Gigi Masin – Wind (Numero Group, 2026)

Una notte del lontano 1986, le vecchie radio sintonizzate sulle frequenze dello storico programma indipendente veneto “Nocturnal Emission” trasmettevano ipnotiche sequenze elettroniche nelle stanze di intrepidi ascoltatori in cerca di suoni nuovi e diversi. A quel tempo c’erano il dark e la new wave, ma “Nocturnal Emission” si spingeva ben oltre, in quelle zone di confine lontane da definizioni, tra ambient, elettronica e sperimentazione: insomma, il posto perfetto per questa musica. L’autore era un giovane di nome Gigi Masin che, per pura passione, aveva deciso di realizzare un disco in tiratura limitata di 500 copie, pensando di regalarlo a chiunque lo richiedesse ai concerti o per corrispondenza. Quel giorno Masin si era presentato di persona ai conduttori e ideatori del programma, Mirco Salvadori e Massimo Caner, portando con sé una copia del suo nuovissimo disco appena stampata. Cosa significavano quegli strani geroglifici in copertina? Sembravano una rappresentazione grafica del suono, forse il segno dell’invisibile o dei flussi del vento. Quando la puntina sfiorò i primi solchi del vinile e quel timbro misterioso volteggiò nell’etere, fu l’inizio. Pensare a un gesto del genere oggi è molto poetico e ci dà la dimensione di quanto questo progetto fosse svincolato da qualsiasi logica di profitto e guidato esclusivamente da un forte impulso creativo. Questo è il bello: “Wind” nacque proprio come un’opera artigianale curata e realizzata in ogni dettaglio dal suo autore – copertina, inserti con crediti, etichette dipinte a mano, una lettera firmata dallo stesso Masin e persino un’etichetta immaginaria come ciliegina sulla torta, la “Bear on the moon”. È una modalità che abbracciava in pieno la filosofia DIY in voga al tempo e che dimostra ancor oggi lo spirito intrinseco dell’album: un lavoro che anche sul fronte musicale voleva essere diretto e improvvisato, rivelando un’attitudine sorprendentemente punk in contrasto con le atmosfere riflessive delle sue composizioni. Dopo anni di esperienza nell’ambito della sonorizzazione teatrale e nel mondo delle radio libere, Gigi voleva semplicemente trasformare in suono idee ed emozioni. Il suo strumento principale era la chitarra, adorava John Martyn e Nick Drake ma tra i suoi punti di riferimento c’erano anche i pianisti Paul Bley e John Taylor e, soprattutto, un suo grande mito, il compianto trombettista Kenny Wheeler. Come dimenticare il suo timbro inconfondibile con i mitici Azimuth, quel jazz che non era semplicemente jazz ma creava mondi e spazi sconfinati puntando all’infinito – una delle più belle esperienze artistiche che il catalogo ECM ci abbia mai donato. Questi interessi musicali erano sicuramente in netta controtendenza all’epoca; in ogni caso, l’idea originaria prevedeva di realizzare un disco per sola chitarra, almeno finché Masin non acquistò per caso un sintetizzatore Korg Poly-800 usato che, tra un esperimento e l’altro, gli consentì di forgiare il suo inconfondibile suono. 

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