BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 28 marzo 2012

Ciccio Merolla: L’Ethno-Rap Made In Naples

Apprezzato da lungo tempo come percussionista al fianco di James Senese, Eugenio Bennato, Osanna e Daniele Sepe, Ciccio Merolla è uno dei fiori all’occhiello dell’ultima generazione di musicisti napoletani. Parallelamente alla sua attività di sessionman dal 2004 ha intrapreso un interessante percorso come solista, dapprima pubblicando per Taranta Power un disco strumentale nel quale si intrecciavano ritmi funky, hip-hop e techno ed in seguito tornando al suo vecchio amore per il rap con il disco Kojoro, nel quale è contenuto il singolo la Femmena Boss. Il suo ultimo disco Fratammè vede il rap contaminarsi di sonorità ethno world che fanno da sfondo a storie di ordinaria violenza. Lo abbiamo intervistato per parlare del suo percorso musicale e del suo ultimo album. 

Quali sono stati i tuoi primi passi come musicista? 
Sono nato nei Quartieri Spagnoli di Napoli e ho iniziato a suonare sin da bambino, ricordo che suonavo sui fustini dei detersivi, sulle pentole, dappertutto. Ho sempre sentito una grande attrazione per il ritmo e per il suono in quanto tale. La vera folgorazione però è arrivata quando avevo quindici anni, fu allora che dopo aver ascoltato un disco di Tupac, mi appassionai al rap e al free style che si aggiunsero alla mia grande passione per le percussioni. A questo va aggiunto il fatto che sono nato e cresciuto in un momento di particolare fermento per la scena musicale napoletana e seguivo molto i vari cantautori e musicisti della città, con i quali successivamente mi sono trovato poi anche a collaborare. 

Parlando proprio delle collaborazioni, in particolare vanno ricordate quelle con Daniele Sepe, gli Osanna, Eugenio Bennato e James Senese... 
Queste collaborazioni hanno avuto una grande importanza per la mia carriera, perchè loro sono stati per me dei veri maestri non solo in ambito musicale ma anche della vita, e questo per la grande esperienza che hanno alle spalle. Avendo avuto modo di collaborare a lungo con loro ciò mi ha permesso in qualche modo di rubargli il mestiere, a partire da come gestirsi fino al modo di proporre le proprie idee. Tutto questo è stato poi fondamentale nel mio percorso come solista. 

La tua passione per la musica come hai detto nasce dall'ascolto di Tupac come sei arrivato poi alla tradizione musicale campana? 
Ho avuto la fortuna di nascere tra Mario Merola e Miles Davis, sai chi nasce ai Quartieri Spagnoli non può far a meno di ascoltare tanto la musica neomelodica quanto quella tradizionale. Inevitabilmente tutto questo ti entra dentro e poi ognuno di noi da una propria interpretazione personale. Ciò che però mi ha influenzato nel mio percorso musicale non è tanto la tradizione del passato, quanto la contaminazione continua che vive quotidianamente Napoli. Sin da quando ero piccolo questa città, specialmente nei quartieri più popolari, è stata sempre abitata da gente di razze differenti indiani, africani, tuttociò mi ha sempre incuriosito molto e ho cercato negli anni ho cercato di riportarlo nel mio modo di fare musica.

Quanto ha pesato la scena Posse nella tua formazione? 
Moltissimo perchè quando sono arrivate le Posse si è sentita quest'aria nuova nella scena musicale a Napoli. Per l'età che ho è stato il movimento che mi ha in qualche modo influenzato di più. 

Dal punto di vista sia del suono sia dei testi però tu hai sviluppato un percorso differente, dando vita all'etno-rap… 
Io nasco come percussionista e questo è stato determinante dal punto di vista prettamente musicale. Il movimento delle Posse nasceva in ambiente universitario e si è sviluppato soprattutto dal punto di vista sociale e politico. Loro hanno raccolto il disagio di Napoli traducendolo in musica. Io nasco invece nel ghetto, e sono io stesso parte di quel disagio che cantavano le Posse. Le storie che racconto le ho vissute in prima persona, e non nascono per sentito dire. Questa è una differenza sostanziale che mi porta poi ad usare un certo tipo di linguaggio e anche un certo stile di composizione. 

Nella tua formazione personale ha avuto un grande peso l'aver abbracciato la filosofia buddista…
La prima cosa che mi affascinò delle percussioni furono i rumoristi della RAI, loro erano abili nel riprodurre i suoni della natura, il fruscio del vento, i passi, un'incendio. Mi colpiva la loro capacità di creare suggestioni e questa è stata la spinta ad applicarmi moltissimo nello studio della musicoterapia ed in particolare sull'effetto che possono avere i suoni in noi stessi e nel nostro corpo. Mi sono avvicinato successivamente al buddismo ed in particolare mi ha sempre colpito molto il fatto che questa filosofia è basata su un concetto importante ovvero, dare un contributo alla società in base a quello che si sa fare. Il mio intento è insomma quello di mettere l'ascoltatore in uno stato d'animo di riflessione sia quando suono sia quando compongono. Il fatto che emerga dalla mia musica non può che rendermi orgoglioso perchè significa che ho raggiunto un mio obiettivo importante. 

Passando al disco mi ha colpito molto il brano di apertura, Arabian Groove… 
Napoli è stata molto influenzata dalla cultura orientale e da quella araba in particolare e non a caso all'inizio del brano dico di sentirmi più vicino ad un tunisino che ad un milanese intendo proprio questo. Questo non significa snobbare i milanesi ma piuttosto un sentirsi più vicini a chi sta vivendo un momento di grande difficoltà. Si tratta di terre con una grande storia alle spalle e dalla loro cultura c'è ancora tanto da imparare, cerco sempre con tutte le mie forze di non farmi trasportare dall'idea di consumismo che c'è da noi ma piuttosto di tornare alle vere radici dell'essere umano e molto spesso questi paesi a noi lontani mantengono viva questa umanità. 

In Arabian Groove parli anche di una religione che divide e di una musica che unisce… 
Quando ho abbracciato il buddismo sono partito dal presupposto che tutte le religioni sono importanti. La preghiera per me è musica e rappresenta un contributo importante da dare all'Umanità. Spesso però le religioni diventano il motivo di guerre e divisioni a causa del fondamentalismo. La musica invece secondo me unisce sempre. 

Fratammè invece racconta una storia vera e purtroppo molto tragica… 
Questa canzone racconta di un mio amico che mentre camminava in uno dei vicoli dei Quartieri Spagnoli venne coinvolto in una sparatoria. Lui era un ragazzo per bene non aveva assolutamente niente a che fare con la malavita eppure si trovava solo a passare in quel posto e in quel momento e fu colpito a morte da un proiettile vagante. Io ho voluto scrivere questo pezzo perchè spesso si sente dire una cosa molto fastidiosa: "Si ammazzassero per i fatti loro, noi chiudiamoci dentro e facciamoci i fatti nostri". Quando però c'è di mezzo una vittima innocente ci rendiamo conto che il problema della malavita riguarda tutti, nessuno escluso. Il messaggio che ho cercato di lanciare è proprio l'invito a combattere insieme questo male che affligge non solo Napoli ma tutta l'Italia, tutta la nostra società. La cosa triste è che tutto nasce dal desiderio di seguire il consumismo, di volere sempre di più, di cercare la felcità in qualcosa che è fuori da noi, la felicità nei soldi, nella bella macchina, nelle vacanze, nella forma fisica. La felicità è un punto ideale che una persona si da, è una scelta, quella di essere felici anche se non si hanno tutte queste cose.

Un'altro brano molto profondo è invece Guerra…
Esistono tanti tipi di guerre. Molto spesso noi ci troviamo in una società nella quale sei ritenuto povero se non hai il telefonino e non se non hai il pane e l'acqua e questa cosa mette le persone in una apprensione continua. I soldi non bastano mai e poi si arriva al punto che si può facilmente delinquere, si può facilmente perdere la nostra vita. La vita in sè non costa niente. A' Vita è A'Vita, poi ci sono le cose che ognuno può conquistare. La filosofia Buddista dice che il tesoro più grande che abbiamo è la vita e i tesori del cuore sono quelli più preziosi che abbiamo. 

Nel brano O'Viaggio racconti invece i viaggi della speranza dei tanti immigrati che approdano sulle nostre coste… 
Le storie degli immigrati le conosciammo tutti, la televisioni ce li mostra continuamente, distrutti, stremati, caricati su questi barconi, nei quali spesso alcuni di loro perdono la vita. Questa è una cosa davvero assurda. Loro vivono con il sogno di venire da noi, in Italia in un paese dove non c'è la guerra, dove si può lavorare per mandare i soldi alla propria famiglia. Invece quando arrivano vengono espropriati della loro dignità. Spesso vediamo genitori che arrivano con i propri figli e davanti a loro sono mortificati. Non è un caso che poi abbia scelto di chiudere il brano chiedendo scusa ad un ipotetico Alì per non essere stati all'altezza di ospitarli come si deve. 

O'Pittbull è invece un brano dal significato metaforico… 
Questo brano racconta di un cane abbandonato sull'autostrada e costretto a vivere per strada si incattivisce ed inizia ad aggredire le persone. Molti vogliono ammazzarlo con le polpette avvelenate, e non si rendono conto che averlo abbandonato da piccolo è proprio la società che ha creato questo mostro. Questa potrebbe essere la storia di tanti esseri umani, sai che il ghetto del mondo è una fetta di popolo che è abbandonata da qualsiasi istituzione. In questi posti vince la legge del più forte, esiste ognuno si fa giustizia da solo. 

Al disco hanno collaborato James Senese ed Eugenio Bennato… 
James ha suonato in O' Viaggio e in Arabian Groove, ed in particolar enella prima mi è sembrato naturale coinvolgerlo con il suo magico sax. Mi è bastato telefonarlo e fargli ascoltare i brani e subito ha accettato in modo entusiastico di venir a suonare. Invece con Eugenio Bennato ho avuto la possibilità di scrivere le canzoni di un musical da cui è tratta l'Assessore, mi è sembrato giusto includerla nel disco perchè in qualche modo racconta una realtà che viviamo tutti i giorni quella di persone che fanno carriera solo per ottenere un potere ma non perchè hanno una sensibilità. Molti non lavorano per rendere migliore la nostra società ma lo fanno solo per scopi personali. 

In conclusione mi piace citare anche Mostro… 
E' la riscrittura di una canzone cantata da Mina, e mi sono davvero divertito a rifarla perchè mi aveva sempre colpito sin da quando la sentivo da piccolo. 

Quali sono i tuoi programmi per il futuro… 
Il tour promozionale del disco sta andando molto bene e stiamo già allestendo i concerti per il tour estivo. La cosa bella è che c'è sempre un bel pubblico e tutti i concerti sono stati molto seguiti con date sempre sold out.


Ciccio Merolla – Fratammè (Ghetto Nobile/Jesce Sole/Edel) 
Nato e vissuto nel ghetto di Napoli, i Quartieri Spagnoli, mentre nella sua città sbocciava il meglio che la musica partenopea avesse mai proposto, Ciccio Merolla è un’artista poliedrico, che unisce l’amore per le percussioni a quello per il rap e il free style senza dimenticare le sonorità della tradizione e la contaminazione. Il suo ultimo album, Fratammè raccoglie undici brani autografi, caratterizzati da grande originalità compositiva dove il rap e il free style si sposano con sonorità ethno-world. Spaziando dalla tradizione afroamericana a quella della sua Napoli, Merolla, ha dato vita ad un racconto a cuore aperto nel quale si intrecciano spaccati della sua città, dei nativi Quartieri Spagnoli, degli ultimi e dei dimenticati, di immigrati e politici corrotti. Dal punto di vista prettamente sonoro particolarmente felice è stata la scelta di suonare ogni strumento senza ricorrere a basi mixate da un dj, e ciò permette al ritmo di colpire dritto nel profondo, dando una cornice perfetta ai vari testi. Ad aprire il disco è la splendida Arabian Groove nella quale brilla il sax di James Senese, si passa poi alla title-track che racconta una triste vicenda autobiografica nella quale Merolla racconta la storia di un suo amico ucciso per sbaglio da un proiettile vagante in un agguato di camorra. Durante l'ascolto emergono poi brani come O' Viaggio nella quale emerge la triste realtà dei tanti immigrati che giungono sull nostre coste sperando in un futuro migliore e trovano solo sofferenza, o ancora la torrida O' Pittbull nella quale un cane abbandonato sull'autostrada diventa una metafora per tutti gli emarginati dalla società, e L'Assessore, scritta in collaborazione con Eugenio Bennato per un musical e che brilla per l'ironico testo. Sul finale non manca anche un divertissment con Mostro, nella quale il musicista napoletano riscrive a modo suo in napoletano la celebre Brava cantata da Mina, e che in questo caso diventa Mostro intesa come campione di bravura o come qualcuno che si vanta troppo. Merolla canta la Napoli degli ultimi, quella maledetta, quella dipinta magistralmente da Peppe Lanzetta nei suoi romanzi, e proprio come lo scrittore napoletano ci ricorda che quella realtà, quelle storie non possono esserci estranea, ma che è parte di noi e noi per primi dobbiamo combatterla superando l'indifferenza. Fratammè è dunque un disco profondo che nasce nell'alveo delle Posse ma che da esse si distacca per dare voce alla Napoli del Ghetto e non a quella del sentito dire.



Salvatore Esposito

Talvin Singh & Niladri Kumar – Together (World Village)

Together segna il grande ritorno sulla scena del talento multiforme di Talvin Singh, tablista, produttore, DJ, pioniere e guru della fusione tra musica classica indiana e cultura del breakbeat e del drum’n’bass, dopo che negli ultimi anni di lui si erano un po’ perse le tracce. Qui il londinese ha come partner Niladri Kumar, nato nel 1973 a Kolkata, esponente di una famiglia che da cinque generazioni coltiva l’arte del sitar, quindi magistralmente dentro la tradizione classica industana, ma anche impudente sperimentatore dal piglio rock. Creatore dello zitar (un sitar elettrificato che incrocia strumento indiano e chitarra), Kumar assomma tecnica prodigiosa e flessuose tinte slide e bluesy. Il cuore del suono è la convergenza di tessuto poliritmico, manipolazioni elettroniche e corde che lanciate all’avventura. Il duo raggiunge una potente compiutezza espressiva: aleggia l’illuminata comunione di note e spirito che si concretizza in dense stratificazioni sonore elettro-acustiche, sfolgoranti incastri, chiamate e risposte, improvvisazioni vertiginose. Tra graduali o serrati squarci di spazialità fluiscono dieci brani che sollevano, incalzano, abbacinano, scuotono ed avviluppano. Svettano l’iniziale “The River”, “Ananta”, Together”, “The Bliss” e “Threads”. 


Ciro De Rosa

Roger Daltrey performs The Who’s Tommy, Milano, Teatro Smeraldo, 24 marzo 2012

Premessa
Michele Gazich riflette su Tommy
Tommy, l’album degli Who pubblicato nel maggio 1969 dopo lunga e complessa gestazione, portò la musica rock oltre le colonne d’Ercole; qualcuno dei membri della band inglese ancor oggi ogni tanto fa ritorno per raccontarci ciò che vide: preziosa, dunque, l’opportunità di ascoltare Roger Daltrey (vocalist degli Who e iconico protagonista nell’omonimo film di Ken Russell), accompagnato da una band di tutto rispetto, nella riproposizione live di Tommy, capolavoro del rock e non solo, che, come solo la grande arte fa, continua a parlarci e ad additarci. Il grande assente, naturalmente, è Pete Townshend, compositore e ideatore della prima rock opera della storia; vi furono poco prima altri significativi tentativi, ma Tommy, con la sua perfetta riuscita, eclissò ciò che la precedette, perché la storia dell’arte è dura, spietata e profondamente giusta: è la storia dei trionfi e non dei tentativi anche se significativi. Townshend resistette alle pressioni di Kit Lambert, il produttore che all’epoca lo affiancava, il quale avrebbe voluto un’orchestra accanto agli Who, per dare grandezza e richiamare un sound effettivamente “operistico”. Townshend resistette e uno dei motivi di fascino, ancor oggi, di Tommy è certamente il suo suono scarno, ma proprio per questo tanto più potente della più tronfia e gonfia orchestra wagneriana: è il suono eternamente attuale di un quartetto rock, arricchito da armonizzazioni vocali potenti e mai leziose. Tommy è la storia di un ragazzo cieco, sordo e muto, con spiccate caratteristiche autistiche; ha subito traumi e molestie nell’infanzia a vari livelli, ma, come osserva Townshend, anche la violenza subita dallo zio e dal cugino, nella mente di Tommy provoca una paradossale crescita spirituale: “He takes it as a move of total affection, not feeling the reason why. Lust is a lower form of love, like atomic attraction is a lower form of love. He gets an incredible push from it, where most people would get a spiritual retardment, constantly thinking about this terrible thing that’s happened to him. In Tommy’s mind everything is incredible, meaningless beauty”. Tommy è un idiota, un puro folle, un santo, un messia come lo definiva il suo autore; la rock opera è portatrice di un forte messaggio spirituale, scaturito da tante influenze: cristiane, ma non solo. Ricordiamo almeno la figura di Meher Baba, il guru frequentato da Townshend nel periodo della composizione di Tommy. Meher Baba era molto meno cool e molto meno amico dei media del coevo guru Maharishi Mahesh Yogi (quello dei Beatles, per intenderci), a partire dal fatto che non parlava, in seguito ad un voto di silenzio che mantenne dal 1925 alla sua morte (!). Nelle sue lezioni si esprimeva a gesti e con l’alfabeto muto… Siamo già nel mondo di Tommy: è interessante osservare che Meher Baba auspicava un risveglio spirituale degli esseri umani, simile al momento in cui Tommy si libera, rompe il vetro che lo circonda e comincia a comunicare davvero con gli uomini e con il creato al grido “I’m free!” 

Il concerto

A Milano si conclude la serie di date italiane del Tommy di Roger Daltrey. Il pubblico, numeroso, riempie il Teatro Smeraldo. Chi entra sente già uscire musica dalle casse del teatro: musica che poi capisco organizzata cronologicamente. Si parte dal blues delle origini, per giungere, attraverso varie mutazioni e passaggi intermedi, al Rock’n’roll anni cinquanta. Ciò predispone positivamente gli animi dei presenti: pubblico eterogeneo nell’abbigliamento e nell’estrazione sociale, ma, purtroppo, decisamente su con gli anni. Fin dalle prime note l’entusiasmo è palpabile. L’Overture è eseguita con grande tensione ritmica: Daltrey percuote uno contro l’altro due tamburelli (chiamiamoli come li chiamiamo noi in Italia, almeno su Blogfoolk), sottolineando con forza il ritmo e i riconoscibili temi melodici, accompagnando la sua esemplare band: Frank Simes (chitarra), Scott Deavours (batteria), Jon Button (basso) e Simon Townshend (chitarra). Questi musicisti hanno già suonato a lungo Tommy con Daltrey e non ci saranno sbavature nel corso del concerto: l’esecuzione della rock opera è positivamente legata all’album originale, ma non ne è pedissequa ripetizione. 
Ascoltiamo, infatti, notevoli e inedite aperture musicali, che non stravolgono il disegno iniziale, ma ben si amalgamano con esso. Scott Deavours, in particolare, riesce a non far rimpiangere il pirotecnico stile batteristico di Keith Moon e le due chitarre, ora acustiche ora elettriche, si incrociano con elegante precisione. Le armonie vocali, parte fondamentale di Tommy, sono eseguite con perizia e ferma intonazione. La band è in grado di suonare, inoltre, con il notevole eclettismo necessario alla rockopera: dal rock di Pinball wizard al vaudeville di Tommy’s holiday camp Ma parliamo del protagonista innanzitutto, naturalmente. Avevamo sentito parlare dei suoi problemi vocali e di interventi chirurgici, ma la sua voce – lo capiamo da subito – questa sera c’è: Daltrey parte prudente, ma già in Eyesight to the blind si lascia andare e la sua voce prolunga espressionisticamente ogni finale di strofa, provocando applausi scroscianti. Anzi, da questo momento in poi quasi ogni canzone sarà cantata insieme a lui dal pubblico e sottolineata da applausi che tuttavia non interrompono la concentrazione con cui la band procede nell’esecuzione di Tommy con intensità e senza soluzione di continuità, come è giusto che sia. Uno schermo, collocato sullo sfondo del palco, inoltre, sottolinea gli snodi narrativi della rock opera con cartoon di gusto psichedelico. “See me, feel me, touch me, heal me”: quando Daltrey canta per la prima volta la nota invocazione i cuori di tutti si spalancano alla commozione: l’invocazione, melodicamente stupenda come sappiamo, muove qualcosa di molto profondo in tutti. Daltrey diventa sciamano ed invoca la guarigione attraverso la musica, come in tante tradizioni di musica popolare anche della nostra Italia, come nella Taranta. 
Non sembri assurdo l’accostamento: in quel momento al Teatro Smeraldo l’intensa concentrazione e la commozione del pubblico sono state rito, rito di guarigione. “See me, feel me” pronunciati a piena voce; “Touch me, heal me” invece quasi con un sussurro, come se il cantante, celebrante di un rito comune, invocasse la guarigione innanzitutto su di sé, sulla sua voce ferita e miracolosamente così forte. Dopo che la guarigione fu iniziata, citando una vecchia canzone di Van Morrison, il seguito dell’esecuzione di Tommy è stato un crescendo di gioia e di partecipazione sul palco e nel pubblico. Difficile dire “cosa è venuto meglio” in un rito: segnalerò tuttavia che Pinball wizard è stata furiosamente all’altezza della fama e che I’m free è stata veramente liberatoria, esplosiva: Daltrey cantandola questa volta non planava su di noi nudo attaccato ad un deltaplano rosso come nel film di Ken Russell, ma la sensazione di totale e gioiosa libertà è stata la medesima. Verso la conclusione della rock opera il pubblico ha abbandonato le poltroncine e si è lanciato sotto il palco, tutti ormai guariti anche dagli acciacchi dell’età, cantando in coro il mantra: “Listening to you I get the music / Gazing at you I get the heat / Following you I climb the mountain / I get excitement at your feet! / Right behind you I see the millions / On you I see the glory / From you I get opinions / From you I get the story”
Finito Tommy, tutti eravamo già profondamente soddisfatti e appagati, ma Daltrey ci ha intrattenuti ancora a lungo, con la generosità che solo i grandi performer hanno, totalizzando quasi le due ore e mezza di concerto. Si sono sentiti tanti classici degli Who da I can see for miles a My generation a Who are you? a Behind blue eyes fino ad una eccezionale Baba O’Riley, di grande tensione ritmica, in cui Daltrey ha sostituito la celebre parte di violino con un coinvolgente assolo di armonica a bocca. Curioso sottolineare che, poco prima della fine del concerto, è stato proposto un divertente Medley di canzoni di Johnny Cash, nel presentare il quale Daltrey ha parlato, senza nessun tabu, dei suoi problemi vocali e della necessità di cantare qualche canzone su una tonalità più bassa e: “Chi cantava più basso di Johnny Cash?” Il pubblico era tutto con lui in un abbraccio affettuoso anche per questa condivisione, così poco da rockstar e così umana. Daltrey è ormai un uomo anziano: ha compiuto 68 anni il primo marzo, ma l’altra sera al Teatro Smeraldo nessuno lo ha visto vecchio. “Un uomo vecchio è una povera cosa – diceva il poeta William Butler Yeats -, a meno che l’anima non batta le mani e canti sempre più forte per ogni strappo del suo abito mortale”. Roger Daltrey, grande sciamano e grande anima, ha guarito noi e se stesso attraverso la musica e la parola.




Michele Gazich

L’Usignolo Concerto a Fiato – Sciopero dei Musicisti (Tacadancer/She’he’razade)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

I Concerto a Fiato nacquero verso la fine dell’Ottocento ed erano qualcosa di molto diverso rispetto a quello che è il moderno immaginario di orchestra da ballo. Spesso si trattava di musicisti improvvisati, di veri e propri pionieri, che si esibivano nelle aie, durante le feste popolari o le sagre o ancora in occasioni speciali quali la vendemmia o la mietitura. La gente aveva solo voglia di ballare e di divertirsi, per dimenticare almeno per un po’ la fatica del lavoro, e loro non si tiravano mai indietro e via uno dietro l’altro un valzer, una mazurca, una polca, il tutto tra clarinetti e trombe che inanellavano sequenze indiavolate di note. La particolarità di questi gruppi era l’utilizzo di soli strumenti a fiato e la mancanza delle percussioni, non essendo la musica da ballo ancora contaminata dai ritmi spagnoli e sudamericani, e spesso l’unica base ritmica era il solo contrabbasso. Nel loro repertorio non mancava mai uno dei più celebri valzer di Luigi Boccaccio, L’Usignolo ed ispirandosi a questo brano e a questa particolare tradizione dimenticata della musica romagnola, è nato L’Usignolo – Concerto a Fiato, un gruppo di giovani e talentuosi musicisti fondato da Francesco Gualerzi (quartino, sax) e Mirco Ghirardini (quartino, clarinetto) e completato da Fabio Codeluppi (tromba), Valentino Spaggiari (bombardino), Marco Catelli (genis), Dimer Maccaferri (corno), Gianluigi Paganelli (Tuba), il quale oltre a riproporre i brani più famosi ed ancora molto amati di questo repertorio, da qualche tempo è impegnato in un intenso percorso di ricerca sulle tracce di questi antichi gruppi di musicisti. Non mancano brani originali composti da Gualerzi che grazie alla sua grande sensibilità artistica è riuscito non solo a recuperare lo stile esecutivo originario ma anche a ricreare quell’atmosfera rurale densa di fascino che li caratterizzava. Dopo il grande successo riscosso da Di Buon Mattino nel 2007, L’Usignolo torna con un nuovo disco, Sciopero Dei Musicisti, pubblicato da Tacadancer e nel quale sono raccolti quindici brani di grande intensità nei quali ripercorrono le tracce del Concerto a Fiato di Barco. Durante l’ascolto si viene letteralmente pervasi dalla bellezza e dall’eleganza di questi brani, tra i quali spiccano Focosa, Brunello, Rocco e soprattutto la splendida Ballando con Marianna, nella quale brilla l’ottimo interplay tra i vari strumenti a fiato. Quella de L’Usignolo è un’altra scelta vincente di Tacadancer che sta sviluppando man mano un percorso di alto profilo musicologico, volto a gettare nuova luce sulle musiche da ballo dell’Emilia Romagna, una tradizione troppo spesso svilita dalle stanche ed immobili orchestre da balera che popolano i canali satellitari, ma che invece nasconde una grande profondità ed importanza al pari dei balli irlandesi o di quelli salentini. 


Salvatore Esposito

Alessandro Portelli, Note Americane, Shake Edizioni 2011, pp. 188, € 15,00

Alessandro Portelli non ha bisogno di presentazioni, per lui parla la sua luminosa carriera accademica come professore ordinario di Letteratura Anglo-americana presso L'Università La Sapienza di Roma, Alessandro Portelli e i tanti lavori di ricerca compiuti a partire dagli anni sessanta sino ad oggi sia nell'ambito della musica tradizionale italiana sia in quella d'oltreoceano. Il suo ultimo libro Note Americane, edito da Shake Edizioni e pubblicato per la serie di libri di Acoma, è una splendida antologia che raccoglie alcuni suoi saggi ed articoli usciti in tempi recenti dal 2000 ad oggi per il Manifesto, per la stessa rivista Acoma di cui è direttore, nonchè per altre pubblicazioni. Se apparentemente questo potrebbe sembrare un sintomo di disomogeneità degli scritti, durante la lettura si scopre che ogni articolo sembra concatenato all'altro anche se sono stati scritti e pubblicati in momenti differenti. Nelle quasi duecendo pagine di Note Americane è condensato dunque un po' tutto il percorso di ricerca del ricercatore romano nell'ambito della tradizione musicale americana, alla quale aveva già dedicato il bellissimo La Canzone Popolare in America nonchè numerosi altri studi. Si spazia così Woody Guthrie fino ad arrivare a Bruce Springsteen passando per Robert Johnson, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Bob Dylan e Pete Seeger, il tutto attraversando generi musicali diversi come il blues, il folk, la musica nera, la country music, il gospel, il rap, e non tralasciando anche un'attenta indagine anche dei contesti sociali a partire dai movimenti per i diritti civili passando alla schiavitù e al razzismo fino a toccare le lotte sindacali e la cultura della contestazione. Ogni pagina è così una tessera di un complicato ma affasciannte mosaico che nel suo insieme è l'immagine dell'America, della quale Portelli con il suo stile diretto e sempre chiarissimo offre non solo un indagine attenta dal punto di vista musicale ma anche da quello sociologico. Di grande interesse sono soprattutto gli articoli dedicati a Bruce Springsteen e ai suoi dischi ed in particolare alle Seeger Session, che rappresentano un po' la chiusura di un cerchio aperto molti anni prima dal folk revival. Il cantautore americano è il figlio della cultura della classe operaia americana, quella dei beautiful looser degli ultimi vent'anni, degli sconfitti ma che ancora ha la forza di reagire. Le sue canzoni, i suoi dischi sono imbevuti di quella musica popolare nata a cavallo dell'immediato dopoguerra, e Portelli riesce alla perfezione nel tracciare questo percorso che conduce alla sua opera, aprendo davvero una riflessione importante sul legame stretto che intercorre tra Springsteen e Woody Guthrie. 


Salvatore Esposito

Cantodiscanto – Tutto Il Mondo è Paese (Materiali Sonori)

Nati nel 1983 come progetto di musica popolare coordinato dal chitarrista e cantante napoletano Guido Sodo, i Cantodiscanto vantano un articolato percorso musicale che nell’arco di oltre vent’anni li ha condotti ad esplorare e a ricercare le varie interazioni presenti tra culture del Mediterraneo, partendo dalle strutture musicali per finire con lo studio comparatistico della strumentazione. Dopo alcuni cambi di formazione, il gruppo attualmente è composto, oltre che da Guido Sodo (chitarra classica, battente e portoghese, oud, arpa celtica e voce), Paolo Caruso (darbouka, udu, hand traap-set), Ivan Valentini (sax soprano e sax alto), Frida Forlani (voce, caxixi). Il loro ultimo album, Tutto Il Mondo è Paese giunge a ben otto anni di distanza da Malmediterraneo e li vede allargare la loro ricerca sonora verso le tradizioni musicali del Nord Europa. Prede così vita un viaggio attraverso paesi ed epoche differenti nel quale i Cantodiscanto ci svelano come Nord e Sud del Mondo possano dialogare armonicamente attraverso la musica, in un fluire di suggestioni che abbatte ogni barriera e punta ad evidenziare la grande voce del popolo. Partendo da un’attenta ricerca sulla contaminazione e sulla ricerca di una perfetta alchimia di suoni, i Cantodiscanto hanno rintracciato punti di contatto tra tradizioni solo apparentemente lontane tra loro come possono essere le gighe o le danze irlandesi e il saltarello e la tarantella del Centro-Sud Italia, o ancora hanno messo in evidenza come certi canti popolari svedesi abbiano una vocalità portata che è molto vicina a quella dei canti a distesa del Salento. Ma non è tutto, perché grande cura è stata posta anche nello studio e nell'uso degli strumenti e con grande piacere si scoprire che la chitarra portoghese, tipica del fado possa essere usata come una chitarra battente o un mandolino. Durante l'ascolto brillano così brani come le splendide Bayaty, African Jig, Kalamatianòs, impreziosite dalla voce del cantante palestinese Faisal Taher, ma anche la suggestiva Sodade, l'intensa versione della ballata narrativa Cecilia e la conclusiva Pizzica di San Vito. Di grande impatto è anche la scelta di inserire il napoletano e l'arabo che rappresenta l'anello di congiunzione rispetto alle loro precedenti esperienza artistiche, ma che si inserisce perfettamente nella loro cifra stilistica nella quale creatività e rispetto per le diverse tradizioni vanno di pari passo. I Cantodiscanto con Tutto Il Mondo è Paese hanno certamente raggiunto uno dei vertici della loro vicenda artistica, e ci auguriamo davvero che questo disco possa dargli la visibilità giusta che in questi anni è mancata. 



Salvatore Esposito

Arturo Stàlteri - Flowers 2 (Flowers Records)

Talentuoso pianista romano ed autorevole voce radiofonica della RAI, Arturo Stàlteri, ha mosso i primi passi con i Pierrot Lunaire, durante gli anni settanta nel pieno del rock progressive per poi avvicinarsi alla musica classica al jazz e alla new age, con lavori come Circles del 1998 dedicato alla musica di Philip Glass o ancora CoolAugustMoon dedicato invece a Brian Eno, l'apice della sua produzione è arrivato però con i più recenti Child of the Moon - Dieci Notturni e Un’Alba del 2007 e Half Angels del 2009. A distanza di oltre due anni dal suo ultimo album il musicista romano ha di recente dato alle stampe Flowers 2, disco che raccoglie dieci brani che si ricollegano a Flowers del 1995 e nel quale riscopre la sua musica di elezione, ovvero quella classica senza tuttavia dimenticare divagazioni in altri generi e riletture di classici del rock. Durante l'ascolto si spazia così dall'intensa riproposizione del Notturno in Mi Minore di Chopin alla Suonata al Chiar di Luna di Debussy fino a toccare la struggente L'Improvviso in La bemolle maggiore di Franz Schubert. Non manca una travolgente rielaborazione di Tristan Und Isolde di Wagner ma il vero vertice del disco è rappresentato dalle magistrali riletture di Sonata in Do Diesis Minore di Beethoven e dalla Fantasia Cromatica in Re Minore di J.S. Bach. Completano il disco una sontuosa rilettura per piano di In The Court Of The Crimson King, il pop degli inslandesi Sigur Ros di Hoppipolla e l'inedita, The Consciousness of Tao, nata durante le registrazioni televisive di Bitte, keine Réclame il programma per Rai Futura che Arturo ha condotto nel 2004 insieme a Franco Battiato. Sorprendente poi è anche l'additional track ovvero Moonbreath (We're Setting Of With Soft Explosion) dedicata alla sua band preferita, i Rolling Stones. 


Salvatore Esposito

Domo Emigrantes - Domo Emigrantes (Autoprodotto)

Nato nel 2009 dall'incontro tra alcuni giovani musicisti lodigiani con la comune passione per la musica del Sud Italia e la world music, i Domo Emigrantes sono un interessante gruppo con alle spalle già una solida esperienza maturata sul palco dove hanno avuto modo di rodare e sperimentare il loro ricco repertorio che mescola i canti e i balli tradizionali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. A caratterizzare in modo particolare la loro proposta artistica è il loro originale approccio alla tradizione nel quale il rispetto per le strutture e le timbriche originarie si sposa al desiderio continuno di ricercare e sperimentare sui suoni e gli arrangiamenti acustici. Il gruppo originaria mente formato da Stefano Torre (voce, chitarra, fiati, plettri, tamburi a cornice), Filippo Renna (voce, percussioni, tamburi a cornice), Luca Consolandi (fisarmonica), si è ulteriormente arricchito con l'ingresso in formazione di Giovanni Avanzato (clarinetto e chitarra) e di due ballerini. Il loro primo disco omonimo, pubblicato lo scorso luglio, rappresenta molto bene quelli che sono i loro abituali live act con sonorità molto brillanti e trascinanti e una buona dose di entusiasmo che rappresenta la marcia in più. A rendere ancor più ricca la loro proposta c'è l'uso degli strumenti tipici della tradizioni e soprattuto la grande esperienza maturata dai vari componenti in altre formazioni come il gruppo folk Terra del Sole, o i Khaossia come nel caso di Stefano Torre. Durante l'ascolto piace il loro approccio diretto e allo stesso tempo essenziale che mira a far emergere la vera sostanza dei brani, e che soprattuto è del tutto lontano da certe pretestuosità che si ascoltano attualmente in giro. Insomma come primo passo questo disco di debutto è una buona prova, attendiamo ora di vederli alle prese con un repertorio più omogeneo e soprattutto con qualche cosa di un po' più impegnato. Siamo certi che i risultati non tarderanno ad arrivare. 



Salvatore Esposito

Bap Kennedy - The Sailor’s Revenge (Proper)

Gli Energy Orchard , gruppo irlandese della fine degli anni 80, me li ricordo bene, vennero fuori da quella scena irlandese ricca di gruppi e voci di gemmazione vanmorrisoniana/folk moderno e altre influenze. Bap Kennedy era il songwriter principale e chitarrista del gruppo. Allo scioglimento del gruppo, Bap registra diversi dischi da solista, con collaborazioni importanti con Van Morrison e Steve Earle, ha avuto una sua avventura texana ad Austin ma in questo disco recupera la native land e le sonorità pure del folk, aiutato dalla misura di Mark Knopfler, sempre più capace di un apporto magico e adatto alle canzoni. Dirvi che il disco è davvero bello è riduttivo, dirvi che si tratta di un lavoro adulto e maturo lo relegherebbe in un limbo dal quale difficilmente uscirà. E’ un disco per ultraquarantenni, siamo sinceri, ultraquarantenni just like me per cui, da un lato bene dall’altro no. Non posso dirvi che mi fa piacere sapere che il cd in questione rimarra’ appannaggio di chi non è che ne abbia proprio necessità come me, no? Sarebbe bello sentire che viene ascoltato da quelli di Jersey Shore, o no? Non sarebbe esaltante sentire uno dei tamarri della casa del grande fratello fischiettare Jimmy Sanchez o Shimnavale? O sentire Linus pompare il disco dalle frequenze della sua pessima radio, o no? Sappiamo già che non sarà così, noi che abbiamo in casa “A period of Transition” in vinile E in cd e il cofanetto dei 45 degli Hothouse Flowers, noi lo ascolteremo dicendoci quant’è bello senza cambiare nulla. That’s how the world goes e riconoscerlo puo’ solo far bene. Il mio augurio per Bap è che intanto ha avuto culo ad essere nato in Irlanda e non in Italia. Irlanda che ha da sempre una serie di problemi non indifferenti, legati al rapporto con l’Inghilterra, oltre a problemi economici che l’hanno resa terra di emigrazione, di scontro sanguinoso e cruento. In ogni caso è una terra ove la musica è centrale nella vita delle persone, una necessità interiore forte. Vi lascio pensare al nostro paesello e non voglio farvi salire troppo il blues. Musicalmente siamo nell’ambito di arrangiamenti classicamente demodè, ma mai di maniera, si sente lo sforzo di controllare l’espressività e le dinamiche, questi musicisti stanno respirando e colorando con i chiaroscuri le strutture armoniche e le scelte ritmiche a volte appena accennate di Bap. Certo, un poco di irrazionalità in più non guasterebbe, quell’aspetto di pazzia così celebrato da Van The Man e altri riferimenti del nostro. In ogni caso,comprate tranquillamente il cd o ancor meglio il vinile.



Antonio "Rigo"Righetti

mercoledì 21 marzo 2012

I Gang, le Storie dell’Altra Italia e la Nuova Rivoluzione

La pubblicazione di Storie Dell’Altra Italia, realizzato insieme con Massimo Priviero e Daniele Bianchessi è l’occasione per ritrovare un grande amico e lettore di Blogfoolk, ovvero Marino Severini, voce ed anima dei Gang insieme al fratello Sandro. Con lui abbiamo parlato ovviamente del nuovo lavoro cogliendo anche l’occasione per un approfondimento politico e sociale dell’attuale situazione italiana, dei vari progetti discografici realizzati dopo la pubblicazione di Controverso nel 2000 e del prossimo futuro. Marino è un fiume in piena e si racconta, come sempre, a cuore aperto e con quella sincerità e franchezza che caratterizza i suoi dischi. 

Avete appena pubblicato Storie Dell'Altra Italia insieme con Massimo Priviero e Daniele Bianchessi, un disco che raccoglie le registrazioni dello spettacolo omonimo che state portando in tour in tutta Italia. Ci puoi parlare di com'è nato questo progetto artistico?
Considero questo spettacolo come lo sfociare di tre torrenti in un grande fiume che è quello della parola o meglio della narrazione. Questo disco è nato sulla strada! Come del resto tutti quei progetti che ci vedono coinvolti da anni. Sulla strada perché è lì che avviene l'incontro, lo scambio e la condivisione. Con Massimo e Daniele siamo amici da tanti anni poi è bastato qualche bicchiere, qualche sigaretta in un qualche camerino e Daniele ha preparato la Carovana, ha organizzato la spedizione ed eccoci a raccontare un'Italia altra, andando su e giù per il paese. Con lingue diverse con stili diversi ma comuni! 

I vostri primi passi nel mondo della musica risalgono agli anni settanta, il vostro massimo successo invece è arrivato negli anni novanta, mentre sulla scia di Tangentopoli emergeva Berlusconi. Come si è evoluto in questi anni il vostro approccio alla canzone di denuncia sociale? 
I primi passi nel mondo della musica risalgono alla nostra infanzia e alla nostra adolescenza come ho avuto modo di raccontare in tante occasioni. Con i Paper’s Gang cioè io e Sandro insieme, nello stesso gruppo, abbiamo iniziato alla fine degli anni settanta. Quanto al “successo" io ci tengo a ribadire che il “il massimo del successo non è che il fallimento" tanto per citare Dylan. Ad essere onesto e sincero posso, anche con gran soddisfazione, dire oggettivamente che oggi mi sento al massimo del “successo". Te lo dico rispetto alle aspettative. Quando noi abbiamo cominciato non cercavo di sicuro quel tipo di fama o successo o record di vendite ma niente altro che l'appartenenza e questa solo oggi posso dire di averla trovata. Se per successo intendi quel periodo in cui qualcuno tipo azienda come CGD o multinazionale tipo WEA investiva sui nostri prodotti io ritengo quel periodo un incidente di percorso utile solo per averci insegnato a non fare più esperienze del genere. Questo non solo per un fatto di esperienza personale ma per rispetto del nostro lavoro. Noi produciamo dei Beni culturali quindi il nostro riferimento e interlocutore è la politica. Chi invece produce merci ha per forza di cose come riferimento il mercato con i suoi metri di misura, le sue regole… che non sono nostre e non appartengono alla nostra cultura. Ci tengo inoltre a precisare che le canzoni che compongo sono solo canzoni, non mi identifico in nessuna categoria che non sia quella della canzone popolare. Questo, per stare dentro le circostanze storiche, appartiene ad una scuola “critica" e culturale che va da Ernesto De Martino e le sue relazioni con Alan Lomax e passa per Diego Carpitella, Gianni Bosio, fino ad arrivare ai Giorni Cantati di Alessandro Portelli. E' in questa storia che si può individuare il lavoro che ho fatto nella canzone italiana, con la peculiarità e l'unicità di aver dato ad essa lo spirito guida o la contaminazione del Rock'n'Roll, inteso come stagione dell'Umanesimo e come una delle Tre Grandi Rivoluzioni del Novecento, insieme a quella dei Soviet del 1917 e a quella della Teologia della Liberazione. Tutto il resto non mi riguarda e credo serva, come tante altre classificazioni, solo ad un commesso di un negozio di dischi per trovare al volo lo “scaffale” giusto! Poi aggiungo che, in quanto appartenente e protagonista di una stagione che è quella delle subculture in Italia, anche la stagione dello stile è finita da un pezzo quindi anche quella classificazione è ormai obsoleta e stantia. Per quello che riguarda i vari mascheroni della cosiddetta politica italiana… sinceramente non credo che abbiano mai più di tanto influenzato le mie canzoni, lo dimostra anche il fatto che le canzoni che scrivo non sono quasi mai cronaca, non hanno l'urgenza del presente, quanto, ripeto, sono storie. Quindi cercano una loro utilità e una loro funzionalità che è quella di ridare e restituire alla cultura popolare il carattere di Eternità più che di universalità. Come dire non cercano consenso e trasversalità ma appartenenza, Mitologia e leggenda. 

Nell'epoca in cui si parla del collasso del sistema economico, quanto è importante cantare la rivoluzione? Si può cambiare il mondo con una canzone? 
Non ci sono dubbi, le canzoni possono contribuire a realizzare la rivoluzione, e per rivoluzione intendo non certo quella che è stata già consumata, quella industriale ma piuttosto, la nostra rivoluzione che consiste soprattutto nel riconciliare la terra con il genere umano. Molte delle canzoni dei Gang sono storie cantate, sono storie di “banditi”, di fuorilegge, quelli che violano le leggi per affermare un principio. Sono prese di posizione rivoluzionarie. Le storie sono la vera grande ricchezza di un popolo perché non è vero che la storia siamo noi. La storia appartiene da sempre ai vincitori. Chi vince s’impossessa della storia e la impone con gli strumenti che ha a disposizione. Noi allora cosa abbiamo? Noi abbiamo le storie, che fanno un’altra storia: quella degli ultimi (che sono e saranno i primi) o meglio ancora, quella dei vinti. Ma proprio perché noi non dimentichiamo l’esclusione, lo sfruttamento, le umiliazioni e le violenze subite significa che siamo…invincibili! Pronti a una nuova rivoluzione. E allora mantenere vivo il sentimento della memoria significa lavorare per la rivoluzione. Ho sempre cercato con le canzoni di contribuire alla costruzione di un futuro migliore per questo paese, un futuro che si fonda sulle sue tradizioni che sono ancora vive. E' proprio nell'incontro tra le tre grandi tradizioni che si realizza la nuova rivoluzione. C'è quella cristiana di Ciotti, Zanotelli, Puglisi, Balducci e Milani, quella comunista con la sua visione della democrazia che ha introdotto i consigli di fabbrica, le società di mutuo soccorso e le case del popolo, e quella delle minoranze, delle sinistre eretiche, di Pasolini o Pazienza, del femminismo, di “un altro mondo è possibile”. Nella nuova Rivoluzione stiamo lavorando per l’Unità, e proprio perché la nuova appartenenza non può prescindere da un nuovo rapporto e relazione con la Terra, la scoperta sta nel ritrovare l’elemento di sacralità che ci unisce, un elemento che non è solo competenza di fede ma anche di storia. Sono e siamo lontani dalle secche e dalle paludi dei “venditori di canzoni-saponetta”, poiché in quelle terre da loro occupate e presiedute non c’è nessun metodo di produzione, oppure dico serenamente che il loro metodo è inconciliabile con il mio. Io sono un uomo libero, in mezzo ai padroni della musica non lo sarei perché mi vedrei costretto a rinunciare al modo con cui faccio il mio lavoro e a metterlo a servizio di logiche che combatto. Non è altro che un conflitto fra sistemi e modi di produzione, fra modelli e valori sociali, culturali e politici diversi, e che sono in conflitto fra loro, nel senso che l’esistenza di uno significa la soppressione dell’altro. Ho imparato a scrivere canzoni avendo chiaro un metodo che è quello dello scambio fra energie, incontro fra percorsi diversi, un lavoro di gruppo che possa arricchire il mio stile e fare più ricco in termini di emancipazione chi poi userà le mie canzoni, facendo del mio lavoro un’esperienza comune. E questo con la consapevolezza di ciò che produco, di perché e come lo produco e per chi lo produco. Questo è oggi impossibile nelle logiche micro e macro industriali della canzone, almeno in Italia. Vorrei aggiungere un’ultima cosa a proposito della rivoluzione. Qual è la parola che l’annuncia? Qual è la Parola pronunciata, scritta e cantata che si fa avvento? La parola è GRAZIE! Quando Noi ricominciamo, dopo una nuova educazione sentimentale a dire grazie - anzi GGGRRRAAAZZZIIIEEEE !!!! - allora la rivoluzione è iniziata. Cos’è il canzoniere dei Gang se non una specie di educazione sentimentale per ridire GRAZIE a Maria Cavatassi, a Don Puglisi, al bandito Trovarelli, a Fausto e Iaio, a Chico Mendes, al subcomandante Marcos, alla Banda Bassotti, ad Andrea Pazienza, ai fratelli Cervi e alla famiglia Mazzarini. Ogni rivoluzione inizia con il giorno del ringraziamento. E si può ringraziare anche con delle canzoni. 

Vorrei aprire una parentesi su Sesto San Giovanni, una delle vostre canzoni più intense. Quanto è ancora attuale quella canzone, anche in relazione all'attuale situazione del mondo del lavoro? 
Oggi la classe operaia non c'è più. Ci stanno gli operai che sono un'altra cosa. Anzi non li chiamano neanche operai ma flessibili, precari, esuberi! Addirittura. Ma una volta c'è stata la classe operaia in questo paese. E la classe operaia è stata una civiltà meravigliosa ! La classe operaia ha avuto una visione grande, potente del mondo. Oggi non c'è più. Ma quando c'era la classe operaia, allora si lottava e si vinceva perché la posta in gioco non erano le cinquanta mila lire in più sulla busta paga, la posta in gioco era un'altra e si chiamava Dignità. Oggi noi non siamo più classe operaia perché non produciamo ricchezza e beni! Noi oggi produciamo semplicemente delle merci, che affannano il respiro del mondo. Noi oggi siamo diventati o meglio ci hanno costretto a diventare dei consumatori! E' questa la vera sconfitta della classe operaia. Noi oggi vogliamo cinquanta euro in più sulla busta paga per andarceli a spendere all'ipermercato sotto casa, questa è la verità. Ma la classe operaia anche se sconfitta va sempre cantata! Ecco perché' una canzone come Sesto San Giovanni che canta la sconfitta e il senso fiero e orgoglioso dell'appartenenza. Da ciò non è che può nascere una nuova classe operaia ma la nuova coscienza, la nuova consapevolezza di chi lotta e lotterà perché' il lavoro sia centrale rispetto ad ogni progetto di trasformazione di questo paese. Il lavoro come strumento di emancipazione, di ri-conquista della dignità. Questa è la vera ricchezza che abbiamo ereditato dalla classe operaia, non altro. 

Qual è la vostra visione attuale dell'Italia, terra di eroi e santi senza peccato, di mafia, P2 e stragi di stato? Quando cantavate che il futuro era già programmato, intendevate preludere a quello che sta accadendo in questi anni? 
Sono più che certo che quello a cui oggi stiamo assistendo è frutto di un percorso o meglio di scelte che sono state imposte a questo paese già a metà degli anni settanta. Oggi raccogliamo quello che in modo scellerato è stato seminato agli inizi degli settanta. Ma questa è un'analisi lunga e magari potrebbe risultare fuori luogo. Premetto che io non sono abituato a trattare in merito a questioni “politiche”, e non vorrei sembrare un tuttologo o cose del genere. Mantengo una passione per la politica , quella vera , perché ritengo sia l’arte della mediazione, la più grande delle arti. Ed oggi quella a cui stiamo assistendo non è affatto la politica come io l’intendo e la conosco ma l’antipolitica, l’ accanimento, lo sputtanamento , l’umiliazione nei confronti della politica fatto da chi come e con i metodi da “banda” si è impossessato dei luoghi della politica , compreso il Parlamento. Per dare una risposta breve devo però constatare che in questo paese ormai si è consolidata un’alleanza fra potere sul territorio , che è anche quello della cosiddetta politica , e il potere del denaro questa sorta di patto non proprio taciuto porta inevitabilmente all’affare ! Ecco allora che chi ha il denaro investe nella politica, o meglio in alcuni “professionisti “ della politica , in coloro che portano i voti e li sposta stano dove a loro conviene. E’ il mercato che si impossessa della politica. A questo modello non si sottrae la sinistra perché molti candidati hanno i loro personali sponsor e prima di fare gli interessi della comunità fanno quelli dei loro sponsor, o nel migliori dei casi cercano di mediare. Ma l’eccezione conferma come sempre la regola o meglio lo stato di assenza di regole opportune al risanamento della politica. A questo punto si possono pure arrestare cento politici corrotti al giorno con i loro corruttori, ma come per il crimine organizzato , per uno in galera ne spuntano fuori altri cento il giorno dopo perché è il sistema che è corrotto e corruttibile fino a che resta quello che è diventato. C'è questa assenza e poi ce n'è un'altra che è quella sinistra anche in Parlamento. Questo è un dato di fatto che determina l'inceppamento del motore della democrazia. E' importante capire perché e per come si è determinata questa situazione. Le motivazioni sono diverse ma sono convinto che la cornice che tiene insieme il paesaggio delle contraddizioni e delle sconfitte sia soprattutto quella dell’essere finita nella trappola del bipolarismo che ha di fatto strangolato quello che restava delle due forze politiche popolari e di massa come gli eredi del P.C.I. e della D.C. e in questo mare mosso la sinistra “oltre il PD” è naufragata. Ed è naufragata soprattutto perché si è imbarcata su una nave che già faceva acqua da tutte le parti, parlo di quello che restava del transatlantico del compromesso storico , ma perché non ha valutato bene i rischi della rotta di navigazione , cioè il riformismo dall’alto. Oggi il nemico vero della democrazia sono le oligarchie economiche questo impone anche alla sinistra “oltre il PD “una radicale revisione di strategia politica. E molte risposte a tanti problemi non li troveremo più di sicuro nel “cielo” della politica. Si ricomincia! Si può e si deve! La questione è oggi più di ieri vitale per tutto il paese , per un rilancio culturale , economico e politico. Si chiama Mediterraneo. Non ci sono altre vie che non siano quelle della sudditanza o del lasciar saccheggiare le ultime risorse rimaste dai predatori di turno. Questo sbocco sarà e già è inevitabile. Questo nostro paese e la sinistra per prima deve trovare la forza e il coraggio di indirizzare culturalmente economicamente e politicamente un intero paese verso questo grande progetto , questa nuova visione di futuro. E in questo progetto il Sud deve ritrovare uno sviluppo negato e un’ opportunità di Risorgimento e di Resistenza. Tutte le questioni fondamentali che riguardano questo paese si possono risolvere solo risolvendo questa direzione. Verso Sud, e diventare la porta del Sud verso l’Europa , sotto tutti punti di vista. Significherebbe trovare un posto e un ruolo e un’identità non solo all’interno del paese o in Europa ma in un pianeta nuovo , questa è la direzione che ci può far camminare insieme al mondo nuovo verso Cosmopoli. Non è vero che si tratti di Utopia e del solito sogno della terra promessa o del “sogno di una cosa” significa cogliere l’occasione che la storia ci consegna. Basti guardare all’America di Obama. Oggi lì avviene lo scontro più forte da cui dipenderà molto del futuro anche nostro. Lì in una battaglia ingaggiata dall’amministrazione Obama con le banche più forti del mondo si stabilirà qual è il centro del potere. 

Tornando alla canzone politica, quanto il vostro modo di far canzone è stato influenzato dalla scena musicale degli anni sessanta, per capirci quella che fa riferimento al Nuovo Canzoniere Italiano? 
I Gang sono un gruppo di rock ‘n’ roll! Punto. E quando dico rock ‘n’ roll intendo il più grande linguaggio e cultura popolare. Anzi ripeto, oltre che essere la più grande rivoluzione del Novecento è stata anche l'ultima stagione di un Nuovo Umanesimo. Intendendo così il rock ‘n’ roll non una cultura ma l'incontro e la sintesi di tante e tante culture diverse. Noi abbiamo mosso i primi passi perché siamo stati “chiamati” da Joe Strummer non da altri. Strummer è stato l'ultimo dei “pontefici “ avendo costruito nuovamente i ponti fra culture linguaggi stili diversi e dando vita ad una nuova stagione della cultura rock ha “mosso” dalle periferie dell'Impero verso il Villaggio Globale. E' il rock ‘n’ roll dopo Joe Strummer il tempo e l'era a cui i Gang appartengono, come c'è un prima e un dopo Cristo così c'è un prima e un dopo Joe Strummer. Nella storia del Rock noi abbiamo inserito in questa cultura degli elementi locali per dare ad essi una possibilità di rivitalizzazione, siano essi culturali, politici e in ultima o prima analisi come preferisci , musicali. Noi non apparteniamo alla tradizione della canzone politica italiana ne' tantomeno a quella cantautorale, questo deve essere chiaro altrimenti vedremmo tutto sottosopra senza forza di gravità o di attrazione e quella forza è unicamente quella del rock ‘n’ roll. E' la forza , il metodo e lo stile del rock ‘n’ roll dopo Joe Strummer che ci ha permesso di riprendere parti delle varie esperienze musicali italiane e farne altro rivitalizzandole dando ad esse nuovo spirito guida , nuova attitudine , nuovo e dolce stil(e). Io sono più che certo che prima dei Gang in Italia il rock ‘n’ roll non c'è mai stato, assolutamente, se non in forme un po' infantili e succubi delle logiche mediocri e mediate del e dal mercato. Per andare bene a fondo su tutto ciò basta un capitolo dei quaderni di Gramsci “Americanismo e Fordismo”, a proposito di modello americano e egemonia culturale. Non basterebbero cento pagine per un'analisi al riguardo. 

Il vostro ultimo disco di inediti risale ormai al 2000 cosa è successo in questi anni? 
Da quando abbiamo deciso di stare alla larga dal mercato musicale italiano dai suoi padroni o meglio feudatari e da tutti i vassalli, valvassori e valvassini. Questo ha significato innanzi tutto essere liberi e lavorare da uomini liberi, privilegiando l'incontro, lo scambio, la condivisione. Oggi nel fare un bilancio posso affermare con grande orgoglio che sono presente in più di cento lavori di altri gruppi e artisti vari, che mi hanno invitato a partecipare ad un loro progetto. Questo indubbiamente significa partecipare da uomo libero alla costruzione della canzone e della musica italiana non solo nell'ambito ristretto del proprio orticello. Oggi posso dire che la mia più grande conquista che segue ,come per tutti gli uomini, quella dell'Appartenenza , è la Libertà vera , alla quale non voglio rinunciare per ragioni che non fanno parte del mio modo e stile di vita, che siano quelle di categorie a me estranee come quelle del pubblico e del mercato. Questo ha significato e significa che se c'è un progetto che mi piace e che conosco per strada, mi ci butto per realizzarlo. Così negli ultimi dieci, dodici anni abbiamo fatto più prodotti stagionali che non di lunga durata come un disco di inediti che ormai da anni mi viene richiesto da giornalisti, pubblico e amici cari. C'è una componente privata che ha contato e conta in questa storia. Nel momento in cui ho iniziato a percorrere questo nuovo corso della vita, ( Io sono figlio del “il privato è politico “degli anni 70) ho ristrutturato un casale in campagna con mio padre, che ha significato vivere con lui per anni e quasi tutti i giorni lavorando , facendo il muratore, il suo mestiere. E finalmente sono andato ad abitare in una casa mia in campagna che era il sogno di tutta una vita , come dire un ritorno all'infanzia. Poi è nata Clara mia figlia che ora ha 11 anni. Di conseguenza per me era importante stare a casa il più possibile, ed in base a questa mia priorità ho organizzato di conseguenza le “cose” dei Gang . Io e Sandro abbiamo messo su un gruppo tutto marchigiano, abbiamo ricominciato a provare tre volte alla settimana. Per dirla in breve è stato di fatto un vero e proprio ritorno. 

In questo viaggio di ritorno verso casa spesso vi siete trovati a collaborare con Gastone Pietrucci de La Macina, con cui avete inciso anche uno splendido disco. Quanto è stato importante per voi riappropriarvi delle radici musicali della vostra terra, le Marche? 
E’ sulla strada o meglio sulle strade del ritorno abbiamo incontrato Gastone Pietrucci de La Macina. Gastone è il custode, il testimone, il cantore della tradizione, della canzone popolare marchigiana. Ci siamo incontrati in un momento in cui a far parte de La Macina erano arrivati dei musicisti molto più giovani di Gastone che ci conoscevano e conoscevano bene il canzoniere dei Gang. Così è nata l'idea da parte di Gastone Pietrucci di fare un concerto in cui ci scambiavamo le nostre canzoni con quelle de La Macina dividendo i rispettivi repertori in base ai temi classici della tradizione popolare , il lavoro, l'emigrazione , la resistenza, la figura della donna ecc ecc. Dal concerto poi è seguita l'idea di realizzare un disco che fosse la testimonianza di quell'incontro e di quello scambio. E’ nato così Nel Tempo ed Oltre...cantando, il cui titolo lo presi in prestito parafrasando quello di una poesia di Alfonso Gatto, uno dei miei poeti italiani preferiti da sempre. 

A distanza di sei anni da Controverso nel 2006 avete dato alle stampe Il Seme e La Speranza. E’ stato quello il disco che ha segnato una nuova stagione per i Gang… 
Il Seme e La Speranza è un’altra tappa del nostro ritorno a casa. Lo abbiamo realizzato con la C.I.A.Marche, confederazione italiana agricoltori e prodotto dalle quattro province marchigiane. Un lavoro tutto ispirato al grande umanesimo di razza contadina, dove l'ispirazione e le storie cantate sono quelle dei fratelli Cervi, anch'essa contadini, dei Mazzarini vittime del nazifascismo, di Chico Mendes e di Victor Jara, di Woody Guhtrie e di Gandhi. In quelle canzoni cantiamo il popolo che “lavora per il pane”. Quel popolo mio che alla fine del giorno ringrazia e condivide il frutto del lavoro, che ancora sa spezzare il pane e bere il vino in comunità. Il Comunismo così come io l'ho appreso fin da bambino. E' questo un lavoro al quale tengo molto poiché si presta a fornire ispirazione alla quella nuova rivoluzione di cui parlavo prima. Il disco poi contiene secondo me alcune delle più belle canzoni che ho scritto come A Maria, E' Terra Nostra e Lacrime del Sole, e anche un manifesto musicato che è Il Lavoro per il Pane. 

Ci puoi parlare del progetto Malagang con i Malavida? 
Il ritorno ha significato anche incontrare le realtà musicali più giovani e legate o meglio influenzate anche dai nostri primi lavori, quelli più vicini al punk, a gruppi come i Clash o gli Stiff Little Fingers. Così un altro incontro ma con le Ali stavolta (visto che La Macina faceva parte delle radici) fu con i Malavida. E con loro nacque questo progetto chiamato Malagang, un cd omonimo e molti concerti insieme, io e Sandro con la band di Filottrano City Rockers. Da cosa nasce cosa e incontrare e condividere con i Malavida ha significato per me conoscere e lavorare da dentro con una realtà culturale e vasta nel nostro territorio di cui i Malavida sono un po' la punta della freccia , quella delle decine di band locali che fanno capo ai Filottrano City Rockers. Una grande tribù che da anni anima e agita le terre nostre e la “meglio gioventù” locale con molte iniziative fra cui un Festival Antirazzista che si tiene alla fine di giugno, a cui partecipano per tre giorni più di quaranta band provenienti da tutta Italia assieme a più di dieci mila persone. 

Come mai avete deciso di riprendere in mano i brani in inglese riproponendoli nel disco Tribes Reunion? 
Anche Tribes Reunion è nato dalla volontà o meglio dalla proposta dei Filottrano City Rockers e dei Malavida. In occasione di una loro iniziativa che è Cajara Unita ci hanno invitato a ri-suonare e cantare le canzoni dei nostri primi dischi, quelli cantati in inglese e noi abbiamo accettato rimettendoci insieme dopo tanti anni. Bum bum alla batteria ossia Giuseppe Serrani, oggi fa il veterinario, e siccome El Kid all'ultimo momento ce l'ha data buca è stato sostituito da Gugo Patchanka, bassista dei Malavida, poi io e Sandro. La richiesta dei giovani rocker locali era dettata dal fatto che nessuno di loro ci aveva mai visto suonare e cantare quelle canzoni. Nella seconda metà degli anni ottanta questi ragazzi e ragazze di oggi avranno avuto si e no cinque, sei anni. E' stata una gran bella Festa, una per sempre. 

Negli ultimi anni avete pubblicato diversi dischi dal vivo. Quanto è importante la dimensione live dei Gang? 
La dimensione del Live è quella che completa più di ogni altra il nostro compito , il nostro ruolo, il nostro lavoro. Cantare insieme ad una comunità che attorno a delle canzoni si scopre tale, è la liturgia del rock, ripropone il rito dell'appartenenza. Girare per il Paese su e giù e giù e su per tanti anni mi ha permesso di conoscerlo bene e di conoscerlo direttamente non attraverso il filtro dei media. L'ho attraversato e mi sono fatto attraversare dalle storie , dai volti dai canti di un popolo che è il mio, a cui appartengo. Questo paese mi ha restituito il bene più grande, l'Appartenenza e di ciò gliene sono e sarò grato per sempre. In questo andare attraverso ho potuto godere della bellezza, dell’ospitalità e della condivisione, del canto comune, degli Abbracci e dei sorrisi, della gioia che c'è quando si sta insieme. Questo è il mio paese, la mia terra e non finirò mai di ringraziare il destino o un Dio, se c'è, per avermi fatto nascere qui, ma soprattutto del fatto che proprio qui , in questo paese, sono cresciuto e sono diventato un uomo. 

Uno dei dischi più belli che avete realizzato negli ultimi anni è Rossa Primavera, puoi parlarci di questo lavoro? 
Anche La Rossa Primavera è un disco nato in questa stagione del ritorno. E' un disco di cover di canzoni ispirate alla Resistenza. Abbiamo rivisitato queste canzoni per comunicare soprattutto alle nuove generazioni un fatto certo , che la Resistenza è stata sempre cantata e che da quella Primavera Rossa bisognerebbe trarre sempre nuova ispirazione per altre e nuove canzoni. Attorno a quel fuoco è bene che ogni generazione si sieda e possa ritrovare un immaginario per costruire il proprio futuro con la consapevolezza del cammino fatto, quello della democrazia di questo paese. Sono tutte canzoni belle perché servono e sono utili a riaffermare un ideale e una tensione che non si deve mai allentare o un fuoco che non si deve mai spegnere, quello della Libertà. E' anche un modo per essere grati verso coloro che hanno patito, sono stati torturati, uccisi perché' noi oggi potessimo godere della libertà. 

Quali sono i vostri progetti per il futuro? 
Mi chiedi del futuro. Quello non è scritto ed è meglio non cominciare a scriverlo adesso. Continuerò ad andare incontro alla vita sulle strade d'Italia per conoscere condividere e Cantare. Non so quello e chi incontrerò, non so quali storie e quale ispirazione per trasformare tutto ciò in canzone. Per ora il cantiere dei Gang è stracolmo di lavori e opere in corso, vedrò di mettere un po' di ordine e dare precedenze. Per il disco di inediti penso che dovremo aspettare alla prossima Primavera. Le canzoni ci sono, forse troppe , e il titolo sarà Sangue e Cenere. Prima di questo lavoro uscirà in aprile un live (cd più dvd) del concerto a Filottrano, a casa nostra, che abbiamo fatto l'anno scorso a settembre per festeggiare i venti anni de Le Radici e Le Ali. Ora ci aspetta la strada e i tanti concerti per l'Italia, almeno fino ad ottobre. 


Gang, Massimo Priviero & Daniele Bianchessi – Storie Dell’Altra Italia Live (L’Altantide/Edel) 
Lo scorso anno, parallelamente alle celebrazioni per il Centocinquantesimo anniversario dell’Unità D’Italia, i Gang, Massimo Priviero e Daniele Bianchessi hanno dato vita ad un interessantissimo progetto artistico a metà strada tra teatro civile e concerto, dal titolo Storie Dell’Altra Italia, con il quale hanno girato tutta la nostra penisola. Le canzoni dei Gang e quelle di Massimo Priviero, intercalate dai recitati di Bianchessi compongono così un racconto per musica e parole volto a raccontare quella storia altra della nostra nazione, quella che passa attraverso gli Alpini italiani impegnati nella sciagurata spedizione in russia con l’ARMIR, la Resistenza, i controversi anni Settanta, la lotta alla mafia e quella per il lavoro. A testimonianza di questo tour e per cristallizzare quest’opera necessaria è stato di recente pubblicato un doppio disco dal titolo omonimo, Storie dell’Altra Italia, che raccoglie nove canzoni e sei brani recitati, quest’ultimi sonorizzati magistralmente dalle tre chitarre di Marino, Sandro Severini e Massimo Priviero con l’aggiunta di Onofrio Laviola alle tastiere. Registrato il 28 ottobre 2011 alla Camera del Lavoro di Milano, il disco mantiene intatta la tensione narrativa del palco, cosicché anche coloro che non hanno avuto la fortuna di assistere ad una delle tappe del tour avranno ben chiaro lo spirito che ha animato questo progetto. La voce di Daniele Bianchessi introduce ai vari brani aprendo di volta in volta lo scenario sull’epoca e sui fatti raccontati dalle canzoni, accade con Storie di Alpini che introduce una struggente versione de La Strada del Davai di Massimo Priviero, ma anche con Storie di Resistenza che apre la strada alla splendida Pane, Giustizia e Libertà del cantautore veneto e a La Pianura dei Sette Fratelli dei Gang, che racconta la vicenda dei Fratelli Cervi. Molto intensa è poi la seconda parte dello spettacolo dedicata agli anni settanta e alla Seconda Repubblica con brani come Nessuna Resa Mai di Priviero e le sempre intentensissime Duecento Giorni a Palermo e Sesto San Giovanni dei Gang. Le canzoni in questa versione acustica brillano per la loro coralità con le chitarre di Marino Severini e Massimo Priviero a reggere la linea melodica insieme al piano di Onofrio Laviola e Sandro Severini all’elettrica a cesellare ogni nota con i suoi assolo. Storie dell’Altra Italia non è, dunque, un semplice disco ma è piuttosto un documento storico importante perché racconta la storia meno nota della nostra nazione, di quella Italia che resiste davvero e che vuole riappropriarsi del presente ma soprattutto del futuro. 


Salvatore Esposito

Nazaket Teymurova – Mugham (Felmay)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

L’anno dell’etichetta piemontese si è aperto con un secondo sguardo dalla finestra aperta sull’immenso bacino sonoro dell’Asia centrale. Ancora una volta al centro dell’attenzione è la musica d’arte dell’Azerbaijan, la cui musica riflette la lunga storia di contatti tra popolazioni iraniche e di ceppo turco. Il termine mugham designa un raffinato e sofisticato sistema musicale (che trova i suoi corrispettivi nel maqâm arabo o nel makam ottomano-turco, come pure in termini altrettanto prossimi di area centroasiatica e uigura), inserito nell’elenco UNESCO dei patrimoni intangibili dell’umanità. Con lo stesso nome si indica anche un modello di suite modale, che procede attraverso un preludio strumentale che serve ad introdurre una particolare modalità, cui fa seguito una sequenza di brani vocali intervallati da parti strumentali che lasciano ampio campo all’improvvisazione. I versi cantati di fattura classica attingono alla metrica della tradizione azera, la forma poetica principale usata nelle melodie vocali è il ghazal. Protagonista del disco, registrato a Baku tra il 2006 e il 2011, è la duttile voce di Nazaket Teymurova (nata nel 1972), piena di intensità drammatica, artista di chiara fama, primadonna del mugham-opera, docente al Conservatorio Nazionale. Il programma dei 60 minuti del disco comprende l’iniziale articolato “Dastgah Kharidj Segah”, interpretato con un organico strumentale tradizionale in cui appaiono tar (liuto a manico lungo), khamancha (viella a tre corde), balaban (oboe cilindrico ad ancia doppia) e naqara (tamburo bipelle percosso con mani o con bacchette). Il brano successivo porta in scena Aliagha Sadiyev, maestro riconosciuto del tar, da 15 anni accompagnatore della Teymurova, impegnato in un lungo virtuosistico solo (“Mugham Bayati Shiraz”). Segue un tasnif, forma di canzone misurata dalla struttura libera, combinato a due mugham derivati dal dastgah “Chahargah “, uno dei modi principali della tradizione colta azera, di origine molto antica, dal carattere solenne alternato a passaggi più dolci. Si tratta di brani interpretati da un organico più esteso con tre tipi di naqara, kanun e ûd. Lo stesso ensemble allargato di notevoli musicisti suona “Ashiqam”/Mugham Hijaz”, che assembla una canzone di matrice folklorica basata sul mugham Hijaz che costituisce anche la seconda parte del brano. 


Ciro De Rosa