Mahsa & Marjan Vahdat – Heart’s Endless Garden | Woven Verses (Kirkelig Kulturverksted/Valley Entertainment, 2026)

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Riprende con quest’album la feconda collaborazione fra le sorelle Mahsa & Marjan Vahdat e il musicista, compositore e arrangiatore Atabak Elyasi: insieme, nel 2007 avevano pubblicato il primo capitolo di “Heart’s Endless Garden”, con due voci e un trio di musicisti. A quasi vent’anni di distanza, attualizzano quell’approccio e, fin dalla copertina dell’album, lo declinano nella capacità di tessere e comporre complesse geometrie (come quelle dei tappeti persiani) in grado di connettere i versi degli antichi poeti, da Rumi a Hafez, con voci più vicine a noi, quelle di Forough Farrokhzad, Mohammad Ibrahim Jafari e Sohrab Sepehri. Ogni tappa dei lavori che riuniscono le sorelle Vahdat con Atabak Elyasi aggiunge un tassello imprescindibile ad un’opera complessiva che acquisisce sempre maggiore spessore. Così è stato anche per le tappe discografiche che da quasi vent’anni hanno realizzato insieme: “I am Eve” (2008), dedicato alle donne, con poesie antiche e moderne; “Twinklings of Hope” (2012), registrato a Tehran il ney di Pasha Hanjani, il setar di Atabak Elyasi e le percussioni di Ali Rahimi ad accompagnare poesie di Hafez e Rumi e di contemporanei come Mohammed Ebrahim Jafari; “Placeless” (2019) in collaborazione con il Kronos Quartet; ma soprattutto “Songs from a Persian Garden” frutto del concerto che tennero il 22 maggio 2007 in un giardino persiano a Teheran. (con il sostegno delle ambasciate italiana e norvegese), e con Mahsa e Marjan Vahdat, che si esibirono senza velo, scegliendo di usare la loro musica come forma di lotta contro
l'oppressione delle donne nel loro Paese, realizzando il primo volume del “giardino” cui qui viene dato seguito. Mentre Mahsa Vahdat e Atabak Elyasi hanno da anni la loro base in Norvegia, Marjan si è  stabilita in California ed è a Los Angeles che ha potuto riunire gli altri musicisti con cui l’album è stato registrato nel Village Studio D. Tre di loro consentono ai dieci brani di tessere legami anche fra aree geografico-culturali diverse ed affini: oltre all’altopiano iranico, il Caucaso e, in particolare, l’Armenia dell’oud di Ara Dinkjian, an Armenian American, l’Anatolia di Tamer Pinarbasi, al qanun, e la Palestina del violinista Naseem Alatrash. Gli altri due violini sono quello di Emma Powell e quello Hardanger di Annbjørg Lien, che suona anche la nyckelharpa. Completa la formazione Greg Ellis alle percussioni. Hanno registrato ad aprile 2026 con gli ingegneri el suono David Way e Nick Hodges, con ulteriori registrazioni effettuate a Rocklin (California) e nella chiesa di Randesund in Norvegia ad aprile e a luglio 2026, prodotti da Erik Hillestad. Nel corso degli anni, anche quando si trovavano distanti fisicamente Mahsa e Marjan Vahdat hanno saputo sviluppare sia la propria pratica individuale di canto, sia la capacità di eseguire parti vocali in modo complementare e sempre con speciale attenzione per il mondo poetico persiano. A turno, diversi strumenti
sono chiamati ad aprire i diversi brani con un incedere e una timbrica che cominciano a narrare il contesto affettivo dei versi che stanno per essere cantati. Nel primo brano, “the Spring of a Dream”, fin dalle prime note del qanun e delle percussioni, l’ensemble mostra spiccata sensibilità nell’incontro con la poesia iraniana, sia che provenga da molti secoli fa, sia quella scritta più recentemente, come, in questo caso, quella del poeta e pittore di Qom Sohrab Sepehri che viene accostata, nel finale ,a una strofa di Hafez di nove secoli fa, così come la sua “Let’s Not Stir Up the Mud in the Water” viene integrata, sempre nel finale, ai versi di Rumi che recitano: “Chi è vivo? Quelli nati dall’amore” Non poteva mancare, quindi, anche un intero brano, “O Love” che partisse dalla poesia di Rumi dedicata all’amore, qui incorniciato da estratti di una delle poesie più recenti incluse nell’album, scritta da Mohammad Ibrahim Jafari. Qui i tempi si fanno più serrati, lo svolgimento più dilatato, quasi dieci minuti, e il canto si fa più possente e raggiunge le note più acute. L’abbraccio fra Rumi (XIII secolo) e Mohammad Ebrahim Jafari (1940-2018) si ripete felicemente anche nel brano conclusivo, “Garden of Hope”. E a Masha Vahdat riesce anche di alternare versi di Rumi (“Osserva i rami verdi, godi di come danzano)” a quelli di Forugugh Farrokhzad (1934 – 1967) nel brano da cui prende il titolo l’album, simbolo dei giardini senza confini. 




Alessio Surian

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