partiamo dal sud. “Psychedelic Trance Tarantella” dei Kalàscima è un disco nel quale si incontrano i ritmi della tradizione salentina con i beat dell’elettronica. Ne abbiamo parlato con il gruppo per farci raccontare la gestazione e le ispirazioni di questo loro secondo lavoro. Risaliamo la penisola per arrivare in Campania dove ci accoglie “Pulecenella Love” di Luca Rossi, disco che coniuga rilettura di brani tradizionali e nuove composizioni, il tutto condito dal ritmo dei tamburi a cornice. Per il mondo world sono di scena le ibridazioni culturali e sonore di “Shiwezwa” della scoto-zambiana Namvula, songstress e cantante da tenere d’occhio, e il rock’n’roll maliano anti-fondamentalista di “Music in Exile” dei Songhoy Blues, quartetto di Timbuctu, a cui va il consigliato Blogfoolk della settimana. Per gli inguaribili nostalgici poi c’è una una dose di folk-rock della ditta Fairport Convention, ritornati in pista con “Myths and Heroes”. Parla di Gran Bretagna, ma anche di Irlanda e di mondi “celtici”, di musica tradizionale, di politica e di folk revival anche la nostra lettura della settimana, si tratta di “Legacies of Ewan McColl. The Last Interview”, curato da Giovanni Vacca e Allan F. Moore, dedicato alla figura del grande ricercatore, uomo di teatro, autore di canzoni divenute ormai classici, di innovativi programmi radiofonici, considerato a ragione l’inventore del folk revival britannico. Approdiamo infine negli Stati Uniti per raccontare “Aquashow Deconstructed”, di Elliott Murphy, il quale ripresenta in versione completamente aggiornata il suo storico primo album. Completano il numero 196 di “Blogfoolk” la rubrica Suoni Jazz, con uno speciale sulle ultime uscite dell’etichetta romana AlfaMusic, e il Taglio Basso, nel quale Rigo propone “Tracker” il nuovo album di Mark Knopfler.

Ciro De Rosa 
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Kalàscima - Psychedelic Trance Tarantella (Ponderosa Music & Art, 2014)

Quando quatto anni fa i Kalàscima diedero alle stampe il loro secondo disco “Santa Maria del Foggiaro” sottolineammo come la caratteristica principale del gruppo era quella di riuscire a rileggere la musica tradizionale salentina attraverso una ricerca sonora ad ampio respiro, nella quale gli echi dei canti e delle danza del Sud Italia si mescolavano a suggestive evocazioni world. Forte di una solida esperienza maturata dal vivo in Italia come all’estero, e consapevole delle proprie potenzialità, il gruppo ha ampliato il raggio delle proprie esplorazioni soniche, sperimentando l’incontro tra i beat dell’elettronica e la musica della loro terra. Ha preso vita, così, “Psychedelic Trance Tarantella”, il loro nuovo album, nel quale hanno raccolto undici brani originali che nel loro insieme compongono un viaggio lisergico nel quale la pizzica pizzica salentina viene declinata al presente ed al futuro nell’incontro tra tamburi a cornice, synt, e drum machine. Ne abbiamo parlato con il gruppo salentino per approfondire con loro la gestazione, le ispirazioni e le sperimentazioni sonore che hanno caratterizzato questo nuovo album.

Il vostro nuovo album “Psychedelic Trance Tarantella” nasce dall’esigenza di rileggere la tradizione musicale saletina attraverso l’intreccio tra elettronica e sonorità delle radici. Come si è evoluto il vostro approccio sonoro rispetto a “Santa Maria del Foggiaro”?
Riccardo Laganà - “Psychedelic Trance Tarantella” ha avuto una gestazione lunga. Nei quattro anni trascorsi dall’uscita di “Santa Maria del Foggiaro” abbiamo lavorato tanto prima di ripresentarci con questo nuovo disco , che non è soltanto un album in quanto tale, ma un nuovo modo di vedere la nostra musica. Abbiamo suonato tanto in tanti posti diversi, dal Sud America al Medio Oriente, dal Nord Europa all’Australia e tutto questo ha contribuito a darci nuove visioni, nuovi stimoli, nuove esperienze tutte confluite nel nuovo album. Di immutato sicuramente c’è e ci sarà sempre la passione per il nostro lavoro, per la musica e per i nostri strumenti. Resta immutato l’innamoramento per le nostre tradizioni musicali e la nostra cultura, come resta immutata la consapevolezza di cosa significa tradizione e di cosa è la novità, nel rispetto della prima e con l’anima protesa verso la seconda, orgogliosi e ancorati a quello che ci hanno insegnato Uccio Aloisi e i Menamenamò e allo stesso tempo affascinati da Aphex Twin e dai Radiohead. Musicalmente tutto cambia. E’ nelle cose. Le novità più importanti, ma che a nostro modo di vedere risultano essere, appunto, naturali, sono un nuovo modo di intendere e concepire la musica popolare di oggi. Ci guardiamo attorno e raccontiamo le nostre storie e le storie della nostra terra con gli strumenti e i mezzi che abbiamo oggi a disposizione, come da sempre i popoli hanno fatto in ogni parte del mondo. 

Dal punto di vista prettamente compositivo come si è indirizzato il vostro lavoro di ricerca e rielaborazione dei materiali tradizionali?
Riccardo Laganà - E’ ormai consuetudine intendere la nostra musica popolare facendo riferimento esclusivamente a quello che abbiamo ereditato dai materiali che sono riemersi prepotentemente dalla fine degli anni novanta ad oggi, e a volte non ce ne rendiamo neanche conto. Come in una teca, nello specifico rappresentata dalle registrazioni dei cantori storici o dagli archivi dei ricercatori degli anni ‘50-’70, la consideriamo immutevole, come una sacra reliquia che deve essere ammirata, rispettata e, qualora riproposta, conforme all’originale in termini di purezza, semplicità e rigore esecutivo. Noi intendiamo la musica popolare per quella che è e non crediamo di fare nulla di speciale. I nostri nonni (o per meglio dire, le genti di due generazioni precedenti alla nostra) tramite i quali è arrivato a noi tutto il materiale che è ormai conosciuto come la vera tradizione salentina, altro non facevano che raccontare le storie che vivevano, o che avevano sentito raccontare a voce dai loro predecessori, e metterle in musica. E fare musica significava utilizzare gli strumenti musicali che già conoscevano e anche gli strumenti del lavoro che avevano a disposizione in base alle “tecnologie” del loro tempo. Le latte dei pomodori erano i sonagli, i “farnari” (ovvero i setacci per la farina) avevano le stesse cornici dei tamburelli, come anche si utilizzavano i “lavaturi” (pezzi di legno sui quali si lavavano i panni), le sedie, i tavoli, chiavi e bottiglie. Oggi noi non facciamo tanto di diverso. La differenza sta nel fatto che i tempi corrono, il mondo attorno a noi cambia, e oggi abbiamo a disposizione strumenti diversi per esprimerci e raccontarci. In “Psychedelic Trance Tarantella” raccontiamo l’urlo degli immigrati che arrivano sulle nostre coste, la nostra storia di noi giovani salentini emigranti del nuovo millennio e perenni fuorisede, come pure la rivolta dell’Arneo del 1950. E lo facciamo con gli strumenti che abbiamo ereditato dalla tradizione ma anche con gli strumenti della modernità, tra cui i sintetizzatori analogici e i filtri elettronici.  

Qual’è stato il vostro approccio in fase di arrangiamento e costruzione dei vari brani?
Federico Laganà - Abbiamo da sempre un modo di arrangiare e creare collettivo. Siamo sei creativi con un background musicale diverso l'uno dall'altro. In fase di arrangiamento le idee si accavallano e si mescolano, ognuno porta avanti e trasforma quella dell'altro arricchendola, poi tutti insieme decidiamo quale sia la scelta migliore con attenzione quasi maniacale ai dettagli. La sala prove si trasforma in una sorta di parlamento. Credo che l'unione dei sei caratteri musicali dia alla nostra musica dei tratti ben definiti, riconoscibili, che sarebbe impossibile ricreare con una formazione diversa. Per quanto riguarda “Psychedelic Trance Tarantella” nello specifico, oltre a questo modo di comporre, credo che la cosa interessante sia stata la diversa origine di ogni brano. Alcuni, come “Il giardino” o “This way”, sono esempi di come noi concepiamo la musica popolare salentina in chiave moderna. In altri brani come la title track, o “Mary di Salem” la tradizione viene soltanto citata, come se fosse il punto di partenza di un lungo viaggio. 
E’ fondamentale sapere da dove si parte, ma ancor più importante è vedere dove si arriva. Altri ancora (“Musa”, “Lu sule”, “Due mari”, “Moi!”, “Kore” e “Canto degli emigranti”) sono composizioni del tutto nuove create utilizzando strumenti ed idee musicali quasi totalmente estranei al nostro territorio, ma nate dagli studi che ognuno di noi ha fatto nel suo percorso di formazione musicale. Importanti sono i messaggi che cerchiamo di comunicare in musica. Molto forte è il tema dell'emigrazione visto da più prospettive, il tema della memoria sociale e del potere curativo della musica. 
 
Quali sono le difficoltà che avete incontrato nel creare questa fortunata commistione tra ritmiche della tradizione salentina con le timbriche moderne dell’elettronica?
Enrico Russo - Le persone che si incontrano, lo scambiarsi le idee, svilupparle e farle vivere insieme: questo è stato il vento che ha gonfiato le nostre vele. Riccardo mi chiese di imbarcarmi in questa avventura: lui è un acuto osservatore ed una persona sensibile anche verso quell’altro lato della scena musicale salentina. Quella indipendente, di matrice rock, in cui ho sempre vissuto. Nel dare nuova vita alla musica popolare non può nascondersi alcuna insidia. Non è stato difficile, e quando la tendenza è la paralisi, andare controtendenza non può che essere entusiasmante. La ricerca non solo in ambito musicale è la sola strada da percorrere per fuggire al ristagno delle idee, la loro mercificazione e il confezionamento come articolo da regalo. D'altro canto, vecchio e nuovo sono concetti assimilati già da molto tempo nell'unicum dell'esperienza musicale per opera di musicisti, produttori e fruitori di musica da tutto il mondo, dai circuiti ufficiali ai download selvaggi. A grandi linee, la semantica della pizzica si basa su strutture circolari, sulla ripetizione e l'insistenza di semplici schemi sonori. Esattamente come tutta la musica del pianeta, fatte le dovute eccezioni. Quindi tutt'altro che lontana dall'elettronica tedesca del secolo scorso, per esempio, o dalla musica minimalista. Strumenti che hanno già fornito la chiave per aprire al rinnovamento di altre sonorità tradizionali. Mi sono subito messo a giocare: ho trattato i tamburelli come se fossero delle drum machine o dei drum set completi (se chiudi gli occhi mentre Riccardo e Federico li suonano hai esattamente questa impressione: che abbiano davanti decine di tamburi e piatti!). Gli organetti e le cornamuse hanno sostituito, nel mio immaginario, i Farfisa a basso mercato che per anni ho accatastato in cantina. Un filtraggio violento di questi elementi ha fatto strada all'ingresso del sintetizzatore nell'impasto. Sequenze circolari di oscillatori analogici, grooves di basso synth e chitarre elettriche hanno in fine intessuto le armonie con il visibilio di chitarre acustiche e tradizionali di Massimiliano. 

Il vostro lavoro di ricontestualizzazione sonora della musica tradizionale in una dimensione urbana si è concretizzata anche attraverso una contaminazione con suoni world, come nel caso di “Kore”. Quali sono stati i vostri riferimenti in questo senso?
Massimiliano De Marco - Ci piace partire da ciò che conosciamo e che abbiamo vicino per proiettarlo nella modernità e ancor più avanti nel futuro. Nel brano “Kore”, ad esempio, il riferimento iniziale è sicuramente la tarantella calabrese. In questo caso però una tarantella epica, che gioca sulla tensione emotiva delle armonie e sul dialogo tra l'organetto 12 bassi e il bouzouki irlandese che chiaramente è molto lontano sul piano geografico. 
Quello che ci interessava era l'ostinazione e la forza della tarantella calabrese ed in particolare l'atmosfera sospesa che riesce a creare. Chi la ascolta ha sempre la sensazione che da un momento all'altro qualcosa stia per succedere e quando accade lo fa in una maniera dirompente. L'apertura corale che ne segue è in esperanto: "Mi timas en la mallimo de nocto, sed en la mateno vin eliri printempo" che significa "Sono spaventato nel buio della notte, ma al mattino tornerà la primavera". La scelta di questa lingua si collega alle finalità per le quali è stata creata: far dialogare diversi popoli cercando di generare comprensione, rispetto e pace tra essi attraverso una lingua semplice ed appartenente non ad un solo popolo ma a tutta l'umanità. In “Kore” la frase si ripete più volte come un mantra che allontana gli affanni dell'esistenza e regala speranza per il futuro. 
 
Quanta importanza a livello ispirativo hanno avuto in questo disco gli studi di Lapassade sul rapporto tra il tarantismo e la trance? 
Luca Buccarella - I lavori di ricerca che studiosi come Lapassade, Kramer e De Martino hanno condotto ci offrono innanzitutto un quadro globale di come i concetti di mito,  rito e possessione abbiano dei punti in comune in tutte le parti del mondo. Notiamo come rituali in Grecia, Etiopia, Sud Italia, Brasile, Tunisia siano legati da fili conduttori quali la musica, la danza, la trance, tutte parti attive di un processo di guarigione. Oggi il tempo e il Salento in cui viviamo non hanno più bisogno del linguaggio simbolico per dare un nome e una drammatizzazione al proprio disagio ma noi crediamo comunque che ci sia bisogno di utilizzare ancora la musica ,la danza e la trance come mezzi sempre efficaci per attuare processi di guarigione dei disagi attuali che non  sono scomparsi insieme al famoso ragno. 
 
Al disco hanno preso parte diversi ospiti, quanto è stato importante il loro contributo?
Riccardo Laganà - Abbiamo inteso il nostro nuovo album come una festa. Un modo per raccontare e raccontarci insieme agli amici che ci hanno accompagnato e ci accompagnano tuttora nel nostro viaggio. Ed è stato incredibilmente divertente. Redi Hasa, folle violoncellista di spessore internazionale oltre ad aver suonato il suo cello “come non si deve suonare” in “Mary di Salem”, ha per la prima volta inciso su un album la sua voce. Ed è stato semplicemente strabiliante. La lira calabrese di Federica Santoro ha dato un tocco di Calabria alla nostra “Kore”. Il produttore del precedente album e notro grande amico, Stefano “Iasko” Iascone, ha suonato ancora la sua tromba con noi, ma come non l’avevamo mai sentita prima. Antonio Putzu, virtuoso fiatista siciliano, che da anni suona e collabora con noi, ci ha regalato il magico suono del suo marranzano in “This way”. 
L’eccelso violoncellista Marco Decimo, con il quale ho il grande piacere di suonare nell’ensemble di Ludovico Einaudi ha impreziosito il brano “Moi!” con il suo tocco da maestro. L’eccentrico e spumeggiante pianista Roberto Esposito ci ha fatto un regalo inviandoci la chiusura di “Lu Sule” via Whatsapp. Il nostro amico Rocco Angilè ha formato una banda su misura per i Kalàscima, La banda di Rocco, che suona con noi in “Lu sule” e “Musa reprise”. I nostri angeli custodi, ovvero il produttore Alberto Fabris e l’ingegnere del suono Gianluca Mancini, con la collaborazione di Salvatore Capacchione, hanno sparso qua e la gemme di musica e idee che solo i grandi sanno avere. E il Maestro Ludovico Einaudi ha fatto diventare “Due Mari” quel viaggio totale che è. Il tutto ovviamente sotto l’occhio e la mano attenta della settima essenza dei Kalàscima, Sandro Rizzo, che cura i nostri suoni, le nostre immagini, le nostre copertine, i nostri video, le nostre foto…e 
 
Quali sono state le ispirazioni alla base di brani come la title track, “This Way” e “Moi!”…
Riccardo Laganà - L’ispirazione è sempre la stessa, quella che ha portato alla nascita dei Kalàscima: raccontare il nostro tempo con la nostra musica. I testi, sempre in dialetto, parlano delle storie che viviamo negli anni 2000. In “This way” abbiamo palesato la nostra convinzione riguardo la nostra musica tradizionale: come prima si suonava per guarire i mali del tempo con un rituale e una procedura ben definita, oggi con la musica si fa lo stesso. Suoniamo per esorcizzare i mali del nostro tempo, con gli strumenti di quello passato insieme agli strumenti di oggi. In “Moi!” affrontiamo un altro tema che ci sta molto a cuore, ovvero l’emigrazione, in questo brano vista al contrario. Chi parla è uno dei migranti che ogni giorno arrivano sulle nostre coste. E il nostro paese si comporta con queste persone come se avesse dimenticato il trattamento vergognoso che veniva riservato a noi quando emigravamo in America, in Belgio o in Svizzera. “E tu italiano che mi guardi, te lo sei mai chiesto se io ci volevo venire qui?”. 

Le strutture tradizionali della pizzica pizzica le ritroviamo, colorate di nuove suggestioni sonore in “Mary di Salem” e “Il Giardino”. Come avete approcciato la costruzione melodica e ritmica di questi brani?
Riccardo Basile - “Il Giardino” e “Mary di Salem” sono forse i due brani che più si ispirano e rispecchiano, dal punto di vista della struttura e delle melodie, il modo di suonare dei cantori di una volta; la prima segue una struttura piuttosto semplice cantato/strumentale, conservando quasi completamente la melodia tradizionale dei cantati e dando giusto un po’ di spazio all’interpretazione negli strumentali. Abbiamo voluto sviluppare, in musica, una sorta di “viaggio” all’interno di questo “giardino”, in un crescendo di sonorità e di emozioni, proprio come se le sensazioni provocate dalla bellezza di ciò che si vede addentrandosi in questo luogo magico, sconvolgessero la percezione delle cose. La seconda, Mary di Salem, si rifà al modo di suonare usato dai musici che continuavano a suonare per ore, giorni, cercando di “curare” la “tarantata” o il “tarantato” di turno, basandosi su un incalzare ossessivo, quasi ipnotico, della musica. Quello che più ci è venuto naturale, è stato cercare di sottolineare proprio l’aspetto trance­ipnotico, mescolando al battere costante e incessante del tamburo delle linee ossessive, quasi martellanti, dei suoni profondi e una struttura più “libera”, un po’ a voler rievocare quel senso di disorientamento provocato dal non aver pieno possesso delle proprie capacità psicofisiche. 

Tra i brani più intensi del disco, un discorso a parte lo merita “Due Mari” in cui spicca il pianoforte di Ludovico Einaudi. Cosa ha ispirato questo brano?
Massimiliano De Marco - “Due mari” è un brano che scivola tra le dita come acqua. L'immagine della sua genesi è vicina ad un fiume ed i suoi affluenti che si incontrano e viaggiano verso il mare. Nel tempo, infatti, sono confluite e si sono stratificate suggestioni, ricordi, spunti, emozioni in circostanze, luoghi e tempi diversi. Alcune parti del brano erano state registrate distrattamente sul telefonino circa un anno e mezzo prima, ma non era ancora il loro momento, avevano bisogno di decantare. Dopo alcuni mesi e ci trovavamo in Australia per il nostro secondo tour; aspettavamo l'autobus nel centro di Sydney e nell'attesa qualcuno di noi canticchiava il tema centrale, gli altri si sono aggiunti armonizzando e dando corpo alla melodia con le sole voci; gli australiani ci guardavano divertiti e noi aggiungevamo un affluente al nostro fiumiciattolo.  
La struttura finale del brano è stata invece concepita durante la pre-produzione in Kasa Kalàscima, la nostra casa/laboratorio di Lecce. Man mano che si aggiungeva una nuova parte, strumento o voce, capivamo che il brano riusciva a comunicare con le immagini molto più di quello che avrebbero fatto le parole. E' stata forse questa modalità compositiva essenziale che ha portato Ludovico ad affezionarsi al brano regalandoci il suo piano morbido ed intenso, un respiro riflessivo ma pieno di leggerezza. A quel punto per noi il quadro era completo : eravamo a Santa Maria di Leuca e dall'alto del faro vedevamo baciarsi due mari. 
 
Ad uno degli episodi più importanti delle lotte dei contadini in Salento è dedicato “La Rivolta dell’Arneo”. Da dov’è nata questa scelta?
Andrea Morciano - Kalàscima è innanzitutto memoria sociale. Altoparlante di storie accadute e da non dimenticare. Suonare, cantare, scrivere sono pratiche comuni. Sono come ridere, mangiare, dormire. Nulla è più fuori dal comune che ricordare. Ricordando si vive, si piange, si ride, ci si nutre tutti al contempo. È una straordinaria capacità che rende una terra la terra dei propri cari, che rende un suono il suono dei propri nonni, una lotta la lotta di un popolo che ci ha preceduti e rivive quotidianamente in noi. Ecco perché primario compito dei Kalàscima è stato sempre quello di parlare di quello che i libri non dicono. E la “Rivolta dell'Arneo” è la lotta di un popolo per una terra di cui aveva ed ha tuttora diritto. Perché una terra appartiene al proprio popolo, e non ai propri padroni. È la storia di gente comune che lotta per non morire. E scrivere di loro è stato, come sempre, per me un dovere. Un tributo a chi ha consentito a me e a tutti noi di poter vivere, ridere e ricordare. Finché ci sarà una storia giusta da raccontare Kalàscima sarà lì a gridarla. 

Dalla collaborazione con la Banda di Rocco è nato il brano conclusivo “Musa”. Ci potete raccontare la genesi di questo brano?
Aldo Iezza - “Musa” è il primo brano strumentale che ho composto per zampogna e nasce dalla voglia di integrare questo strumento antico con la musica moderna, come il rock, ma anche influenzato dalla mia passione nei confronti di una tradizione molto forte che è quella della musica celtica. E’ rimasto inedito per diversi anni e riascoltandolo col resto della banda si è poi rivelato un brano adatto al progetto Kalàscima. 
Grazie ad un meticoloso lavoro di arrangiamento siamo giunti al risultato finale in cui la zampogna rimane il punto cardine del brano, contemporaneamente dialoga sia con gli strumenti della tradizione salentina sia con la modernità di strumenti attuali, come ad esempio il basso elettrico e soprattutto ad un aspetto fondamentale che caratterizza non solo “Musa” ma l’intero disco “Psychedelic Trance Tarantella”, mi riferisco all'utilizzo degli arrangiamenti elettronici curati da Enrico Russo. In questo modo Musa diventa un brano d’impatto e con una ritmica serrata assume una forma che può essere facilmente paragonata al celtic-rock. La breve suite che segue Musa è “Musa reprise”, brano di chiusura del disco, scritto e arrangiato da Alberto Fabris, straordinario produttore del nostro lavoro, con la “Banda di Rocco”. Si tratta di una suite che col suo aspetto etereo e sospeso vuole concludere quanto detto dai precedenti brani del disco. In “Musa reprise”, la classica banda di paese composta dai fiati e dalle percussioni che siamo abituati a vedere nelle feste, assume un aspetto atipico e, pur rimanendo ancorata alla sua tradizione, si integra perfettamente con la nostra Trance Psychedelica. 

Concludendo come saranno i concerti in cui presenterete “Psychedelic Trance Tarantella”?
Saranno una festa totale. Non vediamo l’ora di condividere tutta questa musica, queste parole e questa energia con il nostro pubblico. Sara sicuramente un concerto diverso, innovativo e ricco di sorprese, con tanti suoni e tante luci che ci accompagneranno nel nostro viaggio. Vogliamo che il live sia come il disco. Una novità nel panorama della musica folk. Ed è per questo che invitiamo tutti a venirci a trovare, ci sarà da divertirsi e noi vi aspettiamo!



Kalàscima - Psychedelic Trance Tarantella (Ponderosa Music & Art, 2015)
Spostare sempre più avanti il confine della ricerca sonora, ed uscire dagli schemi delle convenzioni, è sempre una scommessa, ed ancor di più lo è quando si decide di abbandonare una strada sicura dal punto di vista musicale, per imboccarne un'altra ancora tutta da scoprire. La capacità di osare, e la consapevolezza nei propri mezzi però rendono tutto più semplice, anche superare gli ostacoli più ardui. E’ il caso di “Psychedelic Trance Tarantella”, il nuovo album dei salentini Kalàscima, i quali hanno deciso di proseguire il cammino intrapreso con il loro secondo album “Santa Maria del Foggiaro”, per indirizzare la propria ricerca sonora verso l’incrocio tra i ritmi e le timbriche della tradizione salentina, con i beat e i synth dell’elettronica. Sebbene si contino già diversi esperimenti in questo senso, – si vedano i dischi di Mascarimirì, Nidi d’Arac e Antonio Castrignanò - i Kalàscima hanno fatto di più, mirando a destrutturare e ricontestualizzare la tradizione, spinti dall’esigenza di esplorare nuovi orizzonti sonori per dare nuova vita alla musica della loro terra. Il risultato è un disco travolgente nel quale il ritmo della pizzica pizzica abbandona l’aurea del revival per assumere contorni moderni, si libera del peso delle pedisseque interpretazioni per immergersi in un viaggio visionario, nel quale i tamburi a cornice e le percussioni di Federico e Riccardo Laganà, dialogano con le alchimie sonore di synth di Enrico Russo e Riccardo Basile, mentre ad evocare le melodie antiche sono le corde di Massimiliano De Marco, i mantici di Luca Buccarella e i fiati di Aldo Iezza. Per avere un’idea di quello che potrà riservare all’ascoltatore il disco, basta dare uno sguardo alla copertina, con il tamburo a cornice ritratto con sonagli fatti di circuiti elettrice e collegato ad amplificatore da un jack. La vera sorprese arriva però con l’ascolto, è in quel momento che si tocca con mano come i Kalàscima siano riusciti nell’intento di vivificare la tradizione nella sua accezione più pura, diventandone essi stessi parte integrante attraverso le loro sperimentazioni e contaminazioni sonore. Il ritmo travolgente della title-track, e il fascino che lega presente, passato e futuro di “This Way”, ci conducono subito al brano più intenso del disco “Lu Sule”, un canto intenso e sofferto dedicato a quanti hanno dovuto lasciare la propria terra per studiare o lavorare, sono gli emigranti di oggi cantati anche in “Canto degli emigranti”. Se l’elettronica prende il sopravvento in “Moi!” e si mescola al violoncello di Redi Hasa che brilla in “Mary di Salem”, nella successiva “Due Mari” assume il tratto orchestrale con la meravigliosa tessitura melodica del pianoforte di Ludovico Einaudi. La splendida “Kore” in cui spicca la lira calabrese suonata da Federica Santoro ci conduce verso il finale con il crescendo ritmico de “Il Giardino”, e  “La rivolta dell’Arneo”, dedicata a quei contadini che si batterono nel 1950 per la riforma agraria nell’agro dell’Arneo. Quel gioiellino che è “Musa reprise” con protagonista i fiati de La banda di Rocco, suggella un disco di grande pregio nel quale il ritmo antico del tamburo a cornice diventa la base di partenza per un viaggio attraverso i suoni ipnotici della trance e della psichedelia.


Salvatore Esposito 

Luca Rossi - Pulcinella Love (Autoprodotto, 2015)

Luca Rossi è un artista che aggiunge al panorama musicale italiano una nuova visione - aggraziata e raffinata - delle tradizioni espressive campane. Nel suo primo album “Pulecenella Love” racchiude dodici tracce profonde e delicate, sebbene cucite insieme da uno stile energico, disegnato con il suo strumento prediletto, il tamburo a cornice, che Rossi suona attraverso tecniche ed esecuzioni differenti. Se si considera come opera prima, l’album è un ottimo lavoro. Da un lato perché riesce - attraverso l’alternanza di brani tradizionali e originali - a far traballare una tradizione spesso troppo cristallizzata, anche quando si affida o evoca una forma canzone tradizionale (per questo basta ascoltare “La candela”, brano in cui compare Teresa De Sio, caratterizzato da una melodia eterea, da voci sussurrate e dalla linea melodica lunga, estesa, stirata, di un violino struggente e ammaliante). Dall’altro lato perché la voce di Rossi è profonda, ricca di sfumature (“Sul’ a tte”), e il suono che ha costruito riflette non solo un’esperienza ricca e articolata (fatta di studio, di scrittura, di teatro, di collaborazioni con i grandi nomi della tradizione campana e non solo: da Enzo Avitabile, Orchestra Popolare Campana e Eugenio Bennato, fino ai Tambours du Mediterraneè), ma anche la capacità di selezionare gli elementi più forti della tradizione da cui trae la sua ispirazione. “Vatt e sona” è uno dei brani più rappresentativi di questa forma di produzione. Si tratta di una tammurriata molto tesa, nella quale - oltre all’intervento “radicante” di Marcello Colasurdo - Rossi riesce a definire il nuovo profilo di una musica piena di riflessi. Nel quadro della quale la tammurriata non evoca in modo esclusivo il mondo popolare, le scene affannate dei rituali contadini, dei drammi devozionali, ma si trasfigura in una forma elasticizzata, ispessita da una costruzione musicale ricca e contemporanea. La stessa voce/presenza di Colasurdo - che qui assume un evidente significato simbolico - si arricchisce, dentro un quadro sonoro così dinamico, e assume un significato nuovo. Un quadro definito, anche in corrispondenza della sospensione dell’andamento del brano in cui si inserisce lo storico cantante di Pomigliano d’Arco, dallo spettro sonoro del tamburo di Rossi, percosso in modo da produrre un beat variabile ma continuo. Il brano migliore è “La serenata”, nel quale Rossi si libera di tutto, strilla e bisbiglia, canta come se fosse per strada, riducendo tutto alla voce, alla sensazione, a un momento solo, a un suono necessariamente asfissiato dalla voce, dal dialogo. D’altronde - e questo si può comprendere man mano che si entra in confidenza con la visione di Rossi - la voce (e non solo il tamburo a cornice) in questo disco ha un ruolo centrale. Scorrendo tutte le tracce ci si rende conto che è lo strumento più variabile, al quale si chiede, prima degli altri (il violino, il pianoforte), di riflettere il carattere dinamico dell’album. Non sarà un caso se la title track “Pulecenella Love”, posta in chiusura, è un racconto raccontato. C’è una linea melodica delicata e reiterata al pianoforte (con poche variazioni), e un battito soffuso di tamburo che si protrae fino alla fine. Ma accompagnano. Sostengono la versione del Pulcinella di Rossi, la visione di una maschera nera irriducibilmente contraddittoria: "Troppa capa e poc’ cor e se mor, se mor senz’ ammore”. 


Daniele Cestellini

Namvula – Shiwezwa (Namvula, 2014)

Namvula Rennie è donna e artista cosmopolita che incarna l’ibridazione culturale contemporanea, con buona pace della meschina piccolezza cerebrale dei propugnatori della purezza identitaria. Songstress e chitarrista dotata di voce espressiva, calda e vellutata, attiva da almeno un decennio sulla scena artistica londinese (è anche fotografa e co-fondatrice del Film Africa Founding), Namvula è impegnata anche nel sociale con progetti rivolti a bambini e a richiedenti asilo che hanno subito violenze. Ha suonato, tra gli altri, con Hugh Masakela e la sitarista Anoushka Shankar. Nata in Zambia da padre scozzese e madre zambiana, entrambi missionari, Namvula è vissuta in Svizzera, Kenya e Stati Uniti prima di stabilirsi a Londra. “Shiwezwa” è il villaggio della sua trisavola, una sacerdotessa e una “madre della pioggia”, Namvula in lingua ila, da cui deriva il suo nome e alla quale è dedicato “Nsalamo”, brano che ci porta nelle atmosfere sonore dell’Africa australe. La produzione di questo più che promettente esordio a tinte folk- latin-jazz-pop è affidata a Liran Donin, bassista di origine israeliana, tra i protagonisti del panorama jazz della capitale inglese, con il contributo fonico di Sonny, producer già al servizio della nuova diva del Wassolou Fatoumata Diawara, e senza dimenticare l’ispirazione e l’aiuto dati dalla zia Maureen Lupo Lilanda, cantante che gode di ampia popolarità in Zambia. Su di lei si è espressa in termini lusinghieri la stampa britannica, dagli autorevoli quality papers alle prestigiose riviste world e trad “Songlines” e “fRoots”. “Shiwezwa” (www.namvula.com) è un disco plurilingue (lenje, chichewa, inglese, portoghese, francese), che presenta un composito assortimento di composizioni dal tratto stilistico riconducibile a diverse aree del continente africano e non solo, con la voce elastica della cantante a fare da filo conduttore tra piacevoli profili melodici e arrangiamenti freschi e vivaci, che mettono in primo piano la limpida chitarra del ghaniano Alfred Bannerman (già con gli Osibisa), le percussioni di Mamdosu Sarr (che suona con Baaba Maal), il sax sempre caldo di Chris Williams e il fraseggio terso della kora di Kadialy Kouyate, svettante soprattutto nella radiosa “Maweo” e nella lirica “Kumushi (Home)”. Fin dai primi tre brani (“Yumya Moyo”, “Mukwesu” e Umoyo Wanga”) si finisce catturati dalla veste sonora affabile del lavoro. Il beat dell’Africa urbana, tra passo ritmico highlife e jive, prende il sopravvento in “Andorinha”, meno incisiva appare, invece, la malizia pop di “Africa”, mentre mostrano il mood anglo-sassone sia la ballad di impianto americano “Old Man” che la folk song dalle nuance scozzesi “Sign of the Times”. Dai tratti intimistici si procede verso quelli vibranti della fusion flamenco-jazz-funk di “Na Ndayeya”, scritta dalla zia Lilanda. Una rivelazione! 


Ciro De Rosa

Songhoy Blues – Music in exile (Transgressive Records, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Music in exile” è un album senza retorica africanista e originale, composto di undici brani connessi tra di loro da un andamento frenetico, dinamico, e da un suono molto diretto, semplice e blues. Gli autori sono i Songhoy Blues, una giovane formazione di quattro musicisti di Timbuktu (voce, chitarra, basso e batteria). L’Africa ovviamente c’è ma è nelle mani di chi suona, che si confronta con un paesaggio sonoro incoerente, nel quale gli elementi più rappresentativi delle tradizioni musicali a cui i Songhoy fanno riferimento emergono in modo abbastanza netto e, direi (un po’ provocatoriamente), naturale. Quali sono questi elementi? Innanzitutto l’impasto afro-blues. Che è ben diverso dalle soluzioni (più trasversali, diffuse e anche conosciute) del cosiddetto desert-blues. Con quest’ultimo si produce generalmente una musica fluida, che si sviluppa su una base tendenzialmente semplice e ipnotica, e che (con l’aggiunta di vari strumenti, quasi sempre a corde ed elettrici) rimanda esplicitamente alle espressioni popolari (o, in generale, alla cultura espressiva, spesso attraverso la tradizione dei griot) dell’Africa occidentale. L’afro-blues dei Songhoi è più provocatorio – perché meno “bello” e “tradizionale”: come dicevo prima è “incoerente” – e, soprattutto, meno fluido e ipnotico. Inoltre si può leggere nelle loro canzoni una certa irriverenza verso le forme più africanizzate del blues internazionale. Un’irriverenza determinata in primo luogo dalla semplicità strutturale di tutti i brani che compongono “Music in exile”. E in una vena compositiva evidentemente estemporanea e molto legata all’improvvisazione. 
Attraverso la quale la musica si configura scarna, senza orpelli, ma precisamente essenziale (come dimostra, d’altronde, il singolo “Al Hassidi Terei”, che è stato accompagnato da un video in cui i Soghoy si esibiscono su uno sfondo “molto” tradizionale, che richiama, con interessante ironia, i colori sgargianti dei costumi tradizionali che spesso indossano i musicisti che provengono da quell’area). Il ritmo è l’elemento di riferimento. È fondamentale nella costruzione dei brani e va compreso e analizzato con attenzione, perché la forza di questi quattro musicisti (che qualche mese fa si sono esibiti con Damon Albarn alla Royal Albert Hall) converge tutta qui. I brani si susseguono senza stancare e sono serrati, organizzati dentro l’ordine estemporaneo di due chitarre, un basso e una batteria (alla quale si aggiunge qualche percussione). Ascoltare “Wayei”, in questo senso, è un’esperienza prima di tutto fisica. Perché – al di là della costruzione armonica, delle linee melodiche della chitarra elettrica e dell’attenzione che, più che in altri brani, è riposta nell’intreccio delle voci – c’è il ritmo ostinato di un sonaglio (che potrebbe essere anche la campana di un piatto) che mantiene il brano sospeso e teso dall’inizio alla fine. Risuona – senza ricreare quell’atmosfera ipnotica a cui ho accennato – come un bordone che, allo stesso modo, spezza e unisce l’andamento del brano. Determinando l’ambiguità e sciogliendo il flusso narrativo che contraddistingue questi giovani musicisti. 


Daniele Cestellini

Fairport Convention – Myths & Heroes (Matty Groves/Iconic Music & Media, 2015)

Nell’arco di quasi cinquant’anni di attività la grande famiglia dei Fairport Convention ha conosciuto grandi successi, fasi alterne tra addii eccellenti e cambi di formazione, ma ciò che non è mai venuto meno è stato l’entusiasmo e il desiderio di continuare a fare musica, anche sulla spinta del loro pubblico più affezionato. L’entrata nel nuovo secolo per il gruppo ha rappresentato una vera e propria rinascita dal punto di vista ispirativo, e parallelamente alle continue pubblicazioni di materiali live e d’archivio, la loro produzione discografica - con dischi come “Over the Next Hill” del 2004 e “Sense of Occasion” del 2007 - ha ritrovato se non la caratura del capolavoro ma quantomeno quello smalto che sembra essersi perso da troppo tempo. Fondamentale in questo senso è stato l’aver trovato una stabilità nella line up, sotto la guida di uno dei fondatori, Simon Nicol (chitarra e voce), Dave Pegg (basso, mandolino, controcanti), e con l’aggiunta di Ric Sanders (fiddles), Chris Leslie (fiddle, mandolino, bouzouki, e voce) e Gerry Conway (batteria e percussioni). A tre anni di distanza dall’antologico “By Popular Request” del 2012, nel quale il gruppo rileggeva una selezione di brani storici del suo repertorio scelti dai fans, ritroviamo i Fairport Conventio con “Myths & Heroes”, disco registrato nella tranquillità dei Woodworm Studios di Barford St. Michael nell'Oxfordshire da John Gale, raccoglie tredici tracce brani tra inediti firmati da Chris Leslie e Ric Sanders, e riletture di composizioni di vecchi amici come Ralph McTell, Rob Beattie, PJ Wright e Anna Ryder. Proprio la scelta dello studio non è stata casuale come ha raccontato di recente, Dave Pegg: “Siamo incredibilmente soddisfatti. Sono grandi canzoni, e nel complesso è un’ottima raccolta di brani. Incidere in questo studio è stato come tornare a casa, perché c’è gran parte della nostra storia personale. Chris Leslie, poi, è un polistrumentista semplicemente eccezionale, e ha rappresentato un valore aggiunto. Si può dire che siamo al settimo cielo”. L’entusiasmo che ha animato la realizzazione e la pubblicazione di questo nuovo disco si riflette benissimo anche nell’ironica scelta della copertina, curata da Mick Toole, il quale ha ritratto i membri del gruppo nei panni di rispettivi eroi personali, mentre ai fan che sono riusciti ad individuare a chi corrispondessero, sono andati due biglietti gratuiti per l’edizione 2015 del Cropredy Festival. Durante l’ascolto il disco si svela in tutto il suo brio e la sua varietà sonora, ma ciò che più colpisce è come il gruppo miri essenzialmente a divertire l’ascoltatore, piuttosto che perdersi in gorghi asfittici e pretenziosi. Certo usare la parola capolavoro, o tentare il paragone con uno dei grandi dischi storici del gruppo sarebbe del tutto improprio, ma il disco centra in pieno il suo obbiettivo: catturare il piacere e il divertimento di suonare insieme ed allo stesso tempo regalare ai propri fan, un altro capitolo della storia dei Fairport Convention. Ad aprire le danze è il trascinante folk-rock della title-track, composta da Chris Leslie ed impreziosito dal violino elettrico di Ric Sanders, il disco si rivela, alla quale segue l’evocativa “Clear Water” dell’amico di sempre Ralph McTell, il quale nella metafora della nave ha voluto in qualche modo racchiudere la storia del gruppo. Lo splendido strumentale “The Fylde Mountain Time/Roger Bucknall’s Polka” apre la strada prima alla ballata narrativa “Theodore’s Song”, in cui Chris Leslie racconta la storia di un orologiaio itinerante dell’Oxfordshire, e poi al brillante folk-rock di “Love At First Sight”. Se “John Condon” di Richard Laird, Sam Starrett e Tracey McRory brilla per l’eccellente interpretazione vocale di Simon Nicol e l’armonica di Chris Leslie, la successiva “The Gallivant” è uno dei brani più entusiasmanti del disco, e questo senza dubbio anche per la partecipazione del violino e dell’ensemble del conservatorio di Joe Broughton. Lo spaccato folkie con “The Man In The Water” e “Bring Me Back My Feathers” ci conduce verso il finale con “Grace And Favour”, in cui Chris Leslie ci racconta la storia di una donna che riuscì a salvare nove marinai da un naufragio nel 1838, e le gustose “Weightles/The Gravity Reel” e “Home”. L’evocativo strumentale “Jonah’s Oak” di Rick Sanders suggella uno dei dischi più interessanti degli ultimi anni dei Fairport Convention. 


Salvatore Esposito

Elliott Murphy - Aquashow Deconstructed (Route 61, 2015)

E’ il 1972 e Elliott Murphy è appena rientrato a New York dopo un qualche anno on the road in giro per l’Europa, durante i quali è approdato anche a Roma, finendo per fare anche da comparsa in “Roma” di Federico Fellini, nei panni di un hippie. La scena musicale cittadina è in gran fermento, ed il giovane cantautore americano ha modo di proporre i suoi nuovi brani sul palco del Mercer Arts Center, e del Tramps. Il suo nome ben presto comincia a circolare tra gli appassionati, ma la vera svolta arriva quando il critico musicale Paul Nelson si accorge di lui, e colpito dalle sue canzoni scrive: “Murphy sarà il nuovo Dylan, il nuovo Lou Reed ed anche il nuovo F. Scott Fitzgerald”. Il grande salto verso un contratto discografico è breve, infatti, grazie al fratello Matthew, che suonava il basso nella sua band, riesce ad entrare in contatto con la Polydor. A novembre del 1973 arriva nei negozi “Aquashow”, il suo disco di debutto, il cui titolo è una dedica agli spettacoli acquatici che il padre teneva al Flushing Meadows Fair 1939, mentre suonavano le big band di Duke Ellington e Count Basie. La stampa americana, alla ricerca di un degno sostituto di un Bob Dylan in esilio volontario lontano dalle scene, lo etichetta subito come suo erede, come del resto accadrà per l’intera generazione di cantautori di quel periodo. Dal canto suo il cantautore americano, che all’epoca ascoltava con molta più frequenza i Velvet Underground e David Bowie, è spiazzato da quell’accostamento, tuttavia l’apprezzamento per il disco da parte della critica è unanime, come del resto scrive anche Rolling Stone: “Anche se Elliott Murphy e la sua opera resteranno con noi molto, molto a lungo, il consiglio è di ascoltare la sua musica ora!”. Le vendite del disco purtroppo non sono entusiasmanti, e la Polydor decide di lasciarlo libero di trovarsi un nuovo contratto discografico. Il cantautore americano non si perde d’animo e, nel giro di quattro anni, mette in fila tre dischi eccellenti ovvero “Lost generation”, “Night Lights” e “Just a story from America”, che rappresentano ancora oggi il vertice della sua intera carriera artistica. A quarantadue anni di distanza, e con alle spalle ormai una lunga serie di dischi pubblicati a cadenza quasi annuale, Elliott Murphy è voluto ritornare al suo disco di debutto, rileggendolo reinventandolo e riattualizzandolo con nuovi arrangiamenti, con la consapevolezza che quelle canzoni hanno ancora tanto da poter regalare al suo pubblico. A riguardo lo stesso cantautore americano spiega: “Anche se l'album originale risale ormai a più di quarant'anni fa, quelle canzoni non mi hanno mai abbandonato e molte fanno ancora parte dei miei concerti, in particolare “Last of the Rock Stars”, “How’s The Family” e “White Middle Class Blues”. A così tanto tempo dalla mia prima avventura discografica, ho deciso di registrare nuovamente queste canzoni decostruendole, attento però a mantenerne l'integrità e quell'emozione che ancora contengono. Esperienza incredibile per me ritrovarmi a suonarle in uno studio insieme a mio figlio, seduto dietro al banco di registrazione con i suoi ventiquattro anni, esattamente l'età che avevo io quando entrai in sala per rendere effettivo quel mio primo contratto discografico con la Polydor”. Così presso gli studi Question de Son di Parigi, città nella quale Elliott Murphy risiede ormai da tempo, ha preso vita “Aquashow Deconstructed”, nel quale ritroviamo dieci brani della versione originale, incisi con l’immancabile Olivier Durand (chitarra), Tom Daveau (batteria), Davide Gaugué (violoncello), Tom Roussel (violino), oltre al figlio Gaspard (chitarra, basso, tastiere, voci, percussioni) che ha prodotto, arrangiato e mixato i vari brani. L’ascolto rivela, sin da subito, come Elliott Murphy nel suo lavoro di decostruzione, abbia voluto riportare alla luce le ispirazioni che hanno dato vita ai vari brani, al netto dell’urgenza creativa ed espressiva che caratterizzava il disco in origine. Tutto questo lo si percepisce già dalle prime note dell’iniziale “Last of the Rock Stars”, da sempre considerata uno dei brani cardine del suo songbook, e qui proposta in una versione rallentata, sofferta, ed impreziosita da un approccio vocale di grande intensità, quasi a voler rimarcare come questo brano fosse nato dalla paura di non avere più rockstar sulla terra, dopo la morte di Jim Morrison, Janis Joplin, e Jimi Hendrix. Si prosegue con la struggente versione di “How's The Family” nella quale brilla il ritornello incorniciato dagli archi, allo stesso modo colpiscono anche le riscritture delle più movimentate “Hangin’ Out”, “Graveyard Scrapbook” e “White Middle Class Blues”, ma un altro vertice del disco lo ritroviamo in quel gioiello che è la nuova versione di “Marlyn”, il cui arrangiamento e l’approccio vocale rimanda alle pagine più poetiche di Lou Reed. Il finale riserva però altre gustose sorprese ovvero la bella riscrittura di “Like A Great Gatsby” con il superbo interplay tra archi e chitarra elettrica, e “Dont’ Go Away” riletta in un elegante crescendo. Ben lungi dall’essere un operazione commerciale o un tentativo di far rivivere il passato, “Aquashow Decostructed” è un disco prezioso, in quanto ci consente di entrare nel cuore pulsante di un disco storico, e scoprire come i suoi brani possano vivere una nuova vita attraverso arrangiamenti e sonorità più moderne. Forse i fans storici avrebbero preferito un edizione deluxe con demo ed inediti, o magari con allegato un live dove rileggeva per intero il disco, ma non c’era alcun anniversario da celebrare, piuttosto il desiderio vero e profondo di Elliott Murphy era quello di donare nuova vita a quel primo capitolo della sua discografia, condividendo questo atto d’amore con il figlio Gaspard.


Salvatore Esposito

Allan F. Moore e Giovanni Vacca (edited by), Legacies of Ewan MacColl. The Last Interview, Ashgate, 2014, pp. 294, £ 65.00

Il 22 ottobre 1989 scompariva Ewan McColl, artefice, con Albert L. Lloyd – e senza dimenticare il grande contributo dell’etnomusicologo statunitense Alan Lomax e dello studioso scozzese Hamish Henderson – del primo folk revival britannico, scopritore della canzone industriale, ricercatore e compilatore di raccolte, divulgatore attraverso i media (pensiamo solo alla straordinaria serie delle “Radio Ballads” prodotte con Peggy Seeger e Charles Parker per la BBC tra il 1957 e il 1964. Per comprendere la genesi e l’opera creativa delle “Ballads”, si rimanda all’ottimo lavoro di Peter Cox “Set into Song”, pubblicato per Labatie Books nel 2008) ma anche autore di canzoni considerate ormai dei classici folk. Bertie Lloyd e Ewan MacColl (al secolo James Miller) avevano superato quell’orientamento tardo-romantico, estetizzante e idealizzante il mondo popolare, di folkloristi come Francis J. Child e Cecil Sharp. Il volume curato dall’eminente musicologo inglese Moore e dal nostro studioso di culture popolari, musicologo e giornalista Giovanni Vacca, già noto al pubblico per numerosi e innovativi volumi dedicati al mondo popolare del Sud Italia, alle tradizioni musicali orali e alla canzone urbana, soprattutto quella napoletana, rappresenta un eccellente ripensamento del lavoro di questa poliedrica personalità della cultura britannica. Il volume si avvale degli ulteriori contributi critici del ricercatore di popular music Dave Laing (“MacColl and the English Folk Revival”), di Matthew Ord (curatore delle ampie note) e di Franco Fabbri (“MacColl in Italy”). In particolare, il saggio dell’accademico italiano prende in considerazione l’influenza di McColl nel nostro Paese, attraversando le stagioni del folk revival italiano tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta: all’incirca dallo spettacolo “Bella Ciao” agli Stormy Six (di cui ha fatto parte), passando per l’interesse verso la canzone brechtiana e la nuova cancion sudamericana, contestualizzando il revival nei suoi aspetti politici e culturali, oltre che musicali e di ricerca etnomusicologica. Tuttavia, è la prefazione di Peggy Seeger (moglie di Ewan per oltre trent’anni) a mettere subito le cose in chiaro: il perno di questo volume sono le lunghe ore di intense conversazioni che l’allora giovane studioso italiano (siamo tra il 1987 e il 1988, un anno prima della fine del grande artista nato nella cittadina di Salford nel 1915 in una famiglia working class) raccoglie dalla viva voce di MacColl, del quale è ospite. Siamo di fronte ad una documentazione a lungo tenuta nel cassetto, ora finalmente pubblicata dopo anni e anni di lavoro di rifinitura, con un notevole apparato critico e corredato da una serie di scatti inediti di Doc Rowe. “L’ultima intervista” vede MacColl, che in quegli anni era alle prese con la sua autobiografia “Journeyman”, confrontarsi con lo sguardo esterno di uno studente che fa trapelare qualche ingenuità riconducibile alla sua giovane età. Nondimeno, Vacca porta la sua prospettiva in parte “decentrata” rispetto a quel mondo britannico conosciuto dagli studi universitari e tramite gli artisti del folk revival anglo-scoto-irlandese; è affascinato dall’universo musicale “celtico”, in primis dalla figura di Alan Stivell, centrale per molti di noi italiani in quegli anni, ma è anche consapevole di quanto sta accadendo politicamente nella Gran Bretagna schiantata dal thatcherismo e nell’Europa orientale in fermento che avrebbe visto la caduta del muro di Berlino un anno dopo. MacColl non si sottrae alla raffica di quesiti di ampio respiro a cui è sottoposto, anzi si offre con gusto e offre a Vacca e – per fortuna a noi oggi – una ricca messe di informazioni, produce un’analisi del suo operare come ricercatore, come autore di canzoni, come drammaturgo e uomo di teatro (aveva iniziato così) e come attivista politico, ruoli sempre tenuti insieme. McColl descrive con agilità i repertori popolari della Gran Bretagna, ci porta in Irlanda, discute della canzone operaia e delle ballate popolari, del canto tradizionale e degli chansonnier francesi; con lui si entra nella cultura dei Traveller e nella storia scozzese. Ancora mette a confronto aspetti della cultura popolare e della cultura di massa, riflette sulla pratica del folk revival, ma anche su aspetti teoretici degli studi folklorici, discute dalla sua prospettiva marxista di politica britannica e di questioni internazionali. Sulla base della sua concezione modernista riprende le aspre critiche, già pubbliche, nei confronti dell’uso pop delle folk-song operato da Dylan. Né può mancare la rassegna dei classici d’autore di MacColl: pensiamo a “The First Time Ever I Saw Your Face”, “Dirty Old Town”, “Moving-on Song”, “The Ballad of Accounting” o la celebre “The Shoals of Herring”, assimilata all’interno della cultura popolare irlandese tanto da essere ritenuta un tradizionale. Ciò che non va sottaciuto, è che proprio grazie allo sguardo “eccentrico” di un intraprendente studente italiano MaColl, pur non perdendo la sua insularità, diventa figura europea di artista ed attivista. È l’aspetto del McColl compositore, discusso dal Vacca, maturo musicologo, nel suo ottimo saggio “Form and Content: The Irreconcilable Contradiction in the Song-writing of Ewan MacColl”. Altrettanto rilevante l’intervento “MacColl singing”, nel quale Allan F. Moore mette a confronto lo stile canoro di McColl con quello degli altri membri del Critics Group. Se è vero che il prezzo dell’opera, che esce per la collana “Popular and Folk Music Series” dell’editore Ashgate, è decisamente alto, la lettura di “Legacies of Ewan McColl. The Last Interview” è imprescindibile per gli studiosi di popular music e per chiunque sia interessato alla cultura e alla musica tradizionale britannica. 


Ciro De Rosa

Speciale AlfaMusic: Fabrizio Mocata, Marco Pacassoni Quartet, Fabio Morgera & NYCats, Mission Formosa

Fabrizio Mocata – Letter from Manhattan (AlfaMusic/EGEA, 2015)
Pianista e compositore di origine siciliana, ma da tempo ormai toscano d’adozione, Fabrizio Mocata nel corso della sua carriera artistica ha attraversato più volte l’oceano sia per entrare in contatto con la scena jazz newyorkese, sia per seguire in Sud America la sua passione per il Tango, per giungere negli ultimi anni ad incrociare il suo cammino con la musica classica. Animato dal costante desiderio di esplorare nuovi territori sonori, lo ritroviamo alle prese con “Letters from Manhattan”, disco che raccoglie dieci brani autografi, incisi in trio con Marco Panascia al contrabbasso, e Ferenc Nemeth alla batteria, con la partecipazione speciale del grande sassofonista George Garzone e del suo giovanissimo allievo Nick Myers al sax tenore. Come scrive Alceste Ayroldi nelle dettagliate note di presentazione del disco, solo in apparenza questo disco sembra estraneo al background artistico di Mocata, ma andando più a fondo si scopre come il suo percorso di ricerca musicale lo permei totalmente. E’ il caso ad esempio del brano di apertura “Just That” nella quale colpiscono le esplorazioni modali e la ricercatezza della linea melodica, o ancora dell’evocativa “East Side Story” nella quale brilla l’elegante progressione di accordi. Lo splendido ¾ di “Man Waltz” ci conduce poi nel vivo del disco con il gustoso up tempo di “Depression” in cui giganteggia il sax di Garzone, la sontuosa ballad dalle atmosfere rarefatte “Iceberg”, e la superba “Tango 22” nella quale Mocata ritrova la sua passione per il tango. I suoni di confine di “Spring” aprono la strada ad un altro gioiello ovvero “Trisofobia” in cui ritroviamo il dialogo tra il piano e il sax di Garzone, ma c’è ancora tempo per qualche altra sorpresa ovvero la soffusa “Catablus” in cui spicca il perfetto interplay tra il pianoforte di Mocata e il sax tenore di Myers, e la ballad “Conversation” che con la sua melodia cristallina suggella un disco di grande fascino che non mancherà di regalare qualche bella emozione a quanti lo ascolteranno con attenzione. 

Marco Pacassoni Quartet – Happiness (AlfaMusic/EGEA, 2014)
Registrato nell’arco di due giorni di sessions completamente dal vivo in studio e composto da nove brani, che alternato complesse partiture e improvvisazioni, “Happiness” è il nuovo album del Marco Pacassoni Quartet, quartetto jazz non convenzionale, formatosi intorno all’apprezzato vibrafonista italiano, e composto da Enzo Bocciero (pianoforte e tastiere), Lorenzo De Angeli (basso semiacustico) e Matteo Pantaleoni (batteria e percussioni). Si tratta di un album che segna un importante tappa del percorso musicale di Marco Pacassoni, in quanto la sua ricerca sonora si è indirizzata verso la valorizzazione, tanto dell’elemento compositivo, quanto del dialogo corale ed improvvisativo tra i singoli musicisti. Durante l’ascolto si viene condotti alla scoperta del fascino segreto e delle incredibili potenzialità espressive del vibrafono e della marimba, attraversando generi e sonorità differenti, il tutto partendo da un approccio prettamente jazz rispetto alle melodie. La crescente maturità del vibrafonista fanese emerge dalle esecuzioni eccellenti dei vari brani, le cui strutture musicali hanno il pregio di avere una presa quasi istantanea nell’ascoltatore. E’ il caso ad esempio delle splendide “Two Shades of Happiness” e “On the Riverside”, o della più ricercata “Driving South” nella quale emerge tutta la capacità di Pacassoni di sapersi destreggiare tra la fusion e musica colta. Il vertice del disco arriva però con la splendida “Michael”, in cui spicca il pianoforte di Michel Camilo, a cui il brano era stato dedicato qualche anno fa. “Happiness” è uno di quei dischi che fanno bene all’anima, regalando all’ascoltatore la possibilità di lasciarsi trasportare in un viaggio sonoro di grande suggestione.

Fabio Morgera & NYCats – Ctrl Z (AlfaMusic/EGEA, 2015)
L’idea alla base del progetto “Ctrl Z” nasce nel 2011, nel periodo in cui il trombettista Fabio Morgera suonava stabilmente a New York City con la Nublu Orchestra diretta da Butch Morris, celebre padre della conduction, forma di orchestrazione e direzione dell'improvvisazione collettiva, intesa come ponte ideale tra musica classica e jazz. L’incontro con questo particolare approccio musicale e gli insegnamenti del suo maestro sono stati l’ispirazione per dar vita ai NYCats, formazione allargata con cinque fiati e tre tastiere attraverso cui Fabio Morgera ci svela la sua personale concezione della conduction. E’ nato così “Ctrl Z”, disco nel quale ha raccolto sette brani originali incisi con un nutrito gruppo di strumentisti composto da Stacy Dillard (sax soprano), Josh Roseman (trombone), David Gibson (trombone), Jason Jackson (trombone), Orrin Evans (piano), Charles Blenzig (pianoforte elettrico e pianoforte), Brian Charette (organo), Richard Padron (chitarra elettrica), John Benitez (basso), Gianluca Renzi (basso), Jeremy “Bean” Clemons (batteria), Brandon Lewis (batteria), Samuel Torres (percussioni), e  Carlos Maldonado (percussioni), i quali nel corso dei vari brani si avvicendano tra essi, dando vita ad un affresco sonoro ambizioso ed allo stesso tempo affascinante. Destreggiandosi tra il ruolo di leader e di solista, Morgera guida questa electric big band attraverso le sue composizioni, nelle quali emerge non solo tutta la sua maturità come autore, ma anche la sua capacità di evocare tematiche di impegno sociale come il problema dell’immigrazione e quello delle guerre religiose. E’ il caso ad esempio dell’iniziale “Illegal Immigration Started In 1492” con Cristoforo Colombo dipinto su una trama elettrica e percussiva come il primo immigrato clandestino, o delle contaminazioni multietniche de “Uno screzio con Borghezio”, nella quale viene messo alla berlina l’antisemitismo nella società multirazziale, o ancora della festosa “Ius Soli (Dance Of The Tribe)” che auspica l’introduzione del diritto di cittadinanza per chiunque nasca in Italia. Dal punto di vista prettamente musicale a colpire in modo particolare sono “Thalassocentric” e “Prayer To The Microscopic Gods”, nelle quali la scena è tutta per la tromba di Morgera che cesella cantabili melodici di pura bellezza. Ad impreziosire il tutto è poi la conduction utilizzata nelle introduzioni, negli interludi e nelle code ai vari tempi funky, swing o latini che caratterizzano le varie composizioni. 

Mission Formosa – Mission Formosa (AlfaMusic/EGEA, 2015)
Sestetto composto da tre talentuosi musicisti taiwanesi Shen Yu Su (sax tenore), YuYing Hsu e Kuan Ling Lin (batteria), e tre tra i migliori strumentisti italiani Giuseppe Bassi (contrabbasso), Gaetano Partipilo (sax alto) e Francesco Lento (tromba), Mission Formosa è la dimostrazione di come background musicali differenti possano rappresentare un elemento di unione determinate per una formazione jazz, annullando ogni differenza. Bassi, nei panni del leader, guida il sestetto in modo illuminato attraverso i dodici brani che compongono il disco omonimo, che arriva dopo un intenso rodaggio dal vivo del gruppo. Durante l’ascolto a colpire è la scelta di un sound che mira a valorizzare la trama melodica, come base per la costruzione di architetture musicali in cui spicca la commistione tra le suggestioni mediterranee ed evocazioni di matrice jazz afroamericana. Aperto da “At 3.09 a.m, a dream”, guidata dal piano di YuHing Hsu, ed impreziosita dall’ottimo assolo di Partipilo, il disco colpisce per la brillante coralità che caratterizza i vari brani, come nel caso della notturna “My Life Express” in cui spicca la tromba di Francesco Lento, o della perfetta orchestrazione di “Mostro’s Kiss”. Impeccabile è poi anche l’impianto ritmico con il drumming perfetto di Kuan Liang Lin che emerge in “After Typhoon”, e “I Know You Know” di Giuseppe Bassi che si svela in tutta la sua brillantezza armonica. Se una bella sorpresa è l’arrangiamento del brano taiwanese “The Olive Tree” curato da Yu-Wen,Peng, altrettanto fascinose sono le variazioni armoniche di “Psc 49” di Shen Yu Su. Sul finale arrivano poi la sinuosa ballad “A Song For You, In April” di YuYing Hsu, e il gustoso blues minore di “Zhong Kui blues” di Bassi, che completano un disco accattivante e coinvolgente che non mancherà di entusiasmare quanti vi dedicheranno la loro attenzione.


Salvatore Esposito

Mark Knopfler – Tracker (Universal, 2015)

L’ottava meraviglia solista di Mark Knopfler, “Tracker”, nasce nel corso del tour che lo ha visto protagonista al fianco di Bob Dylan, e che ha toccato anche l’Italia qualche tempo fa. Due dei brani, infatti, sono nati durante questa serie di concerti, e non è un caso che tra le ispirazioni principali di questo disco ci sia proprio il Menestrello di Duluth, che al pari di J.J. Cale, Elvis Presley, James Burton, e Chet Atkins ha rappresentato qualcosa di più di un faro per la carriera dell’ex Dire Strairs. Anche sul suo sito, Mark Knopfler è molto chiaro nell’elencare coloro che chiama affiliated artists, dove si spazia da B.B. King a Emmylou Harris, da James Taylor a Willy DeVille, fino a toccare Guy Fletcher, il produttore artistico del disco, ma anche tastierista dei Dire Straits, ed ora in pianta stabile nella band solista di Mark Knopfler. L’ex Dire Straits è un uomo che canta da uomo, e ciò che più colpisce è l’uso musicale che fa della voce, che diventa uno strumento per raccontare storie, per farlo senza ridicoli voli armonici, o idee antiquate di belcanto di tanto in tanto capita in Italia. Nel suo caso accade il contrario, la voce è un altro strumento per arricchire di nuance la tavolozza cromatica dei vari brani e non per dimostrare qualcosa. A completare il tutto poi c’è il suo meraviglioso stile chitarristico, dove si apprezza quella capacità di sintesi tecnica che è ad appannaggio solo di menti illuminate. Penso a Miles Davis, nato in piena era di florilegio bebop e diventato il grande artista che conosciamo, grazie ad un progetto affilato come un rasoio, e caldo come una mattina di luglio. Qui succede la stessa cosa, cari miei. La mia compagna, Francesca ha voluto che all’ingresso di casa nostra ci fosse la scritta: “Less is More”, e l’altro giorno mio figlio Angelo, mi ha chiesto improvvisamente che cosa significasse. Preso alla sprovvista ho cominciato a cincischiare di dono della sintesi, meno è meglio, capacità di limitarsi...quando in realtà, avrei fatto meglio a consigliargli di ascoltare “Tracker” di Mark Knopfler per avere una dimostrazione del valore assoluto del concetto. Un disco dal suono setoso, caldo e avvolgente, nato dalla volontà di confrontarsi con lo scorrere del tempo, giocato su sfumature che comprendono il folk ma anche il jazz, con un’apertura che rimanda al Dave Brubeck Quartet e al suo Take Five, mentre dentro al sentiero del disco prendono vita sketches sempre perfettamente delineati che pendono dalla parte del blues e del rock. Sempre riuscita la geografia sonora con tutti gli strumenti perfettamente delineati, e una sensazione di beatlesiano amore per i ragazzi di Liverpool penso vi raggiungerà su “Skydiver”. Guy Fletcher, dal canto suo, regala un solido lavoro di tastiere, un valore aggiunto al carattere cinematico dato dalla musica del grande Mark. C’è nella musica un carattere nostalgico, di saudade, qualcosa che evoca panorami nordici, uomini che vivono la vita con naturalezza. Si respira una bella aria di economia di gesti e di ritmo che è merce rara. Vedere sul sito la sfilza di date del tour che seguirà la pubblicazione del disco ci rende un pochino meno pessimisti sul momento di crisi della musica vera. Si, perché di questo si sta parlando. Musica che nasce dalla voglia di comunicare una visione personale. Mark Knopfler ha più volte dichiarato che è stato sopraffatto dal successo di pubblico raggiunto con la sua creazione, e dalla necessità di continuare a portare in giro uno spettacolo per un grandissimo numero di persone che, per forza di cose, doveva accontentare tante persone. Ora il suo viaggio continua ma con le sue regole. “Tracke” è un grande disco, soprattutto se ripenso al fatto che i Dire Straits, gli occhi azzurri, i polsini da tennis di Mark Knopfler sono stati obbiettivo di sogno da parte di ragazzine di tutto il mondo negli anni Ottanta. Sì, perché i Dire Straits in qualche obliquo modo, sono stati una boy band! Una bella storia.


Antonio "Rigo" Righetti

martedì 17 marzo 2015

Numero 195 del 17 Marzo 2015

In apertura di questo nuovo, corposo numero di “Blogfoolk” si parla di cinema. Presentiamo in anteprima “Altamente”, il docu-film di Gianni De Blasi, che in modo coinvolgente racconta il rito de La Fòcara di Novoli (Le). Con il regista salentino abbiamo parlato della lavorazione del film e delle suggestioni che lo caratterizzano. Evocatori di immagini sono anche i due album della Arc Music, che ci portano nel sub-continente indiano. In “The Sounds of Varanasi” il musicista serbo Srdjan Beronja propone un soundscape della città sacra induista, mentre la raccolta di field recordings “Murshidi And Sufi Songs” presenta materiali provenienti dalle ricerche di Deben Bhattacharya, noto studioso indiano di arti e musiche tradizionali, nonché produttore di film etnografici, scomparso quattordici anni fa. Ci trasferiamo poi nel Mali per presentarvi il Consigliato “Blogfoolk di questa settimana, che è “Gandadiko” del chitarrista Samba Touré, protagonista di un superbo affresco in parole e note del Mali contemporaneo, sospeso tra conflitti, emergenze ambientali e speranze di riscatto. Si ritorna in Italia per i viaggi sonori di “Kolymbetra” dei Domo Emigrantes, album lontano dalla retorica delle sonorità mediterranee, ma indirizzato a esaltare l’intreccio di emozioni cui può condurre una ricerca sonora senza confini. Nel nostro viaggio lungo la Penisola giungiamo poi a Calvatore, nella bassa cremonese, per festeggiare i quarant’anni di carriera de I Giorni Cantati, che hanno pubblicato il live “In Concerto: 40 Anni di Canto Popolare”, disco che in ventidue brani attraversa il loro lungo percorso nelle tradizioni popolari e nel canto sociale e di lotta. Ritorna la rubrica Cantieri Sonori, per la quale incontriamo il musicista e costruttore di tamburi a cornice Gianluca Avallone. Non manca lo sguardo sulla musica dal vivo con il report dal recital milanese di Joan Baez. Altrettanto puntuale è Suoni Jazz ,  in cui recensiamo “Changemood” del Michele Marini Organic Trio. A chiudere il numero ci pensa un affilatissimo Taglio Basso, nel quale Rigo ci offre un contributo critico su “Terraplane”, il nuovo album di Steve Earle & The Dukes.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VISIONI
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
CANTIERI SONORI
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Altamente, diretto da Gianni De Blasi, documentario, durata 70 min, Italia 2015

Diretto dal regista Gianni De Blasi, “Altamente” è il film documentario che racconta in modo originale e coinvolgente l’antico rito de La Fòcara di Novoli (Le), nel corso del quale viene eretto un enorme falò, composto da fascine di tralci di vite, in onore del santo patrono del paese, Sant’Antonio Abate. Al fianco della liturgia religiosa e della ritualità del fuoco, nel corso degl’anni sono nate numerose iniziative che hanno destato l’interesse di molti turisti che annualmente affollano la cittadina leccese per l’accensione della Fòcara e per seguire il festival omonimo. Il regista salentino è riuscito a cogliere i tratti peculiari di questo evento attraverso un racconto per immagini molto evocativo, che conduce lo spettatore nel cuore della festa. In occasione della presentazione il prossimo 23 marzo al prestigioso BIF&ST di Bari, abbiamo intervistato il regista salentino per approfondire con lui la lavorazione del film, le tecniche di ripresa utilizzate, e le suggestioni che lo caratterizzano.

Come nasce “Altamente”, docufilm che racconta il rito della Fòcara di Novoli?
Il film nasce da un'idea della direzione artistica del Fòcara Festival e di Cool Club che cura la logistica dell'evento. Da tempo progettavano di fare un film sui giorni del fuoco a Novoli in cui ci fosse anche il maestro Kusturica. Così un giorno ricevo una telefonata da Cesare Liaci di Cool Club in cui mi si propone di incontrare Kusturica ed il suo manager a Scandicci in Basilicata (era lì per il Lucania Film Festival) per proporgli il progetto di cui io sarei stato il regista (!!!) ... Era un'occasione imperdibile. Mi son messo in macchina e l'incontro è avvenuto. Dopo un anno grazie anche al supporto economico di Apulia Film Commission abbiamo battuto il primo ciak di quello che provvisoriamente, durante la preparazione e le riprese, si chiamava "A fuoco" e che di seguito è diventato "Altamente".

Puoi raccontarci le varie fasi di realizzazione, dall’ideazione alle riprese? Come si è svolto il tutto?
C'è stato un momento di studio e documentazione in cui Osvaldo Piliego che è co-autore del soggetto ha dato il suo prezioso apporto. Abbiamo studiato le precedenti edizioni nei vari "step" della festa, dalla preparazione all'accensione del falò. Da lì ho individuato dei temi dominanti su cui mi sono concentrato e che credo siano evidenti nel film. Abbiamo deciso di seguire il tutto da un mese prima dell'accensione in troupe ridotta (Regista 2 operatori e fonico) per entrare nel mood della gente ed attraversare il rito in maniera completa. Ogni sera dopo le riprese, stappando una decina di birre, guardavo il materiale col mio (preziosissimo) direttore della fotografia ed insieme cercavamo le connessioni future cercando di correggere gli errori e raddrizzando sempre più la direzione. 

Quali sono le difficoltà che hai incontrato nel documentare una festa in cui si confondono l'antica ritualità e la modernità di un festival?
I temi che ho individuato da subito e che accennavo in precedenza, hanno costituito sia la difficoltà sia la chiave di lettura di un evento del genere. La Fòcara di Novoli per me non è semplicemente una festa. La Fòcara di Novoli è un esempio antropologico universale di come la cultura e le tradizioni locali stiano valicando i propri confini attraverso una trasformazione epocale. Il Paese della Fòcara durante la preparazione all'evento è diviso in tre parti: Da una parte la chiesa ed il suo "gregge" di fedeli che vedono nella celebrazione e nel rito la radice mistico-religiosa tradizionale. Da un'altra parte il popolo dei costruttori del Falò e del Comitato. Essi vivono una sorta di trance che si ispira al Santo ma che al contempo lo trascende. Fanno squadra e reparto a sé e si sfidano in una partita in cui giocano (in altezza) contro sè stessi. Da un'altra parte il popolo dell'avanguardia del Fòcara Festival, il popolo del design (Hidetoshi Nagasawa), il popolo dei concerti e dei media: Il popolo chiamato a celebrare il rito laico della Cultura. Questi tre mondi convivono e si incontrano in un paese del Salento attorno ad un fuoco gigantesco... è fantastico!  

Come hanno vissuto gli uomini della Fòcara la presenza della tua troupe, durante le varie fasi della costruzione?
Qualche giorno fa ero a Bologna ed ho assistito ad una lezione del maestro Fred Wiseman (Leone d'oro alla carriera) pioniere del racconto "reality-fiction" quello che oggi chiamiamo "docu-film". Ebbene, diceva che lui ha basato tutto il suo cinema sulla convinzione che un personaggio di fronte ad un obiettivo non avrebbe cambiato atteggiamento...non sarebbe mai stato distorto o deformato dalla presenza della macchina da presa. Nel mio caso a Novoli con i suoi abitanti è stato davvero così.

Dall’occhio del regista a quello di chi andrà a vedere il film. Cosa significa prendere parte oggi al rito della Fòcara?
Chi prende parte al rito della Fòcara secondo me dovrebbe farlo per come è raccontato nel "rito" del film e cioè da almeno una ventina di giorni prima della sua accensione. La Fòcara è un'esperienza che può farti crescere assieme alla pira di tralci di vite sino a bruciarti dentro per produrre quella catarsi positiva di cui parla Kusturica nel film.  

Nel titolo è racchiuso un po’ tutto il senso di questo docufilm. Puoi spiegarci questa scelta?
Il titolo è stato scelto dopo l'ultimo ciak, inizialmente si chiamava "A Fuoco". Durante le riprese mi sono reso conto che il fuoco era solo un momento della festa, era il suo epilogo ... quello che avevo vissuto era invece la vertigine data dall'altezza. Lo slancio creativo e la follia data dalla vertigine, i visi alzati ad osservare la costruzione, le voci esterne e demiurgiche di Nagasawa e Kusturica calate sul paese ancora dall'alto ... il sacro, il divino, il profano del fumo che sale. Tutto era altezza! Il film non avrebbe potuto avere altro titolo.

Lo sviluppo in altezza della costruzione della Fòcara è accompagnata dalle voci “dall’alto” di Emir Kusturica ed Hidetoshi Nagasawa. Quanto è stato importante il loro contributo?
Emir Kustirica e Hidetoshi Nagasawa rappresentano il controcampo del paese. A livello di costruzione filmica sono gli unici ad avere una vera e propria "testa parlante" in un'intervista. Sono gli unici a rilasciare vere e proprie dichiarazioni. Questo perché volevo che il loro controcampo rappresentasse una visione universale, vergine e suprema. Le loro dichiarazioni sono commenti da “forestieri”, da “esterni” rispetto al caos positivo del paese. Ecco perché li definisco “vergini ed universali”. Danno gli accenti e sottolineano attraverso il loro sguardo d'artista (supremo) il valore socio antropologico della festa. 

Quali tecniche hai utilizzato per documentare l'aspetto psicologico di un intero paese che prepara questa grande festa?
C'erano tanti momenti in cui io insieme alla troupe sostavamo (senza girare nulla) in degli ambienti, per lasciarci trasportare dall'emozione del momento, per farci impregnare dall'energia di un determinato luogo. Credo che ci siano due momenti base nella costruzione di un docufilm: quello della lettura e quello della scrittura. Questi sono rappresentati dall'occhio che osserva (lettura) e l'occhio che filma (scrittura). è sempre stata una mia convinzione che se si scrive in continuazione si perde la consapevolezza di quello che si vuole raccontare. Il montaggio non è una soluzione ad un problema ... è uno strumento ulteriore per la buona riuscita del racconto. Per questo non bisognerebbe arrivare al montaggio con "pagine e pagine di appunti visivi sparsi" ma con una sequenza consapevole di immagini dotate di un punto di vista già forte ed "emozionato". questa per me è la base della tecnica ... Spero di aver risposto alla tua domanda.  

La realizzazione di “Altamente” ha richiesto una particolare cura nella fotografia. Come hai impostato il lavoro in questo senso?
Innanzi tutto ho girato sempre da due a quattro punti macchina proprio per avere un focus puntato su ognuno dei personaggi simbolo dei tre livelli ideali che ho elencato in precedenza, senza perdere mai nulla in nessun momento. Poi con il mio direttore della fotografia Giorgio Giannoccaro abbiamo individuato alcune situazioni in cui la luce creava quell'effetto di trance lisergica propria del film. La luce a cavallo attorno al falò ne è un esempio ... è perfetta. Ho cercato di alternare anche i momenti in cui utilizzare ottiche fisse con shutter spinti a ottiche zoom più da "battaglia" oltre a dei carrelli (come nella scena del rosario o del dipinto del Santo) che danno un'aria più fiction al film. Ad ogni modo a parte le tecniche su cui risponderebbe meglio di me Giorgio, credo sia importante il dialogo tra regista e DOP. Se il DOP non ha "intelligenza" negli occhi non è un DOP. Un DOP non è quello che sa fare fuochi e diaframmi ... è l'occhio aggiunto, il controcampo costante del regista. Giorgio lo è stato al cento per cento.  

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di montaggio?
Era il primo lavoro che montavo con Mattia Soranzo. Credo che in certi momenti mi abbia salvato...a volte la mia visione è troppo sicura di sé e tende a mettersi poco in discussione. Mattia è stato un ottimo "soldato" del film. Ci ha creduto, ha combattuto ed ha voluto in qualche modo farlo suo. Abbiamo passato quattro mesi in piena estate a sudare e discutere. Alla fine la sua saggezza si è espressa nell'accogliere la mia visione, dandogli quella coerenza strutturale che un bravo montatore deve saper dare.

La scelta concettuale più importante, come scrivi nelle note di regia, è costruire un film che pescasse dal liturgico per trasformarlo in lisergico…
La mia visione, la lente da cui ho filtrato questo evento antropologico, è stata la sana follia del rito. Più vivevi Novoli più diventavi matto. C'era una sorta di “anarchia organizzata” che ti entrava nel cervello e ti scardinava certezze e convinzioni. Nel frattempo la catasta di tralci di vite cresceva e le donne sgranavano rosari ... provate ad immaginare solo queste due situazioni in alternanza e ditemi voi se il cervello non vira verso un naturale stato alterato di coscienza ... il lisergico appunto. Il lisergico è la forma del film. 

Una delle cose più sorprendenti del film è la scelta della colonna sonora. Come hai caratterizzato l'ambientazione sonica delle immagini? Un esempio è la scelta della techno-trance per commentare l’intronizzazione in chiesa di Sant’Antonio…
La scelta della musica rafforza e sublima la spinta lisergica che volevo dare allo stile. Avevo bisogno di musica consapevolmente folle che non fosse acustica o legata al territorio ... così mi sono rivolto all'unico producer consapevolmente folle che conoscessi: Gabriele Larssen Panico. Insieme abbiamo ancora discusso e reso conforme la musica utilizzando e campionando spesso i suoni della presa diretta (come i tagli dei tralci di vite o i suoni degli animali durante la benedizione), Larssen ha persino messo la musica sotto le canzoni della messa .. e quando finalmente ci potrebbe essere la musica diegetica data dai concerti, la si va ad inquinare con un ritmo elettronico che va in distonia ...  insomma il risultato è un film che non può prescindere dal muro musicale che è stato costruito a suo commento e che in qualche modo indirizza lo spettatore verso quello stato alterato di coscienza che si vuol creare.

Altro elemento caratterizzante di “Altamente” è senza dubbio la scelta di evitare il racconto didascalico, ma piuttosto condurre lo spettatore proprio tra i protagonisti, dai rappresentanti del comitato “Sant’Antonio” che fanno il giro della questua, a coloro che costruiscono materialmente fascina dopo fascina la Fòcara, al pubblico che affolla Piazza Tito Schipa dopo l’accensione…
La scelta (e la sfida) è stata quella di costruire un racconto reality fiction con i personaggi che non fanno l'elenco delle storie delle varie edizioni della Fòcara, ma che sono piuttosto gli interpreti di sè stessi. Non è un documentario informativo in stile giornalistico, ma un racconto emozionante che si esprime attraverso le azioni dei suoi protagonisti prima ancora che con le loro parole. 

Quanto c’è delle tue personali impressioni e sensazioni in “Altamente”?
Ti vorrei rispondere in generale. Credo che ogni persona che intraprenda la strada della regia lo faccia perché ha il desiderio impellente di raccontare il proprio mondo, la propria realtà attraverso il proprio punto di vista. Questo a mio avviso è lo scopo dell’arte in senso assoluto o del cinema d’autore nello specifico del nostro discorso. Chi fa arte o regia solamente per fregiarsi di un aggettivo (e ne è pieno il mondo) è un bugiardo mistificatore e nemmeno tanto narcisista. Di fronte ad una vera opera d’arte infatti si sentirà sempre in imbarazzo. Io non sarò un genio assoluto ma mai mi sentirò in imbarazzo davanti ad un’opera sincera perché so che la mia opera è tra queste.


Altamente, diretto da Gianni De Blasi, documentario, durata 70 min, Italia 2015
Situata a pochi chilometri a nord di Lecce, Novoli, ogni anno dall’11 al 18 gennaio, celebra la solennità di Sant’Antonio Abate, venerato nella cittadina salentina da almeno quattro secoli, allorquando nel 1640 venne avviata la costruzione di una chiesa a lui dedicata, ed a cui seguì la richiesta al vescovo del riconoscimento del monaco egiziano come santo patrono, concessa successivamente nel 1737. La festa patronale si sviluppa in un arco temporale molto ampio, con i preparativi che cominciano molto tempo prima, e prevede un organizzazione molto articolata, a cura del comitato cittadino, della Fondazione La Fòcara, e con il sostegno di numerosi partner pubblici e privati. L’evento più importante delle celebrazioni per Sant’Antonio Abate è l’accensione della Fòcara, una monumentale pira formata da almeno 90000 fascine di tralci di vite, la cui costruzione parte da dicembre, dopo la potatura delle vigne e dura quasi un mese. Man mano che vengono preparate le fascine, decine di volontari le sistemano metodicamente al centro di Piazza Tito Schipa, situata alla periferia del paese, fino a comporre una costruzione di oltre venticinque metri di altezza e venti di diametro. Le forme e le decorazioni della Fòcara variano negli anni, e solitamente è prevista anche una galleria alla base, all’interno della quale passerà la processione con la statua del santo. A coronamento dei riti liturgici e religiosi, la sera del 16 gennaio, viene dato fuoco alla Fòcara, e mentre lo spettacolo di fuochi pirotecnici illumina la piazza della cittadina salentina, prende il via ad una rassegna di concerti, incontri culturali ed enogastronomici, che da alcuni anni affiancano le celebrazioni religiose. Mentre sulla Fòcara ardono le ultime fascine, il giorno seguente i festeggiamenti riprendono con la tradizionale cerimonia di benedizione degli animali, e proseguono fino a notte fonda con i tanti concerti che animano Piazza Tito Schipa, mentre le vie del paese sono illuminate dalle meravigliose architetture di luci delle luminarie. A documentare questa festa secolare,  è il docufilm “Altamente”, realizzato lo scorso anno dal regista salentino Gianni De Blasi con la produzione dalla Fondazione Fòcara, il contributo di Apulia Film Commission e l’apporto di Coolclub e Zero Project. Si tratta del racconto della costruzione della monumentale pira, e delle tradizioni che lo accompagnano, facendo emergere lo spirito profondo che mette l’intera comunità novolese al servizio di questo evento. De Blasi è riuscito a cogliere le contraddizioni e gli equivoci di un triangolo ideale che vede ai suoi vertici, la Chiesa con i fedeli che celebrano i riti religiosi, il comitato festa che assume, paga e guida gli operai nella costruzione della pira, e poi gli organizzatori del festival La Fòcara, rassegna musicale gratuita, che per molti versi rappresenta un unicum in Europa nel periodo invernale. Questi tre universi, con modalità ed obbiettivi differenti, concorrono all’organizzazione della festa e alla costruzione in altezza della Fòcara, nel desiderio di grandezza e nello svilupparsi in altezza fino al limite. Dal punto di vista prettamente tecnico l’utilizzo di punti macchina differenti è accompagnato da una cura particolare per la fotografia, fa emergere i tratti psicologici che portano un paese intero a preparare questa festa, spinto da una sorta di trance collettiva, che trasforma la celebrazione religiosa in una importante occasione di rilancio culturale del territorio.  “Ecco allora che la devozione diventa un mezzo per mettersi in discussione e per accrescere - assieme al falò - sé stessi”, scrive Gianni De Blasi nelle note di regia, “Abitando Novoli per le riprese mi sono reso conto che il fuoco è l’ultima cosa a cui prestare attenzione… è piuttosto la maestosità della costruzione che raccoglie l’energia di questa “tradizione futura”. Il risultato è un film che prende le mosse dalla liturgia religiosa per esaltare il tratto lisergico della festa, con lo sviluppo in altezza della Fòcara accompagnato dalle voci di controcampo dello scultore giapponese Hidetoshi Nagasawa, disegnatore e progettista della Fòcara 2014 e quella del regista serbo Emir Kusturica, chiamato ad intervenire sulla propria visione della cultura popolare e le sue trasformazioni. Proprio quest’ultimo, nel corso del film, coglie in modo mirabile il senso della valorizzazione di cui necessitano eventi come la Fòcara di Novoli, ovvero il recupero del loro archetipo originario per restituire all’uomo il ciò di cui ha bisogno, ovvero una catarsi positiva. 


Salvatore Esposito