Stefano "Cocco" Cantini | Alexander Robotnick – Marina Vibes (Materiali Sonori/Hot Elephant Music, 2025)

"Marina Vibes" nasce da un incontro tanto singolare quanto naturale: quello tra l’improvvisazione jazz di Stefano "Cocco" Cantini e l'elettronica di Alexander Robotnick, al secolo Maurizio Dami. Due percorsi che sembrano muoversi lungo traiettorie differenti e che invece, proprio grazie alla libertà dell'improvvisazione, finiscono per trovare un terreno comune fatto di pulsazioni, timbri, spazio e ascolto reciproco. "Marina Vibes" è il secondo capitolo della collaborazione fra i due musicisti e giunge ad un anno di distanza da "Robocok" del 2024 che rappresentava un nuovo inizio della loro collaborazione iniziata nella prima metà degli anni Ottanta. Quarant'anni dopo, il loro dialogo è ripreso con una fisionomia completamente diversa, ma conservando intatta una certa curiosità verso ciò che accade quando linguaggi apparentemente lontani decidono di non porsi confini. La storia di Alexander Robotnick è, del resto, quella di un musicista difficilmente riconducibile a una sola categoria. Maurizio Dami ha attraversato elettronica, musica sperimentale e world music, prima di diventare internazionalmente noto come Alexander Robotnick grazie a "Problèmes D'Amour", brano del 1983 destinato a diventare un autentico classico della musica elettronica e della club culture. Ma ridurre Robotnick a quel singolo significherebbe perdere la parte più interessante del suo percorso: quella ricerca incessante sulle possibilità del ritmo, del suono sintetico, della ripetizione e dell'incontro con culture musicali differenti. È una sensibilità che in "Marina Vibes" incontra quella di Cantini, sassofonista di lunga esperienza nel jazz italiano e internazionale, musicista che nel corso della sua carriera ha condiviso il palco e lo studio con personalità come Michel Petrucciani, Enrico Rava, Ares Tavolazzi, Stefano Bollani e Paolo Fresu e che negli ultimi anni ha approfondito anche il rapporto con la tradizione coltraniana attraverso il progetto Living Coltrane. La particolarità di "Marina Vibes" sta però soprattutto nel metodo. Non ci sono composizioni preesistenti, non ci sono temi scritti da interpretare, non c'è una struttura precostituita alla quale i musicisti debbano adeguarsi. Il disco è dichiaratamente pura improvvisazione e, aspetto ancora più significativo, le parti di sax e pianoforte non sono state sottoposte a editing: soltanto i volumi sono stati regolati. È un dato che cambia radicalmente la prospettiva d'ascolto, perché ciò che arriva all'ascoltatore non è la simulazione della spontaneità, ma il risultato di un processo realmente istantaneo, nel quale Cantini e Robotnick costruiscono la musica mentre la stanno suonando. "Marina Suite", con i suoi quasi diciassette minuti, è il cuore dell'album e ne rappresenta quasi una dichiarazione d'intenti. Robotnick costruisce un ambiente elettronico liquido e pulsante, nel quale la componente ritmica non ha la funzione di semplice accompagnamento ma diventa una sorta di terreno mobile sul quale Cantini può muoversi liberamente. Il soprano emerge e scompare, disegna linee sottili, talvolta mediterranee, talvolta più astratte, mentre il pianoforte aggiunge poche pennellate essenziali. La lunga durata consente alla musica di respirare senza la necessità di arrivare a una conclusione convenzionale: è una suite nel senso più libero del termine, una deriva sonora nella quale la ripetizione elettronica genera ipnosi e l'improvvisazione jazzistica introduce continuamente piccole fratture. Con "Rock & Sea" il rapporto fra impulso ritmico e dimensione contemplativa diventa ancora più evidente. Il titolo sembra contenere la doppia natura del progetto: la concretezza del beat e la fluidità del mare. Robotnick lavora per stratificazioni percussive e pulsazioni regolari, mentre Cantini sfrutta la stabilità armonico-modale per lasciare che il soprano si muova con maggiore libertà. Non c'è virtuosismo esibito, perché l'obiettivo non è dimostrare quanto lontano possa spingersi l'improvvisatore, ma trovare il punto esatto nel quale il suo fraseggio possa convivere con la materia elettronica. "Follow Nika" procede su coordinate analoghe, ma con un carattere più raccolto. Il dialogo fra le tastiere e il sax sembra quasi suggerire una dimensione notturna, mentre la componente elettronica mantiene una pulsazione costante sotto la superficie. "Non-Stop Journey" esplicita invece l'idea del viaggio: la musica procede senza brusche cesure, affidandosi alla reiterazione e alle variazioni minime. È forse qui che la distanza fra jazz e techno/elettronica appare più sottile: entrambi i linguaggi possono partire da una cellula apparentemente semplice e trasformarla attraverso il tempo, la ripetizione e l'interazione. La conclusione affidata a "Sweet Traveller" assume così il valore di un congedo morbido, quasi cinematografico. Le atmosfere si fanno più distese e il soprano di Cantini sembra galleggiare sopra una superficie elettronica che conserva il carattere ipnotico dell'intero progetto. È musica che può funzionare in un club, ma anche fuori dal club; può accompagnare un viaggio, un tramonto, un aperitivo sul mare, senza per questo diventare semplice musica d'ambiente. La differenza sta proprio nella densità dell'ascolto: sotto la superficie rilassata esiste un dialogo costante fra due musicisti che stanno decidendo, momento dopo momento, dove portare la musica. "Marina Vibes" è dunque un disco di confine nel senso più autentico del termine, nel quale jazz ed elettronica non sono fusi artificialmente, ma si intrecciano conservando la propria identità. 


Salvatore Esposito

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