BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

martedì 23 aprile 2013

Numero 97 del 24 Aprile 2013

Mentre si avvicina il numero cento di Blogfoolk, fervono le attività di redazione per offrire ai nostri lettori un vero e proprio evento editoriale per l’occasione. E’ in cantiere, infatti, non solo l’ormai usuale pubblicazione settimanale online, ma anche altre attività e pubblicazioni collaterali, impreziosite dalla partecipazione di firme di grande prestigio. Venendo, più direttamente a questo numero 97, il quarto del mese di Aprile, ad aprirlo troviamo lo speciale dedicato ad Alessio Lega, che abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Mala Testa”. Si prosegue con la nuova rubrica Cantieri Sonora, che prende vita in concomitanza con il Meeting Internazionale del Tamburello del quale Blogfoolk è media-partner, e  proprio uno dei costruttori di strumenti musicali coinvolti in questo grande evento, Francesco Maisto ne è il protagonista, illustrandoci i metodi e le fasi realizzative della daholla, tamburo tipico della tradizione nordafricana. Ampio spazio poi è riservato alle recensioni con World Music che ci conduce dapprima in Grecia con lo splendido “Portaki” del Martha Mavroidi Trio del quale ci parla Ciro De Rosa e a cui va il Consigliato Blogfoolk, e poi in Cina con “Jasmine Flowers” di Guo Gan Trio. Viaggio in Italia invece si sofferma sui salentini Skaddia e i lombardi Augustici, mentre la rubrica Letture è dedicata all’interessantissimo libro “Il Canto Degli Antenati” di Steven Mithen, del quale Michele Santoro ci offre una appronfondita recensione. Chiudono il numero un ampio speciale di Italian Sounds Good dedicato alla musica indipendente italiana, e il consueto ed imperdibile Taglio Basso di Rigo. 

GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
CANTIERI SONORI
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
ITALIAN SOUNDS GOOD
TAGLIO BASSO

Le Storie Cantate di Alessio Lega

Cantautore, scrittore e militante anarchico, Alessio Lega, sin dal suo debutto nel 2004 con “Resistenza e Amore” ha dato vita ad un percorso di ricerca, volto al recupero e alla conservazione della memoria della canzone politica e sociale, che lo ha condotto nell’arco di un decennio di attività discografica a pubblicare progetti di grande spessore culturale come l’eccellente “Sotto Il Pavè La Spiaggia”, “E Ti Chiamaron Matta” e “Compagnia Cantante”. Lo ritroviamo oggi con “Mala Testa”, disco in cui folk e rock fanno da sfondo a testi ironici e taglienti dalla forte connotazione politica e sociale. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere insieme a lui la sua carriera e per approfondire i temi e le ispirazioni di questo nuovo album. 

Partiamo da lontano, come nasce Alessio Lega cantautore? 
Nasce da un aspirante fumettista che ha pensato che le sue storie voleva raccontarle di persona, davanti alla viva presenza del pubblico. 

Ci puoi parlare del tuo processo creativo? Come nascono le tue canzoni, quali sono le tue ispirazioni? 
Un inesausto amore delle parole, di come si accorda il loro suono alla melodia, si incontra con delle storie che mi ossessionano, che non mi lasciano in pace. Poi è un mestiere da pigri: continuare a rigirarsi le parole in bocca con la chitarra in mano, finché musica e parole non s'innamorano per sempre. Purtroppo è la sola unione che dura per sempre... Così nascono anche le canzoni d'amore. 

Trai tuoi principali riferimenti musicali citi la canzone d’autore francese come quella italiana, ci puoi parlare dei tuoi modelli di scrittura? 
Sono talmente tanti i miei modelli, che sono dieci anni passati che scrivo ritratti di musicisti per A rivista anarchica (parzialmente raccolti nel libro "Canta che non ti passa"). È necessario rubare in molte case per sembrare originali! 

Il tuo primo disco “Resistenza e Amore” ti è valso la Targa Tenco, come si è evoluto negli anni il tuo stile cantautorale? 
Dalla musica delle parole alla musica delle storie. La Targa Tenco - a suo tempo - mi rassicuró sul valore di questo percorso. 

“Sotto Il Pavé La Spiaggia” realizzato con i Mokacyclope è un tributo alla canzone d’autore francese, quanto è stato importante per te questo disco? 
È servito a chiudere il lavoro di un decennio di riflessione sui miei maestri... Per riaprire un nuovo decennio di lavoro su altri maestri! 

“E Ti Chiamaron Matta” è dedicato alle canzoni di Gianni Nebbiosi, quanto hanno da dire ancora le sue canzoni? 
Purtroppo a distanza di quasi quarant'anni da quelle canzoni - e di più di trenta dalla "legge Basaglia" - la repressione del disagio è un triste paradigma della nostra società. Detto questo trovo che siano canzoni bellissime sotto ogni profilo, dunque mi da sempre una grande soddisfazione cantarle. 

Ci puoi parlare del progetto “Canta che non ti passa” libro che conteneva il disco Compagnia Cantante? 
Di questo progetto sono particolarmente fiero. Ritratti di 28 musicisti stranieri in forma di racconto, molti dei quali completamente sconosciuti in Italia. Un disco con 16 brani di 16 autori tradotti e cantati dal medesimo autore del libro. Non sta a me dire se è un buon lavoro, ma certamente è un esperimento unico. 

Hai lavorato al progetto “Leva cantautorale degli anni Zero” ce ne puoi parlare? 
È una ricognizione sulla nuova generazione di cantautori, un doppio CD curato dal Club Tenco e dal MEI. Potrei dirti: "...e che bello il mio tempo, che solitudine, che bella compagnia". 

Venendo al tuo nuovo disco “Mala Testa”, come nasce questo nuovo lavoro? 
Mala Testa nasce per ribadire che questo tempo merita nuove canzoni, nuove rivolte, nuove indignazioni, nuovi amori. 

Il disco contiene diciotto brani, divisi in tre parti (Tornare a Bomba, Romanzo di Formazione, Le Storie Cantate), come è nata la scelta per questa struttura così particolare? 
Per suggerire un ordine di lettura, una suddivisione in capitoli, quasi fosse un libro. 

Al disco hanno partecipato Paolo Pietrangeli, Paolo Ciarchi e Ascanio Celestini, quanto è stata determinante la loro presenza? 
Totalmente determinante, quanto quella di tutti gli altri musicisti! Io sono contrario al concetto di "featuring" l'ospite aggiunto a decorare un brano. La voce di Pietrangeli, la canzone e lo sketch di Ascanio, l'anarchia sonora di Paolo Ciarchi, sono la carne e il sangue di quei brani. Tu hai giustamente usato il termine "partecipazione", e - come diceva Gaber - la libertà è partecipazione. 

A caratterizzare ulteriormente il disco c’è la presenza di un fumetto curato da Matteo Fenoglio… 
Lo splendido lavoro di Matteo Fenoglio sull'immaginario visivo di Mala Testa rappresenta un altro tributo alla tradizione dei Cantastorie e dei loro cartelli dipinti. 

Ascoltando il disco, ed in particolare brani come Frizzullo si respira un aria che rimanda al Nuovo Canzoniere Italiano, al quale hai collaborato dal vivo… qual’è il punto di contatto che lega le canzoni del disco a questa tua esperienza? 
Sono figlio del lavoro di ricerca, riproposizione e nuova raccolta del Canzoniere. Ho frequentato i loro dischi ben prima di avere la fortuna di frequentare quei protagonisti. Oggi posso con orgoglio dire di essere stato un po' adottato e di essere entrato nel "Circo Ciarchi", nell'orchestra Giovanna Marini, in Calle Gualtiero Bertelli, ecc. 

Tra i brani che mi hanno colpito di più c’è “I Baci”, una canzone d’amore tenue e allo stesso tempo toccante, anomala per così dire per il tuo repertorio… 
In realtà io scrivo parecchie canzoni d'amore...solo che una sorta di pudore mi spinge a rivelarne al pubblico solo una minima parte... Ma sogno prima o poi di fare un disco che sveli questo repertorio "segreto". “Risaie” è introdotta da un frammento di Addio Morettin, e ci riporta allo sfruttamento delle donne che raccoglievano riso, tra accenni alla Daffin e ai film come Riso Amaro, quanto è attuale cantare ancora delle risaie? È del tutto inattuale, dunque è necessario: chi non sa da dove viene non può capire dove va. 

“Spartaco” racconta dei gladiatori ribelli, chi sono oggi gli Spartachisti? 
I nuovi schiavi sono gli immigrati extracomunitari. Spartaco pare l'abbiano visto l'ultima volta a Rosarno... 

Quanto è autobiografica “La Scoperta di Milano” per te che sei un cantautore “terrone” venuto dal sud? 
È del tutto autobiografica, proprio perché rifà il verso al grande maestro Enzo Jannacci. 

“Matteotti” e “Corso Regina Coeli” riportano alla luce la vicenda dell’uccisione di Giacomo Matteotti. Quanto è necessario riscoprire voci come la sua, in una politica ormai al capolinea? 
Non solo il lavoro espressamente "politico" ma ogni lavoro comporta delle scelte. Anche il lavoro di chi può vendere ad esempio il prodotto di una multinazionale piuttosto che uno equosolidale. O quello di un cantastorie che preferisce raccontare la storia di Dino Frisullo e di Giacomo Matteotti. A volte queste scelte possono costare moltissimo. Ma sempre è possibile scegliere fra la coerenza e l'asservimento al più forte. 

“Difendi L’Allegria” è tratta da una poesia di Mario Benedetti, come nasce questo brano? 
Uno dei pochi casi di canzone nata durante le prove per un concerto. La poesia di Benedetti mi aveva impressionato per la sua urgenza nel dire che la lotta è un atto creativo, non distruttivo. Ho provato a trovare un modo di proporre al pubblico - in tutta umiltà - questi versi necessari. 

Concludendo ne “La Piazza, La Loggia, La Gru” si intrecciano le storie di Piazza Loggia, e quelle di alcuni operai extracomunitari che per protesta salgono su una gru. Cosa le tiene insieme?
Il fango dell'ingiustizia, il vento dell'oblio, l'acciaio delle catene, i bulloni che stritolano la speranza, la tormenta del fascismo vecchio e nuovo... Tutto questo tiene assieme queste storie, queste parole, queste melodie. E poi l'amore e nonostante tutto un'indomabile speranza me le fa cantare. 



Alessio Lega – Mala Testa (Obst und Gemüse/Audioglobe) 
E’ meno impegnativo, oltre che più produttivo in termini economici, cantare canzonette, piuttosto che le storie di una nazione tormentata dal presente pieno chiaroscuri e dal passato controverso e mai condiviso. Alessio Lega ha scelto, senza mezzi termini, la seconda strada, quella più in salita, quella tortuosa. Sono passati nove anni da “Resistenza e Amore”, il suo disco di debutto che gli fruttò la Targa Tenco come miglior Opera Prima, e da allora il cantautore leccese non ha mai smesso di portare avanti la sua idea di canzone d’autore al servizio della collettività. Lo ritroviamo oggi con “Mala Testa”, disco prodotto da Rocco Marchi (pianoforte, eko tiger, pianet, synth) ed inciso insieme ad un ristretto gruppo di musicisti composto da Andrea Faccioli (chitarre, banjo, autoharp), Francesca Baccolini (contrabbasso) e Andrea Belfi (batteria, percussioni, fischi). Quasi fosse un concept album, questo nuovo lavoro discografico ha tutti i tratti di una cantata contemporanea militante, una raccolta di storie contemporanee, di fatti che l’oblio concorre lentamente a cancellare dalla memoria dei più, di persone che hanno lottato e lottano per un idea di libertà contro ogni schiavità materiale, politica e morale. Diviso in tre parte, ovvero “Tornare A Bomba” con canzoni che ritrovano temi a lui sempre cari, “Romanzo Di Formazione” nel quale troviamo brani ispirati dal proprio vissuto e “Le Storie Cantate” ovvero i canti narrativi che rimandano a quel Nuovo Canzoniere Italiano del quale Alessio Lega, può legittimamente definirsi erede. Ad aprire il disco c’è “Frizullo”, l’ouverture, nella quale scopriamo la storia di Dino Frisullo, militante di Avanguardia Operaia e giornalista, che per tutta la sua vita si è battuto in difesa degli immigrati e del popolo curdo. La voce di Paolo Pietrangeli impreziosisce “Canzoni Da Amare”, un manifesto politico in cui spicca il verso “Vogliamo canzoni più amare/della melassa per radio/che mente parlando di cuore/un miele di male e di jodio/canzoni al cloruro di sodio”, mentre la cinematografica “Risaie”, pre uno spaccato sullo sfruttamento dei lavoratori, ieri erano le mondine nelle risaie, oggi i precari con contratti-ricatti ad orologeria. Dopo l’intensa “Monte Calvario” di Ascanio Celestini, il tema del lavoro ritorna in “Spartaco”, ma è nella seconda parte con “La Scoperta di Milano”, che si tocca il primo vertice del disco, e questo non solo per la partecipazione del grande rumorista Paolo Ciarchi, ma anche per la profondità del testo, dai tratti autobiografici. Sulla stessa linea si pone anche il brano successivo “Icaro” in cui Alessio Lega fotografa molto bene quell’angoscia che nasce della paura di amare. L’amore però arriva nella dolcissima “I Baci”, ma è solo un momento perché nel folk blues “Insulina” ritorna il tema della resistenza. Nella terza ed ultima parte emergono con forza la figura di “Matteotti”, rievocato anche nel canto delle mondine “Corso Regina Coeli”, quella di Sophie Scholl, militante antinazista evocata in “Rosa Bianca” e quella di “Isabella di Morra”. Completano il disco “Difendi L’Allegria”, una libera reinterpretazione colorata di suoni latin di una poesia di Mario Benedetti e “La piazza, La Loggia, La Gru”, altro vertice del disco, nella quale si intrecciano le storie, entrambe ambientate a Brescia, delle vittime dell’attentato di Piazza della Loggia del 1974 e quella di sei lavoratori immigrati che nel 2010 si arrampicarono per protesta su una gru. Senza dubbio “Mala Testa” è l’opera più matura e compiuta di Alessio Lega, e ci piace pensare come questo disco abbia voluto dedicarlo ad Enrico Malatesta, scrittore anarchico, che come lui aveva scelto di stare dalla parte del torto. 


Salvatore Esposito

Intervista a Francesco Maisto

In occasione del prossimo meeting internazionale del Tamburello, organizzato dalla Società Italiana Tamburi a Cornice, che si svolgerà a Roma dal 10 al 12 maggio, abbiamo intervistato Francesco Maisto, percussionista e costruttore artigianale di daholla e soumbati, il quale ci ha illustrato nel dettaglio la sua formazione musicale, le sue tecniche costruttive e l’utilizzo degli strumenti da lui prodotti. 

Com'è nata la tua passione per le percussioni? 
La passione è nata con lo Zarb persiano nel 1992, che ho incominciato a studiare a Roma con Mohsen Kassiroshafar. Contemporanemente allo Zarb ho approcciato anche lo studio dei tamburi a cornice come il Daf, il Tar, il Bendir, il Riq, nonchè la Darbuka e le Tabla indiane. Avendo molti amici percussionisti di ambito Afro, Latino e Brasiliano, ho appreso da loro la tecnica e i ritmi. Suonando anche in concerto con loro, ho maturato una buona esperienza a livello musicale, così ho provato a dedicarmi alla costruzione delle Daholle da circa un anno, perché era l’unico strumento impossibile da trovare in commercio in Italia. Visto che se il tamburo non ce l'hai non suoni, ho provato a farli da solo mettendoci le mie misure e proporzioni e sono molto soddisfatto del risultato. Si tratta di strumenti molto armonici e dinamici, che secondo il grado di tiraggio della pelle e della tecnica usata offrono una gamma di suoni e sfumature timbriche molto interessanti.

Da chi hai appreso le modalità di costruzione della Daholla?
Suonando ho sempre cambiato le pelli o modificato i tamburi da solo. All' inizio sbagliavo delle cose, ma nel tempo ho avuto modo di conoscere anche altri percussionisti e costruttori dai quali ho avuto modo di imparare molto, e con cui ho condiviso diverse informazioni. Per alcuni anni ho suonato il djembè, perché suonavo per una danzatrice e coreografa, ed ero sempre lì a cambiare le pelli in continuazione. Trovare il tuo suono, il tuo timbro è una cosa che richiede tempo e molte pelli da montare. Tanti miei amici non sapevano dove mettere le mani, così mi trovavo a cambiargli o a riparargli le pelli, così come modificavo i fusti per migliorare il loro suono. Ad un orecchio poco attento il suono dei tamburi sembra lo stesso per tutti, ma ogni pelle ha un timbro ed un suono unico. Bisogna provare e riprovare per trovare quella che ha delle dinamiche uniche, e parlo di pelle e non di corpo perché l’ottanta per cento del timbro è dato proprio da questa, che è una parte fondamentale dello strumento. Nelle Daholle il fusto è uguale per tutti i modelli e quando è senza pelle se lo tocchi tira fuori un armonico che è diverso per ogni fusto, perché essendo artigianale ha più o meno peso finale quindi già cambia la nota che ha. Quando monti le pelli a quel punto ci si rende conto della differenza del timbro e delle dinamiche che quella o altra pelle posseggono e rendono un tamburo unico e personale.

Come nascono le tue Daholle? 
La mia attività è frutto sostanzialmente di una collaborazione con un tornitore a cui ho dato disegni e proporzioni per fare le Daholle. E’ lui che crea il corpo e lo cuoce, poi io le coloro e monto la pelle.

Quali sono i materiali che utilizzi per la costruzione del fusto?
La terracotta è il materiale originale con cui sono nati questi tamburi, ed ha un timbro e delle sfumature che unito alla pelle naturale di capra, rende questo strumento davvero unico.

Quali sono le varie fasi e le tecniche di costruzione? 
Tutto parte da un blocco di terra fresca messa sul tornio e lavorata in un pezzo unico, e non in due parti come si fa in Turchia, dopodiché la si lascia essiccare all’aria per quindici, venti giorni. Una volta pronto il fusto viene messo in forno a cuocere, una volta terminato questo procedimento, si pulisce il corpo e si incomincia a colorarlo. Io utilizzo colori acrilici ad acqua, su cui poi passo un protettivo trasparente. Si monta poi la pelle, che viene sempre incollata al corpo, e l'ultimo passaggio consiste nel passare le corde sulla stoffa che è cucita alla pelle, serviranno a tenerla ferma in caso si scollasse con il calore, visto che viene scaldata con una lampada posizionata all' interno del corpo del tamburo.

C’è differenza tra le varie tipologie di tamburi nel Nord Africa?
A seconda delle zone possono variare un po’ le misure delle proporzioni, ma bisogna considerare che la doholla è un tamburo che in Nord Africa e mondo arabo è stato abbandonato a favore del modello in ghisa e pelle sintetica ormai da qualche decennio. Questa tipologia è di larghissimo uso in Turchia, grazie alla nuova tecnica di esecuzione creata dal percussionista Misirli Ahmet e da suo fratello Levent Yldirim tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta.

Ci puoi parlare del mercato e delle forme di commercializzazione di daholla e soumbati? Che richiesta c'è da parte del pubblico?
Come ho già detto in Italia sono l’unico produttore di daholla e soumbati. I miei tamburi si possono trovare via internet, visto che non ho un negozio. Per quanto riguarda le richieste di acquisto mi arrivano di solito da musicisti, perché si tratta di uno strumento professionale, il cui costo è elevato sia per il lavoro che richiede sia per i materiali utilizzati.

Puoi parlarci della manutenzione di queste percussioni? 
E’ necessario fare attenzione a come scaldare la pelle. Io di solito consiglio sempre una coperta termica, perché ha un riscaldamento più graduale rispetto alla lampada, che viceversa è molto aggressiva e tende a seccare molto la pelle. Se il corpo è trattato bene, può durare una vita senza deformarsi.

Che rapporto hai con gli altri costruttori di percussioni nordafricani?
Non ci sono costruttori di Daholla famosi e conosciuti. A livello europeo c’è un artigiano in Grecia e diversi costruttori in Turchia e in Egitto, e mi riferisco a strumenti adatti ad essere suonati con la tecnica turca o moderna. Se hai una Daholla di terracotta devi usare la tecnica moderna, diversamente non tiri fuori la bellezza dello strumento, e come si sa gli artigiani sono molto restii a "collaborare" tra loro. Quei pochi che ho conosciuto erano molto gelosi del loro metodo costruttivo, quindi alla fine ci si conosce tramite il web con face book, ma non si va oltre quello. In Turchia hanno un metodo di costruzione diverso e hanno i loro materiali che rendono il tamburo unico, così come in Grecia e per quello che mi riguarda. Non esiste però un contatto o una collaborazione, sono mondi unici, separati tra loro. Un percussionista alla fine sa che avere un tamburo di ogni artigiano sarà avere 3/4 strumenti unici e differenti fra loro.



Ciro De Rosa e Salvatore Esposito

Martha Mavroidi Trio – Portaki (Autoproduzione/www.marthamavroidi.com)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Ho conosciuto Martha Mavroidi, protagonista tra l’altro di uno dei concerti dello scorso Womex di Salonicco, leggendo un bell’articolo sull’autorevole mensile britannico fRoots, diretto da Ian Anderson, che le ha dato la copertina nel numero di marzo 2013. "Portaki" è il più recente, eccellente progetto discografico in trio della musicista originaria di Atene. Trentacinquenne, papà etnomusicologo ed operatore radiofonico, Mavroidi vanta un composito curriculum di studi musicali in patria, alla SOAS, all’UCLA e al Conservatorio di Amsterdam (musica bizantina, vocalità bulgara, tradizioni musicali greche e turche, improvvisazione, musica indiana carnatica), nonché frequentazioni di maestri del saz come il greco Periklis Papapetropoulos e il turco Talip Ozkan. Numerose anche le sue collaborazioni (tra cui citiamo quella con la cantante Savina Yannatou) e la scrittura per film, documentari, pièce teatrali e danza. Martha utilizza un lafta elettrificato, il cosiddetto liuto di Costantinopoli (cordofono a manico lungo non tastato, dotato di quattro corde, nella versione imbracciata da Martha); la versione acustica del lafta, chiamato anche laouto politiko, diversa per ordine di corde, nell’Ottocento era uno strumento molto in voga tra i musicisti greci dei caffè di Istanbul e Smirne, ma era già diventato desueto all’epoca della storica migrazione di popolazioni greche e turche nel 1922. Mavroidi (lafta elettrico, saz, voce), che ha pubblicato The Garden Of Rila nel 2010, propone un lavoro di differente natura, che la vede affiancata da Giorgos Ventouris al contrabasso e Giannis Aggelopoulos alla batteria. Potrà piacere chiamarlo Balkan jazz, ma il trio, molto coeso, è quasi sempre abile nel non adagiarsi su cliché o ambiti codificati. 
Se da un lato nei dodici temi "Portaki" è un lavoro che aderisce al jazz per la struttura dell’organico, i criteri improvvisativi, la libertà lasciata a ciascun musicista, dall’altro si riconosce nelle composizioni il crogiuolo di esperienze della musicista, con una preminenza delle tradizioni popolaresche greche e turche e dei tratti balcanici nei profili melodici, nelle scale, nelle ritmiche e nelle ornamentazioni. Di questa sintesi tra senso melodico, ritmica e solismo sono un esempio i primi due brani di fattura levigata, “Ampos” e “Finika”: mentre il primo ha una fisionomia incalzante, il secondo mostra un portamento disteso e lirico. Il disco vira verso una maggiore incisività con il terzo brano “Kopanitsadam”, la cui figurazione ritmica ci trasporta in Bulgaria. “Anoizi” (“Primavera”), uno dei sei brani cantati, mette in mostra la qualità vocale della compositrice ellenica. Non si può dire che Portaki non sia un album pieno di umori diversi. Certo “Flow River” disorienta un po’ per la scelta del canto in lingua inglese, mentre in “Stian’s dance” fa capolino addirittura un wah-wah. Invece, trionfo di quarti di tono in “Ballos”, composta da Ventouris, e architetture orientali disegnate anche in “Tapping”. Primeggia per vigore “I ptissi tis Alexandras” (“Il volo di Alessandra”), il cui testo è ispirato alla vicenda di Sant’Alessandra d’Egitto (la giovane rinchiusa in una sorta di tomba, munita di una finestra da cui riceveva il cibo), narrata nella Storia Lausiaca di Palladio di Galazia: qui è la tecnica strumentale di Mavroidi al saz che affascina, come pure nell’altrettanto energica “Vrohi” (“Pioggia”), altro brano che lascia il segno. Sul versante più meditativo ecco snodarsi “O Agapimenos” (“Beneamato”), su versi di una lirica di Rumi. Esalta la sintesi tra diversi linguaggi la title-track, dove la tensione ritmica si giustappone all’inflessione vocale di stampo mediorientale di Martha, epilogo di un’opera che mostra lo spiccato spessore espressivo del trio. 


Ciro De Rosa

Guo Gan Trio 果敢三重奏 - Jasmine Flower 茉莉花 (Felmay)

Dopo gli straordinari “Yue Luo”, inciso con Lingling Yu alla pipa, e il disco solista “Scented Maiden”, Guo Gan, celebre virtuoso dell’ErHu (cordofono ad arco asiatico), torna con un nuovo album “Jasmine Flower” inciso con Rao Ying allo Zheng (cetra a tavola cinese) e Han Lai al Dizi (flauto traverso cinese) e allo Xiao (flauto). Inciso a Parigi il 28 ottobre 2012, il disco raccoglie dodici brani tratti da un ampio repertorio di composizioni classiche, provenienti da varie aree della Cina, i cui arrangiamenti per il trio curati da Guo Gan, puntano essenzialmente a valorizzare le sonorità tradizionali, ponendo grande attenzione all’esaltazione delle timbriche e dell’intreccio tra i vari strumenti. Ad aprire il disco è “Su Ti Man Bu”, brano dalla grande forza cinematografica, che mescola la ricchezza delle tradizioni musicali Silk e Bamboo, a cui segue “Mo Li Hua”, un tradizionale cinese del 18th secolo. Uno dei brani più interessanti è, senza dubbio, “Gao Shan Liu Shuei”, brano che viene, di solito, eseguito per esprimere rispetto nei confronti di altri musicisti e nel quale l’atmosfera immaginifica in cui dialogano l’ErHu e lo Zheng, rievoca la storia di Bou-Ya, un musicista dei primi anni della diastia Quing, il quale mentre suonava sulle montagne incontrò un contadino, Zhong Ziqui, che ascoltandolo gli rivelò come la sua musica ricordasse la bellezza del Monte Tai, lo splendore dei fiumi e l’immensità degli oceani. Divennero grandi amici, ma quando Zhong morì Bou-Ya distrusse la sua arpa e non suonò più per tutta la sua vita. La trascinante “Xi Yang Yang” ci introduce al tradizionale “Gu Su Zing”, la cui melodia raffinata e sofisticata, tipica dell’area sud della provincia di Jiangsu, mette in evidenza tutto il talento di Han Lai al flauto. Se dal repertorio tradizionale arriva la suggestiva “Zi Zu Diao”, la successiva “Cai Yun Zhuei Yue”, è tratta da un disco del 1935 inciso per la EMI dal grande repertorio di composizioni orchestrali di Ren Guang insieme ad Nie Er, altro grande compositore cinese. Sul finale arrivano poi “Bu Bu Gao”, tratta dal repertorio musicale per festeggiare il nuovo anno appartiene, la splendida “Yang Guan San Die” ispirata alla separazione degli amici, e il capolavoro della tradizione cinese “Yao ZU Wu Qu”. Chiudono il disco la festosa atmosfera delle corse di cavalli della Mongolia evocata in “Sai Ma” e le atmosfere primaverili di “Chuen Jiang HuaYue Ye”, in cui spicca il botta e risposta tra i tre strumentisti. “Jasmine Flower” completa così una sorta di trilogia nella quale abbiamo avuto modo di apprezzare tutto il talento di Guo Gan, che a buon diritto può essere definito come uno dei massimi interpreti e custodi della tradizione musicale cinese. 


Salvatore Esposito

Skaddia - M’Agghjë Scurdatë (Autoproduzione)

Gli Skaddìa sono un gruppo salentino di musica tradizionale, nato nel 2008 ad Ostuni, e composto da Mauro Semeraro (chitarra, chitarra battente, mandolino e voce), Roberto Chiga (tamburello, cajon, bendir), Rocco Nigro (fisarmonica) e Valentina Cariulo (violino), ai quali di recente si è aggiunta la talentuosa Rachele Andrioli alla voce. Forti di un rigoroso percorso di ricerca compiuto nell’area compresa tra San Vito dei Normanni, Carovigno, e Ceglie Messapica, fino a toccare la natia Ostuni, il gruppo nel corso degli anni ha messo insieme un repertorio di pizziche, stornelli, canti di lavoro e canti d’amore, appresi dalla viva voce degli anziani, incontrati tra putee e feste caserecce, e che successivamente hanno rielaborato, lasciando integre le strutture tradizionali, ma piuttosto valorizzandone ora l’aspetto melodico, ora quello ritmico. A quattro anni dalla loro formazione, lo scorso anno hanno dato alle stampe il loro disco di debutto “M’Agghjë Scurdatë”, che raccoglie dodici brani di ottima fattura, nei quali hanno cercato di condensare molto bene l’approccio musicale che è dietro la scelta non casuale del loro nome, che in griko vuol dire “fico secco”. Proprio come unico è il sapore dei fichi essiccati al sole del Salento, allo stesso modo il suono degli Skaddia è a suo modo unico, nel senso che si stacca completamente dalle omologazioni di sonorità e di repertorio, che rappresentano un po’ il limite di tanti gruppi di riproposta. Ad aprire il disco è la splendida title track, un canto d’amore utilizzato come serenate nella zona di Ostuni, e qui impreziosita dalla voce di Maria Mazzotta, che ritroviamo anche nella successiva “Pizzica Di San Marzano”. Si prosegue con quella perla che è Polca A Re Minore” appresa da Mauro Semeraro, e proveniente dal repertorio di musiche da ballo dette “a barbiere” e con “Pizzica Di Ostuni”, il cui arrangiamento si ispira alle versioni registrate sul campo di due suonatori ostunesi di organetto. Se “Serenata”, è uno splendido canto d’amore della Bassa Murgia, “Tarantella Neretina”, documentata da Diego Carpitella negli anni sessanta nella versione di Luigi Stifani e qui riletta in modo eccellente con la partecipazione di Anna Cinzia Villani alla voce, ci conduce a Nardo (Le). Altra perla del disco è “U Scozië (Teresina ‘ma Scì Alli Ballë)”m uno scottish particolarissimo in quanto è uno dei pochi con i versi cantati. Ben nota è poi “Pizzica A Marino”, scritta da Massimiliano Morabito, all’epoca membro del gruppo e già ascoltata nelle versioni dei Foré e Canzoniere Grecanico Salentino, mentre al repertorio di musiche da ballo appartiene “Quadriglia di Santu Vitu”. Completano il disco la travolgente “Pizzica di Santu Vitu” cantata da Maria Mazzotta, la splendida “Forë A Ddë Më” scritta ed interpretata da Tonino Zurlo e l’ironica “Lu Podëcë” in cui si racconta dell’incontro tra un contadino e una pulce. “M’Agghjë Scurdatë” ci consente così di scoprire un insieme di canti e musiche da ballo poco noti all’interno della tradizione musicale salentina, ma non per questo meno interessanti ed affascinanti.

E' possibile acquistare il disco su Discomaniamix



Salvatore Esposito

Augustici – Signora Pianura (Orquestra Records)

Interessante band pavese, gli Augustici, nascono nel 2008 dall’incontro tra Giuseppe "Beppe" Mascherpa (chitarra e voce) ed Edoardo "Ed" Faravelli (banjo, bouzouki e fisarmonica), con l’intento di realizzare un tributo acustico dal vivo ad Augusto Daolio. Complici le canzoni dei Nomadi, e il piacere di suonare insieme piano piano prendono vita, in parallelo, anche alcuni brani nuovi. E’ l’inizio di un nuovo percorso, che li vede in breve tempo allargarsi dapprima in trio con l’ingresso di Chiara Prati (violino), e successivamente in quintetto con Paolo Pagetti (bodhran e percussioni) e Davide "Dodo" Renzi (seconda voce e chitarra). Nel 2009 arriva anche il loro primo demo, composto da quattro brani, che diventano successivamente la spina dorsale del loro primo disco, “Signora Pianura”. Composto da dieci brani, registrati con il supporto di Luca Crespi (uilleann pipes, flauti, e tin whistle) e Marta Bianchi (pianoforte), il disco è una sorta di concept album, sulla Pianura Padana, vista più come un luogo dell’anima che come luogo fisico, un grande palcoscenico, sul quale si intrecciano storie e personaggi, tratti da racconti di nonni e genitori, ma anche dalle dicerie di paese. In questo senso particolarmente riusciti ci sembrano gli arrangiamenti acustici, così come la scelta di dialetto riservare il dialetto alle storie e alle voci dei personaggi, mentre in italiano sono i brani più introspettivi e personali. Ad aprire il disco è la title track “Signora Pianura” “una vecchia bisbetica domata dai venti”, che condensa molto bene lo spirito che anima i brani del disco. Si passa poi al dialetto oltrepadano di “Crava Ciciumbèla”, un folk noir molto vicino a certe atmosfere di Akuaduulza, del quale conserva la medesima capacità affabulatoria nel raccontare dell’uomo nero che mette paura ai bambini. “E Ci Avevo La Morosa In Collina”, invece, apre uno spaccato sulla canzone d’autore, ma a caratterizzarla troviamo un atmosfera quasi antica con la fisarmonica a disegnare la linea melodica. Si torna al dialetto pavese con il trascinante folk “Pògia”, guidato dall’intreccio tra violino e chitarre, a cui segue “La Processione”, in cui si racconta di un carro armato abbandonato nelle campagne della Pianura Padana e passato dall’essere un trattore a carro per trasportare la Madonna durante una processione. Il vertice del disco arriva con “I Lader (La Balada Del Bestuc), il cui testo in milanese del settecento si sposa ad un arrangiamento irish folk particolarmente riuscito. Le atmosfere romantiche di “Valzer In Pantofole”, aprono la strada alla storia di Resistenza di “Jackie L’Anguilla”, un partigiano che contribuì a liberare il loro paese dai nazifascisti. Completano il disco il country agrodolce de “Il Leggendario Bisonte Americano” e la pianista “La Sigaretta”, un brano di grande intensità che descrive la storia di un uomo, che ha speso la sua vita tra emigrazione e lavoro in fabbrica. Nonostante una registrazione che non sempre rende giustizia ai vari brani, “Signora Pianura” è senza dubbio un disco interessante, che mette bene in evidenza tutte le potenzialità di questo gruppo, in grado di mettere in fila dieci brani ispirati, profondi e mai banali. 



Salvatore Esposito

Steven Mithen, Il Canto Degli Antenati. Le Origini Della Musica, Del Linguaggio, Della Mente e Del Corpo, Codice Edizioni 2007, pp. 411, Euro 9,00

Perché la musica, di ogni genere, è capace di sollecitare le nostre emozioni e ci trasporta, dopo appena qualche accordo, in un mondo altro? La domanda non è certo originale e indubbiamente molti sono stati gli studiosi che, nel corso del tempo, si sono cimentati nell'arte dell'interpretazione, spesso con risposte scientificamente molto articolate e, per giunta, in un orizzonte multidisciplinare. Ma il tema non è riservabile esclusivamente per gli addetti ai lavori. Perché, e su ciò dovremmo ormai tutti concordare, la musica è un campo del sapere con un alto tasso di "accessibilità", in cui davvero tutti, democraticamente, possiamo avere diritto di parola e di pensiero, per il solo fatto che la biografia sonoro-musicale di ognuno di noi, unica ed inedita così come straordinaria ed irripetibile è l'esperienza individuale di ogni esistenza, costituisce già di per sé un documento molto prezioso sull'argomento. Non può quindi sorprendere che un archeologo - ovvero il professionista che si occupa del recupero, della conservazione e valorizzazione dei siti e dei reperti storici e artistici - il britannico Steven Mithen, abbia scritto su questo tema un libro di grande fascino, un testo che attraversa disinvoltamente, oltre che la personale competenza specialistica dell'autore, anche aree della conoscenza molto complesse, come la genetica, la neurologia, la paleontologia, e non solo... Il libro, per la verità, ha già qualche anno di vita - essendo stato editato nel 2006, con il titolo "The Singing Neanderthals: the Origins of Music, Language, Mind and Body" e poi pubblicato, nel 2008, in italiano (anche nel formato digitale che qui proponiamo) per i tipi della Codice edizioni, con la traduzione di Elisa Faravelli e Cristina Minozzi - ma conserva tuttora una sua forte carica di suggestione. Steven Mithen si propone di colmare, prima di tutto, una lacuna storico-scientifica. Se molte culture (semplifichiamo, naturalmente) hanno considerato la musica come un semplice dono degli dei o di una particolare divinità, Mithen non comprende come la stessa letteratura scientifica abbia potuto sottovalutare questo campo di studio, definendo la musica non come un adattamento selettivo, ma piuttosto come un prodotto creato e destinato solo a finalità ludiche e ricreazionali. Secondo Mithen, i primi ominidi comunicavano attraverso un linguaggio musicale, ovvero un miscuglio tra il linguaggio e la musica, così come li intendiamo noi oggi, un puzzle comprendente gesti, danza, onomatopee, imitazioni vocali e sonore. Questa forma di comunicazione avrebbe toccato l'apice nei neandertaliani, i quali possedevano una configurazione delle alte vie respiratorie del tutto particolare, tale da consentire loro di parlare ma che, nel contempo, non disponeva di quei circuiti nervosi specifici e deputati al controllo del linguaggio. Le difficili condizioni ambientali in cui vivevano, la conformazione e le grandi dimensioni del corpo, oltre che la crescente complessità dei loro gruppi sociali richiesero uno scambio continuo di informazioni, tutti fattori convergenti che contribuirono alla costruzione un sistema di comunicazione articolato che includeva, appunto, sia suoni sia gesti del corpo. Le ipotesi di Mithen sono necessariamente di natura speculativa, ma le prove indirette che porta a sostegno delle sue argomentazioni sono numerose e tali da indurre ad una rivisitazione degli studi sull’origine del linguaggio (e più in generale dell’abilità comunicativa dei nostri antenati), studi che dovrebbero essere rivalutati alla luce dell’aspetto musicale, il quale, a sua volta, non può prescindere dall’evoluzione del corpo e della mente umana. La convinzione di Mithen è che, oggi, gli esseri umani moderni abbiano a disposizione relative e limitate capacità musicali rispetto a quelle dei loro antenati neandertaliani, suggerendo attraverso il suo studio l'ipotesi che proprio l'evoluzione del linguaggio abbia provocato in tal senso un forte processo di inibizione. Certo è che Mithen fa un'interessante e coraggiosa operazione di recupero sociale dei nostri antenati, non avendo paura di attribuire loro l'utilizzo di una complessa comunicazione emotiva, estremamente necessaria d'altronde ai fini di un'utile cooperazione fra i gruppi. In questo modo cerca di salvare queste creature da un'immagine, quella dell'uomo delle caverne, cristallizzata e forse un po' stantia, certamente da rivedere. Ed è anche certo che il contributo di Steven Mithen ci offre nuovo materiale di riflessione sul come e sul perché gli esseri umani pensano, parlano e creano musica. 

La versione in formato Epub è disponibile su SaperePopolare

Michele Santoro

Italian Sounds Good: Ketty Passa & Toxic Tuna, Steela, Los Refusé, Underfloor, Mimes Of Wine, Former Life, I Salici, Ordem, Caesar’s Psycho Machine, T-Rumors Atto Secondo

Ketty Passa & Toxic Tuna - #cantakettypassa (103 Records) 
Nota per le sue partecipazioni televisive e per essere una delle voci di Radio Popolare, Ketty Passa in parallelo ha coltivato anche la sua grande passione per la musica, dando vita otto anni fa ai Toxic Tuna, apprezzata band reggae e rocksteady composta da Albo Beretta (basso), Tiziano Cannas detto "Cigno" (tromba e sax), Leo “the Lazz” (tastiere), Jack Boschi (chitarra) e Luca Marroncelli detto “Lupon” (batteria). Dopo l’esordio con “Elegante” del 2008, la ritroviamo con “#cantakettypassa”, disco che raccoglie undici brani in cui il pop si mescola allo ska, al reggae e al rocksteady, il tutto strizzando l’occhio anche ad altre contaminazioni sonore. Prodotto dal cantante degli Shandon e di The Fire, Olly Riva, il disco vede la partecipazioni di alcuni ospiti d’eccezione come Ferdi (Casino Royale e Giuliano Palma & The Bluebeater), KG Man, Max Zanotti (ex Deasonica), Mattia Boschi (Marta Sui Tubi). Caratterizzato da sonorità eleganti e curate, ma non meno accattivanti e trascinanti, il disco evidenzia molto bene come l’approccio di Ketty Passa punti a mescolare la vocalità di Mina, Ornella Vanoni e Patti Pravo con i ritmi in levare, il tutto senza perdere mai di vista la propria originalità. In questo senso meritano una citazione la splendida “Ultimo Tango”, nella quale la linea sinuosa linea melodica guidata dalla fisarmonica e dai fiati si sposa con un testo di ottima fattura, la bella canzone d’amore “Mi Arrendo Per Te” che rimanda a certe atmosfere sixities, e la trascinante “Solo Se”. Forte di almeno cinque brani dal grande potenziale radiofonico, questo secondo disco ci consegna una artista eclettica e multiforme in grado di immettere una ventata di aria nuova nella scena musicale italiana, e questo non solo per la sua capacità di districarsi tra pop e sonorità reggae, ma anche per una scrittura mai banale.



Steela – Il Brutto e Il Cattivo (Autoproduzione) 
“Il Brutto e Il Cattivo” è il terzo disco degli Steela, band salentina nata nel 2004 e composta da Moreno Turi (voce), Antonio De Marianis (batteria), Valerio Greco (basso), Emanuele Carcagni (chitarra), Donatello Vitto ed Errico Carcagni (tastiere e sinth). Cresciuti artisticamente con Casasonica, ovvero l’etichetta discografica guidata da Max Casacci dei Subsonica, per la quale hanno inciso i loro primi due album, di cui il primo prodotto da Madaski degli Africa Unite, il sestetto salentino negli anni si è staccato progressivamente dal sound dei conterranei Sud Sound System, per abbracciare una cifra stilistica sempre più originale e votata al dub. In questo senso il loro nuovo disco ci sembra assolutamente significativo presentando un sound dubstep di grande intensità, accompagnato da testi pungenti e mai banali. L’ascolto ci consente così di apprezzare brani come la title track della quale si apprezza il muscolare arrangiamento che unisce chitarre elettriche, synth e ritmi in levale, il solare reggae “Sun Will Rise”, e la trascinante “Antidoto”, nel quale brilla l’efficace commistione sonora tra reggae tone e dancehall. “Il Brutto e Il Cattivo” pur avendo la durata di un semplice ep, dimostra chiaramente come il gruppo salentino sia in piena fase di maturazione, ormai proiettato verso uno stile sempre più originale. 



Los Refusé – Run Rebel Rabbit Run (Autoproduzione) 
Interessante band folk-rock cuneese i Los Refusé nascono quasi per caso come un ensamble di musicisti folk per poi evolversi in un progetto più articolato con una line up a sette con la quale hanno maturato una solida esperienza live, caratterizzata dalla partecipazione ad importanti festival come “Collisioni”, che si tiene annualmente a Barolo (Cn). “Run Rebel Rabbit Run” è il loro disco di esordio, nel quale sono raccolti quattordici brani di ottima fattura, che mescolano folk e rock con spruzzate reggae ed ammiccamenti alla patchanka dei primi Mano Negra. Linee melodiche che catturano subito l’ascoltatore, ritmi in levare, e testi che attingono alla vita quotidiana e alle contraddizioni della nostra società sono una ricetta comune a molte band del momento, ma la marcia in più di questa band sta proprio nella capacità di non suonare mai banali. E’ il caso di bani come l’iniziale “L’Arte Di Non Dire Niente”, o della successiva “Godot”, ma anche di “Precario”, ma soprattutto de “La Storia Di Paolino”, uno dei vertici compositivi del disco, il cui pregio è quello di far divertire l’ascoltatore ma allo stesso tempo di spingerlo alla riflessione. Nella seconda parte il disco si apre a sonorità e a temi funzionali ai live act come dimostra la divertente “Alone For The Weekend”, il reggae di “Lips” e il trascinante rock della title track. “Run Rebel Rabbit Run” è, dunque, un disco interessante, che ci segnala una band di talento, in grado di suonare originale pur inserendosi in una scena musicale molto affollata. 



Underfloor– Quattro (SuburbanSkyRecords/Audioglobe) 
Quando nel 2004 i fiorentini Underfloor diedero alle stampe il loro disco di debutto, si comprese subito che eravamo di fronte ad un gruppo che avrebbe ridato vigore alla scena rock toscana, orfana dei Litfiba. In questi anni hanno messo in fila dischi sempre più interessanti come “Vertigine” e “Solitari Blu”, entrambi prodotti dall’indimenticato Ernesto De Pascale. A distanza di due anni dal loro ultimo disco in studio, tornano con “Quattro”, quarto disco in studio, che raccoglie dieci brani, registrati rigorosamente in analogico su nastro, nei quali si ha modo di apprezzare tutto il talento dei quattro musicisti che compongono il gruppo ovvero Guido Melis (basso e voce), Marco Superti (chitarra e voce), Giulia Nuti (viola e mellotron), e Lorenzo Desiati (batteria). L’ascolto rivela come proseguendo quanto fatto nei lavori precedenti, questo disco segni il definitivo distacco dall’alt-rock, dando vita ad un suono sempre più originale nel quale l’improvvisazione va a braccetto con certe divagazioni prog-rock. Fondamentale in questo senso è il ruolo che ha avuto nei vari brani la viola di Giulia Nuti che spesso è protagonista a guida della linea melodica, come nel caso della spettacolare “Indian Song” in cui dialoga con la chitarra acustica, o negli strumentali “Solaris” e “L’Uomo Dei Palloni”. Di ottima fattura sono anche brani come l’acustica “Don’tMind”, la vibrante “Lei Non Sa” dove la voce diventa quasi indefinita fino a confondersi con gli altri strumenti, e l’evocativa “Intorno A Me”, in cui il pop-rock va a braccetto con il prog. “Quattro” è senza dubbio il disco più riuscito e compiuto del gruppo fiorentino, che dimostra ampiamente di aver raccolto l’esempio e gli insegnamenti del loro mentore, Ernesto De Pascale. 



Mimes Of Wine - Memories For The Unseen (Urtovox) 
Talentuosa cantante e pianista, Laura Loriga nel 2005 ha dato vita al progetto solista Mimes Of Wine, con il quale ha girato l’Europa e gli Stati Uniti, prima di debuttare nel 2009 con “Apocalypse Sets In”. A tre anni dall’uscita di quest’ultimo, la musicista bolognese torna con “Memories For The Unseen”, disco che raccoglie dodici brani, scritti negli ultimi tre anni trascorsi tra l’Italia e gli Stati Uniti, ed incisi con i musicisti che di solito la accompagnano sul palco, ovvero il polistrumentista Stefano Michelotti, Luca Guglielmino alla chitarra, Matteo Zucconi al contrabbasso, e Riccardo Frisari alla batteria. Prodotto da Enzo Cimmino, questo nuovo album rispetto all’esordio si caratterizza per un sound che mescola trame acustiche, atmosfere classicheggianti e divagazioni jazz, il tutto colorato da tinte noir, in un alternarsi tra momenti di sofferta malinconia (“Ester”) e spaccati gothic come nel caso di “Yellow Flowers”, e de “L’Inquisitore”. Protagonista di ogni brano è la splendida voce della Loriga, che si svela in tutta la sua duttilità accompagnata ora dal pianoforte, suonato da lei stessa, ora dagli altri strumenti. Durante l’ascolto brillano la romantica e passionale “Altars Of Rain”, le splendide “Charade” e “Silver Steps” , ma soprattutto “Auxilio” in cui una tromba rimanda a certe atmosfere notturne degli ultimi Morphine. Sul finale il disco riserva un paio di sorprese ovvero il valzer sinuoso di “Aube” e lo spaccato grunge di “Hundred Birds”, che suggellano un disco di ottima fattura, che conferma il progetto Mimes Of Wine come una delle realtà più interessanti della scena indipendente italiana. 



Former Life – ElectricStillness (Self) 
Former Life è il progetto musicale di due giovani musicisti veneti, ovvero Andrea De Nardi (tastiere e voce) e Matteo Ballarin (chitarre e voce), entrambi protagonisti del recente album solista di Aldo Tagliapietra. Forti di una solida esperienza maturata tanto nelle fila di una tribute band dei Pink Floyd quanto al seguito dell’ex membro fondatore de Le Orme, i due strumentisti veneti, coadiuvati dall’eccellente sezione ritmica composta da Manuel Smaniotto (batteria) e Carlo Scalet (basso), nel 2011 hanno dato alle stampe il loro disco di debutto "Electric Stillness", che li ha segnalati come una delle novità più interessanti della scena prog italiana, e non è un caso che di recente sia stato ristampato con l’aggiunta di un brano, e distribuito a livello nazionale. Il loro sound evoca ora il prog degli anni Settanta di King Crimson, Van DerGraaf Generator, e Jethro Tull, ora certe atmosfere psichedeliche vice ai Porcupin Tree, tuttavia non manca una buona dose di originalità come dimostra la grande abilità nelle parti strumentali. Si tratta, dunque di un disco genuino e allo stesso tempo maturo, che evidenzia molto bene come il loro approccio alla musica non sia un mero esercizio di stile, ma punti a sollecitare le emozioni dell’ascoltatore. In questo senso ci piace segnalare tanto la fusion di “Hijacked”, quanto le melodiche “Belong To The Stars” e "London Rain", ma soprattutto "A Milligram Of Joy" dove spicca tutto il talento compositivo di Ballarin. Chiude il disco la bonus track “Fragments Of The Jewel”, una minisuite che funge da epilogo perfetto, mescolando citazioni tratte dai vari brani in scaletta con parti strumentali nuove. Insomma "Electric Stillness" è un ottimo biglietto da visita per il progetto The Former Life. 



I Salici – Nowhere Better Than This Place Somewhere Better Than This Place (Autoproduzione/Lizard) 
I Salici sono una band folk-rock band friulana, nata nel 2007 e composta da Marco Stafuzza (mandola, viella, viola), Marco Fumis (chitarra elettrica, percussioni e batteria), Devid Strussiat (voce , chitarra, basso), Simone Paulin (tromba, filocorno), Stefano Razza (battteria) e Stefano Rusin (contrabbasso, percussioni). Sin dagli esordi il loro percorso musicale si è indirizzato verso la sperimentazione e la ricerca attraverso la musica medioevale e il folk-rock psichedelico, fino a toccare il jazz e le sonorità world. Riflettendo i paesaggi di frontiera bagnati dal fiume Isonzo, la loro musica supera i confini ristretti delle catalogazioni musicali per aprirsi ad un linguaggio sonoro originale, in cui passato e presente, latitudine e longitudini dialogano in maniera superba. A quattro anni dalla loro prima incisione, realizzata per la colonna sonora del festiva Aeson – Arti Nella Natura, li troviamo alle prese con il loro album di debutto “Nowhere Better Than This Place Somewhere Better Than This Place”, che raccoglie undici brani originali che spaziano dalle atmosphere english folk dell’inziale “Feeding Roots” alla torrida “Eyes In Windows” passando per spaccati di pura psichedelia come “Wood Jacked”. Spinti da sonorità e strutture melodiche quasi ipnotiche attraversiamo spaccati immaginifici che rimandano ai Pink Floyd (“Clouds And Leather”, incontriamo il folk evocativo di “Mosquito” per giungere in fine alla suite finale “Om”, vertice del disco, nella quale per dodici minuti, I Salici danno prova di essere una band di grande talento, in grado di proporre un sound originale, partendo dal dialogo tra sonorità in apparenza molto differenti tra loro. 



Ordem – Quiet Riot (SFR/Studiottanta-Fortuna Records) 
Quintetto rock emergente di base nell’astigiano, gli Ordem, dopo due demo autoprodotti e la partecipazione a numerosi festival, giungono al loro disco di debutto con “Quiet Riot”. Prodotto da Massimo Visentin, storico collaboratore di Paolo Conte, il disco mette in fila tredici brani di impostazione classic rock caratterizzati da testi cantati in inglese in cui raccontano spaccati di vita vissuta ed esperienze personali. Sebbene suonato e cantato in modo preciso e puntuale, il disco non brilla affatto per originalità, evocando sonorità datate, o quantomeno già ampiamente già sentite, sebbene calate nell’attualità. In questo senso vanno citate l’occasione persa dell’iniziale “No Life”, il cui arrangiamento non rende giustizia alla bella struttura del brano, ma anche “Istant’sMind” e “Shine On”. Tuttavia il disco presenta alcuni punti di eccellenza come nel caso di “Everthing” e “Mayf”, ma soprattutto di “Surrender To Rise”, in cui spicca un ritornello radiofriendly, che avrebbe fatto faville negli anni ottanta. L’impressione generale è che gli Ordem abbiano bisogno di un colpo d’ali per poter volare verso uno stile più personale, magari lasciando a casa le passioni musicali e approcciando la scrittura dei vari brani con maggiore curiosità. 



Caesar’s Psycho Machine – Caesar’s Psycho Machine (Autoproduzione) 
Polistrumentista e compositore Cesare Lopopolo (chitarre acustiche ed elettriche, voci, flauto, ukulele, tastiere e percussioni) ha dato vita, insieme alla brava vocalist Evelina Nericcio, al progetto Caesar’s Psycho Machine per dare forma e sostanza alle sue composizioni. Passo dopo passo, sono nati quindici brani, accompagnati spesso da eccellenti video, pubblicati sul loro canale di YouTube, che compongono il loro primo album omonimo, un opera multidimensionale, ai quali sembra stare stretta anche la forma del disco. Per comprendere la potenza lirica e cinematografica delle composizioni di Cesare Lopopolo, bisogna partire proprio da quei video confezionati ad hoc per i vari brani di riferimento del disco. Spaziando da composizioni cantate a spaccati strumentali attraversiamo paesaggi sonori che ci conducono dal folk di “Blow Up A Cow” e “Verdant Wetlands” alla psichedelia di “Flowers Bloom Like Madness” fino a toccare il prog-rock delle due suite di “Bleeding Youth”, senza dubbio uno dei vertici compositivi del disco. Nel mezzo non mancano sperimentazioni sonore come nei vari frammenti di pochi secondi che connettono i vari brani del disco, o l’industrial minimal di “Industrial Aborigine” o i rumorismi della conclusiva “Blue Tree Maenad”. Sebbene richieda un ascolto molto attento, questo primo episodio discografico di Caesar’s Psycho Machine è senza dubbio un opera di grande interesse, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello prettamente concettuale. 



Autori Vari – T-Rumors Atto Secondo (Toscana Musiche/Materiali Sonori) 
Costituita nel 1997, Toscana Musiche riunisce alcune delle principali realtà musicali della Toscana, mettendo insieme festival, produttori ed operatori attivi, con lo scopo di valorizzare la musica contemporanea dal rock al jazz dalla world music all’elettronica, con lo scopo di favorire l’integrazione tra linguaggi e sonorità differenti. Tra i progetti più interessanti proposti negli ultimi anni c’è senza dubbio “T-Rumors”, selezione per giovani musicisti realizzata con il sostegno della Regione Toscana, giunta alla sua seconda edizione. Svoltasi tra il 2010 e il 2011 il concorso ha visto protagonisti oltre cento tra artisti e band, che hanno inviato un demo con tre brani, tra cui una cover, e tra questi sono stati selezionati i sei vincitori a cui è stata data la possibilità di registrare in studio, con la supervisione di un tutor. Ne è nata una interessantissima compilation composta da dodici brani, in cui si ha modo di apprezzare l’intreccio tra funk e black music degli aretini Elefunk, l’alt-rock dalle sfumature world di The Allophones, il folk-progressive dei pratesi L’Apprendista Bardo, e le contaminazioni jazz di Gaga Quartet, con l’aggiunta delle due eccellenti cantautrici Giulia Pratelli e Liana Marino. Ad affiancarli troviamo alcuni tutor d’eccezione come Ferruccio Spinetti, Paolo Benvegnù, Nico Gori, Antonio Aiazzi, Stefano Saletti e Dario Cecchini, che hanno contributo in modo determinante a questa importante esperienza formativa per i giovani coinvolti nel progetto. Il disco è disponibile in dowload gratuito sul sito www.toscanamusiche.it. 


Salvatore Esposito

Boz Scaggs – Memphis (429 Records)

“Memphis” di Boz Scaggs non è un disco nuovo. Anzi lo è, ma non nel senso negativo della parola, perchè anche il termine “nuovo” può avere una sua accezione negativa. E’ un disco classico nel senso che è l’espressione in musica di artista che la musica l’ha attraversata come un fiume sotterraneo, in mille e mille formazioni, anche come cantante per la grande Steve Miller Band ma non solo. Però, questi americanacci dell’America che piace a noi - non quella vista ultimamente, non quella del mercato capitalistico e delle multinazionali equamente ingiuste - quando fanno un disco in cui scelgono di confrontarsi sull’amore per la musica sono imbattibili. Dapprima il team, due nomi su tutti, alla produzione artistica (ricordate, è quello che si occupa dei colori dei suoni, quello che classicamente interviene quando ce n’è bisogno e non sempre...) insomma, dietro al mixer c’è Steve Jordan, che suona anche divinamente la batteria, uno dei più grandi e groovosi batteristi del mondo, capace di suonare funk e hip hop nel modo più panafricano (con D’Angelo ad esempio ), ma anche di fare il batterista r’n’r per Keith Richards nel suo lavoro di omaggio a Chuck Berry (ricordate il film Hail Hail Rock’n’roll? Quello dietro alla batteria è Steve “Getcha” Jordan. Steve chi chiama al basso? Semplice, il migliore... che non è Togliatti, ci mancherebbe, ma Willie Weeks, titolare del solo di basso più elegante della storia della musica nel disco Live del genio poco conosciuto di Donnie Hataway (ascoltare per credere, il solo lo trovate davvero ovunque, è una specie di Stele di Rosetta del bassismo...) se non bastasse Willie è quello che ha registrato il bassone che sentite sotto It’s Only Rock ’n’ Roll degli Stones..., e alla chitarra abbiamo Ray Parker Jr. Il genere è un omaggio al fare musica di Al Green, quel modo lì di fare il soul mettendolo anche nel rock ’n’ roll, semplice vero? Ma anche no. Il disco si apre con un omaggio che poi si ripeterà, a uno dei grandissimi eroi della musica il compianto Willy De Ville omaggiato con una “Mixed Shock Up Girl” da brividi e da una “Cadillac Walk” da sogno. Insomma, niente di trendy (grazie a nostro Signore!), niente per gli indie o come diavolo si chiamano quelli che leggono Rolling Stone, ma grande enorme musica.


Antonio "Rigo"Righetti

giovedì 18 aprile 2013

Numero 96 del 18 Aprile 2013

Il terzo numero di Aprile di Blogfoolk si apre all'insegna della tradizione folk anglo-americana riletta magistralmente da Giovanna Marini nel suo ultimo disco Lady Of Carlisle. La pubblicazione di quest'ultimo è stata l'occasione per intervistarla e per farci raccontare la genesi del progetto e soprattutto il suo rapporto con la musica degli States. Si prosegue con lo splendido contributo di Michele Santoro, "L'Ultimo Tango Di Adela" che impreziosisce la nostra rubrica Memoria; in Viaggio In Italia incontriamo i Cadira con il recentissimo Mar, a cui va il Consigliato Blogfoolk, e Gastone Pietrucci e La Macina per il loro disco dedicato a Franco Scataglini, che purtroppo non ha mai visto la luce. Fuori dai confini, luce sui lavori di Nordic ed Amir John "El Amir" Heddad. Il nostro invito alla lettura si rivolge ai due numeri del periodico La Piva Dal Carner. Completano il numero la rubrica Storie Di Cantautori e il consueto Taglio Basso di Rigo.

GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
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TAGLIO BASSO

Giovanna Marini: Canzoni e Ricordi di Famiglia Tra Inghilterra ed America

Giovanna Marini e la sua famiglia negli Stati Uniti 
“La cosa strana è che l’America mi ha fatto scoprire le cose italiane. Cioè, io sono arrivata, partendo da quelle americane, a cui m’ero proprio dedicata, me le studiavo in America insieme a quelle italiane”, così Giovanna Marini sottolinea l’importanza che ha avuto per lei la scoperta della musica tradizionale americana, nella bella intervista con Alessandro Portelli, che impreziosisce il suo nuovo album, Lady Of Carlisle. Proprio grazie all’incoraggiamento di quest’ultimo è nato questo disco, che rappresenta un unicum all’interno della sua ormai immensa discografia, in quanto raccoglie una selezione dei brani della tradizione folk anglo-americana, che pur facendo parte da sempre del suo Dna musicale non aveva mai inciso. Si tratta di un lavoro molto intimo, in quanto mescola i ricordi della sua adolescenza, trascorsa per motivi di studio in Inghilterra, e dell’infanzia dei suoi figli, che sono cresciuti con lei negli Stati Uniti dove aveva seguito il marito che lì si era trasferito per motivi di lavoro. E’ però anche un lavoro di grande importanza musicale perché da qui traspare anche una profonda conoscenza della tradizione musicale anglo-americana, della quale la Marini ne fornisce un interpretazione personale e allo stesso tempo profondissima. L’idea di realizzare questo disco, nasce però in modo molto casuale come ci racconta lei stessa: “L’idea di questo disco è nata quasi per caso, complice la mia amicizia con Alessandro Portelli, professore universitario alla Sapienza di Roma e noto americanista. Con lui spesso andiamo in vacanza insieme e molto spesso mi sono ritrovata a cantare questi brani, e a lavorarci per il Circolo Gianni Bosio, che ha fondato lo stesso Portelli e dove insegno anch’io. Sono canti che ho imparato quando stavo a Wimbledon in Inghilterra, vicino Londra dove ho studiato negli anni quaranta. Ricordo che ero dalle suore e ho imparato molte canzoni, perché nelle scuole si cantava e si canta molto. Successivamente quando mi sono trasferita negli Stati Uniti, per seguire mio marito che lavorava come fisico al MIT a Cambridge, ho scoperto Woody Guthrie, la bellezza dei suoi canti. Quando sono tornata in Italia queste cose sono rimaste un po’ sopite nella memoria, anche dei miei figli. Ogni tanto però è capitato che abbiamo ricantato questi brani con i miei figli, che sono ormai dei musicisti professionisti affermati. Una sera c’era anche Portelli, e stavamo cantando e suonando e lui ha registrato tutto, perché c’era anche il figlio Matteo. E’ nata così l’idea di fare questo disco, è avvenuto tutto in famiglia, insomma. Così grazie a Matteo, che era entusiasta del progetto, abbiamo registrato il disco, al quale hanno partecipato entrambi i miei figli. E’ la mia memoria, quella dei miei figli, di quando stavamo all’estero…”
La copertina del disco
La partecipazione alle registrazioni dei figli della Marini, Silvia (piano e voce) e Francesco (clarino e sassofoni), ricompone così una sorta di album di famiglia, tra ricordi e canti della tradizione anglo-americana: “Quando eravamo negli Stati Uniti con mio marito, i bambini cantavamo questi brani, che apprendevano a scuola, perché frequentavano un asilo di neri dove imparavano tutti questi spiritual, questi canti bellissimi delle manifestazioni antirazziali. Venivano a casa e io li imparavo, poi andavamo alle manifestazioni con mio marito e le ricantavamo. E’ tutta vita vissuta questo disco”. Durante l’ascolto a spiccare in modo particolare è l’iniziale Ain’t You Glad, rilette in una trascinante versione in duetto con la figlia Silvia al piano e alla voce: “Eravamo negli Stati Uniti quando hanno ucciso Viola Liuzzo, attivista del movimento dei diritti civili, e ricordo che i bambini tornarono da scuola cantando “Ain’t You Glad”. Cantavano per questi neri che venivano massacrati, e Viola era una mamma, era andata per aiutarli. Quando ci siamo ritrovati ad inciderla, è nato tutto sull’onda della memoria musicale. Non abbiamo scritto una nota, perché mia figlia sin da piccolina ha sempre suonato il jazz. Le piaceva molto questa musica e per lei era facilissimo prendere lo swing tipico, perché si ricordava tutto. Si è messa al pianoforte, e ha risuonato tutto alla perfezione. Lei ha un grande orecchio, e poi musicalmente è preparatissima, è una musicista completa, è una professionista. Si è messa a suonare divertendosi e tutti ci siamo divertiti molto, anche mio figlio che insegna al conservatorio di Vibo Valentia. E’ stato piacevole tirare fuori la memoria della loro infanzia e anche della mia. Senza mai scrivere niente, come ci pareva, come cantavamo sempre”. Altro brano dal significato particolare è la title track, fattale conoscere dall’indimenticato Bruno Trentin e qui impreziosita dal clarino del figlio Francesco: “Bruno era molto appassionato di questi canti, era amico di Ewan McColl, e conosceva bene anche Peggy Seeger, della quale mi regalò un piccolo disco della Folkways che conteneva questo brano. Lei suonava divinamente il banjo, forse meglio del fratello Pete, e quando l’ho conosciuta le ho chiesto di cantarmi “Lady Of Carlisle”. Lo fece in modo splendido accompagnata dal suo banjo”
Giovanna Marini in concerto al Nuovo Cinema Palazzo 16.02.2013
Non mancano brani del repertorio di Woody Guthrie come “Oregon Trail”, “Those Brown Eyes” e “What Did The Deep Sea Say”, e che ci forniscono l’occasione per aprire uno spaccato di riflessione sulla diffusione della sua musica di quest’ultimo negli Stati Uniti: “Vorrei sapere quanto siano realmente diffusi in America, perché non credo siano molto diffusi adesso. Non so quanto sia conosciuto Woody Guthrie, certamente è più conosciuto Bob Dylan. Per loro è proprio un padre fondatore e quindi dovrebbero conoscerlo, e vorrei andare su a vedere, perché non ho capito bene questa cosa. Ai tempi nostri non era molto conosciuto Woody Guthrie, era amato solo dagli appassionati e tra questi c’era Bob Dylan. Quando Woody Guthrie è morto in ospedale, mio marito era andato a trovarlo, io non c’ero e mi ha detto che chi era sempre fisso lì era Bob Dylan. Quindi lui è stato fino all’ultimo momento vicino a Woody Guthrie e ne ha preso molto. Senza altro come spirito di trasmissione di cantacronache…”. Si apre così un’ulteriore parentesi sulla differenza della percezione della musica tradizionale tra Italia e Stati Uniti: “Negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, c’è una percezione e un rispetto diverso per la musica tradizionale…Gli americani sono più intelligentemente dediti al commercio della cultura, gli italiani hanno sempre avuto questo freno etico, un po’ snobbistico, e la cultura con la C maiuscola non si vende nei negozi. Gli italiani non hanno mai affrontato questo problema come lo affrontò la Folkways, la prima grande casa editrice, che ha raccolto i canti popolari, come noi avevamo fatto i Dischi del Sole. La Folkways era la parente più stretta dei Dischi del Sole. In America loro li immisero immediatamente in distribuzione facendo conoscere questo materiale, da noi abbiamo fatto i dischi, ma non avevamo i soldi per una distribuzione, e ciò che è peggio è che non c’era una richiesta. Da noi rimaneva tutto chiuso nelle cantine nei ghetti politici, e quindi non si apriva alla gente, alla folla. Quando ho pubblicato nel 2002 “Il Fischio del Vapore” con Francesco De Gregori, tutti hanno scoperto questi canti tradizionali italiani, e nessuno li conosceva. Mi chiedevo come fosse possibile, visto che erano canti ripresi da cose che avevamo già cantato ed inciso in passato e la gente nemmeno lo sapeva. Questo è successo perché in Italia non hanno aggredito il commercio come in America dove sono più abituati a trovare in commercio cose colte”
Giovanna Marini in concerto al Nuovo Cinema Palazzo 16.02.2013
Conoscere la tradizione musicale anglo-americana è stata però, per la Marini, la base di partenza per cominciare un più importante percorso di ricerca su quella italiana: “In effetti si, sono partita per l’America che avevo appena fatto il Bella Ciao a Spoleto e conosciuto il mondo del Nuovo Canzoniere Italiano, che mi era piaciuto moltissimo. Io però venivo dal conservatorio e dalla musica classica e ancora non conoscevo il canto popolare italiano, che lì a Spoleto avevo solo sfiorato e dove ero andata perché mi piaceva molto cantare. Arrivata in America ho ritrovato però le mie origini perché lì cantavano i canti e le ballads inglesi. Dove vivevamo noi, a Cambridge nel Massachusetts, quello è New England, è il posto dove sono approdati dall’Inghilterra, e dove sono presenti tutte famiglie che rivendicano le loro origini inglesi. Questo lo si sente nelle loro canzoni e nel loro modo di cantare. Ho conosciuto poi il lavoro di Woody Guthrie, il primo disco l’ho comprato ad Harvard Square all’Università di Harvard, e ho capito che lui era l’inventore del folklore bianco americano. Ha scritto dei canti bellissimi, anche lui sui modi delle ballads e unendoli con molti canti Spiritual”. L'aver approfondito le strutture e gli stilemi tipici della tradizione anglo-americana ha però influito anche nella sua attività di autrice di compositrice: “Quando compongono per il cinema o per il teatro c’è un approccio diverso, ma quando mi trovo a comporre brani che devo cantare io stessa o il quartetto, allora faccio grande uso del talkin’ blues come nel caso de La Ballata dell’America. Anche il blues mi è entrato dentro, e se devo rievocare Giovanna Daffini, utilizzo il blues. Quando racconto La Nave, che è un disco che ha fatto Ala Bianca, ancora di vecchie ballate ed è metà talkin’ blues metà blues, quindi ha influito moltissimo”
Giovanna Marini in concerto al Nuovo Cinema Palazzo 16.02.2013
Dalla scoperta della vocalità americana è nato un sorprendente parallelo con la cultura orale italiana: “Ricordo che andammo una volta al Club 47, a sentire Almeda Riddle, una delle più importanti cantrici tradizionali americane, e la sua voce era identica a quella delle nostre mondine. L’imposto delle contadine americane e l’imposto delle contadine italiane era uguale. Hanno un imposto dove non vanno mai nelle ossa del cranio a cercare i punti di risonanza come facciamo noi o chi canta lirico, loro si fermano al palato superiore, cioè la loro voce ha una risonanza puramente facciale, si ferma all’altezza degli occhi. Ed è una voce più spinta che chiamano the belt voice, perché infatti viene dalla cintura, dal basso, spinta dal diaframma, ed è noi diciamo banalmente voce dal basso, ed è uguale. Qui la geografia non c’entra, è proprio la stessa”. Completano il disco la sorprendente versione di “The Sloop John B.” nella quale è affiancata dal Quartetto Urbano, una struggente “Goodnight Irene” e “Will You Miss Me”, tuttavia non manca anche uno spaccato dedicato ai canti di lavoro in senso stretto con “Miner’s Lifeguard”: “Miner’s Lifeguard è l’inno del sindacato dei minatori, nel suo ritmo ha il suono e la cadenza del lavoro. E’ la musica del rituale, quella legata alla funzione, quella dei lavoratori della campagna che cantano mentre lavorano. Sono canti che nascono con la funzione precisa di scandire i tempi del lavoro. Se chiede ad un cantore contadino di cantarle i canti di Pasqua, lui le dice subito, che non può cantarglieli perché non è Pasqua. Quando io chiedevo alle vecchiette in Sardegna di cantarmi un lamento, mi rispondevano “ e mica sono morta!”. Anche qui ho un amico che è siciliano e che si ostina a cantare anche se sega con la sega elettrica, quindi fa un frastuono tremendo, perché lui appena si mette a fare un lavoro manuale canta. E’ questo che mi interessa, sono i canti legati dal rito alla funzione, quei canti che provengono dalla quotidianità. Una canzonetta può essere musicalmente bella o meno, ma non è necessariamente bella, un canto di lavoro, un canto di passione della settimana santa, anche perché è cantato con quella voce, ha sempre un interesse musicale di tipo colto, profondo. Il canto necessario quello è un canto interessante”. Con “Lady Of Carlisle” Giovanna Marini ci ha regalato uno spaccato di America nel quale si intrecciano ricordi personali e studio profondo della musica tradizionale, ma allo stesso tempo ci ha donato un altro prezioso tassello per la sua ormai leggendaria vicenda artistica. 

Salvatore Esposito